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Tra arte e natura. Sabato a Castel Gandolfo   di Luigi Rezzuti   Anche se con notevole ritardo, ho saputo di poter visitare Castel Gandolfo, partendo...
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LA SCOPERTA DELLA GROTTA AZZURA di August Kopisch   di Luigi Alviggi   Nell’estate del 1826, August Kopisch e l’amico Ernst Fries sbarcano per la...
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CHAMPIONS LEAGUE - OTTAVI DI FINALE   di Luigi Rezzuti     Martedì 7 marzo 2017, ore 20,45, rullo di tamburi, lo spettacolo ha inizio. Bambini,...
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Nascita della stazione di Napoli Centrale   di Antonio La Gala   Tutti i napoletani, quelli meno giovani, per esperienza diretta, gli altri,...
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L’ELEFANTE  E  LA  FORMICA, di  Eleonora  Bellini   di Luigi Alviggi     Questo lavoro rinnova la memoria su Mohandas Gandhi (1869–1948), il Mahatma...
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IL PALLINO DELLA GUERRA   di Luigi Rezzuti   Durante la permanenza militare all’ospedale militare, una mattina, arrivò l’ordine di una esercitazione...
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Donne e Madonne   Al via la quarta edizione della Mostra Concorso "Mare Mota", che avrà per oggetto il tema intrigante "Donne e Madonne" e si terrà...
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Pensieri ad alta voce di Marisa Pumpo Pica Fra detti e dirette   Un giorno festivo, dopo pranzo, ore 15, accendo il televisore e su Rai 3 si trasmette...
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SETE, di Amélie Nothomb

 

di Luigi Alviggi

 

 

Sorprendente e geniale l’idea fulcro dell’ultimo romanzo della Nothomb: passare la notte prima del martirio, il giorno del supplizio, la crocifissione e il dopo, con il Signore Gesù immaginando come essi possano essere trascorsi nella mente e nei ricordi del Dio fattosi uomo.

La narrazione rispetta gli aspetti divini dalle Sacre Scritture ma l’Autrice, audacemente, si prende delle libertà rispetto al Nuovo Testamento. Non dimentichiamo che esiste un precursore - “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” (1991) di Saramago - nel quale il Cristo è quasi vittima di un Dio che non ha chiarito i Suoi scopi al Figlio, prima di inviarLo nel mondo. Amélie va certo a fondo in campi non ortodossi per i canoni evangelici, questo va chiarito per evitare contrarietà nel lettore ignaro. Il testo è una specie di vangelo autobiografico, narrato in prima persona, indagando nei pensieri di una mente “umana” a tutti gli effetti.

Vengono, cioè, posti in luce dettagli diversi “ignorati” dai testi sacri e, in ultima analisi, si avvicina la Sua figura a quella di un comune essere umano, rendendoLo ancora più misericordioso e amorevole verso il “prossimo”, col quale è entrato in contatto e che non esita a caricarlo di colpe inesistenti, di concorso nella decisione di Pilato per la condanna a morte. Queste accuse provocano una forte afflizione in Gesù: è il caso, per esempio, della rassegna dei miracolati presenti al giudizio che, per un verso o per l’altro, Lo incolpano di danni sofferti a seguito della grazia che ha compiuto a loro beneficio. Sono poi evidenziate la personalità di Giuda e i suoi rapporti con gli altri apostoli e l’indagine si fa intensa sulla figura di Maria Maddalena - amabile come “un bicchiere d’acqua quando stiamo morendo di sete” -, coprotagonisti poco esplicitati nei testi sacri.

L’uomo Gesù è tormentato e le ultime ore di vita dimostrano la Sua totale partecipazione a ogni debolezza umana. Il sacrificio assume valore ancora più elevato portando al merito eccelso il martirio che l’uomo-Dio ha subìto per noi. Singolare è la distinzione operata nella narrazione tra una “scorza” e il suo interno. Cristo afferma che, per ogni miracolo compiuto nell’approvazione del Padre, è ricorso a una scorza, un rivestimento che copre la Sua fisicità e ne rimane per certi versi distinta.

Amélie Nothomb (Giappone, 1967), scrittrice belga, ha girato molto in Asia e in America, da giovane. al seguito del padre diplomatico. Pluripremiata, il suo primo lavoro è stato già un successo: “Igiene dell’assassino” (1992) esce in Francia, dove ora vive stabilmente. La vicenda: un premio Nobel della letteratura confessa, nella sua ultima intervista, un omicidio compiuto anni prima. “Sete”, del 2019, è il suo 28° romanzo, arrivato secondo al Premio Goncourt 2019. La Nothomb ha la bravura di sfornare un libro nuovo all’anno. L’approccio narrativo è incisivo, asciutto come sempre, e serrato il ritmo della vicenda. La foto in copertina, come al solito, raffigura l’Autrice oggi.

Perché questo titolo? L’esperienza terribile della “sete” serve a sviare la mente del Signore dalle indicibili sofferenze inflitte al corpo nelle fasi del supplizio. È il sollievo utilizzato per stornare lo strazio dei tormenti del martirio subìto: il peso che grava su mani e piedi, trapassati da chiodi che lacerano la carne, la spossante stanchezza, cumulata nell’impervia salita sotto la pesante croce, la sorte senza speranza che sa attenderLo inesorabile. Il patimento generato dall’arsura funziona quindi da diversivo a questa tortura enorme, smorzando le sofferenze inflitte dagli aguzzini.

La sete, che mi ero conservato come arma segreta, si riaffaccia in me. È stata un’idea eccellente. Il tormento estremo della gola mi permette di uscire dall’orrore dei corpo straziato, il mio stato di arsura porta in sé una sal­vezza concreta.

 

In una rigorosa ortodossia dobbiamo rimproverare alla Nothomb l’avere troppo distinto nel Cristo incarnato l’uomo dalla Sua sostanziale essenza divina. In qualche punto il primo si pone in contrasto, per non dire in opposizione, con il Padre per le scelte da Questi compiute e per il mostrarsi, in certo qual modo, estraneo alla Sua stessa sostanza. Ma, come credo possiamo concordare tutti, la creazione letteraria è ben distinta dalla precisa ripetizione di quanto accaduto nella realtà e tramandato nella Storia Sacra, narrata dai nostri precursori...

Per provare la sete, occorre essere vivi. Io ho vissuto così intensamente da morire assetato.

Forse è proprio questa la vita eterna. 

Amélie Nothomb: Sete

traduzione di Isabella Mattazzi

Voland, 2020 – p. 128 - € 16,00

(Gennaoio 2021)

CURIOSITÀ

 

di Alfredo Imperatore

 

La dea Maia

La dea Maia, nella mitologia greca, era la più bella di tutte le Pleiadi, figlia di Atlante e di Pleione, amata da Zeus, col quale generò il dio Ermete, considerato l’inventore dello strumento di musica, la cetra, detta anche lira, da lui costruita stendendo le corde sul guscio di una grossa tartaruga.

