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Il valore della formazione

 

di Gabriella Pagnotta

 

Questo articolo è rivolto a chi, come me, vive le richieste, da una parte, di una scuola alla quale si chiede non solo di occuparsi di apprendimento ma anche, e forse in misura maggiore, di insegnare “a stare al mondo” e, dall’altra, di una società che “ci chiede, per esistere, di conformarci ai nuovi modelli ideali per adattarci alla nuova competizione sociale”[i]. In un clima di “attenuazione della capacità di presidio delle regole e del senso del limite”[ii]. Sono proprio gli adulti che, oggigiorno, mostrano maggiormente fatica a riconoscere la positività delle norme, vissute come ostacoli all’affermazione dei propri figli, che vengono fatti crescere nell’illusione che la soddisfazione dei propri bisogni sia l’unica cosa che conta. Svuotando le regole di senso e valore, gli altri non sono più riconosciuti nei loro bisogni e diritti, ma percepiti come avversari da battere per il trionfo di un Io onnipotente e solo, alla ricerca dell’utile e del successo, al di là di ogni limite, imposto dal reciproco rispetto. Ma è poi vero che la competizione è l'unica legge possibile per sopravvivere in questa nostra comunità? Le persone competitive e vincenti sono anche le più serene e felici? E la scuola deve per forza assecondare queste richieste da parte di una componente della nostra società per trasformare tutti i bambini in piccoli amministratori delegati? O potrebbe tentare di essere anche un luogo mite, capace di insegnare a sopravvivere anche a quei bambini che non vogliono diventare gladiatori ma persone sensibili?[iii] Queste sono alcune delle domande che Paolo Crepet si e ci pone nel suo libro Non siamo capaci di ascoltarli, in cui esorta genitori ed educatori in generale ad essere figure concrete, autorevoli, disposte al dialogo, che sappiano fissare regole e fornire modelli positivi in cui potersi identificare. Ciò che conta non è più il percorso di crescita, ma esclusivamente il risultato. Il processo, fatto di impegno, divertimento, errori, cadute, tentativi sembra non avere più alcun valore; ciò che viene sminuita è l’essenza della crescita, della scoperta delle proprie inclinazioni e debolezze, il piacere di imparare dagli altri e insieme agli altri. Ed è proprio questa ansia che fa abdicare i genitori al proprio ruolo, impedendo così la formazione del senso morale e la nascita dell’etica della comunità.

In un momento storico connotato dall’individualismo e da un uso dei media che denota un bisogno di visibilità sociale virtuale a scapito di un investimento affettivo reale, la scuola deve continuare ad essere un luogo di relazioni, di emozioni e di affettività, un luogo di esperienza e di incontro, dove ciascuno cresce attraverso l’incontro con gli altri e con le regole di una comunità che ci limitano e rafforzano. Uno spazio dove poter provare i limiti dell’essere insieme, i nostri limiti; esperienza di conoscenza, quindi, che è elemento fondamentale verso l’autonomia di giudizio. Ed è proprio la capacità di giudizio che permette di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato e di ostacolare “la banalità del male”, il peggiore dei mali, sostiene la Arendt, un male senza limiti e senza radici e che proprio per questo può macchiare il mondo intero.[iv]



[i] L. De Gregorio, La società dei selfie. Narcisismo e sentimento di sé nell’epoca dello smartphone, Franco Angeli, Milano 2017, p.50

[ii] Miur, Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione, settembre 2012, p.4

[iii] Cfr. P. Crepet, Non siamo capaci di ascoltarli. Riflessioni sull’infanzia e l’adolescenza, Einaudi, Roma 2006

[iv] cfr. H. Arendt, Alcune questioni di filosofia morale, in Id., Responsabilità e giudizio, a cura di J. Kohn, trad. di D. Tarizzo, Einaudi, Torino 2004

(Novembre 2018)

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