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7 marzo. Il fascino dell’immaginario, ovvero la creatività   Creatività: anche su questo indaga la Scuola di Palo Alto, prima al mondo per le ricerche...
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IO E FRANCESCO   di ANNAMARIA RICCIO   A chi non è simpatico? Sentito parlare male del papa? Mai. Chiunque vorrebbe conoscerlo. Da quando si...
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Parlanno ’e poesia 7   di Romano Rizzo   Peppino Russo  (13 Maggio 1907 / 16 Ottobre 1993) Peppino Russo nacque a Napoli, al corso Garibaldi, nei...
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AL MUSEO DUCA DI MARTINA   (Febbraio 2017)
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L’ELEFANTE  E  LA  FORMICA, di  Eleonora  Bellini   di Luigi Alviggi     Questo lavoro rinnova la memoria su Mohandas Gandhi (1869–1948), il Mahatma...
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CHI VINCERA’ LO SCUDETTO?   di Luigi Rezzuti   Certo è un momento di sofferenza quello del Calcio Napoli. Ci sono da recuperare i punti persi in...
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All’asilo dalle suore   di Luigi Rezzuti   Ogni volta che Enrico si trovava davanti a quel muro scrostato, non poteva fare a meno di fermarsi e...
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NATALE AL VOMERO   di Luigi Rezzuti   Natale è alle porte e, come ogni anno, si pone il dilemma: albero di Natale con i suoi lampioncini, i  nastri...
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Al Festival Ethnoi “La Banda della Ricetta” in concerto   di Claudia Bonasi   Si è appena chiuso “Ethnoi” - Festival delle culture del mondo e delle...
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Miti napoletani di oggi.47 LE PISTE CICLABILI   di Sergio Zazzera   Se dovessi azzardarmi ad affermare che il balcone di casa mia è un palcoscenico...
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UNA SORGENTE DI ACQUA DOLCE IN MEZZO AL MARE

 

di Luigi Rezzuti

 


Nella splendida costa orientale della Sardegna, tra le splendide calette del Golfo di Orosei, sorge la spiaggia meglio conosciuta come Cala Mariolu.

Una fantastica insenatura che i visitatori hanno indicato come la spiaggia più bella d’Italia.

Al largo della spiaggia, in certi periodi dell’anno, si può assistere a un fenomeno eccezionale: una sorgente di acqua dolce sgorga nel bel mezzo del mare salato, acqua potabile che si può dunque anche bere.

Per poterla ammirare bisogna nuotare un po’ o raggiungerla con una barca/gommone che parte da Albatax.

La sorgente di acqua dolce, ha origine dai ruscelli che, durante l’inverno, per via delle forti piogge, si gonfiano e la rendono rigogliosa e quindi ben visibile a occhio nudo, grazie soprattutto all’incredibile trasparenza dell’acqua e al fondale basso.

La spiaggia di Cala Mariolu appartiene al Comune di Baunei e deve il suo nome alla foca monaca che viveva in questa zona.

I pescatori, infatti, utilizzavano la grotta che si affaccia su questa insenatura per conservare il pesce appena pescato, che puntualmente veniva rubato dalla foca.

Per questo motivo i pescatori avevano apostrofato la foca con l’appellativo di “mariolu” che, in dialetto, significava “ladra”.

La spiaggia è conosciuta anche con il nome di “Ispuligidenie” che in dialetto baunese significa “pulce di neve”.

Questo secondo nome è dovuto ai sassolini bianchi caratteristici di questa incantevole baia. 

Non esistono sulla spiaggia servizi di ristorazione o bar per cui bisogna organizzarsi da soli. 

(Luglio 2018)

La luce del mito

 

di Gabriella Pagnotta

 

I recenti avvenimenti, accaduti a Bardonecchia e a Mentone, hanno diviso l’opinione pubblica e hanno portato all’attenzione di chi si è soffermato a riflettere sulla legittimità o meno di alcune azioni della polizia francese l’eterno conflitto, mai risolto, tra l’ordine reale e l’ordine ideale delle cose. Legge e giustizia, infatti, per quanto sembri assurdo, a volte, sono in contrasto tra loro.

