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I CAMPI FLEGREI TREMANO   di Luigi Rezzuti   Negli ultimi mesi le scosse di bradisismo sono in aumento e preoccupano la popolazione residente....
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UNA PIATTAFORMA AIUTA A SCEGLIERE IL FUTURO   di Annamaria Riccio   Nato dal progetto sociale Parole O_Stili, di sensibilizzazione nella scelta del...
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 INAUGURATA LA SEZIONE ANPI “AEDO VIOLANTE”

 

Siamo lieti di pubblicare il discorso di Giancarlo Violante, in occasione dell’inaugurazione della sezione collinare ANPI, intitolata al padre Aedo Violante.

 

Nel prendere la parola in occasione di una riunione dedicata alla figura di mio Padre non posso esimermi innanzitutto dal ringraziare coloro che questa iniziativa hanno fortemente voluto, principiando da Mario Coppeto, in difetto del cui infaticabile generoso attivismo stamane non saremmo qui riuniti, indi il Presidente della Sezione napoletana dell’ANPI, Ciro Raia, che con pari entusiasmo ha voluto caldeggiare – facendola propria – presso gli organismi rappresentativi dell’associazione la proposta di dedicare alla figura di Aedo Violante, già insignito del titolo di Commendatore della Repubblica per meriti partigiani, la sezione collinare ottenendone il placet. Ed è circostanza della quale non posso che gioire, quella per cui le due sezioni partenopee dell’ANPI – quella centrale e quella collinare - vengono così ad essere intitolate ad Antonio Amoretti (ai cui figli, pure presenti, rivolgo un ringraziamento particolare) ed a mio Padre, già accomunati da analoghe onorificenze, ma soprattutto legati in vita ed ora anche oltre, da sentimenti fraterni, più che amicali. Non posso difatti dimenticare l’affetto con cui Antonio (i figli mi perdoneranno se oso oggi chiamarlo con il nome proprio), ad onta dei suoi personali acciacchi, si curava di garantire a mio padre, affetto da quella ipovedenza che ne ha tormentato gli ultimi anni, l’opportunità di continuare ad essere presente nelle manifestazioni pubbliche dell’ANPI.

Un ulteriore ringraziamento sento di dovere alla nostra. ospite, mia sorella Piera, che ha gentilmente messo a disposizione gli spazi necessari alla celebrazione dell’evento, nonché a tutti Voi amiche ed amici, compagne e compagni, che siete intervenuti, manifestando così, con il Vostro impegno, il Vostro attaccamento ad una figura, quella appunto di mio Padre, i cui insegnamenti ritengo meritevoli di non essere dispersi per il presente e per il futuro.

Il che mi conduce, illico et immediate, nel cuore del compito, che indegnamente sono chiamato ad affrontare, ovvero quello di tratteggiare la figura di Aedo Violante, compito che mi sforzerò di svolgere senza indugiarvi, sia perché il rapporto filiale potrebbe inconsapevolmente indurmi all’agiografia sia per non abusare del tempo che vorrete cortesemente concedermi essendo ben consapevole che, anche solo tentare di delinearne un profilo esaustivo, costituirebbe improbo cimento.

Farò in modo, pertanto, che sia egli a narrarsi, limitandomi all’assolvimento di una mera funzione di raccordo, in ciò coadiuvato dalla opportunità offertami di condividerne la quotidianità – professionale in primis, ma non solo - per oltre 8 lustri.

Circa il suo profilo di giurista – che non va disgiunto dalla dimensione complessiva della sua figura – mi è sufficiente ricordare la molteplicità delle pubblicazioni scientifiche e la costante attenzione prestata al mutare delle esigenze, che lo sviluppo della società è andato proponendo: di qui l’impegno professionale, dapprima nella tutela del bracciantato agricolo, indi dei lavoratori dipendenti, per occuparsi di poi delle problematiche connesse alla sempre maggiore presenza delle istituzioni pubbliche nella regolazione degli interessi generali ed approdare infine e con largo anticipo rispetto al varo di una normativa settoriale organica, alle tematiche della tutela dei beni ambientali, che ha insegnato a livello accademico, avendo sempre a cuore, quale fine ultimo dell’agire, il bene della collettività nel suo insieme, declinato come contemperata sintesi tra le esigenze di ordinata modificazione antropica dell’esistente ed irrinunciabile preservazione di quanto si debba conservare a beneficio delle future generazioni. Di qui lo svolgimento, a volte anche a titolo grazioso, di attività di supporto legale ad amministrazioni impegnate nella difesa di tratti del proprio territorio. Ricordo a me stesso: l’ausilio prestato, nella seconda metà degli anni ‘70, al Comune di Castelvolturno, nel purtroppo vano tentativo di contenere le iniziative di cementificazione della costa, già avviate negli anni antecedenti, indi negli anni ‘80 al Comune di Procida per scongiurare che la profilata cessione a privati dell’isolotto di Vivara, costituisse viatico per la realizzazione ivi di un resort turistico. Ma di qui anche l’impegno profuso nella attuazione del primo contratto d’area d’Italia ex art. 2, comma 203, lettera f), della legge n. 662/1996, grazie al quale è sorto, sulle rovine dell’ex cementificio, l’attuale porto turistico di Castellammare di Stabia, irrinunciabile occasione occupazionale sia per le diverse centinaia (ma forse è giusto parlare di migliaia, se si considera l’indotto) di lavoratori che hanno concorso a realizzarlo, sia per il personale, che oggi vi trova stabilmente impiego.

Ho ritenuto necessaria questa premessa perché mio Padre, per cultura e formazione, è stato persona costantemente attenta alla difesa della legalità, in specie quella costituzionale, quale precondizione di ogni civile occasione di confronto dialettico, nel fermo convincimento che la perimetrazione della libertà di ciascuno trova invalicabile limite nella sfera di libertà degli altri e che è compito dello Stato, nelle sue diverse articolazioni, garantire il rispetto di questo principio immanente ad ogni sistema democratico.

