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Articoli

Il Papa prega

Il Papa prega per i giornalisti

 

di Luciana Alboreto

 


6 maggio 2020: dalla Cappella di Santa Marta giunge la preghiera del Pontefice ai Giornalisti. Papa Francesco, evidentemente provato per l’attuale gravità dell’emergenza sanitaria mondiale, dona continuamente momenti di elevata spiritualità, confortando e sostenendo, attraverso le sue celebrazioni ed i suoi interventi mediatici, un’umanità sconvolta dalla pandemia. Sempre intellettualmente aperto ed accogliente, tenero nelle espressioni ma fermo nelle posizioni, stanco nel volto ma disponibile a sovraccaricarsi di impegni, il Pontefice veglia con la sua presenza sulla collettività, affinchè nessuno smarrisca il filo saldo della Fede o si disorienti nel rispetto delle regole dettate dal Governo. Dall’inizio del lockdown, la sua preghiera di affidamento al personale sanitario è stata costante, sempre ricca di gratitudine per tutti coloro i quali, in prima linea, curano i malati di coronavirus, al punto di sacrificare la propria vita. Ed oggi le sue parole di elogio e speranza si sono rivolte alla categoria dei Giornalisti ai quali, anche in passato, ha più volte espresso stima per un lavoro di grande responsabilità, che merita ogni riguardo sociale ed umano. “Preghiamo oggi per gli uomini e le donne che lavorano nei mezzi di comunicazione. In questo tempo di pandemia rischiano tanto e lavorano tanto. Che il Signore li aiuti in questo lavoro di trasmissione sempre della verità”. Sempre sua questa dichiarazione passata che, si ricongiunge, perfettamente, all’attualità. “Il giornalista umile è un giornalista libero. Libero dai condizionamenti, libero dai pregiudizi e per questo coraggioso. La libertà richiede coraggio. Abbiamo bisogno di un giornalismo al servizio del vero, del bene, del giusto, che aiuti a costruire la cultura dell’incontro”. Nello scorso febbraio, all’imprevedibile vigilia della pandemia, l’Unione Cattolica della Stampa Italiana aveva elaborato il testo, “Le Beatitudini del giornalista”, mai come ora un decalogo imprescindibile, cui riferirsi, nella comunicazione.

BEATO IL GIORNALISTA CHE…

  1.  Non cerca il successo o l’interesse personale e che al centro del racconto non mette mai se stesso;
  2. che non si nasconde all’ombra del potere, ma è voce di chi non ha voce, occhi di non vede, orecchie per chi non è ascoltato da nessuno;
  3. che non alimenta paure e chiusure, ma nutre fiducia e speranza;
  4. che non si accontenta di notizie scritte a tavolino;
  5. che ascolta la coscienza e non tarpa le ali alla libertà;
  6. che denuncia tante cose che non vanno, per rendere la vita migliore;
  7. che cerca sempre la verità e mai il compromesso, anche quando c’è un prezzo da pagare;
  8. che ama la pace e la giustizia e che diventa sale, lievito e luce di comunità;
  9. che riesce a raccontare buone notizie che generano amicizia sociale;
  10. che è un artigiano della parola, ma conosce il valore del silenzio.

(Maggio 2020)

La grande Illusione

 La grande Illusione

 

di Alfredo Imperatore

 


Marx ed Engels hanno formulato una dottrina che rappresenta l’evangelo dei “protestanti comunisti”.

Questa dottrina prese l’avvio dal pensiero che si venne a formare nella cosiddetta “sinistra hegeliana”, il cui più notevole pensatore fu Federico Feuerbach. Materialista ad oltranza, egli tentò di distruggere ogni forma metafisica di pensiero ed ogni ideologia nella storia della sua evoluzione, proponendosi “di porre l’uomo sui propri piedi, mentre prima era stato posto sulla testa”.