Partiamo dal racconto dei fatti. Lo scorso 30 marzo, alcuni poliziotti francesi, a Bardonecchia, in territorio italiano, fanno irruzione nel Centro per migranti, Rainbow Africa, e costringono un cittadino nigeriano a sottoporsi ad un esame delle urine. Pochi giorni dopo, alcuni gendarmi francesi salgono su un treno proveniente da Ventimiglia alla stazione di Mentone e, al rifiuto di esibire i documenti, costringono una famiglia di migranti a scendere dal treno e trascinano, tra le proteste e le urla, la donna che è incinta. Il senso di umanità nell’affrontare la questione migranti sembra aver abbandonato la polizia francese.

Rispetto della dignità umana o rispetto di un protocollo? Affermazione del sentimento morale o di una legge che mira al buon funzionamento di un ingiusto ordine reale? Ius soli o ius sanguinis? Chi può aiutarci nel cammino della comprensione? Proviamo ad interrogare Antigone, per tentare di dare risposta alle nostre inquiete domande, Antigone che ha vissuto sulla propria pelle, fino all’estrema scelta, la lotta tra etica e potere temporale, tra persona e stato.

Sofocle, l’inventore del mito a cui ci rivolgiamo in questa epoca di conflitti irrisolti, racconta la storia di Eteocle e Polinice che, combattendosi per salire al trono di Tebe, trovano la morte in battaglia. Il nuovo re della città, Creonte, decide di lasciare insepolto il corpo di Polinice, fratello di Antigone, la quale sfida l’ordine del re e compie il rito funebre, contravvenendo alla legge della polis, ma rispettando un ordine superiore a quello di Creonte, l’ordine degli dei. Antigone viene esiliata e condannata a vivere in una grotta, lontana da tutti. Prima che arrivi l’ordine del re, illuminato dai consigli di Tiresia, di scagionarla, ella si è già tolta la vita, impiccandosi. Creonte e Antigone: due entità contrapposte l’una all’altra: il primo vuol salvare la patria dai nemici, la seconda compie un gesto che sente come dovere supremo. Antigone risponde ad un bisogno di giustizia universale, al di sopra della contingenza, un bisogno di pietas e trova il coraggio di affermare il bene in sé, la forza morale, di fronte al degrado della polis, restituendo la cittadinanza al valore della dignità umana, troppo spesso esiliato, con il quale rifondare una nuova etica della comunità.

(Maggio 2018)

L’isolotto di Megaride tra mito e realtà

 

di Luigi Rezzuti

 


E’ di una decina di giorni fa la notizia che un gruppo di archeologi subacquei si sono immersi nelle acque del golfo di Napoli e hanno portato alla luce i resti di tre gallerie, larghe poco più di un metro e lunghe circa 4 /5 metri.

Le gallerie si trovano ad una profondità di 6/7 metri circa, lungo il lato occidentale di Castel dell’Ovo. 

L’ipotesi principale, è che le gallerie servissero per il trasporto di pozzolana (cenere vulcanica usata per la costruzione).

L’archeologo Filippo Avilla spiega: “ Queste gallerie, finora ignote, si trovano su un fondale che va dai cinque ai sette metri di profondità e, quindi, collegavano le due quote del dislivello. Hanno un taglio trapezoidale, come quello che si trova in tutti i banchi di tufo presenti a Posillipo, definiti genericamente di epoca greca ma utilizzati anche successivamente. Di qui la datazione ancora incerta, perché potrebbero appartenere a cave greche, ma essere state sfruttate pure in età romana, visto il grande utilizzo della pozzolana, attestato in tale periodo.”

A questo punto un piccolo ricorso alla mitologia ci sembra d’obbligo.


E’ proprio su quest’isola di Megaride, infatti, secondo un antico mito, già noto nella  Grecia orientale, che Napoli ebbe origine.

Tra i miti antichi, legati alla città di Napoli, troviamo, appunto,  quello dell’isolotto di Megaride, l’isola minore del golfo di Napoli su cui sorge il Castel dell’Ovo. In origine essa era separata dalla terra ferma da un breve braccio di mare, ma oggi è unita al continente grazie ad una serie di riempimenti  in mare.

Megaride è uno dei luoghi di culto più sacri dell’antichità campana, a cui è legato il mito della sirena Partenope.

Si vuole, infatti, che Il corpo della sirena Partenope, morta di dolore a seguito del rifiuto da parte di Ulisse, sia stato sepolto a Megaride.