Solo se letta in quest’ottica può cogliersi il senso profondo della narrazione, che egli stesso compie di un episodio della sua remota esperienza di docente negli istituti superiori: Un giorno entrai in classe e vidi disegnato sulla lavagna il simbolo della falce e martello. Non dissi niente, ma raggiunsi la cattedra, mi sedetti, aprii il registro e feci l’appello. Al termine mi alzai e annunciai l’argomento della lezione che mi accingevo a svolgere. Dopo di che, come se avessi seguito un pensiero, dissi: “Ragazzi, voi sapete che quel simbolo mi è molto caro, rappresenta la forza degli operai e dei contadini, che costituiscono in gran parte il nerbo centrale di ogni nazione civile. Tuttavia vi domando se siete tutti d’accordo con quel simbolo. Se sì, lasciatelo pure disegnato sulla lavagna, ma se tra di voi c’è anche uno solo in disaccordo, allora vi prego di cancellarlo … Non muovo alcun rimprovero …” Un ragazzo si alzò e pulì la lavagna. (da: Liberale di Sinistra).

Ed è ancora in quest’ottica che trova precisa collocazione la gioia con cui narrava di un allievo, figlio di un artigiano, che si professava di estrema destra, ma la cui vivacità intellettuale venne colta da mio padre come opportunità di diuturno confronto, tanto da fargli maturare, alla fine del percorso liceale, la determinazione di lasciare il partito in cui militava, per iscriversi a quello comunista.

Fu per tale cifra valido epigono di quel Mario Sansone, che ebbe la fortuna di avere come docente e perciò (sono sempre parole di mio padre, ancorché rivolte al suo anziano maestro) “capace di dare ai giovani ciò di cui più avevano bisogno: una formazione culturale, che non conosceva confini, plasmandone le menti senza nulla imporre, sollecitandole alla meditazione ed alla conoscenza, educandole alla ricerca ed alla rimozione dell’errore, sublimando l’amore per il messaggio della scienza ed il rivelarsi dell’umanità”.

E non v’è contraddizione alcuna tra quanto Vi ho riferito e la sua giovanile – aveva solo 18 anni - adesione al movimento insurrezionale, meglio conosciuto come quello delle quattro giornate di Napoli.

Perché, vedete, per dirla con Giorgio Amendola (Napoli, comizio di apertura della campagna elettorale per le amministrative del 1975) le rivoluzioni si fanno quando si devono fare – ovvero quando ogni forma di libertà viene meno - imbracciando le armi e se necessario salendo sui monti e non sfasciando qualche vetrina e dando fuoco a qualche auto, ovvero ponendo in essere comportamenti delinquenziali, di stampo para-squadristico ed immeritevoli di qualsivoglia forma di tolleranza, perché funzionali, nella migliore delle ipotesi ed in disparte quella illecitamente lucrativa, solo alla ricerca di visibilità di chi li organizza ed idonei a suscitare sconcerto nella collettività, ad ingenerare insicurezza e ad allontanare gli investimenti necessari per un proficuo sviluppo della società nel suo insieme.

A questo proposito e con lo sguardo rivolto all’oggi, ho ancora ben presente il ricordo dell’immagine – che ha fatto il giro del mondo grazie ai media - di una donna, con in braccio un bambino avvolto in una coperta, che per raggiungere il Santobono si vide costretta pochi anni addietro a farsi largo tra le auto paralizzate in piazza Medaglie d’Oro, nel corso di una mattinata di ordinaria inciviltà, in cui quel tratto del nostro quartiere venne investito dalla furia di professionisti della guerriglia urbana, molto plausibilmente all’uopo assoldati e senza che alcuna voce di sincero stigma si levasse dagli uomini delle Istituzioni locali, evidentemente troppo impegnati nella narrazione mitopoietica di una città pretesamente ribelle, la cifra della cui eversiva risposta alle esigenze dei più deboli, quando effettivamente tali – mi riferisco, ad esempio, al fenomeno delle occupazioni degli immobili – mi risulta assai difficile distinguere da quella pariteticamente adottata dalle organizzazioni malavitose.

Un ultimo accenno, e qui veramente mi avvio a concludere, merita l’impegno politico profuso da mio padre, che nel 1948 – all’indomani e non prima del 18 aprile, cosa di cui andava particolarmente fiero – si iscrisse al Partito Comunista restandovi fino allo scioglimento, individuando in ciò il logico corollario della scelta di adesione alla lotta partigiana, effettuato cinque anni addietro, vivendo anni difficili, in cui l’essere comunista significava spesso essere discriminati ed in cui le lotte operaie troppo soventemente finivano con l’essere represse nel sangue.

A questo proposito voglio leggerVi i brevi versi che mio padre volle dedicare alle sei vittime di Modena del 9 gennaio 1950.

Le case grigie battono i vetri:

vento nel sole.

Livore di volti opachi

senza cielo,

incatenate

colonne di fumo.

Chi urla?

Seppellite le ossa

(Modena, da: I tempi di una vita)

La scelta operata, tuttavia, non ha affatto inciso sulla sua capacità di intessere confronti, talvolta anche duri ma sempre nel rispetto reciproco, con chi aveva operato scelte diverse, se non diametralmente opposte, tanto da guadagnarsi diffusa stima tra gli avversari.

Mi sento di poter dire che mio Padre fu, in ciò e nella quotidianità, uomo del dialogo – nella fermezza dei propri convincimenti – culturalmente aperto a misurarsi con gli altri, necessariamente diversi da sé, avendo modo di attuare, sul piano pratico, quella esortazione di Luciano Violante “a riflettere sui vinti di ieri; non perché avessero ragione o perché bisogna sposare, per convenienze non ben decifrabili, una sorta di inaccettabile parificazione tra le parti, bensì perché occorre sforzarsi di capire, senza revisionismi falsificanti, i motivi per i quali migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze, quando tutto era perduto, si schierarono dalla parte di Salò e non dalla parte dei diritti e delle libertà” (discorso di insediamento quale Presidente della Camera del 9/5/1996).

In tale prospettiva voglio renderVi partecipi di un piccolo, ma esemplificativo episodio, raccolto dalla viva voce di uno dei protagonisti. All’indomani dell’8 settembre 1943 – giorno definito da Renzo De Felice, come quello della “morte della Patria”, il comandante dell’Accademia militare di Modena, riuniti gli allievi rimasti, alla domanda di alcuni su cosa dovessero fare, rispose - lui che, quale militare di carriera, aveva prestato giuramento di fedeltà al Sovrano – invitandoli ad “agire secondo coscienza”. Provate ad immaginarvi in quel luogo ed in quel tempo, magari senza aver beneficiato degli insegnamenti di un Mario Sansone, ma anzi indottrinati ad un falsante senso dell’onore e dell’amor patrio. Provate a calarvi nei panni, meglio, nelle coscienze di quei ragazzi – di età compresa tra i 16 ed i 17 anni, perché i diciottenni già erano al fronte – che stavano vivendo lo sconcerto di un re in fuga, che si era consegnato armi e bagagli al nemico di ieri. E provate ancora a trattenerVi in quei medesimi panni, allorquando, più che la consapevolezza della imminente sconfitta, le violenze perpetrate ai danni della popolazione civile e la indicibile ferocia impiegata nella repressione della lotta partigiana, fece talvolta maturare in quegli stessi giovani la consapevolezza di aver scelto, prestandole giuramento di fedeltà, la parte sbagliata.