Nel determinare la sua dottrina, attaccò la religione che disse destinata a essere soppiantata dalla filosofia, la quale, a sua volta, doveva cominciare ad avere un unico compito: quello di “mondanizzare l’idea”, di trasformarsi in antropologia. E inasprendo la sua teoria, schiettamente materialistica, giunse a scrivere: “La teoria degli alimenti è di grande importanza etica e politica. I cibi si trasformano in sangue; il sangue in cuore e cervello, in materia di sentimenti e pensieri: l’alimento umano è il fondamento della cultura e del sentimento… L’uomo è ciò che mangia”.

Per questa strada, aperta da Feuerbach, Marx ed Engels proseguirono, andando ben oltre il punto raggiunto dal loro maestro.

Essi sostennero che la religione rappresenta per gli uomini una forma di “autolacerazione, di autoalienazione in un regno fissato nelle nuvole”.

Abolizione della religione, quindi, anche perché “La rivoluzione comunista è la più radicale rottura con i rapporti tradizionali di priorità; nessuna meraviglia che nel corso del suo sviluppo si rompa con le idee tradizionali nella maniera più radicale”. Essi vollero andare oltre anche su di un altro punto fondamentale della teoria del Feuerbach. Questi si era limitato a interpretare il mondo, mentre a loro avviso il problema era quello di mutarlo completamente.

Così, mentre per Feuerbach l’uomo, considerato quale individuo singolo, rientrante nella società umana, è legato da vincoli naturali agli altri individui, per Marx ed Engels gli unici vincoli che ci legano sono quelli del lavoro, in quanto l’uomo è essenzialmente “prassi produttiva”.

Attraverso questa concezione Marx arrivò al cosiddetto materialismo storico. Per lui il fattore determinante della storia di un popolo e di tutti i popoli in genere è dato dall’attività economica, ovvero dalla produzione dei beni materiali, per cui l’unica cosa che distingue gli uomini dagli altri animali è il fatto che essi producono da sé medesimi i loro mezzi di sostentamento.

Quanto a moralità e religione, arte e scienza, diritto e politica, questi sistemi rappresentano solo degli accessori nell’evoluzione dell’umanità e sono il riflesso dell’unica genuina realtà umana: la struttura economica. Pertanto le suddette ideologie non sarebbero altro che sovrastrutture.

Questa concezione marxista, che costituisce una vera e propria mutilazione dell’uomo e di tutta la sua storia, apparve eccessiva allo stesso Engels, il quale cercò di mitigarla. Infatti, in un suo scritto affermò: “La situazione economica è la base, ma i differenti elementi della sovrastruttura sono creati dalle varie classi a battaglia vinta”.

Ora, in breve, cerchiamo di valutare il significato economico e morale della dottrina comunista-marxista. Per Marx la storia umana può essere distinta in quattro epoche: la patriarcale, l’epoca della schiavitù, quella feudale e quella capitalistica.

In queste varie tappe si è assistito ad un aumento progressivo della ricchezza disponibile per l’uomo in conseguenza dei miglioramenti tecnologici e per uno sfruttamento razionale della natura; ma, d’altro canto, è venuto restringendosi sempre più il numero delle persone alle quali questa ricchezza è stata distribuita, col conseguente aumento del numero dei poveri.

Per illustrare in qual modo il capitale sia andato accumulandosi nelle mani di poche persone, Marx espose la teoria del plusvalore.

Per comprensibili motivi non entriamo nello specifico di tale teoria. Semplificando al massimo, ci limitiamo a dire soltanto che il lavoratore ha il diritto di ricevere una retribuzione pari al lavoro necessario per trasformare la materia prima in prodotto finito. Ne consegue che il valore effettivo di un determinato prodotto deve essere commisurato alla quantità del lavoro che esso richiede. Quindi, se un operaio lavora 10 ore al giorno, la paga che l’imprenditore deve corrispondergli dovrà essere l’equivalente di 10 ore, ma, trovandosi dinanzi ad una sovrabbondanza di mano d’opera, egli retribuisce l’operaio ad un prezzo inferiore. A tal proposito si legge nel Manifesto: “Il prezzo medio del lavoro salariato è il minimo del salario del lavoratore. Dunque quello di cui l’operaio si appropria mediante la sua attività è sufficiente soltanto per riprodurre la sua nuda esistenza”.

