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All’asilo dalle suore

 

di Luigi Rezzuti

 

Ogni volta che Enrico si trovava davanti a quel muro scrostato, non poteva fare a meno di fermarsi e gettarvi uno sguardo, soprattutto a quella scaletta a chiocciola che ancora era lì.

Era la sua scuola materna, anzi il suo asilo, come si chiamava a quei tempi.

Un edificio grande, grigio, nudo, proprio sulla strada. Ora è un magazzino di articoli per l’agricoltura, ha cambiato un po’ il suo aspetto, ma la struttura è rimasta quella.

A lui non  piaceva andare all’asilo e la mamma lo mandava poco.

I bambini avevano il grembiulino nero e un fiocco azzurro mentre le bambine indossavano quello a quadrettini bianco e rosa.

Enrico ricorda ancora, con angoscia, il modo in cui si chiudeva il pesante portone grigio dietro di lui, quando la mamma lo accompagnava all’asilo,.

La suora lo accoglieva con amore, mentre egli si girava a salutare la mamma con gli occhi pieni di lacrime. Poi il grosso e pesante portone si chiudeva e lì, dentro quelle fredde mura,  si sentiva in prigione.

Un salone enorme, finestroni alti e grandi, panchine addossate alle pareti, piccoli attaccapanni, dove mettevano i loro cappottini.

Erano in tanti e stavano tutti seduti e composti nei lor banchetti. Quindi, la preghiera, un pò di salti, giochi, disegni e plastichina. I banchetti erano di legno nero. a due posti. La maestra era suor Marta, in abito religioso, nero. Piccola, mingherlina, stizzosa, sempre in movimento, voce stridula, li metteva in fila e li conduceva nella sua aula, al piano superiore, a cui si accedeva dal cortile, attraverso una bellissima scala a chiocciola, di ferro.

Salivano piano piano, con prudenza, per non scivolare su quei gradini triangolari e traforati, ed era bello, una volta arrivati in cima, guardare giù chi ancora stava ai primi gradini.

Aveva qualcosa di magico e di fantastico, quasi di misterioso, quella scaletta. Sotto di essa, lungo il muro, una fontanella: l’acqua era freschissima..

Il grande cortile era coperto di ghiaia ma vi erano quattro enormi gelsi, che offrivano ombra negli assolati pomeriggi primaverili e di inizio estate.

Tutto intorno, un muro. che confinava, da un lato, con il cortile di una casa signorile e silenziosa, e dall’altro, con l’orto delle suore, il cui accesso era severamente vietato.

Ogni tanto il pallone andava al di la del muro. I bambini ignoravano cosa ci fosse, non riuscivano neppure ad arrampicarsi per vedere oltre, erano troppo piccoli, ed immaginavano un giardino proibito, nascosto, ombroso.

Il pallone non ritornava mai indietro e questo accresceva ancor più la loro curiosità infantile.

Quante corse e quanti giochi tra quei maestosi gelsi: le belle statuine, a nascondino, a mosca cieca, e così via!

Quanti ricordi… la polvere del ghiaino, le scivolate, il sole, le risate, le grida, le gavette di alluminio per bere quell’acqua limpida e fresca della fontanella, che la suora  dava loro con parsimonia, per non sprecarla, e li invitava a bere piano piano per non far gelare lo stomaco!…

C’era una luce speciale in quel cortile dell’asilo, forse per il tanto sole o forse erano loro che avevano negli occhi quella luce.

A mezzogiorno, tutti in sala a pranzare: lunghe tavolate enormi, basse, disposte in mezzo al salone, alla loro portata, e lì si sedevano vocianti ed affamati.

Qualcuno portava da casa il cestino, con dentro il pranzo, preparato dalla mamma, e la merenda per il pomeriggio.

Enrico non ha bei ricordi del cibo dell’asilo: pastasciutta col pomodoro, stracotta e dal formato grande, oppure una brodaglia, chiamata minestrone, sempre con pasta grande.

Erano serviti non su un piatto, ma in una specie di scodella, tristissima da vedere.

Il sapore non era certo da far leccare i baffi e a lui pare ancora di sentire nell’aria quell’odore  caratteristico di mensa.

La cuoca si chiamava Assuntina, una donnina che già allora pareva vecchia. Cucinava e puliva. Il suo regno era la cucina, situata in quella parte dell’edificio, impossibile da entrarci.

Un’altra particolarità, densa di mistero: gli appartamenti delle suore.

Puntualmente, ad una certa ora del pomeriggio, attraverso la sala passava, inquietante come un fantasma, suor Mercede. Solito abito nero, alta, magra, pallida, altera, arcigna, mai una parola, con un vasetto di fiori freschi in mano, da portare nella chiesetta, immediatamente adiacente l’asilo.

Aveva il compito di curare l’altare, non guardava nessuno, appariva e scompariva.

Enrico vide solo una suora in quell’asilo, bella e giovane, suor Agnese. Rimase pochi mesi. Era molto alta, sorridente, solare, dolce nei lineamenti. Quando camminava sembrava volasse.

Studiava musica e, nei momenti liberi, suonava il pianoforte. Era davvero bello stare ad ascoltarla.

Aveva portato aria nuova e  subito divenne la loro preferita.

Un’altra figura, che Enrico ricorda con una leggera amarezza, era un uomo povero e malandato, di nome Giuseppe, che, all’ora di pranzo, veniva a chiedere da mangiare.

La suora gli apriva il portone, lo faceva  sedere in un angolo e gli dava una scodella di minestra o di pasta.                                                                             

Se ne stava silenzioso. chiuso in se stesso, in disparte, sguardo un po’ torvo.  Mangiava e poi andava via a girovagare ed elemosinare per il paese.

Ai bambini incuteva paura e lo guardavano sospettosi.

Poi, finalmente, alle 17, arrivavano le mamme a prenderli, per riportarli a casa.

Che sollievo quando si riapriva quel grosso e pesante portone grigio e comparivano i visi sorridenti delle mamme! Enrico, appena vedeva la mamma le correva incontro col suo cappottino e col suo cestino e la mamma lo sollevava in alto, prendendolo in braccio.

Un altro giorno era finito. Non pensava più all’indomani. Finalmente a casa a giocare in libertà…

(Marzo 2017)

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