Ecco il mio auspicio è che quell’invito di Luciano Violante possa divenire – vieppiù oggi che quella generazione, che quelle vicende le ha vissute in prima persona, è stata consegnata, per l’immancabile incedere del tempo, alla Storia con la “S” maiuscola – la cifra dell’agire dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, intanto per evitare che la preservazione della memoria si risolva nel tempo in una mistica resistenziale di pura forma, indi perché è compito della parte vincitrice proseguire in quella riflessione portandola a compimento. Difatti è solo attraverso l’elaborazione di una memoria condivisa che tragedie, come quelle che da una parte e dall’altra hanno caratterizzato il confronto politico in specie tra quelli della mia generazione, potranno essere definitivamente evitate.

Chi Vi parla è stato testimone e, fortunosamente, mancata vittima in particolare di una aggressione consumatasi ai danni di un corteo studentesco nell’ormai lontano 1974, in Corso Umberto I, nelle prossimità dell’Ateneo federiciano, allorquando un manipolo di uomini, con il volto coperto ed armati di spranghe e finanche di una rivoltella – i cui colpi fortunatamente non andarono a segno - irruppe, proveniente dalla Via Di Costanzo, nel corteo colpendo all’impazzata i presenti. Quindi ricordo bene quale fosse il clima di quegli anni. Ma ciò non mi può impedire di riconoscere l’errore di utilizzare modalità analoghe, che tanto dolore hanno contribuito a generare, come nel caso dello sventurato Sergio Ramelli.

I passi degli uomini

disegnano croci sul mondo,

e tutto collima col tempo.

Stasera, fulmineo,

il soffio del vento

ha narrato alle vette inviolate

i fatti del piano.

E i vecchi pini rupestri

dolenti

hanno lasciato cadere

i loro ultimi rami decrepiti

ed hanno gridato alle stelle,

incompresi,

il loro immenso dolore.

(Cittadella, da I tempi di una vita)

In tale prospettiva condivido appieno e a differenza di tanti, la scelta che ritengo di civiltà giuridica della S.C. di distinguere cioé tra il saluto romano meramente commemorativo, soprattutto se rivolto alla rivendicazione identitaria dei propri caduti, e l’agire in vista della ricostituzione del PNF, perché la salda ossatura democratica di un paese può ben permettersi certe minoritarie manifestazioni, ben altre essendo le sfide, che la difesa dei valori democratici ci impone nel nostro tempo di affrontare, come quelle che ci provengono dall’affermarsi anche in Europa di modelli di “democrature”, in cui è invece possibile cadere, nella evocazione di soluzioni “forti”, che i ribellismi violenti ed antidemocratici sono per converso utili a suscitare.

É un debito, questo, che abbiamo proprio nei riguardi di chi ha lottato e finanche perso la vita, per consegnarci un’Italia libera e democratica.

Un ultimo ringraziamento sento, a questo punto, di dover rivolgere, e non perché me ne sia dimenticato all’inizio, ma perché davvero senza di lui io non sarei e tutti noi oggi non saremmo qui: Grazie Papà!

(Febbraio 2024)

Ritrovare la memoria

 

di Gabriella Pagnotta

 

Giorni fa sono rimasta colpita da un articolo di Enzo Bianchi su uno dei mali del nostro tempo che rischia di contagiarci senza che ce ne accorgiamo, se ad esso non poniamo un rimedio. È un male dell’anima che ci allontana dall’Altro, che ci sradica dalla nostra comune appartenenza al genere umano. Questo male è l’indifferenza ovvero un sentimento di insensibilità che ci distacca dagli altri, come zolle alla deriva, ci allontana da quel comune sentire espresso da Donne: “Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto”. L’indifferenza penetra nel cuore rendendoci estranei alla sofferenza altrui e permette al male di espandersi senza domandarsi “for whom the bell tolls”, senza che grida compassionevoli si scaglino per contrastarlo. Come fermare questa epidemia? La fraternità è l’opposto dell’indifferenza ed è ciò da cui possiamo ricominciare per rigenerarci e rigenerare la nostra comunità; possiamo ancora una volta rimetterci in cammino per sentire nuovamente le nostre radici affondare nel comune bisogno di relazionalità, che è cifra della nostra stessa esistenza. E in questo percorso la memoria ci può venire incontro, la memoria di coloro che hanno vissuto mantenendosi aperti agli altri, superando i limiti della individualità e della separatezza di un’esistenza isolata per aprirsi ad una vita di relazioni affettive, di coloro che si sono ribellati al male. Nel nostro territorio abbiamo tante tracce di questa comune memoria, storie che possono illuminare il presente. Che ne dite di raccontare le vite di coloro che non hanno vissuto con indifferenza? Sono persone forse non note, che sono rimaste nelle pieghe della storia. A noi il compito di farle riemergere per restituire loro luce e dignità e per farci permeare da nuova linfa di vite passate, ritrovando il senso vero e smarrito della vita: “nulla può essere indifferente all’uomo”.

(Gennaio 2024)

In ricordo di Giulio Mendozza

 

di Marisa Pumpo Pica

 

E’ venuto a mancare all’affetto dei suoi cari il professor Giulio Mendozza, uomo di grande spessore umano, poeta e scrittore, infaticabile operatore culturale.

Nell’esprimere vivo cordoglio ai familiari, si uniscono a me i soci e gli amici del Centro di promozione culturale e sociale “Cosmopolis” e la Redazione tutta de “Il Vomerese”.

 

Stimato professionista, dal grande cuore, ha educato diverse generazioni di allievi. Molti i riconoscimenti e i premi ricevuti da Istituzioni pubbliche e private (medaglie, targhe, coppe, pergamene, diplomi). L’Accademia di Alta Cultura “Europa 2000” lo ha insignito del titolo di Accademico, conferendogli il Premio “Lo scugnizzo d’oro”. Ma quello a cui egli più teneva era l’aver meritato la Medaglia d’Oro come benemerito della Scuola, della Cultura e dell’Arte. Tale premio gli fu conferito dal Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, nel corso di una solenne cerimonia al Quirinale, il 3 novembre del 2003.

