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LA TOMBA PROFANATA  
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Il limite infranto   di Gabriella Pagnotta   Georges Bataille, filosofo francese del secolo scorso, illumina il nostro tempo con le sue riflessioni...
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Leonardo Pica IL MONDO E’ DEI BAMBINI (CHE POI DIVENTANO GRANDI) Cosmopolis Edizioni Napoli di Luciana Alboreto   Si vive e ci si lascia vivere...
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ARTISTI DI STRADA   di Luigi Rezzuti   Mangiano il fuoco o ingoiano spade, raccontano storie, incantano con musica e perfino con la magia. Artisti...
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Il tempo del vino e delle rose Caffè letterario piazza Dante 44/45, Napoli Info 081 014 5940   Domenica, 25 novembre, ore 10:30, per la Rassegna "La...
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L'ARTICOLO 21 DELLA COSTITUZIONE     (Marzo 2019)
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ESTATE  2017   di Luigi Rezzuti     L’Italia bruciava: un esercito di piromani ha incendiato varie località arrecando danni ingenti. I fiumi erano...
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PREMIO NAZIONALE DI POESIA “SALVATORE CERINO”   E’ giunto alla XVI  edizione il Premio Nazionale di Poesia “Salvatore Cerino”, che vanta il Patrocinio...
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CUIUS REGIO… (ovvero: meno male che c’è un Papa straniero)   di Sergio Zazzera   Antefatto n. 1: Nell’Enciclica Pacem in terris, il Pontefice Giovanni...
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Spigolature   di Luciano Scateni   Audience tv: tutto si fa per te Ma datevi una regolata. Il potere di condurre talk show, seguiti da qualche...
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VOMMERO SULITARIO

 


E’ in libreria il volume Vommero Sulitario, del quale è autore il nostro capo servizio Sergio Zazzera; qui di seguito ne pubblichiamo la scheda editoriale:

La possibilità di accesso a una ricca messe di documenti, quasi tutti inediti, ha consentito la ricostru­zione di una serie di “storie”, più che di una storia organica del Vomero, il famoso “Quartiere dei broccoli”, che spaziano dal secolo XVI fino al XIX. A questi episodi se ne affiancano altri, documen­tati da scritti per lo più introvabili e da vecchi articoli di giornale, sconosciuti o dimenticati, che spo­stano la narrazione, sia all’indietro, che in avanti, dall’età romana, fin quasi al giorno d’oggi. Si tratta di vicende che hanno per protagonisti nobili, ecclesiastici, artisti, letterati, ma anche gente comune, e finanche criminali, e per teatro località, edifici, angoli della collina; vicende che, lette nel loro insieme, consentono di formarsi un’idea dei mutamenti subiti nel tempo dal quartiere e dalla sua popolazione e, nello stesso tempo, tentano di correggere inesattezze divenute, purtroppo, tralaticie.

(Dicembre 2021)

Il Risveglio

    

di Mariacarla Rubinacci

 

   Apro la finestra, la luce mi abbaglia. Sì. Si comincia daccapo.

E allora, via con il programma, sì, ce l’ho. Il mio corpo si lava con l’acqua della ripresa, mi sento purificata. Ma la memoria si mischia all’attualità, non va dimenticata, anzi, va onorata per sentire scorrere fra le dita l’acqua che lava, le macerie di ieri schiacciano sempre l’animo, ma il profumo del risveglio oggi odora di speranza. L’incubo si è trasformato in storia, l’eternità l’ha copiata, ma ha finito di scrivere pagine di ombre.

     E’ il tempo delle nuove conquiste e con esse arriva il progresso.

La luce mi abbaglia, la carezza del nuovo giorno mi arrossisce le guance, il sole si fa ribelle, si fa fluido, vuole prepotentemente far scorrere la sua vitale energia là dove la luna era rimasta di ghiaccio. Guardo questo sole, rischio la cecità per cercare la luce, ma mi sento folle, lì, alla finestra sul mondo che si risveglia.

L’incubo si disperde finalmente e gli occhi restano aperti, mentre allargo le braccia dopo il sonno perché ho lasciato il buio delle profondità. La pelle è fremente di ansia e il passo aspetta l’altro per avanzare sulla strada nuova. Allungo la mano, è forte, è viva, la protendo verso un’altra, insieme spazzeremo via le foglie cadenti e i nostri visi felici si arrossiscono di fatica.

