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Belle Arti. Luci e ombre.

 

di Antonio La Gala

 


L’Istituto delle Belle Arti di Napoli, dopo decenni di peregrinazioni in varie sedi, approdò, negli anni di poco successivi all’Unità d’Italia, nell’ex convento di San Giovanni delle Monache, ubicato nell’isolato fra via Bellini e via Costantinopoli, costruito a cavallo fra Seicento e Settecento.

L’adattamento del convento al nuovo uso fu affidato all’architetto Enrico Alvino, in quel periodo molto attivo nelle opere pubbliche di Napoli, il quale cercò di non stravolgere troppo l’assetto originario interno dell’edificio, come dimostra la sopravvivenza dei chiostri. Diversa sorte subirono le facciate che l’Alvino risolse con il tufo a vista e ampliando notevolmente le finestre.

Nella cura dei lavori di sistemazione dell’edificio, ad Alvino successe Giuseppe Pisanti, autore, nel 1880, dello scalone interno dell’Istituto. Pisanti è l’architetto che, al Vomero, ha disegnato la basilica di San Gennaro ad Antignano.

Molti credono che il mondo dell'Istituto di Belle Arti, essendo frequentato da artisti, persone di eletta sensibilità, dediti ad estasi artistiche, fosse anche una comunità in cui pensieri, discorsi e comportamenti fossero nobilmente distanti dal comune sentire.

Non vorrei disincantare qualche lettore facendogli sapere che, spesso, chi viveva quella realtà dall'interno ce la rappresenta più vicina a quella di ogni qualsiasi altra aggregazione umana, in cui agli slanci nobili, si alternavano invidie, egoismi, desideri di prevalenza, interessi, ed altri non lodevoli e ampiamente diffusi comportamenti umani.

Tanto per cominciare, non pochi artisti trovavano lo spazio per entrarvi solo grazie ad una "presentazione", fatta da un amico di famiglia, un compaesano, già divenuto artista importante. E' noto che, anche se bravissimi, più di un artista ho potuto farsi conoscere e apprezzare, grazie all'interessamento, peraltro disinteressato, di Casciaro, per lo più dovuto a legami di compaesamità o di amicizie e parentele comuni. 

Chi lo spazietto nell'Istituto se lo era ritagliato, raramente accoglieva a braccia aperte nuovi aspiranti e nuovi venuti.

Il giovane abruzzese Michetti, per entrare in Accademia, fu raccomandato al direttore Smargiassi da un incisore chietino. Racconta Ugo Ojetti: "Lo Smargiassi, elegante, solenne, vestito all'inglese, li ricevé con sussiego. Allo sponsor che disse "questo è un giovanetto che viene da Chieti per diventare pittore', rispose: 'Comme, tu vo' fà ò pittore? Fa piuttosto o' solachianiello". Michetti così rievocherà l'episodio: "Quella fu la prima parola che udii dall'arte ufficiale".

I due mostri sacri della pittura ottocentesca, Morelli e Palizzi, osteggiavano in ogni maniera le innovazioni e le nuove idee: quando De Nittis, Rossano e De Gregorio, dettero vita alla scuola di Resina, essi li definirono sprezzantemente i fondatori della "Repubblica di Portici". L' ostracismo dei due Sublimi verso le novità costringeva, poi, altri artisti di talento, ad esempio Migliaro, Dalbono, Caprile, Volpe, Scoppetta, per sopravvivere, ad arrangiarsi vendendo quadri che, per stile e soggetti, assecondavano il gusto prevalente, non eccelso, del mercato.

Per di più l'Ottocento pittorico napoletano fu un secolo di artisti longevi, cosa che non fece trovare abbondanti porte aperte ai giovani.

Né mancavano episodi squallidi. Poco dopo il suo arrivo a Napoli, Attilio Pratella si vide sparire in un'aula della scuola la cartella che aveva portato con sé da Bologna, in cui custodiva numerosi studi pittorici. Fra i ricordi meno artistici dell'Istituto di Belle Arti alcuni hanno conservato quello del traffico di pezzi di cadaveri umani fra le sale di disegno di anatomia e le sale di anatomia del vicino ospedale di S.Aniello.

Nell’immagine che accompagna questo articolo vediamo gruppi di allievi nell'Istituto di Belle Arti di Napoli a fine Ottocento, negli anni in cui l’alta reputazione dell’Istituto attraeva artisti da tutta Italia e anche dall'estero. Nei bianchi e ampi austeri cameroni dell'Istituto, al dialetto napoletano si associavano quelli pugliese, abruzzese, siciliano, calabrese e, per alcuni anni, il romagnolo di Pratella.

Noi non abbiamo esperienza diretta e recente dell’Istituto, ma abbiamo fondati motivi per ritenere che esso, dal punto di vista della formazione artistica, sia ancora un punto di eccellenza del mondo della cultura della nostra città.

(Gennaio 2021)

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