Giulio Mendozza ha sempre amato la poesia, fin da ragazzo, I primi componimenti in versi, come egli stesso era solito raccontare, li ha scritti quando aveva appena sedici anni e furono pubblicati, poi, nella sua opera prima, in un mix molto ben riuscito, accanto a quelli della maturità. E amava, in particolare modo, la poesia napoletana, perché ha amato la sua città di un amore profondo. Infatti, in un profilo di sé, che compare in un suo libro, “Versi Diversi”, scritto in tandem con un altro caro e comune Amico, Giulio Pacella, egli scrive che l’adorava, “oltre che per la sua bellezza, per il carattere unico del suo popolo, aperto, gioviale, ironico, quando non addirittura sarcastico, generoso, in una parola, carnale” Di sicuro in questi tratti del popolo napoletano, da lui così ben individuati, ci sono i segni del suo DNA.A differenza di Napoli, però, sempre chiassosa e festosa, egli era un uomo apparentemente schivo e riservato ma, al pari del popolo napoletano, era gioviale, ironico, generoso, carnale. Unico.

Come egli sottolinea, non ha “mai pensato a fughe da questo inferno-paradiso che è la sua odiata-adorata città, che rimane unica e imperdibile, ove certe atroci storture ne sporcano il volto ma non lo scalfiscono.” Era molto legato anche alla tradizione, agli usi, ai costumi della sua città, come è testimoniato da uno dei suoi saggi, l’ultimo, “La devozione popolare a Napoli”, in cui il rigore delle informazioni gli consente di sottrarsi alle tentazioni oleografiche.

Ha collaborato a diverse riviste letterarie, attraverso poesie ed articoli.

Amici, estimatori e critici, in gran numero, hanno scritto di lui, tessendone giustamente le lodi.

Tutti noi lo abbiamo apprezzato per le tante qualità, rilevabili nel suo quotidiano, nel suo tessuto umano e professionale, come nella sua poesia. I versi, sempre accattivanti e gradevoli, caratterizzati spesso dalla battuta finale, scherzosa ed ironica, sono anche oltremodo incisivi, per la varietà delle immagini, che arricchiscono il testo, e delle problematiche, che ne elevano il tono.

Un altro grande nostro Amico comune, il giornalista Pietro Gargano, lo aveva inserito nella “Nuova Enciclopedia Illustrata della Canzone Napoletana” e di lui, tra l’altro scriveva “(…) la vena è ampia, dalla malinconia al sorriso, pur se nei salotti gli chiedono soprattutto le poesie umoristiche. E di salotti ne ha frequentati tanti – riversando il suo sapere – a partire da quello storico di Salvatore Tolino. Mendozza parla con leggerezza di cose serie, fa ricorso all’aneddoto quando è utile al discorso”.

Anche Ettore Capuano lo aveva inserito nel suo volume “Letteratura a Napoli” e di lui scrive “Nei suoi scritti Giulio Mendozza analizza il carattere dei napoletani riferendosi alle dominazioni che essi hanno subito nei secoli ed allo spirito di rassegnazione che ne hanno ricavato come elemento fondamentale atto a produrre una saggezza: guida sicura per sopravvivere. Egli ama la luce: sia quella sfolgorante del sole che l’altra più tenue della luna. L’importante, infatti, per lui non è tanto l’intensità dello splendore quanto la sua continuità ed il risultato di questo bagno luminoso riesce ad alternare il momento prorompente del trionfo con la modestia della discrezione. Egli ama gli scatti nervosi dell’ironia quanto la delicatezza che si stende sull’anima con la gioia. Nella vita non bisogna mai abbattersi anche se l’errore ci turba e ci stringe in una morsa d’acciaio: esso, infatti, durerà quanto il respiro di una canzone e se non ci sentiamo più padroni di noi stessi sotto l’incalzare dell’oscurità potremo, quanto meno, consolarci alla fine con la crescita interiore dei nostri valori cardine”. Il riferimento al libro di Giulio “Russo ‘e luna” è quanto mai evidente.

 

Era da molto che non ci incontravamo, come ci accadeva, invece spesso, in passato, in occasione di tanti incontri culturali, conferenze, presentazioni di libri, salotti e quant’altro. Motivi vari hanno diradato i nostri incontri anche perché, per scelte, per così dire, di logistica personale, Giulio frequentava di più il centro della nostra città, io maggiormente il Vomero con le sue librerie, che ospitavano il Centro “Cosmopolis” per i nostri incontri culturali.

Negli ultimi tempi, poi, il sopraggiungere del Covid, che ha spezzato vincoli e legami, con la perdita dolorosa di tanti amici comuni, ha interrotto bruscamente tante felici consuetudini. Non ci ha strappato, però, le belle amicizie né la stima e l’affetto per uomini come Giulio Mendozza . Ci restano i ricordi, belli e tristi, al tempo stesso, ma sempre avvolti dalla magìa del passato. Ed è stato così che, rovistando nella mia libreria, alla ricerca dei libri di Giulio, per quella sorta di malinconico inventario, quasi un rito che non riesco ad evitare quando qualcuno dei cari amici ci lascia, mi sono soffermata sulla sua prima pubblicazione, “Curtellate ‘e sole”, del 1997, Editrice Ferraro - Napoli. Ferraro era, in quegli anni, l’editore dei Professori. Ebbene ho riletto alcune poesie, sempre, come molte altre, scritte dopo, nei libri successivi, ricche di immagini, pensieri e sentimenti, legati alla migliore tradizione dei nostri antichi poeti. Solo dopo aver letto queste poesie, ho dato una scorsa alla dedica, che, sul momento, mi era sfuggita e mi sono commossa per le belle parole a me riservate da Giulio, di suo pugno. Le cito qui, non per superficiale o stupida vanagloria, ma soltanto perchè in queste poche parole, semplici e stringate, c’è tutto il suo cuore. Sono il segno più autentico della generosità, dell’affetto, della stima che nutriva per gli amici. “A Marisa Pumpo che sa unire con un filo d’oro, cultura e sentimento, questo frutto del mio sentire”.