      Ecco, laggiù già vedo gemme colorate come sogni che si riaprono alla vita, sento l’eco del ritorno che torna con la sua cantilena stridente. E’ la vita che va verso nuove passioni per farsi cogliere da chi vuole coglierla.

   Oggi è Natale e tutto è azzurro, i cuori rivolgono i battiti verso le anime affamate di pace, l’odore dell’incenso allarga le narici e gli uomini finalmente sorridono alla speranza. Sulla strada però c’è ancora un capo chino, non ha di che sperare, ma sa ancora attendere fiducioso una carezza, la nostra.

E’ Natale. Un Bimbo è nato, è nata la purezza che dovrà vigilare sugli istinti.

L’Amore sia il palpito essenziale per frenare quel vento che ancora vuole frantumare.

(Dicembre 2021)

LA CITTA’ DI TRANI

 

di Luigi Rezzuti

 


L’Italia non finisce mai di stupirci. Durante l’estate eravamo in Puglia e abbiamo deciso di andare a visitare la città di Trani. È stata una tappa non prevista perché solo all’ultimo momento abbiamo deciso di fare una sosta in più.

Avremmo voluto avere più tempo a disposizione e tuttavia visitare Trani in un giorno ci è bastato per rimanere affascinati da questa cittadina.

Sorge sulla costa occidentale della Puglia, detta anche il “tacco d’Italia”.

Si affaccia sul porto turistico in un mare azzurro, con viste mozzafiato.

Il suo punto di riferimento più famoso è la splendida chiesa di stile romanico, intitolata al patrono, S. Nicola Pellegrino.

Questa piccola città è densa di importanti attrazioni culturali. È un borgo marittimo che può essere visitato in poche ore, soprattutto a piedi.

Il modo migliore per affrontare la città è dirigersi verso il centro storico e lasciarsi andare all’istinto, ma ci sono alcune cose da non perdere assolutamente.

La nostra visita ha avuto inizio dal Duomo e dalla chiesa di San Nicola Pellegrino.

La chiesa risale al 1143 ed è costruita in stile romanesco, semplice ma suggestiva, in una posizione incredibile, infatti non si trova nel centro cittadino, come ci si aspetterebbe, ma è situata sul lungomare.

Uno spettacolo mozzafiato: la massiccia struttura color crema contrasta con lo sterminato orizzonte dal blu profondo.

Il porto turistico è proprio di fronte alla cattedrale.

Le vie di Trani sono un susseguirsi di scorci, su cui posare lo sguardo, specie in una giornata dal cielo azzurro, quando la pietra chiara dei palazzi risalta ancora di più.

La cattedrale di santa Maria Assunta è probabilmente l’edificio più importante della città: la maestosa costruzione in stile romanico pugliese si erge in un’ampia piazza, a due passi dal mare.

Una posizione scenografica che valorizza ancora di più le proporzioni e la bellezza della chiesa, costruita anch’essa con il tufo rosa, quasi bianco, estratto dalle cave cittadine.

La costruzione della Cattedrale iniziò nel 1099 per volere del vescovo in onore del pellegrino San Nicola, arrivato dalla Grecia e sbarcato a Trani.

Fu completata nel 1200, fatta eccezione per il campanile, che è successivo.

All’interno abbiamo potuto vedere le tre navate, mentre nella parte inferiore abbiamo visto l’ipogeo di San Leucio.

Durante la nostra visita ci siamo soffermati a vedere il castello Svevo risalente al 1233 dove soggiornò spesso il figlio di Federico II, che qui celebrò anche le sue nozze.

In una delle torri fu impiccato Pietro Tiepolo, il figlio del doge di Venezia, ma fu anche imprigionata la contessa di Caserta Siffridina.

Il castello ha subìto diversi interventi architettonici e nell’Ottocento fu anche destinato a carcere, prima di essere riconvertito in museo, negli anni ’60.

Abbiamo passeggiato per le graziose stradine del centro storico: le viuzze che si diramano dal porto sono una delizia, con i balconi in fiore, le architetture inaspettate dei palazzi dell’aristocrazia.