In altre parole, se un determinato oggetto richiede 10 ore di lavorazione e l’imprenditore, invece, impone all’operaio una paga di 6 ore, egli lo defrauda di 4 ore di lavoro. Queste ore lavorative non pagate costituiscono il profitto dell’imprenditore, cioè la defraudazione che riceve l’operaio. Questo profitto, ovvero questo plusvalore, corrisponde alla quantità di lavoro non retribuito. Un vero furto ai danni dell’operaio. La sovrabbondanza della mano d’opera determina anche una spietata concorrenza che i capitalisti, a loro volta, si fanno reciprocamente, per cui, secondo le previsioni di Marx, le piccole imprese sono destinate a soccombere e ad essere assorbite dalle imprese più potentemente attrezzate.

Inoltre, con il progresso produttivo, occorrono strumenti sempre più complessi e costosi, talché si restringerà vieppiù il numero delle aziende che ne possono disporre. Ciò porterà all’accumulo del capitale nelle mani di una ristretta minoranza e, parallelamente, intensificherà lo sfruttamento della classe lavoratrice, con conseguente impoverimento e disoccupazione dell’operaio, che diviene proletario. La sua unica ricchezza, infatti, è la prole ed il salario gli consente il minimo indispensabile per la sussistenza sua e dei figli.

Al culmine di tutto ciò scaturirà inevitabilmente quella rivoluzione da lui preconizzata. Quando lo sfruttamento del proletariato,  da parte della borghesia. avrà toccato l’acme, sarà ineluttabile l’urto tra le due classi ed esso porterà all’espropriazione degli espropriatori.

Questo, ben s’intende, avverrà in modo cruento e sanguinoso. “I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro fini possono essere raggiunti solamente col rovesciamento di tutto l’ordinamento sociale finora esistente. Le classi dominanti tremino al pensiero di una rivoluzione comunista. I proletari non hanno che da perdere le loro catene: hanno un mondo da guadagnare”.

Inoltre, l’abolizione della proprietà privata porterà, di conserto, all’abolizione della società in classi.

Ma l’errore sta proprio nel fatto che si è voluto guardare solamente agli effetti negativi della concorrenza e non al lato positivo, anch’esso molto importante, in quanto la concorrenza porta a un miglioramento del prodotto, a una maggiore produzione, al calo del suo costo, alla maggiore vendita e quindi al maggiore impiego di mano d’opera.

È certamente questo il motivo per cui l’URSS, mentre competeva con gli Stati Uniti d’America per la conquista degli spazi interplanetari, non riusciva a costruire delle utilitarie, a un prezzo accessibile ai suoi cittadini!

Il datore di lavoro tenta sempre di migliorare le condizioni dei suoi operai per migliorarne il rendimento e lo stesso operaio non vedrà costantemente nella borghesia uno spietato despota, perché egli stesso spera di divenire, migliorando, un borghese.

Sta di fatto che le classi non potranno mai essere eliminate, perché, se ciò avvenisse, si formerebbero nel loro seno miriadi di altre classi e conseguenti corporazioni, ciascuna per un determinato tipo di lavoro, dall’artigiano all’operaio, dal medico all’avvocato, etc., capaci di provocare, a loro volta, lacerazioni forse ancora più profonde fra i membri della comunità.

E …  si sarebbe potuto riflettere con queste discussioni accademiche ancora per molto, se un uomo geniale, tuttora in vita, Micail Gorbacev, non fosse comparso sulla scena politica. Questi, da studente universitario, si iscrisse al Partito Comunista dell’Unione Sovietica e, attraverso una rapida carriera, nel marzo del 1990 venne nominato Presidente dell’Unione Sovietica.

