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QUALE  VIA  PER  PAPA  BERGOGLIO?

 

 di Luigi   Alviggi

 

 

Jorge Mario Bergoglio, argentino di Buenos Aires nato nel 1936,  dal 13 marzo scorso è il 266° successore dell’apostolo Pietro come vicario di Cristo in terra e vescovo di Roma. È il primo papa americano e gesuita della storia della Chiesa. Il primo viaggio da Papa fuori delle mura vaticane lo ha effettuato a Lampedusa, l’isola che per la sua posizione è il primo approdo di miseri emigranti in cerca di patria, che rischiano seriamente la vita nella speranza di un domani migliore, e purtroppo tanti di loro nel viaggio sono scomparsi in mare. In Brasile a Rio de Janeiro si sono da poco concluse le celebrazioni della 28a Giornata Mondiale della Gioventù. Ovunque, un bagno di folla plaudente ha accolto, accoglie ed accoglierà il massimo prelato della Cristianità, conquistata dalla figura aperta, dal nuovo corso inaugurato nella condotta papale, dai discorsi ispirati al più puro spirito evangelico.

Questo supremo Vescovo già nella scelta del nome si è riferito ad una visione della Chiesa come luogo lontano da ogni orpello, ascetico nella forma e nella sostanza, con un evidente rimando ai precetti francescani delle più totali povertà e rinuncia, a beneficio dei tanti, troppi, fratelli che in quest’epoca di diffuso benessere nel mondo occidentale ancora soffrono la fame e la privazione delle necessità primarie per un’esistenza accettabile. La figura del poverello d’Assisi, sotto questo profilo, è certo una delle più icastiche dell’intera agiografia cattolica. Bergoglio ha dichiarato di aspirare ad “una Chiesa povera e per i poveri”. È un uomo dai forti ideali, dalla coscienza intemerata, dalla condotta ammirevole, e con piglio deciso si va imponendo col suo austero stile di vita alla sterminata massa degli oltre un miliardo di cattolici nel mondo.

Sono passati ben venti secoli dal martirio di Cristo e poco meno dalle parole dell’evangelista Luca con riferimento a quanto Gesù disse ai Suoi apostoli: «Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi». Qui la riflessione si impone perché il vero cancro delle nazioni odierne è la potenza delle corporazioni di ogni tipo che, gelose dei privilegi acquisiti negli anni e sorde ad ogni rinuncia, abortiscono sul nascere quei progetti e quelle idee che vengono promossi da uomini di buona volontà per migliorare la qualità generale della vita umana. E l’Italia ne è esempio primario, non solo nell’oggi ma da fin troppo tempo.

Papa Francesco che ascende solitario, rischiando di cadere, sulla scaletta dell’aereo che lo porterà in Brasile è una figura umile quanto si vuole ma scollata dal contesto della tradizione e (consentitemi) con un che di derelitto. Trasporta con fatica una valigetta, nera per di più (ma non dovrebbe il nero essere bandito dal corredo papale?), e questo nero è un pugno nell’occhio e richiama alla mente quella maglia nera (lui, poi, tedesco!) che sbucava, come bracciali ai polsi, dalle maniche immacolate della veste papale quando Joseph Ratzinger si affacciò il 19 aprile 2005 dalla loggia di San Pietro per la prima benedizione Urbi et Orbi dopo l’elezione a Sommo Pontefice come Benedetto XVI. E stupisce, dal video relativo di Francesco, la scarsità di figure in abito talare presenti e poi partite con lui da Fiumicino – tre se ho ben visto, due con berretta rossa (una il cardinal Sodano, Segretario di Stato) ed una cremisi - nel nugolo di politici, il premier Letta in primis. Bergoglio s’è infilato nell’aereo senza voltarsi per salutare.

Ma l’immagine emblematica di una qualche discontinuità è certo quella del concerto del 22 giugno scorso, programmato in suo onore nell’Aula Paolo VI, in cui una bianca sedia vuota fa bella mostra di sé al centro del parterre gremito di alti prelati, politici e vip di stagione. Quella sedia vuota è l’ombra di una Sede Vacante permanente, in cui l’appartamento papale è chiuso, l’Angelus domenicale con affaccio dalla finestra di Piazza S. Pietro fa parte del passato, il Papa si reca di persona a pagare i propri conti, si fa la valigia da solo, ha l’anello piscatorio dorato, e così via. Ora, fatti meritori senz’altro, e che valgono a scuotere l’opinione pubblica diffondendo a profusione messaggi di un apostolo di Dio  austero, aperto al prossimo, lontano da ogni fasto relativo alla carica, pronto a sacrifici di ogni tipo per il maggior benessere collettivo. Un punto però si impone: può un Papa operare alla stregua di un qualsiasi parroco? Possono svanire nel vento venti secoli di papato, in qualche caso discutibili, ma pur sempre testimonianza di una Storia con la S maiuscola, ricca di pagine sante e gloriose? La residenza Domus Sanctae Marthae nella quale Francesco risiede, dopo esservi stato ospitato come uno dei cardinali dell’ultimo Conclave, può rimanere quale sede del Papa in carica?

 Le rivoluzioni richiedono una forza che non può venire espressa da un uomo solo, per quanto valido egli possa essere, specie quando intendono scuotere un conglomerato stratificato nei secoli, ricco di privilegi e prebende e, nel caso, un po’ dimentico di alcuni basilari precetti cristiani. Il vertice non può conoscere tutti quelli che affollano i piani inferiori. Deve rimettersi a suggerimenti e consigli di quanti gli sono intorno, sperando – su queste basi – di effettuare scelte oculate e meritorie. E qualcosa sembra già aver vacillato in scelte effettuate dal Papa con piena, anche se non ben fondata, convinzione. Il potere dei gruppi sovrasta i singoli. È il mezzo con il quale, bene o male, la civiltà è progredita, sancendo anche l’ascesa biologica della specie “homo sapiens sapiens”. Entrare nel gruppo e nei suoi favori, specie se esso è di antica formazione, significa integrarsi nel contesto, rispettarne le espressioni esterne, pur superflue quanto si vuole, ma che servono a rassicurare il gruppo stesso su continuità e validità proprie, inalterate nell’oggi e fondative per il domani. Occorre farne parte, malleabili all’ingresso, cauti nell’incedere, decisi nell’operare, ma pur sempre dall’interno. Il gruppo si chiude a riccio e reagisce di fronte a un qualsiasi attacco esterno. Trovarsi soli a difendere la roccaforte è compito improbo, al di sopra delle umane capacità.

Il Signore conceda a Papa Francesco la forza necessaria, e schiuda la possibilità di realizzare nel concreto le grandi aspirazioni che sorreggono ed innalzano questo Pontefice sopra la moltitudine di prelati vaganti all’interno delle mura che da oltre un millennio – le prime risalgono al IX secolo - circondano la Città del Vaticano, e ne custodiscono le mille facce, non sempre palesi,  della sua storia.

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