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L’ARTE DI LEGARE LE PERSONE, di Paolo Milone

 

di Luigi Alviggi

 

Si riesce a lavorare in Psichiatria solo se ci si diverte.

Io mi sono divertito per anni.

Non tutti gli anni:

non i primi – troppe illusioni,

non gli ultimi – troppi moduli,

non quelli di mezzo – troppo mestiere.

 

Il Reparto 77 è un’unità ospedaliera di Psichiatria d’Urgenza. È qui che lavora per decenni Paolo Milone (Genova, 1954), psichiatra, entrando in contatto con la parte più debole e delicata dell’umanità. Una consistente fetta che, nel silenzio generalizzato se non del corpo dello spirito, richiede massima cura nel tentativo disperato, e a volte vano, di tenderle la mano per l’indispensabile vitale soccorso. “Se tu non fossi tu, se io non fossi io”: due mondi ben distinti che devono venire a patti, interagire, ma il potere dell’uno sovrasta drammaticamente quello dell’altro, e dunque l’effetto più temibile e incombente è che il primo finisca per distruggere irrimediabilmente il secondo. Sicuramente uno dei rapporti sociali più fragili e complessi: la psichiatria, più di qualsiasi altro “mestiere”, è decisamente da sconsigliarsi alla grande maggioranza delle persone... Il titolo è una “battuta”: non si lega materialmente nessuno, piuttosto è da intendere – e questa è la vera ARTE! – sul come “legarsi” alla persona che è venuta per trovare aiuto… I letti di contenzione ci sono stati in altri tempi e luoghi!

Cento intoppi lungo la strada: da una parte il riserbo comprensibile dell’ammalato che, per motivi a volte insormontabili, soffre di un blocco comunicativo; dall’altra lo sforzo non piccolo del terapeuta per individuare la chiave che consenta di iniziare a penetrare l’universo dell’altro. Connubio non sempre possibile, ma è questo il primo passo che può condurre a una qualche riuscita.

In agguato, costante e perenne, c’è il fantasma del transfert. Quando il medico è uomo e la paziente, specie se giovane e piacente, è donna, inevitabile che tra i due inizi a strutturarsi un qualcosa che travalica il rapporto medico-paziente per accostarsi alla fisicità propria di due persone di sesso opposto. Lo stesso, ovvio, anche a sessi invertiti. È un aspetto delicato di ogni rapporto professionale ma in questo caso è certo speciale. Quando è indispensabile spalancare le porte di un’anima, il terreno diventa molto più sdrucciolevole.  A indagare il problema sono stati in molti ma non per questo il relativo approccio è divenuto più facile. Fondamentale tenerlo sotto controllo nell’interesse e per il benessere di entrambi. La responsabilità maggiore – chiaro - ricade sulle spalle dell’esperto ma, tenuto a bada, può essere un aspetto coinvolgente, e spesso opportuno, dell’efficacia del rapporto guaritore-ammalato. L’argomento, inevitabile nell’esperienza prolungata di qualsiasi terapeuta, viene toccato più volte in questo “diario”, additandone vari aspetti e dissociando con perizia pericolosi sentimenti transitori da benefici concreti per il malato. Qualcosa di simile si verifica nell’Autore con l’affetto che gira a mezzo tra istinto paterno e impulsi maschili verso Lucrezia, una bella ventenne che arriva in reparto con piccoli tagli recenti oltre a numerose cicatrici di vecchia data. Milone lo descrive con una cura più estesa, forse proprio perché dimostra come anche l’attenzione maggiore a volte non assicuri il successo del percorso compiuto:   

 

Ti siedi e il tuo corpo si siede con te.

E sta assiso in mezzo alla stanza,

in impaziente attesa che noi finiamo le parole.

Senza fartene accorgere, tu tieni il tuo corpo il più possibile

lontano da me: che non mi distragga.

Anch’io sento il mio corpo. Si agita.

Continuiamo a parlare indifferenti,

come se il tuo corpo e il mio non esistessero.

Ma il tuo corpo è una cavalla bianca in mezzo alla stanza,

e il mio è un cavallo nero.

Noli me tangere. Ma i cavalli non sanno il latino.

 

Dobbiamo riconoscere fluttuante il confine tra pazzia e trascendenza. Questa constatazione nasce - nelle tante succinte descrizioni di pazienti che affollano le pagine del libro - dal rilevare come lo sguardo guaritore del medico si debba allargare da parole o atteggiamenti del soggetto in esame, anche fugaci, alle radici primarie dell’individuo di fronte. Molti gli esempi. Il fulcro nasce dall’indispensabilità di immergersi negli abissi dell’animo, fino al suo consistente fondo. Chi indaga in tal senso, è costretto a perfezionare al massimo la metodologia per percepire, anche solo per sommi capi, quanto si cela sotto la superficie, quasi sempre all’apparenza placida e quieta.

 

Beati gli psicoanalisti che stanno celati alle spalle.

Possono arrossire, piangere, sbadigliare,

e se vogliono, anche dormire.

Noi combattiamo in piena luce.

Se rinasco, faccio lo psicoanalista.

 

A lungo andare l’esperienza di uno psichiatra - quando descritta nella profondità di una professione quarantennale come avviene in questo caso - fa comprendere che la sensibilità esterna resta variata per l’effetto di trovarsi a contatto con singole realtà di migliaia di pazienti, talune certo stravolte ma altre buone a trovare echi ignoti in eventi ordinari. Per esempio, il diverso sguardo verso il perenne movimento del mare, il constatare in esso una capacità distensiva del tutto spontanea, capace di far impallidire anche la terapia più valida del miglior medico:

 

Che maestro!

In confronto al mare, noi psichiatri siamo nulla,

siamo la pozzetta d’acqua nel palmo della mano

usata per spegnere un incendio.

 

Milone ci parla anche degli aspetti difficili, dei problemi irrisolti che rimangono punti interrogativi fissi – i più indelebili nella mente –, delle cose che, nonostante i ripetuti colloqui, non si riesce a chiarire a causa di impuntature improvvise su cui la situazione si blocca per non più risolversi. E - più gravi e dolenti di tutti – i suicidi imprevisti e inspiegabili come quello della paziente che, appena entrata in reparto, si butta giù dalla prima finestra aperta incontrata lungo il cammino. Molti i casi possibili in una lunga carriera. Sono questi i punti fermi che restano più complessi e dolorosi nei ricordi di un accordatore mentale. È là che il terapeuta deve registrare, suo malgrado, la completa disfatta senza che, a volte, ci sia stata per lui alcuna possibilità di combattere. Le ferite permanenti di una professione complicata ove è molto difficile portare a segno una piena vittoria sulle forze disorganizzate ma tenaci del disagio mentale. Contro di esse il medico scrupoloso sta sempre in guardia per uscire dal confronto con il minor danno reciproco possibile ma anche per conservare al meglio quanto ancora intatto del proprio benessere psichico.

 

C’è chi ritiene che il ricovero in Psichiatria sia la cosa più brutta al mondo.

Talvolta la vita è ancora più brutta.

Gli animali feriti si nascondono in una tana e si leccano le ferite.

Psichiatria è una tana.

 

Compito del terapeuta è

scendere ogni giorno all’inferno

per aiutare chi ci vive.

                                                                                             

Paolo MILONE: L’arte di legare le persone

Einaudi, 2021 – pp. 196 - € 18,50

(Marzo 2021)

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