Il nome Maia significa colei che porta crescita, praticamente madre, nutrice e anche nonna.A lei è dedicato il mese di maggio, che, per antonomasia, è il mese caratteristico della primavera, perché cade nel pieno della “dolce stagione”. A Napoli, per antichissima consuetudine, si celebra la festa della primavera, simboleggiata dai fiori di ginestra.

Anche nei “Fasti” di Ovidio si trova una traccia di questa usanza: <in maias festum floreale calendas> (a maggio inizia la festa floreale). In tale mese arriva anche l’abbondanza delle messi.

Il maiale

Che gli antichi Romani fossero dei buongustai e dedicassero ai convivi diverse ore della giornata, è un fatto risaputo e, come tutti gli amanti della buona tavola, davano particolare rilevanza al maiale. Ancora oggi diciamo che del maiale non si butta nulla. Essi, come d’altronde noialtri, avevano diversi sinonimi per identificare il prelibato onnivoro: sus-suis, verres-is, maialis-is (quello castrato) e aper-apri (quello selvatico).

Famoso era il maiale farcito, chiamato porcus troianus, a somiglianza del falso cavallo di legno, con l’interno pieno di guerrieri greci, imbottito, invece, questo, di deliziose ghiottonerie.

Majo o albero della cuccagna

L’abate Galiani, nel suo celebre Vocabolario delle parole del dialetto napoletano…, alla voce “Majo” ci ricorda un antichissimo divertimento popolare che si  faceva ai primi di maggio e che consisteva nell’ungere l’albero di maestra di un veliero col sego, “coronato alla cima di salami, formaggi e cose simili, premio di chi prima lo monta”. In pratica era l’attuale “albero della cuccagna”.

L’agnello pasquale

Ritornando alla dea Maia, era usanza, presso gli antichi Romani, nel mese di febbraio, sacrificarle il suo animale sacro, proprio il sus-suis. Orbene, questo sus maialis, cioè porco di Maia, si mangiava come corpo della divinità, quale sacrificio sostitutivo. Agevole il paragone con l’agnello pasquale. Corsi e ricorsi storici di vecchia memoria, anche nelle tradizioni culinarie popolari.

Majatico

È il nome attribuito a una specie di ciliegie, particolarmente dolci e grandi, ed è anche una pregiata qualità di grosse olive nere da tavola. Queste, raccolte a piena maturazione, si lasciano appassire all’ombra, poi si immettono in acqua, molto calda, per togliere l’amaro e infine si essiccano al forno.

Il  primo calendario romano

Secondo la tradizione, il primo calendario romano è attribuito a Romolo, fondatore di Roma, nel 753 a. C. Sembra fosse un calendario lunare, sulla falsariga di quello dell’antica Grecia.

L’anno era formato da 10 mesi e iniziava a Marzo, cioè Martius mensis, dedicato a Marte, dio della guerra, e padre di Romolo e Remo.

Il secondo mese era Aprile che apriva alle forze generatrici della natura e alla prosperità. Il terzo mese era dedicato alla bellissima dea Maia che, tra l’atro, simboleggiava la Terra, generatrice delle imminenti biade.

Giugno, secondo alcuni, era consacrato alla dea Juno (Giunone), moglie di Giove e regina dell’Olimpo; per altri, a Lucio Giuno Bruto, figlio di Tarquinia, sorella dell’ultimo Re di Roma.

Il secondo dei sette Re di Roma fu Numa Pompilio. Questi, nel 713 a.C. aggiunse all’inizio dell’anno due mesi: Ianuarius, Gennaio, e Februarius, Febbraio, cosicché i mesi divennero 12. Gennaio era dedicato a Giano, simbolo del Sole e della Luna: con esso iniziava non solo l’anno, ma anche ogni grande impresa. Febbraio era il mese della purificazione: februàrius mensis da fèbruus→ februàrius→ febbre, la quale purificava, se si riusciva a superare la malattia che l’aveva provocata!

Dopo Giugno, gli ultimi 5 mesi furono denominati: Quintilis (il quinto mese), Sestilis (il sesto mese), e poi September, October, November e December (mensis); il quinto mese, Quintilis, nel 44 a.C., in onore di Giulio Cesare fu detto Iulius, e il sesto, Sextilis Augustus, in onore di Cesare Ottaviano Augusto, che fu il primo Imperatore di Roma. Essi tuttora si denominano Luglio e Agosto.

Settembre, Ottobre, Novembre e Dicembre, rappresentavano gli ultimi quattro mesi dell’anno.

Però, l’insieme dei 12 mesi, corrispondeva in modo imperfetto al periodo dell’anno solare, e, per ottenere la corrispondenza, si aggiungeva, ma non con regolarità, un mese intercalare, mensis intercalaris, per eguagliare l’anno lunare a quello solare.

La rifotma giuliana

Giulio Cesare, nel 46 a.C., con la riforma, detta appunto riforma giuliana, operò una sostanziale modifica, rendendo i mesi, alternativamente, di 30 e di 31 giorni e introducendo, ogni 4 anni, un anno bisestile. Il termine “bisestile” si spiega in questo modo: a Febbraio, il giorno in più non fu aggiunto dopo il 28 del mese, bensì dopo il 24 (cioè dopo il “sesto” delle calende di Marzo) in tal modo il 25 febbraio, giorno aggiunto, fu detto dies bis sextus ante Kalendas Martius (giorno due volte sesto prima delle calende di Marzo).

A quessto punto ci preme una precisazione: fino al 46 a.C. l’anno lunare dei Romani era di 355 giorni e i mesi risultavano di 29 giorni, tranne Febbraio che era di 28, e Marzo, Maggio, Luglio, Ottobre,  che erano di 31, occorrerà tener conto di questo nell’interpretazione delle date delle lettere di Cicerone che, da quanto appena detto, risulterà chiaro che siano anteriori al 45 a.C. [La lingua dei  Romani. Fabio e Giovanni Cupaiuolo].

Inoltre, con la riforma giuliana, il settimo, l’ottavo, il nono e il decimo mese, aumentarono, nella dicitura, di due unità, per cui, nel loro nome, vi è questa “anomalia” in quanto vengono chiamati rispettivamente Settembre, Ottobre, Novembre e Dicembre, mentre a rigor di logica, bisognava  chiamarli rispettivamente: “Novembre, Dicembre, Undicembre e Dodicembre”.

La riforma gregoriana

Alla riforma giuliana seguì, nel 1582, la riforma gregoriana, voluta dal Papa Gregorio XIII, che instaurò l’anno tropico, dal greco  tròpos, rotazione, più breve di 12 giorni, che in tutto il mondo moderno è ritenuto ancora (e forse lo sarà per sempre) quello ufficiale, per l’economia, la politica, gli scambi internazionali navali, aerei, ferroviari ecc., con la sola accortezza dei fusi orari. Pertanto fu giocoforza saltare dal 4 al 15 ottobre del 1582, per riportare l’inizio della primavera al 21 marzo.

