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SFUGLIATELLA     (Marzo 2019)
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Le anziane della metropolitana

 

di Antonio La Gala

 


Negli ultimi tempi Napoli si è dotata di una moderna rete di metropolitane, in corso di ulteriore potenziamento, ma fin quasi alle soglie del Duemila, per quasi settanta anni, “la” Metropolitana era una ed una sola: quella che collega Villa Literno-Pozzuoli con Gianturco, la quale, pur essendo la più vecchia, oggi viene chiamata “linea 2”.

Essa nacque come “conseguenza” della realizzazione nel primo Novecento di una seconda linea ferroviaria più veloce fra Roma e Napoli, la cosiddetta Direttissima.

Vediamo come.

La stazione di testa napoletana della Direttissima era prevista a Mergellina. La sua lontananza dalle linee già esistenti attestate alla vecchia stazione di Piazza Garibaldi fece sorgere il problema del collegamento della nuova linea Direttissima alla stazione di Piazza Garibaldi.

Il problema fu risolto collegando direttamente, in sotterraneo, Mergellina con Piazza Garibaldi.

Questo collegamento fra le due stazioni è stato il primo “passante ferroviario” italiano sotto una città. Previsto inizialmente solo come passaggio di servizio è stato invece aperto anche per il traffico viaggiatori, costituendo così la prima metropolitana urbana d’Italia.

I lavori di costruzione, iniziati nel 1909, interrotti in occasione della Grande Guerra, ripresi nel 1920, ebbero una loro prima conclusione nel 1925, quando il 25 aprile venne aperto il collegamento elettrificato fra Piazza Garibaldi e Pozzuoli.

Nel 1927 furono portate a completamento le stazioni di Mergellina, di Campi Flegrei e furono aperte quelle di Gianturco e Bagnoli.

Le due maggiori stazioni di Piazza Garibaldi e di Mergellina meritano articoli a parte; in questo articolo ci soffermiamo sulle altre fermate del collegamento. Avviandosi esse verso la novantina, le possiamo definire, con affetto, “le anziane” della metropolitana.

All’apertura del 1925 le stazioni più innovative furono quelle di Piazza Cavour e di Montesanto, perché vi furono installate scale mobili, che a quel tempo erano una rarità, tant’è che Napoli fu la terza città d’Europa ad adottare scale mobili. Esse furono oggetto di particolare attenzione da parte delle alte autorità intervenute all’inaugurazione. “Il Mattino” del 25 settembre così le magnificava: “Chi si avvia verso la scala non si accorge dello scalino, perché all’inizio è solo un tapis roulant. Poi sorgono di sotto ai piedi gli scalini e sormontano vertiginosamente, fino a ridursi di nuovo e a sparire ancora una volta con una rapidità e una correttezza di movimenti che sorprende tutti”.

Per altre stazioni non ci fu bisogno di scale mobili, essendo lieve il dislivello fra binari e ingresso esterno, come ad esempio a Piazza Amedeo.

La stazione di Piazza Amedeo non piaceva a Domenico Rea che così scriveva nel 1955 nel periodico dell’Azienda Soggiorno e Turismo: “Per la sua cupezza atipica la stazione contrasta con la nostra estroversione solare e mediterranea. E’ umida come una segreta e illuminata da una livida luce al neon che la fa rassomigliare ad un acquaio. Un acquaio sospeso in un’irrealtà immobile e paralizzante, a mala pena interrotta dal rapido scorrere dei treni”.

La costruzione della stazione di Montesanto rese necessaria la creazione di uno largo su cui aprirla. A tale scopo, previe alcune demolizioni, fu “inventata” Piazza Olivella.

(Giugno 2014)

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