Il mito antico di Megaride parte evocando il luogo del mare più tempestoso del Chiatamone, come scrisse nel suo “Leggende napoletane” Matilde Serao.

L’isola era ricoperta da una superficie fiorita, costituita da aranceti, canneti e bellissimi arbusti, tipici della macchia mediterranea. Fu agli albori, giaciglio delle Nereidi e delle Driadi, le figure mitologiche rappresentate dalle ninfe marine e campestri. Ma, secondo la leggenda, Lucullo, un forte guerriero dell’età imperiale romana, fece edificare una Villa-fortezza su  Megaride.

La villa ospitava una tra le più ricche e selezionate biblioteche private dell’antichità, allevamenti di murene, alberi di ciliegie e quant’altro.

Lucullo sistemò le sue bellissime schiave in giardini degni di un imperatore, murene nei vivai delle grotte di coralli e di alghe  verdi, i più rari esotici volatili nelle uccelliere,  i più colti e raffinati musicisti negli archi a tutto sesto.

La Villa di Megaride fu nota per le sue feste, per le sue luminarie, per i suoi banchetti, (trasformatisi, talvolta, in veri baccanali) per le sue scenografie teatrali, ma, ancor di più, per la bellezza di Servilia, sorella di Catone, la bellissima moglie del mecenate, nota per le sue capacità letterarie, ma anche per la sua sfrenata mondanità, spinta all’eccesso, al punto tale da far disperare non solo poeti ed artisti, ma tutti gli ospiti della villa, dai garzoni ai nobili romani e… perfino gli dei…

Oggi l’isolotto di Megaride è divenuto più che altro un basamento di tufo e piperno, diviso tra ciò che è un borgo di ristoranti e locali notturni e il più antico castello napoletano, il Castel dell’Ovo.

(Aprile 2018)

Spigolature

 

di Luciano Scateni

 

Audience tv: tutto si fa per te

Ma datevi una regolata. Il potere di condurre talk show, seguiti da qualche milione di teleutenti, non autorizza a derogare dalla coerenza professionale personaggi che si sono giovati di etichette di sinistra per acquisire popolarità e ingaggi milionari, erogati da emittenti pubbliche e private. Il monito è rivolto ai conduttori di noti programmi di prima serata. Archiviati dall’incalzare di altri eventi il colloquio di Fazio piegato in due con l’ex cavaliere, le interviste dell’Annunziata, di Mentana e di Formigli al vice presidente neofascista di Casa Pound. Merita la segnalazione l’ospitalità dello stesso Formigli che, a “Piazza Pulita”, ha interloquito con Domenico Spada dell’omonimo clan mafioso di Ostia.

Offrite un dito alle falangi dell’estrema destra e ci prenderanno tutta la mano. Che altro è la sparata di Alessandra Mussolini, che scomoda il nonno dalla tomba e proclama che il Duce, in pochi mesi, a Ostia metterebbe ogni cosa a posto, o la sortita di Sgarbi (“Claretta Petacci, l’amante di Mussolini è stata vittima di un femminicidio partigiano”) e la farneticazione di Berlusconi, che, prima di ritrattare, ha proposto un generale alla guida del Paese (soluzione in voga nelle dittature centro e sudamericane)?

Sintomo di cosa ci aspetta

Sono i commenti dei partiti di destra, in parte imbarazzati, in parte propensi a considerare folclore goliardico le oramai frequenti incursioni squadriste di scalmanati neofascisti. L’Italia sottovaluta le considerazioni che banalizzano il rigurgito di nostalgici del ventennio. Lo stesso Berlusconi disse che il Duce fece bene, tranne le leggi razziali. Al Msi, che ha partorito Fratellli d’Italia, Storace e Alemanno, fu concesso il saluto romano, che viene esibito in ogni dove dai neofascisti di Casa Pound e Forza Nuova. La Meloni (sulla questione Ostia, in lode di Casapound: “Siamo diversi ma con loro abbiamo un rapporto sereno”) evita accuratamente di condannare gli episodi tipici dello squadrismo che esonda dai confini in cui lo ha ricacciato la Costituzione e si presenta con la spavalderia violenta dei manganellatori d’un tempo in minacciosi giubbotti neri, teste rasate, insulti alla democrazia. Dice Alemanno che questi soggetti fanno il gioco del Pd e Storace gli fa eco: “Al popolo italiano non gliene frega niente degli skinheads”. 