L’anno tropico è l’intervallo di tempo che intercorre tra due consecutivi passaggi del sole, all’equinozio di primavera.

Ad graecas kalendas

Calendario deriva dal tardo latino calendariu(m) da calenda, che rappresentava il primo giorno del mese.  Il libro delle calende era il registro che conteneva le notizie astronomiche, agrarie e religiose di ciascun mese e tante altre nozioni. Per di più segnava la scadenza degli interessi i quali maturavano il primo del mese.

I Greci non avevano le calende, onde la locuzione latina ad graecas kalendas, alle calende greche.

(Dicembre 2020)

Hello Napoli

 

di Mariacarla Rubinacci

 

   Anya, dai capelli ramati, l’incarnato candido come porcellana, gli occhi del colore terso del cielo dell’Irlanda, con un volo diretto Dublino - Genova aveva raggiunto la nave da crociera, che l’avrebbe portata a Napoli.  La tappa tanto sospirata era ormai all’orizzonte. In prossimità del porto, la nave avanzava lentamente, le eliche schiumavano le acque calme dell’approdo. Affacciata al balcone del ponte su cui era la sua cabina, Anya sentiva il brivido della brezza della sera che le sfiorava le labbra e l’odore salmastro che le invadeva le narici, mentre le luci di Napoli filtravano attraverso le tende della finestra. Si era preparata a visitare la città. La cultura di cui si era alimentata era imbevuta di racconti fiabeschi, di leggende degli antichi Celti dove incantesimi trasformavano i figli del sole in cani per sorvegliare la casa del gigante. Ma lo studio di architettura all’Università le aveva fatto conoscere le chiese della Napoli Sacra e si era sentita rapita dal fascino dello stile barocco con la ricchezza dei suoi stucchi. Tra i monumenti che aveva studiato, le chiese, che le apparivano tanto differenti dalle austere cattedrali irlandesi dalle pareti in pietra e dalle guglie così alte da volere sfidare il cielo.

   Era scossa da un forte brivido di emozione. Per un’intera giornata, dal mattino dello sbarco fino alla sera, al rientro sulla nave, avrebbe visitato la città. Vista dal mare, Napoli le appariva come un libro illustrato per bambini, dove i pop-up si alzano dalle pagine per affascinare. La maestosità  del castello di Sant’Elmo sembrava volesse abbracciarla, il rosso pompeiano della Reggia di Capodimomte le invadeva lo sguardo, mentre i palazzi moderni, arrampicati sulla collina del Vomero, le facevano immaginare tanta vita.

   L’escursione era iniziata dalla piazza di San Domenico Maggiore. Svoltando a destra, ecco il palazzo di Sangro di Sansevero, dove aveva abitato il principe alchimista e scienziato che aveva lasciato alla vista dei visitatori i suoi esperimenti sul corpo umano. Il Cristo Velato le aveva imposto la necessità di pregare.

   Si era avviata, poi, tra i vicoli e le strade tortuose, che risalgono la collina come serpenti striscianti. Aveva fermato lo sguardo sulle alte facciate dei palazzi d’epoca che la guardavano come volti resi rugosi dagli intonaci scrostati da dove occhieggiava il tufo giallastro. Molti momenti di vita quotidiana le avevano offerto lo spettacolo gratuito di uno scenario ammaliante e nuovo per i suoi occhi. Una giovane donna incinta poneva nella borsa della spesa un cartoccio, grondante di pesciolini guizzanti e lucenti come l’argento, più in là un garzone era attento a non far cadere il vassoio su cui erano in bilico tazzine di caffè fumante. Mentre arrancava lungo la salita, una voce alle sue spalle l’apostrofò : “ Siete fortunata signorì che non piove, vedete, le saittelle sono appilate, quando piove qui scorre la lava…”  Le era sembrato un canto, ne aveva percepito il suono, ma non le parole.

   La giornata volgeva ormai alla fine, la guida le aveva fatto anche assaggiare la famosa pizza, tanto amata da tutti e dai turisti, che solitamente si vantano di conservarne ancora il sapore. La magia della città aveva incantato la giovane irlandese. Il cielo si stava tingendo del rosso del tramonto, il golfo era striato dalle scie delle barche, che rientravano verso il porto di Mergellina, sulla collina si accendevano le luci alle finestre dei palazzi. Sembravano lucciole nella notte. Appoggiata al parapetto del balconcino della cabina, Anya salutava la città. Il transatlantico volgeva la prua al largo. Immaginava che anche la città la stesse salutando con una leggera brezza che le scompigliava la chioma color del rame, mentre la luna, qui “sempre piena e sempre tonda”  spargeva l’argento fra le onde.

   Sulle labbra una tremula parola : “ …ritornerò…

(Ottobre 2020)

Federico Fellini, realista e visionario, di Luigi Mazzella

 

di Luigi Alviggi

 

Il sottotitolo del libro recita: “L’armoniosa complessità di un genio del cinema”. Definizione sintetica ma perfetta che ben si sposa alla seconda parte del titolo nel definire l’uomo e il carattere di Federico Fellini (Rimini,1920 – Roma,1993), uno dei più grandi registi italiani del quale ricorre quest’anno il centenario della nascita. La caratteristica della produzione – 22 film - è stata la capacità di partecipare fantasie e sogni personali - affollanti l’irrazionale di ogni essere umano –, accomunandoli in un patrimonio visivo godibile per la stragrande maggioranza degli spettatori. Gli aspetti più impressivi delle sue opere si agganciano a quel fondo, misterioso e affascinante, che si adagia sopito dentro ciascuno, animandosi quando, adeguatamente stimolato, trova modo di svelare la sua esistenza. Un’altra delle grandi doti di questo Maestro indiscusso è stato il saper trasfigurare i minimi ricordi, giovanili e non, per fare di essi la direttrice di una affascinante condivisione dell’epoca e del contesto sociale relativi, riportati in immagini di rara efficacia.

Luigi Mazzella, scrittore di narrativa e di saggi in vari campi, è uomo poliedrico avendo rivestito vari e importanti incarichi pubblici al massimo livello. Questo lavoro approfondisce con precisa ampiezza di dettagli l’opera del Maestro, fornendo una sintesi del complesso panorama artistico.

Il fiabesco è l’antidoto felliniano indispensabile per sfumargli dentro una nostalgia, impossibile da dominare. Sua costituente principale il non esser più un ragazzo, malessere che la sindrome di Peter Pan ha poi generalizzato per tanti. A riguardo, l’estrema dolcezza della poetica elegiaca di “Amarcord” (1973) - in una Rimini grondante memorie degli anni ’30 mai impallidite, sature di rimpianti e amori - è forse il vertice. Poi ancora, nostalgia di essersi allontanato (fuggito?) per presunzione, magari mai perdonata nell’intimo, dai luoghi che l’hanno visto felice come lo si può essere solo nella prima gioventù, irripetibile negli anni a seguire. Per questo aspetto citiamo “I vitelloni” (1953), soprannome che, nella zona, indica i giovani che passano al meglio i giorni nullafacenti. Nel film, l’odissea dell’incoerente Fausto – un alter ego perfetto - e la fuga verso un diverso futuro di Moraldo, unico tra i cinque capace di osare tanto (lo stesso Fellini?) proietta sullo schermo gli aspetti celati di un uomo che non ha ancora trovato se stesso.

