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Storia del Vomero e storia di Napoli

 

di Antonio La Gala

 

Fino a poco fa si tendeva a considerare realtà complessivamente diverse quella esistente sulla collina vomerese e quella della città storica di Napoli, come se queste non avessero alcun retaggio storico comune, una diversità anche d’identità sentita da entrambe le parti e su cui nell’immaginario collettivo è fiorita una quantità di luoghi comuni. 

Effettivamente quasi fino a tutto l’Ottocento il Vomero ha vissuto di fatto separatamente dalla città storica, e quindi fino a quell’epoca la sua realtà (Certosa e Castel Sant’Elmo a parte, ma presenze isolate e a se stanti), la sua storia, era quasi estranea a quella della città.

Ciò perché il Vomero costituiva una periferia disabitata, lontana e di difficile accesso, composta da piccoli nuclei abitativi rurali, dei villaggi, più o meno gravitanti sulla strada che dai tempi dei Romani collegava la zona flegrea con la città partenopea, passando per la collina vomerese, la Via Puteoli-Neapolim per colles.

Tuttavia, nonostante che la vita della collina vomerese e quella della città antica si siano svolte per secoli piuttosto separatamente, non si può comprendere la storia del Vomero dal Novecento in poi se non la si collega alla storia della parte storica della città, quando alla fine dell’Ottocento le vicende dei due luoghi cominceranno a fondersi. Da quel momento il seguito della vita, la realtà, della collina verrà determinato dalle conseguenze della storia della città vecchia.

Com’è ampiamente noto, quando a fine Ottocento l’abnorme sovrappopolazione e la congestione urbanistica di Napoli arrivarono a un livello di insopportabilità che sfociò nel colera del 1884, fu deciso di alleggerire il sovraffollamento della città trasferendo masse di napoletani sulla collina vomerese, allora non urbanizzata e quasi disabitata, fondandovi il Nuovo Rione Vomero, cominciato a costruire nel 1885.

L’immagine che accompagna questo articolo documenta la regale inaugurazione dei lavori avvenuta dove ora si trovano le scale che portano alla funicolare di Montesanto.

La storia del nuovo quartiere vomerese quindi nasce dalla storia della congestione della città vecchia. Le due storie si congiungono.

Nei primi decenni successivi alla fondazione, sotto l’aspetto socio-economico, identitario, la vita della collina continuerà comunque, in qualche maniera, a svolgersi diversamente da quella della Napoli antica perché vi saliranno, a scopo principalmente residenziale, ceti borghesi e abbienti.

In sostanza il quartiere Vomero, non avendo fino ad allora ereditato dai secoli precedenti, per il suo contesto territoriale, i problemi di Napoli, inizialmente si può sviluppare, urbanisticamente e socio-culturalmente,come un quartiere moderno, “normale”, con strade larghe, “addirittura” alberate, abitazioni decorose, vie senza bassi, senza scugnizzi, ecc. E proprio perché normale è stato subito avvertito dall’immaginario collettivo di una città non proprio normale, come una realtàdiversa (in seguito rievocato come “il Vomero di una volta”), diventando un mito invidiato e ambito, un oggetto letterario, nonché un’occasione di discutibile supponenza snobistica da parte di qualche collinare.

Anche nel corso della successiva espansione fra le due guerre del Novecento, il Vomero si svilupperà con l’immissione, anch’essa per lo più di natura residenziale, di una borghesia, forse di livello meno alto, ma sempre tale da mantenervi una vita, un’identità, avvertite ancora, in un certo modo, appartate da quella del resto della città. Il Vomero continuerà a essere “il Vomero di una volta”.

La frase dei vomeresi “vado a Napoli” per indicare il recarsi nella città storica, oltre a riferirsi a una discontinuità nello spostamento fisico, sottintendeva anche un “viaggio” in una realtà, “altra”. Una città nella città.

La poca incidenza e lo scarso coinvolgimento del Vomero nella storia di Napoli, sotto alcuni aspetti fino a oltre metà Novecento, viene dimostrata dall’osservazione che in cinque volumi della “storia fotografica di Napoli”, che racconta i principali eventi avvenuti in città dal 1922 al 1985, fra circa 1.400 fotografie, quasi non esistono foto ambientate al Vomero, se non qualcuna relativa alle Quattro Giornate del 1943.

Una certa qual diversità fra Vomero e Napoli vecchia si è trascinata, andando a esaurirsi progressivamente, anche lungo la seconda metà del Novecento, quando la tracimazione in collina di popolazione dal centro storico vi ha importato, attraverso una vorace speculazione edilizia, un’analoga congestione urbanistica e vi ha importato i problemi irrisolti ereditati dalla storia difficile della città vecchia, imponendo, gradualmente, anche buona parte delle conseguenti connotazioni identitarie.  

Infine lo sviluppo dei collegamenti ha sostanzialmente completato sotto ogni aspetto la saldatura fra le due parti.

Del “Vomero di una volta” resta il mito e la nostalgia di qualche sempre più raro sopravvissuto di quelli che hanno potuto intravedere gli ultimi momenti di quel mondo.

(Ottobre 2022)

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