Che brutta storia

A chi addebitare l’idea balsana della cronotappa di Gerusalemme, al via del prossimo giro d’Italia? Appunto, del Giro d’Italia. Gerusalemme e Israele c’entrano come cavoli a merenda, ma neppure si contentano di esultare per lo spot gratuito di politica internazionale. Protestano perché si è specificato che la prima tappa del Giro avverrà in Gerusalemme Ovest. “Non se ne farà niente”, ha urlato il governo di Tel Aviv, “se non cancellerete la parola ovest. Gerusalemme è tutta nostra e c’è chi potrebbe osare di non ritenere nostra anche Gerusalemme Est. Sospettiamo che siano intervenute ingerenze filo palestinesi. Azzeratele o niente Giro in Israele.”

Capito perché non c’è pace da quelle parti?

(Dicembre 2017)

ANTICHI SAPORI

 

di Luigi Rezzuti

 


Con l’avvicinarsi della stagione invernale mi sono tornati alla mente gli antichi sapori di una volta, tra cui la tazza del “ ‘O bror ‘e purpo” che, con poche lire, permetteva alla povera gente di riscaldarsi nelle giornate rigide.

Ricordo che a Porta Capuana c’era il famoso chioschetto “ ‘O Luciano” . Al solo avvicinarsi si sentiva l’odore del polpo bollito che era una delizia del palato.

Al nord c’è il “bianchetto” e il “Punch” a Napoli c’è “ ‘O bror ’e purpo.

Il brodo veniva servito caldo,in una tazza dove c’era anche un piccolo pezzetto di tentacolo che in napoletano si chiama “ranfetella”.


Tipica tradizione napoletana. Oggi sono scomparse le bancarelle dei venditori ambulanti della tazza di brodo di polpo per comparire nei menù di qualche taverna nei quartieri spagnoli, in cui la cucina napoletana la fa da padrona.

Secondo la tradizione il pepe rende il brodo di polpo un ottimo ingrediente contro il raffreddore.

La “tazzulella” di brodo di polpo è citata anche da Matilde Serao che, ne “Il ventre di Napoli” parla del commercio del brodo di polpo, fatto per strada e venduto per pochi spiccioli.

Questa usanza è scomparsa (o quasi) perché è stata vietata dalle norme   igieniche di Bruxselles, che non sempre collimano con i cibi della tradizione.

Il brodo di polpo è un must della cucina napoletana: tazza calda, pentola bollente, tentacolo che spunta mentre si beve. È il cibo per eccellenza dell’inverno, tutto sapore napoletano.

Esso ha origini antichissime. Le notizie sul suo consumo, infatti, risalgono alla metà del XIV secolo e Giovanni Boccaccio racconta che in occasione della nascita di un bambino, i compari avevano comprato un bel polpo e lo avevano inviato alla “puerpera”.


Altro antico mestiere è quello del “ ‘O carnacuttaro”.

Questo cibo viene servito su un foglio di carta pesante ed oleato, il tutto avvolto a cono.

Il venditore afferra un corno di bue, forato alla punta, contenente sale fino, e lo sparge nel “coppetiello” con l’aggiunta di una spruzzatina di limone e la trippa è servita.

Il venditore ambulante, oltre alla trippa, vende anche “ ‘ O pere e ‘o musso”

(piede e muso di maiale) e centopelle.

Quello de “ ‘O trippaiuolo” è anch’esso, un mestiere di origini antiche. Alcuni di questi possedevano anche una piccola bottega in cui si poteva gustare trippa e frattaglie servite di solito con una salsa fatta con peperoncini piccanti.

Questo mestiere, anche se oggi e meno diffuso, è tutt’ora presente a Napoli in alcune storiche “tripperie” ancora aperte e anche molto frequentate.

A Napoli sono presenti nel centro storico, sul lungomare di Mergellina e all’angolo di piazza Sannazaro.

Le voci dei venditori si levano alte : “Tengo ‘o musso, ‘o pere ‘e puorco, ‘o callo e trippa e ‘o centopelle”.

A Napoli le ricette più conosciute per preparare la trippa sono al sugo e a zuppa, piatto antico e poverissimo, condito con pepe nero e parmigiano.