Il Mazzella individua sagacemente, nella vena ispiratrice del regista, tre momenti con fonti ben distinte. Il primo - quello delle produzioni iniziali (1950-57) - contraddistinto dalla maggiore comunione sociale e relazionale del soggetto. Il giovane non si è ancora chiarito l’universo interno e rivolge maggiore attenzione al circostante: è la presa di coscienza graduale, da parte del provinciale arrivato a Roma, della vita e dei suoi attori nel girone capitolino. Sarà il periodo delle salutari scoperte. legate alla maggiore disponibilità e apertura verso l’esterno. Il secondo è quello dei capolavori (1959-64). L’uomo si è conosciuto, avverte meno la necessità del collettivo ma si volge piuttosto ad approfondire le geniali impronte personali. È incoraggiato ad attingere alla smisurata creatività, pur non svalutando il debito inestinguibile verso gli apporti sociali. È la fase della migliore fecondità, ancora lontana da quelle divagazioni, pur sempre testimonianza di arte ai più alti livelli, lontane dal comune sentire e dunque obbliganti a un’assimilazione più analitica. La terza fase si avvicina fortemente alla “commedia dell’arte” per tecnica di improvvisazione e afflato creativo, che svicola o addirittura trascende i limiti di una sceneggiatura per lasciar campo libero alla situazione in sviluppo e agli attori che in essa agiscono. È quanto accadeva con i grandi comici del passato, per citarne solo uno, sommo: Totò. Coll’avanzare degli anni tali impulsi divengono sempre più forti sino a prendere il sopravvento e giungere alle dinamiche imprevedibili delle ultime realizzazioni: “L’intervista” (1987) e “La voce della luna” del 1990.

L’“arzdora” romagnola, la “reggitrice della casa” non è una figura esplicita nel raffinato mondo felliniano ma certo implicita nell’elemento femminile dominante in ogni suo prodotto. Ricordiamo che Fellini – uomo non esempio di fedeltà coniugale - è stato sposato con la straordinaria attrice Giulietta Masina (1921 – 1994). Moglie e musa insostituibili, hanno accomunato intimamente tantissimo: insieme per mezzo secolo di matrimonio e sette film girati.

Nel marzo 1993 Sophia Loren e Marcello Mastroianni – nella cerimonia di proclamazione degli Oscar sul palco del Kodak Theatre a Hollywood - annunciarono a Fellini la vittoria dell’Oscar alla Carriera. Sullo schermo retrostante apparvero le parole: “L’unico vero realista è il visionario”, pilastro della parabola artistica, confermato in ogni espressione professionale dallo stellare regista. La mescolanza di sogno e realtà ha imbevuto nell’intimo la sua vita e produzione. Fu il quinto Oscar ricevuto dopo i quattro precedenti dati a suoi film come miglior film straniero: “La strada” (1957), “Le notti di Cabiria” (1958), “8½” (1964), “Amarcord” (1975).

Fellini sarebbe morto a Roma il 31 ottobre successivo, la Masina l’avrebbe seguito a breve.

                                                                                    

Luigi MAZZELLA: Federico Fellini, realista e visionario

Prefazione di Antonio Filippetti

Istituto Culturale del Mezzogiorno, 2019 – pp. 128 - € 30,00

 

(Ottobre 2020)

Leonardo Pica

IL MONDO E’ DEI BAMBINI

(CHE POI DIVENTANO GRANDI)

Cosmopolis Edizioni Napoli


di Luciana Alboreto

 

Si vive e ci si lascia vivere facendo fluttuare, rapidamente, il vortice degli eventi che scandiscono, nel tempo, le nostre routinarie abitudini. La razionalità, la concentrazione, la determinazione prendono il sopravvento sulla sfera emozionale, perché la vita ogni giorno ci presenta un conto da saldare, per non soccombere. Il desiderio di soffermarsi e di idealizzare resta a lungo sopito nei meandri dell’anima. Non c’è tempo per sognare.

Improvvisamente e, per un imperscrutabile motivo, ci si può fermare. Accade qualcosa che lo consente e si può mettere tutto in discussione.

E’ quanto si è verificato nel corso dell’attuale emergenza sanitaria mondiale.

Nella solitudine della pandemia in molti si sono smarriti e disorientati, altri si sono ritrovati e ritemprati nel silenzio, alcuni, come l’autore del libro, il magistrato napoletano Leonardo Pica, si sono immersi in riflessioni profonde, interrogandosi su come potrebbe germogliare un mondo nuovo dalle ceneri di un disastro globale.

Un mondo nuovo, immaginato dall’autore, popolato solo di bambini, unici superstiti della veemenza di un virus letale. Come si formeranno senza la guida maestra degli adulti che ne curino educazione, istruzione e spiritualità? Cresceranno sognatori o inariditi dall’imprevedibile intreccio delle vicende umane? Sapranno gestire e discernere la dicotomia tra il bene e il male? La generosità e l’altruismo vinceranno sull’egoismo e sull’insana prevaricazione? L’amore puro trionferà o sarà minacciato dall’ombra del tradimento?

Dell’uomo rispondono la sua natura e volontà interiore. Sarà homo faber fortunae suae oppure homo homini lupus nel divenire di un nuovo corso storico? E’ scritto nella legge della vita l’arbitrio di volgere al bene l’intelligenza ed ogni capacità. Si potrà vivere come immersi in una favola, se ne potranno prendere secolari distanze o si potrà affermare che le favole non esistono.

«Non lo so, disse Peter Pan, l’uomo è sempre stato malvagio, ad ogni latitudine, in qualunque epoca, con tutti i regimi. E’ qualcosa a cui dobbiamo rassegnarci. Io non posso farci niente. E neanche tu. So anche, però, che ci sono sempre state, e ci sono anche tra noi, tante persone generose ed altruiste. Seguendo il loro esempio, il mondo si salverà. Anche noi finora siamo sopravvissuti aiutandoci l’un l’altro. Questa è l’unica cosa che so».

(Luglio 2020)

1920-1943: L’INCENDIO DEL “BALKAN” A TRIESTE E LA

 

FUCILAZIONE DEL MARINAIO A NAPOLI (con una

differenza)

 

di Sergio Zazzera

 

Trieste, 13 luglio 1920: un manipolo di fascisti, guidati dal leader locale Francesco Giunta, assalta e incendia il “Narodni Dom” – sede della comunità slovena cittadina, nota anche col nome di “Balkan” –, tra gli applausi della folla che li seguiva.


Napoli, 12 settembre 1943: un plotone di soldati tedeschi procede alla fucilazione del marinaio ventiquattrenne Andrea Mansi, originario di Ravello, costringendo i passanti a fermarsi, inginocchiarsi e applaudire. Il filmato che documenta l’episodio fu realizzato dalla Gestapo.