C’è, poi, un altro ricordo, che risale ad alcuni anni fa quando, nel salutarci, al termine della presentazione di un libro, edito da “Cosmopolis”, che ci aveva visti seduti accanto, allo steso tavolo, gli dissi: “Caro Giulio, abbiamo fatto tanto per la promozione della cultura e della poesia in particolare, per questa nostra città, ma quanti si ricorderanno di noi, quando non ci saremo più?” Mi guardò, con uno sguardo intenso, senza rispondere nulla ed abbozzò un sorriso. In quel sorriso c’era tanta malinconia, la stessa, forse, che aveva colto nelle mie parole. Purtroppo, spesso è così. Però io oggi voglio dirti, caro Giulio, che non ti dimenticherò. E voglio dirti, soprattutto, che, quando si opera per la cultura, non lo si fa per desiderio di gloria né perché altri debbano sentirsi obbligati a noi per debito di riconoscenza. Lo si fa e basta, perché c’è qualcosa in cui si crede, perché la cultura non ha limiti né confini né barriere. E comunque nella vita è sempre meglio essere creditori piuttosto che debitori. Giulio Mendozza ha dato tanto a molti, con professionalità e rigore. Attraverso prefazioni e recensioni di libri, su molti dei quali, sia pure a distanza, ci siamo ritrovati insieme con i nostri nomi sugli stessi testi, in una forma di grande solidarietà culturale.

Giulio Mendozza ha fatto tanto, per promuovere la cultura in tutte le sue forme. Lo ha fatto sempre, senza mai risparmiarsi, fino all’ultimo momento, pur dopo che la perdita della moglie lo aveva dolorosamente provato. E mi sembra giusto ed opportuno ricordare qui anche la moglie, la cara Laura Miccoli, che era legata a me e alla mia famiglia da un forte vincolo affettivo, per aver frequentato, da ragazza, la stessa scuola di mia sorella Irene. Era di casa da noi, come suol dirsi, e sempre arrivava festosa, col sorriso sulle labbra e la battuta pronta e vivace, non priva di arguzia ed ironia. Giulio la ritroverà così, ad accoglierlo con lo stesso sorriso, in luoghi migliori. Qui egli sicuramente, con l’arguzia e la pacatezza di sempre, senza mai perdere quella sua capacità di affabulatore, con cui riusciva ad avvincere il pubblico, parlerà a “russe ‘e luna” di “stelle ‘mpazzute”, di “suonne e penziere”, di “suonne marenare” e così via. In quei luoghi sereni continueranno ancora a sognare insieme, all’infinito per sempre.

(Dicembre 2023)

Positano in prosa

 

di Antonio La Gala

 

Le cronache estive si soffermano volentieri su località turistiche, evidenziandone il movimento turistico, le manifestazioni in calendario e altre situazioni d’attualità,

Spesso si tratta di luoghi che anche nel passato hanno richiamato l’attenzione di artisti e letterati di grande sensibilità, i quali ci hanno lasciato le loro impressioni, la loro interpretazione di quei posti, chi in forma di immagini pittoriche, chi in versi, chi in prosa.


Uno di questi luoghi è la costiera amalfitana, in particolare Positano, su cui ci è capitato di rileggere un libricino, edito da Guida nel 2004, sotto il titolo “Positano in prosa”, una raccolta curata da Francesco D’Episcopo.

D'Episcopo, nella prefazione, così anticipa e sintetizza il senso della pubblicazione: “Le pagine positanesi che si sono qui proposte, rispondono alla calcolata casualità di un percorso letterario comune, intrapreso dagli scrittori scelti. Una sorta di passaggio di consegne fra autori diversi, per estrazione e formazione culturale; ciascuno di essi chiamato a rincorrere una propria prospettiva. Eppure, nella diversità è possibile individuare una percezione di fondo comune”.

Fra i prosatori che ci hanno voluto raccontare le loro impressioni sono stati scelti Riccardo Bacchelli, Raffaele La Capria e Carlo Knight.

Riccardo Bacchelli ci racconta la Positano del 1926-27, quando vi mancava l’energia elettrica e l’acqua nelle case, ancora silenziosa, chiusa nella sua acrobatica architettura verticale, eretta a difesa, “per scampare dai barbari longobardi di terra e dai pirati saraceni di mare, con la sua gente che asseconda i silenzi della natura. E’ una città fatta a scale e si va per scale…. I cittadini la fondarono per conservarsi romani, così gli altinati fecero fra le paludi di Venezia, per salvarsi dagli Unni”.

Le impressioni di Bacchelli riportate nel libro, si soffermano, più fugacemente, su Napoli, il percorso lungo il Golfo per arrivare a Sorrento, da qui a Positano e poi oltre Positano, verso Amalfi.

Raffaele La Capria ci racconta i suoi ricordi, a cominciare dal suo primo approccio alla costiera amalfitana: “quel giorno mi apparve come un altro mondo, con caratteri e luci e colori di una sconvolgente e drammatica intensità. Ma quando dopo altre e altre curve e montagne scoscese dirupanti sul mare vidi finalmente le bianche case di Positano sparse come caprette sul verde di un poggio, quando vidi la spiaggia e la chiesa al centro con la cupola scintillante di maioliche a scaglie gialle e blu, mi sembrò tutto accogliente e ridente nel nitore di quel lontano mattino”.

Il terzo autore è Gilbert Clavel, uno dei tanti nordici attratti dalla luce mediterranea. Agli inizi del Novecento venne a Capri per curarsi dalla tubercolosi, ma poi passò a Positano, meno mondana e più tranquilla. Lì acquistò e restaurò, per farne la propria abitazione, quasi come metafora della sua trasformazione esistenziale ed artistica, una torre poggiata su uno scoglio di fronte a Positano, una di quelle torri costruite per avvistare l’arrivo delle navi saracene.

Le impressioni di Clavel, nel libro curato da D’Episcopo, vengono proposte attraverso un espediente letterario escogitato da Carlo Knight, il quale costruisce un racconto di Clavel recitato in prima persona, attraverso brani di lettere e di diari dello stesso Clavel.

A nostro avviso la lettura di questo libro riconcilia il lettore con una Positano più autentica, quella che sta nascosta prima e sotto la Positano che vediamo oggi, quella che oggi ci si presenta come uno dei tanti anelli della catena dei business turistici di massa, del boom di presenze post covid.

(Agosto 2023)

Curiosità etimologiche

 

di Alfredo Imperatore          

 

Alluccà

 

A Napoli c’è questo gioco di parole: “’O Re sta a Pisa (appiso= appeso) e ‘a Regina allucca ancora= il Re è appeso (all’impiccagione) e la Regina grida ancora”.