Nonostante avessimo poco tempo, abbiamo gironzolato parecchio per le vie godendoci gli scorci e fermandoci per un aperitivo.

Locali carini, dove fermarsi per una sosta, di certo non mancano.

In pomeriggio siamo andati nel quartiere ebraico, anch’esso situato nel centro, per poi passeggiare nella zona del porto.

I porti sono sempre luoghi di fascino e storie e un giro vale, in ogni caso, la pena di farlo.

Nei pressi del molo di Sant’Antonio abbiamo visitato il “fortino”, un’antica opera difensiva da cui si gode di una vista privilegiata sulla città.

Passeggiando, passeggiando, alla fine della nostra visita, abbiamo trovato un forno che fa una delle focacce più buone che abbia mai mangiato.

(Novembre 2021)

LA SCACCHIERA DI AUSCHWITZ, di John Donoghue

 

di Luigi Alviggi

 

Al centro della narrazione c’è il Campo di Sterminio di Auschwitz, cittadina polacca oggi Oswiecim. A inizio anni ’40 fu il luogo ove saranno ammassati migliaia di ebrei e massacrati più di un milione. Il romanzo si svolge in due periodi intrecciati: il primo dal ‘39 al ’45, durante la seconda guerra mondiale; il secondo nel ‘62 ad Amsterdam con la locale selezione per il Campionato Mondiale di Scacchi. Nucleo della narrazione - con un’indagine dettagliata sull’atroce vita dei prigionieri, la peggiore dell’intera storia umana - due uomini. Il primo, Emil Clément, ebreo francese, orologiaio, molto abile ed eccellente scacchista. Il secondo Paul Meissner - tenente delle SS, poi capitano, decorato con Croce di Ferro – per l’invalidità subita vi viene trasferito con l’incarico di far crescere la produzione militare. Emil è catturato con la moglie Rosa, la madre e i due bambini, mentre tenta di fuggire in Svizzera: finiscono tutti nel campo. Paul, uomo intelligente, non trapanato dalle dottrine naziste ma costretto dal ruolo ad accettare soprusi d’ogni genere verso i prigionieri. C’è anche un terzo attore, in ombra all’inizio, Willi Schweninger,ex nazista, avversario nel torneo di Amsterdam e sconfitto dal francese. L’abile Emil, chiamato da tutti l’orologiaio, sarà assegnato al reparto produzioni belliche, un gradino sopra i lavori forzati dove può accadere il peggio, uno sparo letale al prigioniero alla prima occasione. E, per quel minimo che scampava alle SS, sul posto c’era anche la Gestapo, il vertice dell’infamia!

Il libro, molto efficace nelle rievocazioni, descrive in dettaglio la terrificante vita degli internati, costretti a vivere momenti tragici sin dall’arrivo. Scendendo dai vagoni piombati di trasporto - stipati all’inverosimile e con i primi morti già in viaggio – devono abbandonare i pochi beni portati e, divise le famiglie - donne e bambini, vecchi, malati e deboli da un lato - sono tagliati in gruppi, con la parte non in grado di lavorare, avviata alle camere a gas. Al termine della guerra, gli arrivi ad Auschwitz saranno così numerosi che la selezione mortale si allargherà anche a quanti prima non avrebbero subito tale sorte. A questo si aggiunge la settimanale “Selektion” in ogni blocco per quelli, non più efficienti, da gassare.

Meissner, sull’ordine di Goebbels di creare iniziative per alzare il morale, ha l’idea di svolgere un torneo di scacchi. All’inizio idea stramba, avrà successo. Gare separate, una tra prigionieri e l’altra tra nazisti. Con il successo Meissner progetta una sfida centrata sul francese, trionfatore del torneo prigionieri, contro i migliori SS. C’è anche la forte spinta di quanti si arricchiscono con scommesse sulle partite. Emil, contrario all’inizio, viene adescato con promesse di indagine sulla moglie, della quale non sa più nulla, e con il miglioramento del pasto. Ma lo convincerà altro. Nelle baracche dormono due per cuccetta: Yves, anche francese, è compagno di Emil. Si abbracciano di notte per alleviare il freddo e dividono anche il minimo tozzo di pane procuratosi con astuzie varie. Yves però, ai minimi termini, sta morendo di fame. Emil acconsentirà al torneo se l’altro, aiutato da Meissner, sarà messo in grado di sopravvivere. Su questa intesa Yves, il beneficato, non è d’accordo:

 

La risposta di Yves però non è quella che Emil si aspetta.