Forse, Plutarco ne avrebbe fatto l’argomento di una delle sue Vite parallele; qualche differenza tra i due episodi, però, mi sembra proprio che ci sia.

Data per scontata l’equivalenza tra fascismo e nazismo – e, quindi, tra le rispettive azioni criminose –, tuttavia, non si deve perdere di vista il costringimento dei napoletani, mediante l’uso delle armi, ad applaudire agli omicidi tedeschi (e come altro vorreste definirli?). Viceversa, l’applauso dei triestini agl’incendiari triestini (e come altro vorreste definirli?) fu sicuramente spontaneo, visto che proveniva da una folla che si era posta al loro seguito, il che non può significare altro, se non la sua condivisione di qualsiasi gesto essi avessero compiuto.

Vuoi vedere che l’A.M.G.-F.T.T. fu una forma di nemesi storica?

(Luglio 2020)

Il Papa prega per i giornalisti

 

di Luciana Alboreto

 


6 maggio 2020: dalla Cappella di Santa Marta giunge la preghiera del Pontefice ai Giornalisti. Papa Francesco, evidentemente provato per l’attuale gravità dell’emergenza sanitaria mondiale, dona continuamente momenti di elevata spiritualità, confortando e sostenendo, attraverso le sue celebrazioni ed i suoi interventi mediatici, un’umanità sconvolta dalla pandemia. Sempre intellettualmente aperto ed accogliente, tenero nelle espressioni ma fermo nelle posizioni, stanco nel volto ma disponibile a sovraccaricarsi di impegni, il Pontefice veglia con la sua presenza sulla collettività, affinchè nessuno smarrisca il filo saldo della Fede o si disorienti nel rispetto delle regole dettate dal Governo. Dall’inizio del lockdown, la sua preghiera di affidamento al personale sanitario è stata costante, sempre ricca di gratitudine per tutti coloro i quali, in prima linea, curano i malati di coronavirus, al punto di sacrificare la propria vita. Ed oggi le sue parole di elogio e speranza si sono rivolte alla categoria dei Giornalisti ai quali, anche in passato, ha più volte espresso stima per un lavoro di grande responsabilità, che merita ogni riguardo sociale ed umano. “Preghiamo oggi per gli uomini e le donne che lavorano nei mezzi di comunicazione. In questo tempo di pandemia rischiano tanto e lavorano tanto. Che il Signore li aiuti in questo lavoro di trasmissione sempre della verità”. Sempre sua questa dichiarazione passata che, si ricongiunge, perfettamente, all’attualità. “Il giornalista umile è un giornalista libero. Libero dai condizionamenti, libero dai pregiudizi e per questo coraggioso. La libertà richiede coraggio. Abbiamo bisogno di un giornalismo al servizio del vero, del bene, del giusto, che aiuti a costruire la cultura dell’incontro”. Nello scorso febbraio, all’imprevedibile vigilia della pandemia, l’Unione Cattolica della Stampa Italiana aveva elaborato il testo, “Le Beatitudini del giornalista”, mai come ora un decalogo imprescindibile, cui riferirsi, nella comunicazione.

BEATO IL GIORNALISTA CHE…

  1.  Non cerca il successo o l’interesse personale e che al centro del racconto non mette mai se stesso;
  2. che non si nasconde all’ombra del potere, ma è voce di chi non ha voce, occhi di non vede, orecchie per chi non è ascoltato da nessuno;
  3. che non alimenta paure e chiusure, ma nutre fiducia e speranza;
  4. che non si accontenta di notizie scritte a tavolino;
  5. che ascolta la coscienza e non tarpa le ali alla libertà;
  6. che denuncia tante cose che non vanno, per rendere la vita migliore;
  7. che cerca sempre la verità e mai il compromesso, anche quando c’è un prezzo da pagare;
  8. che ama la pace e la giustizia e che diventa sale, lievito e luce di comunità;
  9. che riesce a raccontare buone notizie che generano amicizia sociale;
  10. che è un artigiano della parola, ma conosce il valore del silenzio.

(Maggio 2020)

 La grande Illusione

 

di Alfredo Imperatore

 


Marx ed Engels hanno formulato una dottrina che rappresenta l’evangelo dei “protestanti comunisti”.

Questa dottrina prese l’avvio dal pensiero che si venne a formare nella cosiddetta “sinistra hegeliana”, il cui più notevole pensatore fu Federico Feuerbach. Materialista ad oltranza, egli tentò di distruggere ogni forma metafisica di pensiero ed ogni ideologia nella storia della sua evoluzione, proponendosi “di porre l’uomo sui propri piedi, mentre prima era stato posto sulla testa”.

Nel determinare la sua dottrina, attaccò la religione che disse destinata a essere soppiantata dalla filosofia, la quale, a sua volta, doveva cominciare ad avere un unico compito: quello di “mondanizzare l’idea”, di trasformarsi in antropologia. E inasprendo la sua teoria, schiettamente materialistica, giunse a scrivere: “La teoria degli alimenti è di grande importanza etica e politica. I cibi si trasformano in sangue; il sangue in cuore e cervello, in materia di sentimenti e pensieri: l’alimento umano è il fondamento della cultura e del sentimento… L’uomo è ciò che mangia”.

Per questa strada, aperta da Feuerbach, Marx ed Engels proseguirono, andando ben oltre il punto raggiunto dal loro maestro.

Essi sostennero che la religione rappresenta per gli uomini una forma di “autolacerazione, di autoalienazione in un regno fissato nelle nuvole”.

Abolizione della religione, quindi, anche perché “La rivoluzione comunista è la più radicale rottura con i rapporti tradizionali di priorità; nessuna meraviglia che nel corso del suo sviluppo si rompa con le idee tradizionali nella maniera più radicale”. Essi vollero andare oltre anche su di un altro punto fondamentale della teoria del Feuerbach. Questi si era limitato a interpretare il mondo, mentre a loro avviso il problema era quello di mutarlo completamente.

Così, mentre per Feuerbach l’uomo, considerato quale individuo singolo, rientrante nella società umana, è legato da vincoli naturali agli altri individui, per Marx ed Engels gli unici vincoli che ci legano sono quelli del lavoro, in quanto l’uomo è essenzialmente “prassi produttiva”.

Attraverso questa concezione Marx arrivò al cosiddetto materialismo storico. Per lui il fattore determinante della storia di un popolo e di tutti i popoli in genere è dato dall’attività economica, ovvero dalla produzione dei beni materiali, per cui l’unica cosa che distingue gli uomini dagli altri animali è il fatto che essi producono da sé medesimi i loro mezzi di sostentamento.

Quanto a moralità e religione, arte e scienza, diritto e politica, questi sistemi rappresentano solo degli accessori nell’evoluzione dell’umanità e sono il riflesso dell’unica genuina realtà umana: la struttura economica. Pertanto le suddette ideologie non sarebbero altro che sovrastrutture.

