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Miti napoletani di oggi.72

L’INDUSTRIALIZZAZIONE

 

di Sergio Zazzera

 

Fin dal XVI secolo, una vasta area a sud di Napoli – da Torre Annunziata a Gragnano – fu caratterizzata dalla produzione della pasta secca alimentare. Sempre a sud, ma alle porte della città, dai primi del secolo scorso, San Giovanni a Teduccio ospitò lo stabilimento della Cirio, realizzato da Giovanni Signorini, piemontese di larghe vedute, ma anche più a sud, fino all’Agro Nocerino-sarnese, le industrie alimentari fiorirono.

Poi, quasi contemporaneamente alla Cirio, nell’area di Bagnoli cominciarono a insediarsi le industrie metallurgiche e chimiche: la prima fu l’ILVA (poi Italsider, nella foto), nel 1904, seguita dalla Montecatini (1908), dall’Eternit (1936-38) e dalla Cementir (1947). La loro fine, però, cominciò nel 1964 e si protrasse fino al 1992; nel frattempo, già fra gli anni 50 e i 70 era iniziato il tramonto anche delle industrie alimentari.

A questo punto, lo sguardo attento del lettore meridionale non può non cogliere la duplicità del mito dell’industrializzazione del Napoletano. Da una parte, infatti, la concentrazione d’industrie metallurgiche e chimiche sul litorale di Bagnoli ha distrutto quella che sarebbe potuta essere, per Napoli, l’equivalente della Riviera di Ponente genovese; e Dio solo sa quanto costerà, in termini sia di tempo, che di danaro, la bonifica. Dall’altra, poi, oggi nelle cucine napoletane entrano pasta e conserve alimentari provenienti, nell’ipotesi più benevola, dall’Italia centro-settentrionale (quella più malevola è la provenienza dall’Estremo Oriente).

È recentissima la notizia dell’intenzione dei sorrentini di recuperare lo storico mulino in fondo al vallone, nell’ottica d’intraprendere la produzione della pasta “come quella di una volta”. L’augurio più “napoletano” che si possa formulare è che “passi l’Angelo e dica Amen”.

(Giugno 2019)

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