La zuppa va servita caldissima in un’ampia ciotola e accompagnata da un buon bicchiere di vino rosso.

Questo piatto rappresentò per anni, specie nei mesi invernali, il gustoso piatto della gente povera.

Anche i cuochi francesizzati gridavano, rivolgendosi ai passanti : “E voilà, les entrailles, magnatavelle”.

(Novembre 2017)

L’OSSESSIONE DELLE VACANZE ALL’ESTERO

 

di Luigi Rezzuti

 

La vacanza è un diritto inalienabile. Una volta, tanti anni fa, era un lusso solo per pochi, andare in villeggiatura nei mesi più caldi.

In Italia le ferie si prendono solo nei mesi di luglio e agosto, mentre negli altri paesi del mondo le vacanze si possono scegliere o avere durante tutto l’anno.

Gli Italiani vanno in vacanza solo nel periodo estivo per poi conservare qualche settimana per andare, anche senza sciare, sulla neve.

Oggi è di gran moda visitare Matera, città della cultura, mentre fino a qualche anno fa le sue bellezze erano ai più sconosciute.

E’ di moda adesso andare all’estero per le vacanze ed anche in viaggio di nozze, quelo che una volta si faceva visitando solo le più importanti città italiane. Ora, invece, il viaggio di nozze all’estero fa più scic, è più in.

Ci domandiamo ma perché prenotare un viaggio ai Caraibi, fare un volo intercontinentale di oltre 10 ore per poi restare chiusi in un villaggio per intere settimane?

Alla fine qualche curioso domanda: “Comm’erano i Caraibi? Com’era Cuba? E le spiagge? E sentiamo rispondere : “Non erano male, le spiagge belle, bianche, il villaggio bello, immerso nel verde.” Poi vediamo le centinaia di foto scattate durante il soggiorno, tutte uguali che riprendono quasi sempre la camera da letto, la sala ristorante durante la prima colazione a buffet o nell’ora di pranzo o la sera a cena, un piatto particolare, un mare cristallino.

L’importante per queste persone, però, è raccontare agli amici e ai parenti di essere stati molto lontano e di aver visitato mete esotiche.

Molte volte chi fa queste vacanze non sa nemmeno da che parte del mondo si trova e cosa si può visitare.

Non sarebbe altrettanto bello andare in un villaggio turistico italiano senza troppe ore di volo e senza incognite?.

Negli ultimi anni, poi, con l’avvento dei viaggi low cost e delle offerte last minute il mondo è diventato a portata di mano e andare all’estero  un’ossessione.

L’argomento vacanza è sempre lo stesso: “Andiamo a Sharm quest’anno? Ho sentito che è molto bello e che fa caldo praticamente sempre!”.

(Luglio 2017)

AUSTERITA’

 

di Luigi Rezzuti

 

Non ho vergogna ad ammettere che di politica non capisco niente e di conseguenza non sono simpatizzante di nessuna corrente politica. Se sento in TV Salvini, mi sembra che abbia ragione,  altrettanto se sento Berlusconi, D’Alema e qualcun altro, come Gentiloni, che ripete quello che a quattr’occhi gli ha detto Renzi.

Insomma penso, come dice l’attore Paolo Caiazzo, in arte Tonino Cardamone : “ ‘a capa... ‘a capa mia nun è bona… ‘a capa… ‘a capa… io nun capisco…”. Certo è che da un po’ di tempo siamo tutti più infelici, abbiamo scoperto che son finiti i tempi belli per tutti, i grandi sogni degli anni Settanta e Ottanta. Nell’89 Raf cantava: “Cosa resterà/ di questi anni Ottanta?”. Non è rimasto niente o, almeno, molto poco. Anzi, a dirla tutta, sono convinto che l’unica cosa positiva di quegli anni stia nel fatto che, sebbene la Nazione abbia al suo attivo minori speranze, in compenso ha un popolo che sa di più, che è più scolarizzato, più globalizzato e più capace di guardare alla realtà in modo critico e disincantato.

Abbiamo vissuto anni in cui abbiamo creduto che tutto sarebbe stato vicino e possibile, la luna, la pace, la fratellanza, la libertà, il benessere.