Con lui il mondo occidentale conobbe due parole russe di grande importanza: perestrojka = riorganizzazione politico-economica e glasnost = libertà di espressione, tanto che, nell’ottobre di quello stesso anno, gli venne attribuito il Premio Nobel per la pace.

Nel dicembre del 1991, attraverso complesse vicende, rassegnò le dimissioni da Capo di Stato. Ma, ormai, già si era avuto l’allentamento della presenza militare sovietica nell’Est europeo, che fece risvegliare i sentimenti di indipendenza nelle repubbliche dell’URSS e nei paesi satelliti.

Il risultato di tutto ciò fu l’aumento della migrazione di centinaia di migliaia di tedeschi dalla cosiddetta “Repubblica Democratica” verso Ovest, la qual cosa portò, nel novembre del 1989, all’abbattimento del “muro di Berlino” e, con esso. all’affermazione di governi non comunisti nell’Est europeo, all’unificazione delle “due Germanie” e quindi alla vera libertà, quella libertà dei popoli, tanto auspicata dal marxismo-leninismo e dalla quale rifuggivano tutti coloro che l’avevano provata e assaporata.

Finì finalmente un’impossibile uguaglianza tra tutte le genti del mondo, ove nessuno può distruggere la propria storia nel sogno di una … grande illusione.

(Maggio 2020)

Accucchià

Accucchià

 

di Alfredo Imperatore

 

Il verbo napoletano accucchià o accucchiare, pur derivando chiaramente dall’italiano accoppiare, composto da a (rafforzativo)+ coppia, ha un significato molto più estensivo del semplice accoppiare. Il nostro accucchià significa adunare, appaiare, riunire, apparigliare, mettere insieme, ecc.

E’ famosa la frase che il nostro grande commediografo Eduardo Scarpetta sbottò all’indirizzo dell’avvocato Enrico Còcchia, mentre patrocinava in tribunale Gabriele D’Annunzio, nel famoso processo, da questi intentatogli, per presunto plagio alla sua tragedia “La figlia di Iorio”. Durante l’arringa del Còcchia, lo Scarpetta si alzò esclamando: <Che cacchio m’accòcchia stu cacchio de Còcchia!>.

La vicenda, data la portata dei personaggi, ebbe una risonanza che potremmo definire mondiale, e può essere così riassunta.

Fin dalla prima lettura del testo dannunziano, lo Scarpetta ne rimase affascinato, tanto che pensò da subito di trarne una parodia.

Per confessione dello stesso Scarpetta, autore di oltre cento commedie e due operette, circa settanta furono riduzioni dal francese di pochades di vari autori. Ma Egli precisò molto chiaramente che tradurre è un conto, mentre la riduzione è trasformazione molto difficile, perché bisogna “tagliare, condensare, trasportare le scene e i personaggi da un ambiente all’altro”.

L’Artista ci racconta che nell’agosto del 1904 si recò insieme con un comune amico a Marina di Pisa, ove in quel periodo il Vate soggiornava. Questi, all’inaspettata visita, li ricevette cordialmente e, dopo i soliti convenevoli, quando lo Scarpetta gli lesse alcune scene del 2° atto della sua riduzione teatrale, scoppiò a ridere, e subito concesse l’autorizzazione di parodiare la sua opera “La figlia di Iorio”. Però non volle mettere nulla per iscritto, affermando: <Siate sicuro che male non ve ne farò!>.

Forse non tutti sanno che lo Scarpetta, oltre che un grande commediografo, fu anche un raffinato poeta. Infatti, la sua commedia “Il figlio di Jorio” (notare la J), è in endecasillabi in napoletano.