Questa concezione marxista, che costituisce una vera e propria mutilazione dell’uomo e di tutta la sua storia, apparve eccessiva allo stesso Engels, il quale cercò di mitigarla. Infatti, in un suo scritto affermò: “La situazione economica è la base, ma i differenti elementi della sovrastruttura sono creati dalle varie classi a battaglia vinta”.

Ora, in breve, cerchiamo di valutare il significato economico e morale della dottrina comunista-marxista. Per Marx la storia umana può essere distinta in quattro epoche: la patriarcale, l’epoca della schiavitù, quella feudale e quella capitalistica.

In queste varie tappe si è assistito ad un aumento progressivo della ricchezza disponibile per l’uomo in conseguenza dei miglioramenti tecnologici e per uno sfruttamento razionale della natura; ma, d’altro canto, è venuto restringendosi sempre più il numero delle persone alle quali questa ricchezza è stata distribuita, col conseguente aumento del numero dei poveri.

Per illustrare in qual modo il capitale sia andato accumulandosi nelle mani di poche persone, Marx espose la teoria del plusvalore.

Per comprensibili motivi non entriamo nello specifico di tale teoria. Semplificando al massimo, ci limitiamo a dire soltanto che il lavoratore ha il diritto di ricevere una retribuzione pari al lavoro necessario per trasformare la materia prima in prodotto finito. Ne consegue che il valore effettivo di un determinato prodotto deve essere commisurato alla quantità del lavoro che esso richiede. Quindi, se un operaio lavora 10 ore al giorno, la paga che l’imprenditore deve corrispondergli dovrà essere l’equivalente di 10 ore, ma, trovandosi dinanzi ad una sovrabbondanza di mano d’opera, egli retribuisce l’operaio ad un prezzo inferiore. A tal proposito si legge nel Manifesto: “Il prezzo medio del lavoro salariato è il minimo del salario del lavoratore. Dunque quello di cui l’operaio si appropria mediante la sua attività è sufficiente soltanto per riprodurre la sua nuda esistenza”.

In altre parole, se un determinato oggetto richiede 10 ore di lavorazione e l’imprenditore, invece, impone all’operaio una paga di 6 ore, egli lo defrauda di 4 ore di lavoro. Queste ore lavorative non pagate costituiscono il profitto dell’imprenditore, cioè la defraudazione che riceve l’operaio. Questo profitto, ovvero questo plusvalore, corrisponde alla quantità di lavoro non retribuito. Un vero furto ai danni dell’operaio. La sovrabbondanza della mano d’opera determina anche una spietata concorrenza che i capitalisti, a loro volta, si fanno reciprocamente, per cui, secondo le previsioni di Marx, le piccole imprese sono destinate a soccombere e ad essere assorbite dalle imprese più potentemente attrezzate.

Inoltre, con il progresso produttivo, occorrono strumenti sempre più complessi e costosi, talché si restringerà vieppiù il numero delle aziende che ne possono disporre. Ciò porterà all’accumulo del capitale nelle mani di una ristretta minoranza e, parallelamente, intensificherà lo sfruttamento della classe lavoratrice, con conseguente impoverimento e disoccupazione dell’operaio, che diviene proletario. La sua unica ricchezza, infatti, è la prole ed il salario gli consente il minimo indispensabile per la sussistenza sua e dei figli.

Al culmine di tutto ciò scaturirà inevitabilmente quella rivoluzione da lui preconizzata. Quando lo sfruttamento del proletariato,  da parte della borghesia. avrà toccato l’acme, sarà ineluttabile l’urto tra le due classi ed esso porterà all’espropriazione degli espropriatori.

Questo, ben s’intende, avverrà in modo cruento e sanguinoso. “I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro fini possono essere raggiunti solamente col rovesciamento di tutto l’ordinamento sociale finora esistente. Le classi dominanti tremino al pensiero di una rivoluzione comunista. I proletari non hanno che da perdere le loro catene: hanno un mondo da guadagnare”.

Inoltre, l’abolizione della proprietà privata porterà, di conserto, all’abolizione della società in classi.

Ma l’errore sta proprio nel fatto che si è voluto guardare solamente agli effetti negativi della concorrenza e non al lato positivo, anch’esso molto importante, in quanto la concorrenza porta a un miglioramento del prodotto, a una maggiore produzione, al calo del suo costo, alla maggiore vendita e quindi al maggiore impiego di mano d’opera.

È certamente questo il motivo per cui l’URSS, mentre competeva con gli Stati Uniti d’America per la conquista degli spazi interplanetari, non riusciva a costruire delle utilitarie, a un prezzo accessibile ai suoi cittadini!

Il datore di lavoro tenta sempre di migliorare le condizioni dei suoi operai per migliorarne il rendimento e lo stesso operaio non vedrà costantemente nella borghesia uno spietato despota, perché egli stesso spera di divenire, migliorando, un borghese.

Sta di fatto che le classi non potranno mai essere eliminate, perché, se ciò avvenisse, si formerebbero nel loro seno miriadi di altre classi e conseguenti corporazioni, ciascuna per un determinato tipo di lavoro, dall’artigiano all’operaio, dal medico all’avvocato, etc., capaci di provocare, a loro volta, lacerazioni forse ancora più profonde fra i membri della comunità.

E …  si sarebbe potuto riflettere con queste discussioni accademiche ancora per molto, se un uomo geniale, tuttora in vita, Micail Gorbacev, non fosse comparso sulla scena politica. Questi, da studente universitario, si iscrisse al Partito Comunista dell’Unione Sovietica e, attraverso una rapida carriera, nel marzo del 1990 venne nominato Presidente dell’Unione Sovietica.

Con lui il mondo occidentale conobbe due parole russe di grande importanza: perestrojka = riorganizzazione politico-economica e glasnost = libertà di espressione, tanto che, nell’ottobre di quello stesso anno, gli venne attribuito il Premio Nobel per la pace.

Nel dicembre del 1991, attraverso complesse vicende, rassegnò le dimissioni da Capo di Stato. Ma, ormai, già si era avuto l’allentamento della presenza militare sovietica nell’Est europeo, che fece risvegliare i sentimenti di indipendenza nelle repubbliche dell’URSS e nei paesi satelliti.

Il risultato di tutto ciò fu l’aumento della migrazione di centinaia di migliaia di tedeschi dalla cosiddetta “Repubblica Democratica” verso Ovest, la qual cosa portò, nel novembre del 1989, all’abbattimento del “muro di Berlino” e, con esso. all’affermazione di governi non comunisti nell’Est europeo, all’unificazione delle “due Germanie” e quindi alla vera libertà, quella libertà dei popoli, tanto auspicata dal marxismo-leninismo e dalla quale rifuggivano tutti coloro che l’avevano provata e assaporata.

Finì finalmente un’impossibile uguaglianza tra tutte le genti del mondo, ove nessuno può distruggere la propria storia nel sogno di una … grande illusione.