Poi ci sono state le Torri Gemelle … la Cina … la crisi finanziaria strisciante, profonda, mondiale e il conseguente crollo di miti e prospettive. Ci troviamo a vivere una nuova “austerità” e riparliamo di risparmio, di necessità, di nuova povertà, di insicurezza.

Non siamo alla vera indigenza, ma la percezione collettiva è di profondo cambiamento e di incertezza per il futuro e per le prospettive che si offrono alle nostre giovani generazioni.

Anche il vaso di Pandora delle virtù civili si è aperto e abbiamo verificato con i nostri occhi che la politica è “la più sporchissima di tutte le cose”, rendendoci conto che Machiavelli non parlava per caso e che la frase non era una delle tante banalità mandate a memoria per compiacere insegnanti barbosi e pignoli.

Abbiamo imparato sul campo la differenza tra la predica e il modo di razzolare, abbiamo maturato una sfiducia nelle istituzioni, rappresentate da individui che difendono i diritti acquisiti con unghie e denti acuminati.

Adesso noi li chiamiamo “la casta” e quelli di casto non hanno niente. Imperterriti avanzano sul viale della convinzione che tanto ce ne dimenticheremo,  perché la folla ha memoria corta ed è incapace, anzi, non ha gli strumenti per annullare una macchina di privilegi, così ben consolidata e articolata.

Nel frattempo, tra i malumori ormai espressi apertamente e ovunque dalle persone comuni e persino da coloro che appartengono alla classe che una volta era borghese e ormai non è quasi più nulla, tutti ci andiamo adattando al nuovo senso di “mancanza” di sostanze, di lavoro, di futuro.

Qualche stupido vuol far passare la cosa come lamento sulla gravità del fatto che anche i poveri saranno più tassati, ma in breve tutti comprendiamo che i poveri sono tanti, i ricchi meno … meglio tassare i poveri e costringerli al piccolo contributo che tassare i ricchi che sostengono la partita.

In televisione, “Bibbia” del sapere collettivo, impazzano i programmi di alimentazione al risparmio, si recuperano ricette della tradizionale cucina povera a base di fagioli, pasta e pane raffermo. L’orticello sul balcone è un must. Non ho, però, ancora visto rubriche di taglio e cucito casalingo, perché la concorrenza dei magliari cinesi è pur sempre imbattibile.

Si moltiplicano, invece, i consigli spiccioli su come risparmiare la benzina: camminare fa bene, migliora il tono muscolare, abbatte il colesterolo e rallenta l’osteoporosi; andare in bicicletta dà un nuovo sapore alla vita.

Intanto, però, chi è obbligato a servirsi dell’auto fa tesoro dei consigli degli esperti e nel Paese della Ferrari, tutti sono meno Nuvolari e meno amanti dello scatto al semaforo.

Le strade provinciali e comunali vedono colonne ordinate di autisti che non superano 50 o 70 Km. orari, in fila paziente e nel rispetto dei limiti, con tanto di autovelox assassini che non ammettono sgarri e così tutti vanno max a 70 all’ora.

(Luglio 2017)

Abolizione delle monete da 1 e 2 centesimi di euro

 

di Luigi Rezzuti

 


Qualche anno fa, avemmo modo di denunciare lo spreco di danaro da parte dello Stato Italiano per la coniazione di quelle inutili monetine da 1 e 2 centesimi di euro, che costano più del valore delle stesse. Per fare 1 centesimo, infatti,  si spendono 4, 5 centesimi di euro e per fare la monetina da 2 centesimi 5, 2 centesimi di euro.

Il risparmio che si potrebbe ottenere, sospendendo questo conio, è di 21 milioni di euro l’anno.

Non è la prima volta che si tenta questa iniziativa. Tre anni fa la Camera dei deputati aveva approvato una mozione che impegnava il Governo a sospendere il conio delle monete da 1 e 2 centesimi di euro.

La proposta, presentata in Commissione Bilancio della Camera, questa volta, prevede che gli eventuali risparmi, quantificati in almeno 20 milioni di euro ogni anno, potrebbero essere destinati al “Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato.”


Col decreto del Ministero dell’economia e delle finanze, dal primo settembre del 2017, sarà da adottarsi un arrotondamento, per pagamenti in contanti.