Alluccare, troncato in alluccà, in napoletano significa gridare. Scrive l’Abate Galiani nel suo famoso (per noi napoletani) “Vocabolario delle parole del dialetto napoletano, che più si scostano dal dialetto toscano, con alcune ricerche etimologiche sulle medesime degli accademici filopadridi” del 1789: <Allucco, grido altissimo, urlo, ululato, onde alluccare, gridar forte con segni di dolore: forse dall’uccello detto Allocco>.

Su tale parola si dilunga il D’Ascoli che così sintetizzo: <Alluccà: gridare, alzare la voce; etimologicamente, da lu(c)cullare= urlare, di origine onomatopeica o da una base luk= bocca aperta; o da buccare= urlare, da cui il napoletano allucco; o dal latino medioevale alucari= lamentarsi>.

Per il de Falco non c’è problema, scartata ogni altra ipotesi, per Lui la voce proviene dal latino adloquor, verbo che significa, tra l’altro, parlare a più persone, rivolgersi a una vasta platea di uditori e quasi comiziale: è risaputo che le arringhe degli antichi avvocati venivano chiamate allocuzioni.

L’allocco (strix aluco)è un uccello molto simile al gufo, però questo ha due ciuffi di penne erettili sul capo ed è generalmente inviso al popolo per l’abitudine di emettere, la notte, grida lugubri e stridenti (perciò porterebbe sfortuna); l’allocco, invece, ha come particolarità quella di avere il capo molto grosso e assumere durante il giorno, anche se disturbato, un’immobilità attonita, la qual cosa ha fatto sì che il termine allocco entrasse nell’uso per designare una persona goffa e sciocca; infatti, in napoletano allocco, che per aferesi di al diventa locco, acquista il significato di stupido, fessacchiotto.

L’allocco è tra i più grandi e aggressivi rapaci notturni, anche il suo canto è alto e stridulo, perciò viene spesso inserito nelle scene dei film di alta tensione. E’ proprio a questa sua specialità vocale che va riferita la radice napoletana della parola alluccà.

Concludiamo ricordando che il termine in epigrafe è diffusissimo nella letteratura napoletana; citiamo da Nicola Capassi autore delle “Alluccate contra li Petrarchista”: <Tanto te allucco ‘nfi ca te sturdisco>. (Tanto ti sgrido fino a stordirti).

E Ferdinando Russo in Sinfonia d’amore: <Ma mo’, sulo e desierto, a casa mia, vaco alluccanno sempre: addò starraje?> (Ma ora, solo come in un deserto, a casa mia, vado gridando sempre: dove starai?).

 

P.S. all(o) è il primo elemento di parole composte, tratto dal greco (alloò) allos= altro, differente, diverso; es. allocazione, allodola, allocco.

(Maggio 2023 - Gli articoli vengono riprodotti quali ci sono pervenuti)

ELOGIO DI “SE’ STESSO”

 

di Sergio Zazzera

 

Non tema il lettore: non si tratta di un episodio di narcisismo. Non è di me stesso che intendo parlare, bensì della locuzione della lingua italiana, virgolettata nel titolo.


Quello stesso maestro delle elementari, che ho già ricordato a proposito dell’apostrofo alla fine del rigo (marzo 2023), avrebbe sottolineato in blu anche il “sé stesso” scritto con l’accento sul pronome. E non si sarebbe neppure fermato lì, perché si sarebbe affannato a spiegarvi che il rischio di confusione tra il “se” congiunzione e il “sé” pronome non si correrebbe, in questo caso, perché l’aggettivo “stesso” che segue quest’ultimo chiarirebbe le idee a chi legge.

Ebbene, nulla di più errato, per quanto suggestivo; e ricorro a un esempio, con la precisazione che la forma plurale è “sé stessi”. Ma vengo all’esempio: “dico che, se stessi uscendo, dovresti ricordarti di prendere le chiavi”, e qui il “se” è congiunzione. Ora, provate a scrivere il pronome senza l’accento e ditemi se non vi troverete di fronte alla stessa forma grafica, più che idonea a generare confusione.

E, poiché io non sono nessuno, linguisticamente parlando, consentitemi di ricordare che Franco Fochi, che non è l’ultimo arrivato, nel suo L’italiano facile (del 1964, ma continuamente ristampato), dopo avere ritenuta ammissibile la forma non accentata, scrive: «tuttavia consigliamo di conservare l’accento… evitando così l’eccezione e, con essa, la complicazione».

Dunque, per quanto assolto “per insufficienza di prove”, il vostro maestro si metta pure l’anima in pace: “sé” è sempre “sé stesso”, anche nella locuzione “sé stesso”.

(Aprile 2023)

Curiosità

 

di Alfredo Imperatore

 

Tarallo

 Il tarallo è un biscotto a ciambella, cioè di forma circolare con un buco nel mezzo, tipico dell’Italia meridionale, dolce, ma specialmente salato.

Quello salato, io lo definirei un tortano in miniatura, formato, però, solo da farina tipo zero, sugna, sale, pepe con sopra qualche mandorla sgusciata, senza altri ingredienti come salame, formaggio, ciccioli, uova sode ecc., anch’esso attorcigliato come il tortano.

C’è ancora un’altra differenza “sfiziosa”: mentre tarallo attualmente è riportato da tutti i Vocabolari di madrelingua, il tortano, pur essendo di uso comune in tanta parte d’Italia, non è ancora entrato nelle voci dei nostri Dizionari.

Se è facile la manifattura dei taralli, difficile è il ripescaggio della sua etimologia.

L’avv. Renato de Falco, “il maestro di color che sanno il napoletano”, incomincia la sua disamina partendo dall’Abate Galiani che scrive pudicamente: <Tarallo, ciambella, e, in senso osceno ed in gergo, il forello>, prosegue affermando che il discorso rischia di farsi accidentato per rintracciare la sua origine.

Egli scarta il greco  talos = germoglio, contentezza, canestro, che non hanno alcun nesso col nostro biscotto, e il lat. torreo, es, torrui, tortum, torrere= abbrustolire, ciò varrebbe per il torrone, ma non per il nostro tarallo, ed è orientato, sempre al greco, ma a  tornos = che indica un oggetto tortuoso.

Inevitabile, adesso, è il ricordo della canzone Napule ca se ne va (1920) di Ernesto Tagliaferri nei meravigliosi versi: <e figliole, pé sottaviento, mo se fanno ‘na suppetella cu’ ‘e taralle ‘int’all’acque ‘e mare.. >.