«E che succede se perdi?»

«Non perderò.»

«Ma potresti. Ciò che stai dicendo, Emil, è che se perdi con ogni probabilità io sarò scelto nella prossima Selektion, e se vinci ti dovrò la vita.»

«Yves, fidati di me, non perderò.»

Con un fervore che Emil non vede da molto tempo l’amico dice: «Io di te mi fido, Emil, ma non è questo il punto. Non capisci? La mia vita non è una cosa che puoi contrattare. Io non sono un pezzo degli scacchi con cui puoi giocare».

Emil è sconvolto dalla reazione dell’amico. «Ma hai detto che uno di noi doveva sopravvivere, per raccontare alla gente di questo posto».

«Intendevo te, Emil, non me. Io non mi aspettavo, non mi aspetto, di sopravvivere. Guardami. Non posso andare avanti a lungo. Qualche giorno, forse qualche settimana.»

 

E, in memoria di Yves e del suo triste destino, leggiamo le parole che Emil, ora scrittore affermato, dirà una ventina d’anni dopo a un amico inatteso, venuto fuori dal nulla:

 

“Avevo un amico che morì ad Auschwitz, il migliore amico che avessi mai avuto. Ho cercato di salvargli la vita ma non me lo ha lasciato fare, non ha voluto rinunciare alla sua dignità. Lo impic­carono come punizione per avere rubato del cibo. Ricordi? Eri presente all’esecuzione, ti vidi. Ricordi di cosa parlammo quando mi convocasti di nuovo nel tuo ufficio? Non fu un dialogo facile.

Ricordo quando mi fecero entrare. Mi colava il sangue dal naso. Lo vedesti e fulminasti con lo sguardo il tuo attendente. “È caduto” disse lui. Ti si leggeva in faccia che non gli credevi. Lo congedasti e mi offristi il tuo fazzoletto.» Emil tace per un attimo. «Non potevi sapere quanto era bello avere di nuovo della stoffa bianca e pulita tra le dita. Ero riluttante a macchiare quella purezza usandolo per togliere il sangue. Volevo tenerlo per tirarlo fuori ogni tanto e ricordare cosa significa essere pulito.»”

 

Emil dovrà andare avanti solo per sé. Per farlo continuare dopo la prima vittoria e il finimondo scatenatosi tra le SS per l’offesa, Paul userà una strategia ancor più sottile. Dai collaboratori sarà scelto un ebreo, in genere per la ricchezza dei familiari liberi, al quale con la vittoria sarà garantita la vita. Il salvarne uno tra migliaia lo farà andare avanti. È una forza che supererà la paura di rimanere vittima di una vendetta, dettata dall‘odio nazista.

Meissner diventerà amico di Emil ad Amsterdam, ma ben diverso da come lo ha lasciato. Già negli ultimi mesi al campo si era aperto a una familiarità inattesa con l’ebreo, ma quegli che rincontra in Olanda è tutt’altro rispetto quello in memoria. Non è più il capitano SS ma un vescovo cattolico tornato dal Congo perché molto malato. Ha mutato animo e sentimenti, sotto il peso delle gravissime colpe tollerate e non ha più nulla in comune con il nazista controvoglia. Dopo la prigionia ha cercato un forte riscatto per sopravvivere ai ricordi. Vive, inquieto e disperato, nella speranza di un perdono divino non per quanto agito ma per quanto tollerato nel luogo infame dove doveva convivere. Da questa nuova situazione, dopo il rifiuto iniziale, prende corpo una base comune. Per Emil, ridotto ormai alla solitudine per la morte dei cari, è il sogno di trovare, attraverso Paul e Willi, la molla per superare quanto ha vissuto e le insanabili ferite rimaste nell’anima.

 

Donoghue (vive a Liverpool) ha lavorato per oltre venti anni nel campo della salute mentale e scritto numerosi articoli a riguardo. Questo è il primo romanzo, in inglese “The Death’s Head Chess Club – Il club di scacchi Testa di Morto” (2015). Le SS-TV (Bande Testa di Morto) erano destinate alla guardia nei campi di sterminio. In un’intervista l’Autore afferma: “L’idea mi è saltata in mente una mattina d’inverno. Un giocatore di scacchi ebreo ad Auschwitz è costretto a giocare contro le SS per salvare le vite di suoi compagni prigionieri.”