In Finlandia non aspettarono l’arrivo delle monetine da 1 e 2 centesimi di euro. Già nel gennaio del 2002 decisero per l’arrotondamento dei prezzi ai 5 centesimi più vicini.

Seguirono, poi, l’Olanda, l’Irlanda, il Belgio e il Canada. Adesso il prossimo paese sarà l’Italia.

Alcuni di questi centesimi, però, valgono una fortuna, almeno 2.500 euro. Questa, infatti, la base d’asta che “Bolaffi”, azienda italiana della numismatica, farà partire per le monete con facciata da 1 centesimo, coniate dall’Italia per errore con il diametro e l’immagine, sul diritto della moneta da 2 centesimi, della Mole Antonelliana .

Al momento gli esperti stimano un censimento di monete in circolazione ma è plausibile pensare che dopo questa notizia altre ne seguiranno.

(Giugno 2017)

La scatola di latta

 

di Bernardina Moriconi

 

Guardavo stamattina una scatola di latta che, fino ad ieri, conteneva biscotti e ora è in attesa di essere buttata secondo i dettami del riciclo.

Mi ha ricordato altri tempi, quello in cui, a me, bambina, le scatole di latta con biscotti o caramelle venivano regalate in occasioni di festività varie, in genere dalle nonne o dalle zie anziane.

Le zie di media età si orientavano verso abitini o pigiami e quelli più giovani verso i giocattoli (sempre benedetti gli zii giovani!).

Quelle scatole di latta, però, anche se,  quanto ai biscotti alla  fine si mangiavano solo quelli al cioccolato e le caramelle non si è mai capito che fine facessero, avevano poi un’altra vita; esaurito il contenuto, diventavano loro il vero regalo.

Scatole ovali, rettangolari, tonde, decorate con fiori, arabeschi, animali; nessuno era sfiorato dall’idea che potessero essere buttate tra i rifiuti.

Diventavano contenitori di tutto: matite, conchiglie, cianfrusaglie di ridotte dimensioni, collane, doppioni di figurine e molto altro ancora.

Mio fratello, dopo il terremoto del Friuli, con una scatola alta e stretta, riempita di biglie, posizionata quasi in bilico su una mensola, creò un improbabile sismografo, tranquillizzandomi col dire che, di notte, in caso di una minima scossa, sarebbe subito caduto e ci avrebbe permesso di affrontare, preparati, l’eventuale scossa successiva e distruttiva.

Una notte, effettivamente cadde, con un gran fracasso che udii solo io… Corsi da mio fratello, avvisandolo dell’accaduto, in attesa fiduciosa di grandi strategie antisismiche, messe in campo dal maggiore di noi.

Egli in effetti mi tranquillizzò. “Non preoccuparti”, mi disse. E, mezzo addormentato, andò a rialzare lo scatolo, collocandolo più all’interno in modo che, in caso di altri movimenti, non sarebbe ricaduto….

A casa dei miei ho ancora stipate, in qualche cassetto, un paio di quelle scatolo; aprendole come se fossero antiche reliquie e osservando i numerosi e stravaganti oggettini conservati, riflettevo su quanto essenziale e fantasiosa, in una parola, felice, fosse la nostra infanzia che coltivava il piacere di conservare e trasformare con la fantasia. Qualità che si stanno perdendo!

Mi rendo conto che queste mie divagazioni sono un po’ da anziana signora di quelle della serie: “Ai miei tempi…” Ma, a ben pensarci, io sono un’anziana signora… E comunque, io quella scatola adesso me la vado a recuperare. A costo di tenerla vuota. Che avrebbe poi un bel significato metaforico…

(Maggio 2017)

PASQUA 2017

 

di Luigi Rezzuti

 


La Santa Pasqua, che celebra la resurrezione di Gesù, nel terzo giorno dopo la crocifissione, è considerata la più importante ricorrenza della religione cristiana.

La data in cui cade varia di anno in anno, in base al calendario annuale: viene, infatti, celebrata la domenica successiva al primo plenilunio di primavera.

Oltre alle pratiche liturgiche, anche a Pasqua come a Natale, entrano nel rito tante tradizioni laiche, molto amate e seguite da tutti, la maggior parte delle quali si svolgono a tavola.

Le ricette tipiche, che si preparono nel periodo pasquale, variano da regione a regione, ma con  un forte punto in comune, ovvero il valore simbolico dei piatti, che alludono sempre al sacrificio compiuto da Gesù o, ancor più spesso, alla sua resurrezione.

