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Il cervello anarchico – Enzo Soresi   di Luciana Alboreto   SIN è la sigla della “Società Italiana di Neurologia” che, dal 14 al 20 marzo 2016,...
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IO E LA VALIGIA

 

di Luigi Rezzuti

 


Ero seduto davanti a quella valigia rigonfia, nella quale gli indumenti avanzavano tanto da “obbligarla” a non chiudersi.

Non  ricordavo di essere stato tanto imbranato come in quel momento.

Dalle nove del mattino non avevo fatto altro che provare e riprovare tutti i sistemi possibili, impossibili ed inimmaginabili, per sistemare in quella valigia i miei vestiti.

Ero soltanto riuscito a farne entrare una piccola parte… In pigiama e in vestaglia, così come appena alzato, non ero ancora rasato né vestito,

E sudavo, come se avessi addosso un cappotto.

Verso mezzogiorno ero talmente angosciato da sragionare e trattare quella valigia come una persona.

Dapprima mi rivolsi a “lei” teneramente “So bene che è  sgradevole tenere tutte queste cose dentro di te, soprattutto le scarpe… Allora toglierò le scarpe e tu ti comporterai bene e accetterai tutto il resto!... D’accordo?”.

Ma la valigia continuava a comportarsi male :”Su, sii buona! Oggi dobbiamo prendere il treno, le vacanze sono finite, ho già comprato il biglietto e devo ancora fare mille cose. Non sei contenta di ritornare a casa?”

Ma “lei”, niente, cocciuta e ostinata. Allora presi ad insultarla “Stupida! A che diavolo servi? Vuoi prendermi in giro? Ti faro vedere io chi è il più forte”.

Le appioppai una terribile pedata, una sola, perché calzavo pantofole leggere e il male che mi procurai non fu da poco.

Trascorsero altri terribili minuti. Non potevo rimanere lì come un imbecille, con la roba sparsa per la camera e la valigia che non si chiudeva.

Fu allora che bussarono alla porta. Andai ad aprire. Era il mio vicino di camera che, richiamato dalla mia voce alterata, era venuto a chiedermi che cosa mi stesse capitando.

Prego, si accomodi. Lei è il benvenuto!” e gli spiegai in breve l’emergenza mentre gli chiedevo: “Vuole essere così gentile da aiutarmi a chiudere la valigia?”Ma lei ha tanta roba!” Lievemente infastidito, replicaiche era la stessa roba di quando ero partito e la valigia allora si era chiusa “Anzi ce n’era di più perché ho perduto due camicie e una giacca”.

L’uomo della camera accanto scosse la testa dicendo: “Eh, le valigie sono fatte così. Dovrebbe fare come me: io porto poche cose, così viaggio leggero.… Comunque, diamoci da fare”.

Sistemammo alla meglio le camicie e gli abiti nella valigia ma l’uomo mi chiese un momento di pausa perché, essendo rimasto a lungo chinato, gli era sopraggiunto un terribile mal di schiena.

Provammo molte “combinazioni” pur di chiudere la valigia e tuttavia, ancora una volta, non ci fu nulla da fare.

Alla fine collaudammo una tecnica nuova: cominciammo a pigiare la roba con pugni energici e poi, con tutto il peso, non indifferente, dei nostri corpi ci buttammo seduti sulla valigia.

Quindi feci scivolare, cautamente, la mano lungo la cerniera, chiudendo finalmente quella dannata valigia.

“È fatta” esclamai, con un sorriso radioso. “È fatta…” “È fatta…” sussurrò, sfinito, ma con un ghigno di vittoria sul volto pallido, il signore che aveva guerreggiato insieme a me con la valigia.

Naturalmente, scarpe e altre sciocchezze simili erano rimaste fuori, ma decidemmo di metterle in sacchetti di plastica, facilmente trasportabili.

Abbracciai di cuore il mio buon vicino, esternandogli la mia gratitudine.

L’uomo si avviò alla porta ma, prima che la sua mano si posasse sulla maniglia,  lo raggiunse una mia angosciata esclamazione, che lo costrinse ad una veloce giravolta, “Che c’è?”, mi chiese allarmato. Mi guardò mentre io, immobile, con le braccia penzoloni lungo i fianchi, indicavo il pigiama e la vestaglia, che ancora avevo addosso. E intanto mi  mancava il vestito per il viaggio di ritorno!…

“Capperi! Si ricomincia… Siamo di nuovo in guerra!” esclamò il simpatico vicino ed entrambi scoppiammo in una fragorosa risata...

(Aprile 2019)

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