Ma quando, nel dicembre dello stesso anno, lo Scarpetta diede al teatro Mercadante la prima di questa sua commedia, mentre il primo atto fu salutato da scroscianti applausi, all’inizio del secondo atto, forse per qualche piccolo errore di un’attrice, si scatenò un vero e proprio putiferio da parte dei patuti di D’Annunzio, per cui la rappresentazione dovette essere sospesa.

Non contento, il D’Annunzio citò in giudizio il Nostro per plagio, contraffazione e riproduzione abusiva della sua opera. Nella contesa entrarono i più bei nomi dell’epoca. Infatti, il D’Annunzio, per far avvalorare la sua tesi che si trattava di plagio, indicò come periti Roberto Bracco, G. M. Scalinger e Salvatore Di Giacomo, mentre Scarpetta, per avvalorare la sua tesi che trattavasi di parodia, si rivolse ai senatori Benedetto Croce e Giorgio Arcoleo.

Pronunziata la sentenza favorevole a Scarpetta, questi diede una grande festa al Caffè Calzona in Galleria, che si concluse con la lettura della Sua poesia intitolata “ ‘A causa mia”.

In essa, tra l’altro si legge: <E là sapite tutt’ ‘o risultato / che Còcchia nun sapette che accocchiare, / che Bracco, poco bene ed occupato, / non potette venire a…peritare!>.

Il processo, come anzidetto, suscitò uno scalpore internazionale, tanto che il più grande tenore così gli scrisse dall’America: <Carissimo Scarpetta, Voi non mi direte importuno, se vi chiedo con la presente due vostri libretti del Figlio di Jorio. Vorrei ammirare questo lavoro che tanto chiasso suscitò sui giornali del mondo intero, Vogliate, egregio Amico, concedermi questo favore. Vi ringrazio sentitamente e consideratemi sempre vostro amico. Enrico Caruso>.

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Dal libro di Alfredo Imperatore: “Passeggiata tra 102 parole napoletana: da Accucchià a Zoccola, con divagazioni linguistiche”.  Prefazione di Sergio Zazzera.  Edito da Cultura Nova. Dic. 2019. Euro 12.

In questo terribile momento in cui le librerie sono chiuse, il libro può essere comprato allo stesso prezzo su Amazon.  

(Aprile 2020)

I giorni di Jacques

I giorni di Jacques, di Curzia Ferrari

 

di Luigi Alviggi

 

 

Nel 1987 l’arcivescovo di Parigi, cardinale Lustiger, postula, con i frati salesiani, la beatificazione di Jacques Fresh, detto Zou, nato a Parigi nell’aprile 1930 e ghigliottinato a La Santé il primo ottobre del 1957. L’Autrice ne ripercorre le tappe di vita. A scuola va male, crescendo prova droghe con gli amici Louis e Pierrette. Il padre lo avvia nella propria banca per un grande avvenire ma lui ruba. Senza lavoro, giunge la chiamata per il servizio militare. Con Pierrette, sua ragazza, Zou tira avanti con lettere senza che li leghi un nucleo forte. Rimane incinta. Il padre, Leopold Polack, è un industriale del carbone, la moglie Marinette, colpita dal giovane, vorrebbe un sentimento stabile. Leopold, intuito lo stampo, chiede per interesse che la figlia lo sposi e poi divorzi. Ma Jacques è un sognatore e tale rimarrà per sempre con il fascino della Polinesia in mente. Quanto non si possiede diventa un posto ideale anche se paragonato al pur cospicuo che si ha.

Nei sogni può assaporare tutto, non si capirà mai e resterà sfasato per l’intera vita. Addirittura è più innamorato della madre di Pierrette che di lei, avranno però una figlia, Veronique. Un fiume di denaro continua a scorrergli tra le mani. Prima quelli del padre, poi quelli del suocero che lo ha inserito  in azienda. Le scarse capacità lo scompenseranno ancor più. Se la cava solo con le donne, riservando loro amori passeggeri. Situazione complicata anche dall’odio delle consuocere, Fresh e Polack, ebrea la seconda come Minou, il nome dato da Zou alla sposa. I conflitti familiari prima o poi sanno diventare devastanti. La Ferrari pennella il protagonista: “Soffrendo di irrealtà, vive in ogni casa come uno straniero – mezzo artista e mezzo mentecatto.”