Ecco che allora avremo carne di agnello o capretto, uova, come ingrediente principe di moltissime ricette e tutte le primizie primaverili: fave, piselli, carciofi, a costituire piatti ricchi e deliziosi, perfetti, dopo  il lungo digiuno della Quaresima.

A richiamare la simbologia della “rinascita” troviamo anche la tradizione dell’uovo di Pasqua, tanto amato dai bambini, in parte per il cioccolato di cui è fatto, ma ancor di più per la sorpresa che cela al suo interno.

A tavola il giorno di Pasqua è caratterizzato innanzitutto dalla fellata e dal casatiello.

La fellata comprende salame Napoli, capicollo, provolone fresco o caciocavallo e ricotta romana.

Il casatiello si arricchisce di vari tipi di formaggi, sugna, cicoli, uova e pepe.

Per primo piatto, la minestra maritata a base di varie verdure e carne di pollo e di maiale. Essa è stata a lungo la pietanza del Regno di Napoli, prima di essere sostituita dai maccheroni.

Per secondo, agnello alla brace o al forno, con piselli. È uno dei più importanti simboli di Pasqua.


Per contorno, carciofi arrostiti e, infine, non può mancare uno dei dolci tipici e gustosi della cucina napoletana, la pastiera.

 

’O CASATIELLO

 

(…)Rotunno, gruosso, grasso e sapurito,

’o vide, e te rinasce l’appetito.

Che d’è, te ne vuò fa sulo ’na fetta?

Cu chella ce può fa Pasqua e Pasquetta.

Salame, pepe, ’nzogna, acqua e farina,

e nu sacco ’e formaggio pecorino,

ce vonno pur ’e cicole ’e maiale,

ca so’ pesante, ma nun fann male.

Pe copp’o casatiello stanno ll’ova,

ma comm’o po’ capi, chi nunn’o prova.

(Versi tratti dal sito Pulcinella.291 forum free.it) 

(Aprile 2017)

Spigolature

 

di Luciano Scateni

 

2017: il discorso agli Ateniesi, rivisitato

A Pericle (“circondato dalla gloria”), nato circa 500 anni a.C., politico e  oratore prestigioso, si deve il discorso agli Ateniesi, che i saggi del nostro tempo propongono ai giovani perché facciano propri i fondamenti essenziali della democrazia. Se rinascesse in questa indigesta stagione del mondo e pronunciasse il suo discorso agli Italiani, il testo di quello, declamato a suo tempo, diventerebbe altro: quello scritto in corsivo e in grassetto dopo ogni paragrafo dell’originale:  

Qui ad Atene noi facciamo così.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui in Italia facciamo così

Qui il nostro governo favorisce i pochi invece dei molti: per questo svilisce la democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza. Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui in Italia noi facciamo così

Le leggi non assicurano una giustizia uguale per tutti e noi ignoriamo sempre i meriti dell’eccellenza. Quando un cittadino si distingue, allora esso non sarà chiamato a servire lo Stato come atto di ingiustizia e negazione del merito. La povertà costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.

Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui in Italia noi facciano così

Non godiamo della libertà nella vita quotidiana; siamo sospettosi l’uno dell’altro e infastidiamo il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.

Non siamo liberi di vivere come ci piace e non siamo pronti  a fronteggiare qualsiasi pericolo.

Un cittadino italiano trascura i pubblici affari e attende alle proprie faccende private, ma soprattutto si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private 

Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.

E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui in Italia facciano così.

Non ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, di rispettare le leggi, di proteggere coloro che ricevono offesa. Non ci è stato insegnato di rispettare le leggi non scritte, che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso. 

Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e poiché in molti danno vita ad una politica, qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.

Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni Ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

Qui in Italia noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi lo consideriamo innocuo, utile; e poiché in pochi sono in grado di dare vita a una politica seria,  tutti qui in Italia non siamo in  grado di giudicarla.

Noi non crediamo che la felicità sia frutto della libertà, che la libertà sia frutto del valore.

Insomma, ogni Italiano non cresce sviluppando in sé  una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che l’Italia non è aperta al mondo  e che una sua parte vuole cacciare gli stranieri.

(Aprile 2017)

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