Postilla. Se dopo una lite si fa subito pace, si usa dire: è finito tutto a tarallucci e vino.

Codicillo, Ricordiamo come curiosità, che al nostro onorevole e futuro Presidente della Repubblica, Giovanni Leone, in una delle tante crisi dei governi democristiani, fu proposto di farne uno nuovo e, dato che si era in estate, fu chiamato “Balneare”.

Si racconta che Egli, dopo aver accettato, abbia detto ad alcuni amici: <M’hanno pigliato pa’ ‘a sporta ‘o tarallaro>, per significare qualcosa che è sempre presente in tutte le stagioni.

Nota. La prima attestazionedi tarallo si trova nello Statuto di Ancona, ben cinque secoli prima dell’adozione nella lingua nazionale, come attributo nella loc. pan tarallo a indicare una sorta di galletta, un ritaglio di pane asciutto (Guglielmotti 902). (Nocentini).

(Marzo 2023)

ELOGIO DELL’APOSTROFO ALLA FINE DEL RIGO

 

di Sergio Zazzera

 

Ricorderete, sicuramente, che il vostro maestro delle elementari vi segnava in blu l’apostrofo messo “in fine di rigo”, cosa che – a suo dire – non si sarebbe dovuta fare mai. Ebbene, qualora doveste incontrare quel maestro, siete pregati di segnare in blu (magari, con vernice e pennello) lui stesso.


Partiamo da una considerazione: il “rigo” altro non è, che la trasposizione in grammatica della “retta” della geometria, la quale è, per definizione, infinita: dunque, se il “rigo” – del quaderno o del foglio protocollo – s’interrompe, ciò è dovuto soltanto alla “finitezza” delle dimensioni della pagina, mentre noi dobbiamo immaginarlo nella sua naturale continuità.

Ciò posto, è corretta la collocazione dell’apostrofo alla fine del rigo, come si può vedere, oggi e di solito, negli articoli di giornali e riviste; ed è proprio qui che volevo arrivare. Ancora adesso, ma ancor più quando la stampa richiedeva la composizione a piombo delle pagine, il proto, che s’imbatteva in una sequenza del tipo «alla fine di una / altra giornata» (e qui il simbolo “/” indica la fine del rigo della minuta, scritta dal maestro di cui sopra), qualora nel comporre la pagina si fosse ritrovato quel «una» nel corpo del rigo, l’avrebbe lasciato così, pari pari; con la conseguenza che il lettore si sarebbe trovato, a sua volta, nella condizione di leggere quel testo «col bitume in bocca», per dirla con Claudio Marazzini. E non so a voi, ma a me il sapore del bitume provoca disgusto.

(Marzo 2023)

PROCIDA MARINARA

 

La speranza dell’isola di primeggiare sui mari dell’intero universo nell’edizione riveduta e aggiornata di Procida Marinara, scritto da Sergio Zazzera e pubblicato da Edizioni Fioranna.

 

Come il luccichio delle onde illuminate dalla luna in una sera d’estate, Procida splende più che mai in questo 2022 che la vede Capitale Italiana della Cultura. E brilla, ancor più, voltandosi alle spalle per scrutare uno dei punti cardine della sua cultura: la marineria. Quando è trascorso ormai un quarto di secolo dalla prima edizione di Procida Marinara di Sergio Zazzera (1997, edizioni napolitane de il Sebeto), eccone una nuova, riveduta e aggiornata di questa completa sintesi storica che rivela come le attività marinare hanno costituito, per secoli, la fonte di reddito principale per Procida, la cui flotta ha conteso a lungo il primato a quella della costiera sorrentina. Oggi, invece, quello di Procida marinara è poco più che un mito. La frammentarietà e la dispersione delle notizie che concernono le vicende della marineria procidana, nonché la difficoltà di accesso a molte delle fonti, ne hanno reso non semplice la ricostruzione, che è stata realizzata col ricorso, oltre che a libri, periodici e documenti di varia natura, anche a reperti di cultura materiale e a fonti orali, pur con le ben note difficoltà esegetiche che vi sono connesse.

A quest’opera fu assegnato il premio Penna d’argento nell’edizione del 1998 della Fiera del libro di Procida. Assente dalle librerie ormai da un quarto di secolo, è riproposta nel momento in cui Procida ha assunto il ruolo di Capitale italiana della Cultura, grazie a Sergio Zazzera ed Edizioni Fioranna, casa editrice napoletana sempre attenta ai fenomeni culturali dell’isola. All’interno del volume, durante la narrazione, immagini e documenti storici davvero unici per ricostruire una storia che luccica. Zazzera lo spiega nella premessa: «È un dato di fatto innegabile che – mentre gli ischitani si dedicavano all’agricoltura e i capresi a una forma primordiale di turismo – la storia di Procida sia stata realizzata, in terra, dai sacerdoti e, sul mare, dai naviganti («acqua santa e acqua salata», potrebbe dirsi, parafrasando un modo di dire borbonico), poiché sono queste le classi sociali che hanno, sempre, espresso – e, per lo più, continuano a esprimere – le due maniere di manifestarsi della cultura dell’isola, la più originale delle quali finisce per essere, per ragioni fin troppo scontate, proprio l’ultima di esse. E, se, nella contesa con la costiera sorrentina, Procida fu seconda per consistenza della flotta, viceversa, per dimensioni degli scafi essa primeggiò, indiscutibilmente, laddove, oggi, e da alcuni decenni, ormai, il mito di Procida marinara vive tra l’“imbalsamazione”, per lo più, compiaciuta, del passato e la ricerca – febbrile, quanto vana – di un’identità per il futuro”.

Lo stesso Sergio Zazzera, spiega così la voglia di raccontare Procida marinara: «La marineria costituisce per Procida - rivela l’autore - insieme con la religiosità, popolare e non, e con l’agricoltura, uno dei cardini della cultura locale. Mi è sembrato giusto, dunque, celebrarne i fasti nell’occasione di Procida Capitale italiana della Cultura 2022».

Con lo stesso entusiasmo Anna Fiore, titolare della casa editrice Edizioni Fioranna (www.edizionifioranna.it): «Dal 2008 siamo sempre vicini a tutto ciò che riguarda la cultura di Procida e pubblicare un volume del genere, scritto da una penna autorevole come quella di Sergio Zazzera, per noi è importantissimo. La storia della marineria procidana – spiega Anna Fiore – è uno dei fulcri principali dell’isola. Grazie all’autore abbiamo potuto vedere, toccare documenti storici originali come passaporti o atti di compravendita delle barche. Un vero privilegio. Avere nel nostro catalogo una pubblicazione sulla marineria procidana è per noi motivo di vanto».