L’incontro occasionale con un’ingenua fanciulla, Thérèse, gli darà un altro figlio, Gérard, rifiutato dai genitori alla nascita. Per più di quarant’anni sarà respinto anche dalla famiglia Fresh, pur riuscendo a diventare un maestro di musica. La madre gli si negherà anche da anziana. Jacques ruba anche al suocero e molto. Di nuovo licenziato, sfruttando il cognome, fonda una società carbonifera che in breve fallisce. Dirà quando tutto è perduto: “Ero provvisto allo stato embrionale di alcune possibilità d'esse­re felice”.

Sogna il battello che lo porterà lontano, nel paradiso che accarezza dall’adolescenza. Gli serve per questo molto denaro e niente può fermarlo. Arriva il tetro giorno di febbraio. Amici ancor più tetri gli mettono in tasca una pistola per una rapina a un conoscente del padre. Per un’inezia gli va male e fugge. La polizia è messa sulle tracce dagli stessi complici “amici”. La ciliegina sulla torta la pone con il maggiore errore della vita. Uscendo da un palazzo in cui si credeva al sicuro, trova un poliziotto ad attenderlo e gli spara. Il piombo uccide l’uomo e travolge l’ottuso artefice. Il suo passato,il suo futuro, tutto resta sbriciolato!

Curzia Ferrari, milanese, giornalista, poetessa e scrittrice, predilige l’affondo nella psiche del protagonista, uomo mai cresciuto. Il libro avvince quanto e più di un thriller e gli va dato il merito di una prosa quanto mai limpida. Tagli psicologici affollano le pagine ricostruendo la deforme personalità di Zou. Si parla di eventi reali e c’è da notare che anche molti soggetti, suoi compagni nel breve percorso, sono assai scompensati dalle tempeste della vita, a peggiorare il tutto.

Curata l’esposizione dell’evoluzione di Jacques durante i due anni in carcere prima dell’esecuzione, costruita con un certosino lavoro d’indagine sulle tantissime lettere, scritte dal recluso, e sul “Giornale intimo”, dedicato alla figlia, pubblicato postumo e che venderà un milione di copie. La stentata conversione all’uomo diverso muove verso spazi che lo avvicinano alla religione, lasciandolo smarrito. Il padre, Georges, ex collaborazionista nazista, ora va a trovarlo ogni settimana e gli manda un vaglia. La madre, Marthe, si occupa della moglie e della bimba. Oltre Baudet - l’avvocato difensore -, padre Thomas - un antico amico batterista, ora monaco benedettino -, il domenicano Devoyod che salirà con lui sulla ghigliottina, saranno le due Santa Teresa – d’Avila e di Lisieux – a guidarlo verso una radicale rinascita spirituale. Il processo di soli tre giorni, in tutto fissato da un’opinione pubblica giustizialista, l’avvierà alla ghigliottina.

Al termine del libro l’idea sull’uomo è ambigua, di certo un soggetto che non ha saputo trovare un equilibrio. Passate le tempeste giovanili, il periodo della fuga gauguiniana prende il sopravvento. È per questo motivo che commetterà lo stupido omicidio, sparando quando è in trappola e il precedente reato avrebbe inflitto una pena molto minore. Poi, nella solitudine della cella, la rotta devia vistosamente e iniziano le fantasie mistiche. Aiutato dalle figure citate, sente l’animo trasformarsi e, con l’immagine della Vergine Maria e delle due Santa Teresa incollate alle pareti, si volge a mete ultraterrene. Sposerà religiosamente Pierrette. L’uomo che salirà al patibolo è qualcuno che ha cumulato diverse vite e si sente attratto da quanto non è mai riuscito a trovare. La mescolanza tra fiaba, sogno e realtà volge all’acme. Per penetrare il complesso calvario di un’anima, questo libro è la lettura indicata.                                                               