(Maggio 2020)

I giorni di Jacques, di Curzia Ferrari

 

di Luigi Alviggi

 

 

Nel 1987 l’arcivescovo di Parigi, cardinale Lustiger, postula, con i frati salesiani, la beatificazione di Jacques Fresh, detto Zou, nato a Parigi nell’aprile 1930 e ghigliottinato a La Santé il primo ottobre del 1957. L’Autrice ne ripercorre le tappe di vita. A scuola va male, crescendo prova droghe con gli amici Louis e Pierrette. Il padre lo avvia nella propria banca per un grande avvenire ma lui ruba. Senza lavoro, giunge la chiamata per il servizio militare. Con Pierrette, sua ragazza, Zou tira avanti con lettere senza che li leghi un nucleo forte. Rimane incinta. Il padre, Leopold Polack, è un industriale del carbone, la moglie Marinette, colpita dal giovane, vorrebbe un sentimento stabile. Leopold, intuito lo stampo, chiede per interesse che la figlia lo sposi e poi divorzi. Ma Jacques è un sognatore e tale rimarrà per sempre con il fascino della Polinesia in mente. Quanto non si possiede diventa un posto ideale anche se paragonato al pur cospicuo che si ha.

Nei sogni può assaporare tutto, non si capirà mai e resterà sfasato per l’intera vita. Addirittura è più innamorato della madre di Pierrette che di lei, avranno però una figlia, Veronique. Un fiume di denaro continua a scorrergli tra le mani. Prima quelli del padre, poi quelli del suocero che lo ha inserito  in azienda. Le scarse capacità lo scompenseranno ancor più. Se la cava solo con le donne, riservando loro amori passeggeri. Situazione complicata anche dall’odio delle consuocere, Fresh e Polack, ebrea la seconda come Minou, il nome dato da Zou alla sposa. I conflitti familiari prima o poi sanno diventare devastanti. La Ferrari pennella il protagonista: “Soffrendo di irrealtà, vive in ogni casa come uno straniero – mezzo artista e mezzo mentecatto.”

L’incontro occasionale con un’ingenua fanciulla, Thérèse, gli darà un altro figlio, Gérard, rifiutato dai genitori alla nascita. Per più di quarant’anni sarà respinto anche dalla famiglia Fresh, pur riuscendo a diventare un maestro di musica. La madre gli si negherà anche da anziana. Jacques ruba anche al suocero e molto. Di nuovo licenziato, sfruttando il cognome, fonda una società carbonifera che in breve fallisce. Dirà quando tutto è perduto: “Ero provvisto allo stato embrionale di alcune possibilità d'esse­re felice”.

Sogna il battello che lo porterà lontano, nel paradiso che accarezza dall’adolescenza. Gli serve per questo molto denaro e niente può fermarlo. Arriva il tetro giorno di febbraio. Amici ancor più tetri gli mettono in tasca una pistola per una rapina a un conoscente del padre. Per un’inezia gli va male e fugge. La polizia è messa sulle tracce dagli stessi complici “amici”. La ciliegina sulla torta la pone con il maggiore errore della vita. Uscendo da un palazzo in cui si credeva al sicuro, trova un poliziotto ad attenderlo e gli spara. Il piombo uccide l’uomo e travolge l’ottuso artefice. Il suo passato,il suo futuro, tutto resta sbriciolato!

Curzia Ferrari, milanese, giornalista, poetessa e scrittrice, predilige l’affondo nella psiche del protagonista, uomo mai cresciuto. Il libro avvince quanto e più di un thriller e gli va dato il merito di una prosa quanto mai limpida. Tagli psicologici affollano le pagine ricostruendo la deforme personalità di Zou. Si parla di eventi reali e c’è da notare che anche molti soggetti, suoi compagni nel breve percorso, sono assai scompensati dalle tempeste della vita, a peggiorare il tutto.

Curata l’esposizione dell’evoluzione di Jacques durante i due anni in carcere prima dell’esecuzione, costruita con un certosino lavoro d’indagine sulle tantissime lettere, scritte dal recluso, e sul “Giornale intimo”, dedicato alla figlia, pubblicato postumo e che venderà un milione di copie. La stentata conversione all’uomo diverso muove verso spazi che lo avvicinano alla religione, lasciandolo smarrito. Il padre, Georges, ex collaborazionista nazista, ora va a trovarlo ogni settimana e gli manda un vaglia. La madre, Marthe, si occupa della moglie e della bimba. Oltre Baudet - l’avvocato difensore -, padre Thomas - un antico amico batterista, ora monaco benedettino -, il domenicano Devoyod che salirà con lui sulla ghigliottina, saranno le due Santa Teresa – d’Avila e di Lisieux – a guidarlo verso una radicale rinascita spirituale. Il processo di soli tre giorni, in tutto fissato da un’opinione pubblica giustizialista, l’avvierà alla ghigliottina.

Al termine del libro l’idea sull’uomo è ambigua, di certo un soggetto che non ha saputo trovare un equilibrio. Passate le tempeste giovanili, il periodo della fuga gauguiniana prende il sopravvento. È per questo motivo che commetterà lo stupido omicidio, sparando quando è in trappola e il precedente reato avrebbe inflitto una pena molto minore. Poi, nella solitudine della cella, la rotta devia vistosamente e iniziano le fantasie mistiche. Aiutato dalle figure citate, sente l’animo trasformarsi e, con l’immagine della Vergine Maria e delle due Santa Teresa incollate alle pareti, si volge a mete ultraterrene. Sposerà religiosamente Pierrette. L’uomo che salirà al patibolo è qualcuno che ha cumulato diverse vite e si sente attratto da quanto non è mai riuscito a trovare. La mescolanza tra fiaba, sogno e realtà volge all’acme. Per penetrare il complesso calvario di un’anima, questo libro è la lettura indicata.                                                               

Curzia  Ferrari: I giorni di Jacques

Ares, 2019 – pp. 208 - € 15,00

(Aprile 2020)

Accucchià

 

di Alfredo Imperatore

 

Il verbo napoletano accucchià o accucchiare, pur derivando chiaramente dall’italiano accoppiare, composto da a (rafforzativo)+ coppia, ha un significato molto più estensivo del semplice accoppiare. Il nostro accucchià significa adunare, appaiare, riunire, apparigliare, mettere insieme, ecc.

E’ famosa la frase che il nostro grande commediografo Eduardo Scarpetta sbottò all’indirizzo dell’avvocato Enrico Còcchia, mentre patrocinava in tribunale Gabriele D’Annunzio, nel famoso processo, da questi intentatogli, per presunto plagio alla sua tragedia “La figlia di Iorio”. Durante l’arringa del Còcchia, lo Scarpetta si alzò esclamando: <Che cacchio m’accòcchia stu cacchio de Còcchia!>.

La vicenda, data la portata dei personaggi, ebbe una risonanza che potremmo definire mondiale, e può essere così riassunta.

