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L’abbandono dei Vergini

 

di Antonio La Gala

 

I quartieri napoletani compresi fra via Foria e le alture di Capodimonte sono nati come borghi abusivi fuori le mura della città, quando, soprattutto in epoca vicereale, l’abnorme crescita della popolazione si riversò fuori la città murata, nonostante che le numerose, severe e reiterate “prammatiche” spagnole, lo vietassero.

Quest’area era già stata zona di espansione della città, a partire dall’epoca greco-romana, ma nel ruolo di necropoli esterna alla città, come testimoniano le catacombe e le sepolture che vi sono sorte (le catacombe di San Gennaro, di San Gaudioso alla Sanità, di San Severo, le Fontanelle, ecc.).

In epoca vicereale, lungo i percorsi che in quest’area (la valle dei Vergini e contigua valle della Sanità), congiungevano la città murata ai luoghi di sepoltura, iniziarono a insediarsi abitazioni abusive, alcuni complessi conventuali e, successivamente, specialmente nel Settecento, residenze aristocratiche.

Sono gli insediamenti che oggi troviamo lungo il percorso che da Porta San Gennaro, scavalcata via Foria, dopo essersi diramato in due brevi strade, si riunifica e sfocia nel largo dei Vergini, dopo il quale, il percorso si dirama ancora in due vie: via Arena alla Sanità e via Cristallini.

In questo articolo osserviamo più da vicino ciò che troviamo attorno a questo “largo”, cioè il cosiddetto “borgo dei Vergini”.

L’antichità di presenze nel borgo è testimoniata dal rinvenimento, nell’area fra via dei Vergini, vico Tretta, i Cristallini e Santa Maria Antesecula, ad una decina di metri di profondità, di ipogei funerari di età ellenistica, sotto forma di camere scavate nel tufo, talvolta con pareti decorate da bassorilievi o affreschi.

In effetti in quell’area, prima della nascita del borgo, si erano sviluppati vasti nuclei cimiteriali di tombe gentilizie, allineate lungo i percorsi di collegamento con la parte della città interna alle mura, tombe spesso scavate nelle pareti tufacee scoscese in cui  questi percorsi correvano, cioè avevano l’ingresso  al livello del terreno di allora.

Nei secoli successivi, l’accumularsi di detriti trasportati dalle numerose e disastrose alluvioni (le cosiddette “lavedei Vergini”), è andato coprendo il fondo dei percorsi e le tombe che vi si aprivano, affondandone l’ingresso, trasformandole in tombe ipogee. Alcune di esse sono state scoperte, recentemente, per caso, durante qualche scavo sotto alcuni fabbricati; altre sono rimaste inesplorate (e lo rimarranno per sempre), sotto altri fabbricati.

La denominazione del luogo, “I Vergini”, deriva dal fatto che fra i nuclei sepolcrali di età classica, vi era nell’area detta poi dei Vergini, quello della fratria degli Eunostidi, adoratori di Eunosto, nume del misogenismo, i quali pare facessero voto di castità, dando così la denominazione al luogo, tant’è che la denominazione declina Vergini al maschile: “I Vergini”.

In età cristiana il sorgere di catacombe e connesse basiliche, conferirono all’area un carattere sacrale, che favorì il sorgere di complessi conventuali e assistenziali, motivo per cui, nello spazio di poche decine di metri, nel borgo dei Vergini troviamo ben quattro chiese: la chiesa di Santa Maria della Misericordia o Misericordiella ai Vergini, già esistente nel Cinquecento; la quasi contigua chiesa di Santa Maria Succurre Miseris, sorta nel Trecento; la chiesa di Santa Maria dei Vergini, le cui origini risalgono al 1326, e la vicina chiesa della Missione dei Padri di San Vincenzo dei Paoli dove incontriamo Luigi Vanvitelli, qui chiamato ad ampliare, dal 1756 al 1764, il complesso esistente, sistemando fabbriche già costruite da altri nei decenni precedenti.

Nel primo Settecento, nella fioritura dell’ultima fase del barocco, il rococò, Ferdinando Sanfelice, il più grande architetto napoletano di quello stile, fra il 1723 e 1726 impreziosì il borgo dei Vergini con due delle sue più riuscite creazioni: il palazzo dello Spagnuolo, in via dei Vergini e palazzo Sanfelice, in via Arena della Sanità. 

Tenendo conto di quanto fin qui esposto, possiamo ben dire che il borgo dei Vergini, con le sue memorie di età classica, i suoi conventi, le sue chiese, i suoi palazzi aristocratici, costituisce un luogo particolarmente ricco di storia; racchiude un patrimonio storico, artistico, culturale, il quale meriterebbe ben altra visibilità, promozione e conservazione di quelle che la città gli ha sempre riservate e che gli riserva tuttora. Cioè nessuna, ma abbandono e offese collettive quotidiane.

Non per ripetere uno dei luoghi comuni che riguardano non laudativamente la nostra città (che gli ipercampanilisti esorcizzano come malevoli pregiudizi), si potrebbe ben dire: “se questo patrimonio stesse a un’altra parte…”.

La figura che accompagna questo articolo mostra la facciata di Santa Maria dei Vergini.

(Luglio 2020)

 

 

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