(Luglio 2022)

Il forte di Vigliena

 

di Antonio La Gala

 

Nel primo decennio del Settecento, per motivi di difesa, fu costruito sulla costa vesuviana un fortino, con funzione precipua di difesa verso il mare. Fu chiamato Forte di Vigliena, per ricordare il vicerè che ne iniziò la costruzione, il marchese di Villana, l’ultimo vicerè spagnolo di Napoli.

Sorgeva poco più di un chilometro dopo il Ponte della Maddalena, fra il mare e la via che portava alla Reggia di Portici, ed in effetti era la prima ed isolata difesa sul lato orientale della città.

Era una costruzione di forma pentagonale, il cui perimetro sviluppava circa trecento metri di lunghezza. Sul lato verso il mare le mura erano chiuse e ai lati si notavano due bastioni sporgenti: quello rivolto verso Napoli conteneva il deposito delle polveri, l’altro il deposito delle armi; sette cannoni di grosso calibro erano puntati verso il mare.

Al forte si accedeva dal lato verso terra (anch’esso munito di due bastioni) mediante un ponte levatoio su un fossato. Era difeso da quattro cannoni, di diametro più piccolo, e da diverse fucilerie.

“L’arredo interno” del forte era quello classico: corpo di guardia, cammino di ronda, casematte per gli artiglieri, officina, vivanderia, pozzo, alloggiamenti per i militari.

Il forte di Vigliena visse il suo momento di gloria (e di sangue), nel giugno 1799, quando le truppe del cardinale Ruffo, provenienti dalla Calabria, espugnarono Napoli, cacciandone i giacobini della Repubblica Partenopea.

Il forte, ultimo avamposto prima della città, era difeso da 150 rivoluzionari della Legione Calabrese Repubblicana, comandati dal prete calabrese Antonio Toscano.

Allo spuntare dell’alba del 13 giugno fu assaltato dagli uomini di Ruffo. Verso l’una di notte, quando questi già erano penetrati nella roccaforte, saltò in aria la polveriera.

Un fulmineo intenso chiarore squarciò il buio della notte, accompagnato da un fortissimo tuono. Nell’esplosione morirono tutti, vinti e vincitori, affratellati anche nella morte, visto che si trattava, da una parte e dall’altra di combattenti quasi tutti provenienti dalla Calabria.

Gli studiosi non sono concordi se attribuire lo scoppio ad un errore dei difensori che dopo aver minato il forte non fecero in tempo ad uscirne, oppure ad un deliberato gesto del comandante  Toscano, o infine all’infuriare della battaglia.

Non è facile dire veramente come andarono le cose. A qualcuno è sembrata apologetica verso i giacobini la versione di Pietro Colletta secondo la quale il prete Antonio Toscano, comandante della guarnigione, animato dallo spirito degli Eroi delle Termopili o emulo di Pietro Micca, quando si rese conto che il forte era stato conquistato dagli avversari, si trascinò eroicamente, benché gravemente ferito, fino alla polveriera, dandole fuoco, per distruggere i nemici che vi erano penetrati.

Il Re borbonico, restaurato sul trono, provvide a restaurare anche il forte, che nel 1861 passò all’esercito italiano postunitario, con funzione soprattutto logistica per i militari di passaggio verso il resto del Sud.

Ridotto poi in ruderi, nel 1891 i suoi ruderi furono dichiarati “Monumento Nazionale” e recintati.

Nel secondo dopoguerra, seguendo un copione molto diffuso dalle nostre parti, la zona, non vigilata da nessuno, divenne deposito di rifiuti e spazio per catapecchie. Il forte fu cancellato definitivamente, alle soglie dei nostri giorni, dal tradizionale disinteresse per le memorie storiche e dalla non meno tradizionale incuria.

A ricordarlo rimane il molo portuale sistemato negli anni Trenta nei suoi pressi. Chi poi vuole avere un’idea del forte diroccato, può andare a vedere un quadretto dipinto nel 1913, ospitato nel Museo di San Martino.

(Aprile 2022) 

IMMAGINI DI UNA NAPOLETANITA’ D’ALTRI TEMPI

 

di Sergio Zazzera

 

Una malintesa maniera d’intendere la globalizzazione potrebbe indurre a considerare come una caratteristica negativa la Napoletanità: perfino il più recente Raffaele La Capria mostra già di farlo, rinnegando di fatto quella sua originaria, quanto benefica, distinzione fra “napoletanità” e “napoletanitudine”, che pure costituirebbe un utile contributo alla salvaguardia dell’identità napoletana, della quale, poi, guappo e femmeniello, autentici “figli di Partenope”, costituiscono due maniere distinte di atteggiarsi.

Quanto al primo di costoro, Ernesto Murolo cantava, in Napule ca se ne va, «quann’’o guappo era ‘nu rré»; e, infatti, costui incarnava il volto benevolo di un’alternativa alla legalità, propria di altri tempi, atteggiandosi a paciere/giustiziere con una pretesa di rispetto, ch’egli stesso riteneva giusta e che per tale gli era riconosciuta, quasi come una ricompensa, da coloro che ricorrevano alla sua interposizione. È noto, poi, come una virata in senso negativo abbia operato nel senso della cancellazione – meglio, sopraffazione – di questa figura da parte di quella del camorrista.

A sua volta, il femmeniéllo, costituisce l’immagine di una diversità, che l’apertura mentale del popolo napoletano ha sempre accettato e che soltanto la ricerca del “nemico” da proporre al popolo (questa volta, non soltanto napoletano, bensì a quello italiano intero), che il regime fascista si era posta come obiettivo, riuscì a rendere oggetto di persecuzione, determinandone, addirittura, qualche deprecabile strascico anche nell’Italia liberata.

A ricostruire la fisionomia di queste due figure provvede oggi Monica Florio, passando in rassegna tutte le possibili fonti – letterarie, giornalistiche, iconografiche – e offrendo, così, un valido contributo al salvataggio di componenti preziose del patrimonio identitario del popolo napoletano; il quale oggi, più che mai, ne ha enorme bisogno.

MONICA FLORIO, Storie di guappi e femminielli (Napoli, Guida, 2020), pp. 148, €. 15,00.

(Aprile 2022)

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