Fin dalla prima lettura del testo dannunziano, lo Scarpetta ne rimase affascinato, tanto che pensò da subito di trarne una parodia.

Per confessione dello stesso Scarpetta, autore di oltre cento commedie e due operette, circa settanta furono riduzioni dal francese di pochades di vari autori. Ma Egli precisò molto chiaramente che tradurre è un conto, mentre la riduzione è trasformazione molto difficile, perché bisogna “tagliare, condensare, trasportare le scene e i personaggi da un ambiente all’altro”.

L’Artista ci racconta che nell’agosto del 1904 si recò insieme con un comune amico a Marina di Pisa, ove in quel periodo il Vate soggiornava. Questi, all’inaspettata visita, li ricevette cordialmente e, dopo i soliti convenevoli, quando lo Scarpetta gli lesse alcune scene del 2° atto della sua riduzione teatrale, scoppiò a ridere, e subito concesse l’autorizzazione di parodiare la sua opera “La figlia di Iorio”. Però non volle mettere nulla per iscritto, affermando: <Siate sicuro che male non ve ne farò!>.

Forse non tutti sanno che lo Scarpetta, oltre che un grande commediografo, fu anche un raffinato poeta. Infatti, la sua commedia “Il figlio di Jorio” (notare la J), è in endecasillabi in napoletano.

Ma quando, nel dicembre dello stesso anno, lo Scarpetta diede al teatro Mercadante la prima di questa sua commedia, mentre il primo atto fu salutato da scroscianti applausi, all’inizio del secondo atto, forse per qualche piccolo errore di un’attrice, si scatenò un vero e proprio putiferio da parte dei patuti di D’Annunzio, per cui la rappresentazione dovette essere sospesa.

Non contento, il D’Annunzio citò in giudizio il Nostro per plagio, contraffazione e riproduzione abusiva della sua opera. Nella contesa entrarono i più bei nomi dell’epoca. Infatti, il D’Annunzio, per far avvalorare la sua tesi che si trattava di plagio, indicò come periti Roberto Bracco, G. M. Scalinger e Salvatore Di Giacomo, mentre Scarpetta, per avvalorare la sua tesi che trattavasi di parodia, si rivolse ai senatori Benedetto Croce e Giorgio Arcoleo.

Pronunziata la sentenza favorevole a Scarpetta, questi diede una grande festa al Caffè Calzona in Galleria, che si concluse con la lettura della Sua poesia intitolata “ ‘A causa mia”.

In essa, tra l’altro si legge: <E là sapite tutt’ ‘o risultato / che Còcchia nun sapette che accocchiare, / che Bracco, poco bene ed occupato, / non potette venire a…peritare!>.

Il processo, come anzidetto, suscitò uno scalpore internazionale, tanto che il più grande tenore così gli scrisse dall’America: <Carissimo Scarpetta, Voi non mi direte importuno, se vi chiedo con la presente due vostri libretti del Figlio di Jorio. Vorrei ammirare questo lavoro che tanto chiasso suscitò sui giornali del mondo intero, Vogliate, egregio Amico, concedermi questo favore. Vi ringrazio sentitamente e consideratemi sempre vostro amico. Enrico Caruso>.

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Dal libro di Alfredo Imperatore: “Passeggiata tra 102 parole napoletana: da Accucchià a Zoccola, con divagazioni linguistiche”.  Prefazione di Sergio Zazzera.  Edito da Cultura Nova. Dic. 2019. Euro 12.

In questo terribile momento in cui le librerie sono chiuse, il libro può essere comprato allo stesso prezzo su Amazon.  

(Aprile 2020)

GRETA THUNBERG, l’Eroina del 2019

 

di Mariacarla Rubinacci

 


    Irriverente, sfidante dei leader del mondo, inermi nella loro incapacità di frenare il cambiamento climatico, frontale verso i giovani, con i suoi 16 anni, Greta è l’attivista più influente del pianeta. Il 2019 l’ha vista in prima linea, da protagonista.

   Eletta Personalità dell’Anno 2019 dalla rivista Time, guadagna lungo il cammino decine e decine di riconoscimenti. Con il suo sguardo pungente, si rivolse al mondo per la prima volta nella Piazza centrale di Stoccolma, munita di un cartello di legno, con la scritta a mano: “Torniamo a parlare di clima nelle scuole”. Quando le diagnosticarono di essere affetta da Sindrome di Asperger, tradusse la sua infermità in queste parole: “Pensare differente è un regalo, mi permette di cercare soluzioni impensabili.” Da qui il suo formidabile talento nel creare frasi di forte impatto, senza però farsi coinvolgere emotivamente dai suoi stessi discorsi: “Siamo nel mezzo della sesta estinzione, rapida, di 200 specie, viviamo l’erosione della crosta terrestre a scapito dei terreni fertili, vediamo l‘espansione della desertificazione, respiriamo aria inquinata, soffriamo per la moria di insetti e di fauna…

   Una flotta di 1.500 velieri, ogni anno, da ottobre a novembre, attraversa l’Atlantico dall’Europa fino all’America, 7.400 Km, con vento in poppa, appellando l’impresa “Viaggio di piacere”, mentre nel secolo 21 incrocia l’Atlantico un veliero “per necessità”, come lo fa Greta.

   Invitata a parlare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Greta sceglie un viaggio libero da emissioni di anidride carbonica, lei, l’adolescente più famosa del momento, trova un modo per arrivare in America che non sia in aereo. Pier Casiraghi di Monaco, appassionato ecologista, le offre il suo veliero come appoggio di cui ha bisogno per far arrivare la sua testimonianza. Partono da Plymouth in Inghilterra, fino a New York, a bordo della Malizia II, veliero da competizione, dotato di pannelli solari, ma senza cucina, senza bagno, senza doccia. Un viaggio di due settimane, dal 14 al 28 agosto, accompagnati dai delfini, in notti limpide e con la vista lucente della Via Lattea. Intorno a loro solo l’Oceano e il suono delle onde. “Ho vissuto in un ambiente estremo, totalmente sconnessa da tutto e da tutti, dove ero io e il mare.” Così si esprime al suo arrivo a New York.

   Durante le interviste in televisione, mostra la sua smorfia di disgusto per l’impatto avuto con la Grande Mela. In diretta la vedono milioni di telespettatori, i quali, invece di sentirsi offesi, applaudono catturati dall’onestà, così brutale, della giovane svedese.

   Oggi Greta è una stella che brilla fra gli eventi i più lontani che mai da un’agenda politica, economica, dalle lotte globali delle nazioni. E’ la voce che punta il dito verso l’incompetenza degli adulti, preferendo rivolgersi ai giovani affinché si generi un movimento di resistenza e - perché no? - di rivoluzione culturale. Chiede ai leader mondiali che si preoccupino del futuro in cui saranno destinati a vivere gli adulti di domani. Piaccia o no, è giusto scrivere sui cartelli di legno che il cambio di rotta è ormai necessario.

(Febbraio 2020)

BilerChildrenLeg og SpilAutobranchen