Curzia  Ferrari: I giorni di Jacques

Ares, 2019 – pp. 208 - € 15,00

(Aprile 2020)

GRETA THUNBERG

GRETA THUNBERG, l’Eroina del 2019

 

di Mariacarla Rubinacci

 


    Irriverente, sfidante dei leader del mondo, inermi nella loro incapacità di frenare il cambiamento climatico, frontale verso i giovani, con i suoi 16 anni, Greta è l’attivista più influente del pianeta. Il 2019 l’ha vista in prima linea, da protagonista.

   Eletta Personalità dell’Anno 2019 dalla rivista Time, guadagna lungo il cammino decine e decine di riconoscimenti. Con il suo sguardo pungente, si rivolse al mondo per la prima volta nella Piazza centrale di Stoccolma, munita di un cartello di legno, con la scritta a mano: “Torniamo a parlare di clima nelle scuole”. Quando le diagnosticarono di essere affetta da Sindrome di Asperger, tradusse la sua infermità in queste parole: “Pensare differente è un regalo, mi permette di cercare soluzioni impensabili.” Da qui il suo formidabile talento nel creare frasi di forte impatto, senza però farsi coinvolgere emotivamente dai suoi stessi discorsi: “Siamo nel mezzo della sesta estinzione, rapida, di 200 specie, viviamo l’erosione della crosta terrestre a scapito dei terreni fertili, vediamo l‘espansione della desertificazione, respiriamo aria inquinata, soffriamo per la moria di insetti e di fauna…

   Una flotta di 1.500 velieri, ogni anno, da ottobre a novembre, attraversa l’Atlantico dall’Europa fino all’America, 7.400 Km, con vento in poppa, appellando l’impresa “Viaggio di piacere”, mentre nel secolo 21 incrocia l’Atlantico un veliero “per necessità”, come lo fa Greta.

   Invitata a parlare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Greta sceglie un viaggio libero da emissioni di anidride carbonica, lei, l’adolescente più famosa del momento, trova un modo per arrivare in America che non sia in aereo. Pier Casiraghi di Monaco, appassionato ecologista, le offre il suo veliero come appoggio di cui ha bisogno per far arrivare la sua testimonianza. Partono da Plymouth in Inghilterra, fino a New York, a bordo della Malizia II, veliero da competizione, dotato di pannelli solari, ma senza cucina, senza bagno, senza doccia. Un viaggio di due settimane, dal 14 al 28 agosto, accompagnati dai delfini, in notti limpide e con la vista lucente della Via Lattea. Intorno a loro solo l’Oceano e il suono delle onde. “Ho vissuto in un ambiente estremo, totalmente sconnessa da tutto e da tutti, dove ero io e il mare.” Così si esprime al suo arrivo a New York.

   Durante le interviste in televisione, mostra la sua smorfia di disgusto per l’impatto avuto con la Grande Mela. In diretta la vedono milioni di telespettatori, i quali, invece di sentirsi offesi, applaudono catturati dall’onestà, così brutale, della giovane svedese.

   Oggi Greta è una stella che brilla fra gli eventi i più lontani che mai da un’agenda politica, economica, dalle lotte globali delle nazioni. E’ la voce che punta il dito verso l’incompetenza degli adulti, preferendo rivolgersi ai giovani affinché si generi un movimento di resistenza e - perché no? - di rivoluzione culturale. Chiede ai leader mondiali che si preoccupino del futuro in cui saranno destinati a vivere gli adulti di domani. Piaccia o no, è giusto scrivere sui cartelli di legno che il cambio di rotta è ormai necessario.

(Febbraio 2020)

BilerChildrenLeg og SpilAutobranchen