Leggiamo parole altrettanto forti quanto gli allucinanti fatti narrati. Se si riflette, è assurdo pensare a quanto la disumanità dell’uomo abbia potuto prevalere, per anni, negli orrori dello sterminio pazzo di milioni di vittime senza colpa. Se lo scritto rappresenta quanto avvenuto già esso si mostra spaventoso in un’eredità ignorata nei giorni ma che non può scomparire dalla coscienza di quanti nulla hanno avuto a spartire con la follia collettiva di un intero popolo, durata non giorni ma anni nella più macabra avventura dall’umanità. Per fortuna all’Europa - madre di civiltà, specie per gli USA - il suicidio di Hitler di fine aprile ’45 e la distruzione quasi totale della Germania nel diluvio di bombe pregresso hanno risparmiato ulteriori catastrofi se pensiamo alle due enormi tragedie di soli tre mesi più tardi (Giappone, agosto ’45).  La mano di Dio ha concesso di evitare che una massiccia punizione finisse con l’essere peggiore del danno irreparabile arrecato all’integrità morale dell’essere umano di ogni nazione con quanto accaduto...

 

“Emil prese fiato. «Come hanno fatto due persone intelligenti come te e Paul a lasciarsi mettere il paraocchi da Hitler, tanto da diventare due criminali?»

Solo il giorno prima quella domanda lo avrebbe profondamente offeso. Adesso Schweninger la prese con filosofia. «Bella doman­da» rispose. «Me la sono fatta anch’io parecchie volte, e la verità è davvero sconfortante. In tanti hanno parlato degli errori dei nostri politici e del terribile effetto della depressione sulla Germania e dell’indennità di guerra, ma il fatto è che troppi di noi volevano dire “Sì!” a Hitler. Sapevamo che era pericoloso, ma aveva promesso di condurci al destino che ci meritavamo. Chi poteva dire di no? Era irresistibile.»”

 

Nonostante le pagine rudi, la lettura è seducente. C’è sì il tuffarsi in una perfida realtà ma c’è anche la descrizione della ricerca costante di un riscatto, lunga decenni, nella certezza che la misericordia divina allevierà le piaghe superstiti. Il perdono cercato da Paul, colpevole solo in parte, nell’arduo percorso è un nitido esempio. La memoria collettiva MAI dovrà dimenticare! La giusta visione si formerà quando l’ultimo coinvolto ad Auschwitz - prigioniero o guardia – avrà piena comprensione dei crimini e delle infamie compiuti in una storia oltre ogni immaginazione. È la speranza del meglio che deve sempre alimentare ogni attesa di futuro per tutti noi.

                                                                                             

John DONOGHUE: La scacchiera di Auschwitz

traduzione di Roberto Serrai

Giunti, 2020 - pp. 400 - € 8,90

(Ottobre 2021)

Parlanno ’e nu poeta - Alfredo Granata

 

di Romano Rizzo

 

A voi che amate la Poesia, quella che sa toccare le corde del cuore, voglio raccontare la vita breve di un vero poeta che, come Vincenzo Russo, a soli 28 anni e dopo aver molto sofferto, vide finire i suoi giorni per un crudele destino.

Questo poeta vero, ma troppo poco noto, è Alfredo Granata.

Nato nel 1913, chiuse la sua esistenza terrena nel 1941, per un male che oggi tanti bravi chirurghi riescono a sconfiggere. Di lui ci è rimasta solo una raccolta di poesie, dal titolo Rose e spine, di cui il fratello Cipriano, nel 1951, curò la pubblicazione, a dieci anni esatti dalla sua prematura scomparsa.

Edoardo Nicolardi, nella presentazione dell’opera, scrive:

“Leggendo i suoi versi, mi pare di averlo conosciuto perché da  essi traspare netta la sua gentilezza di animo che gli ispirò versi di limpida poesia, viva ed umana” ed aggiunge “ Queste mie parole vogliono esprimere il ricordo accorato di lui e il riconoscimento della sua apprezzabile fatica, della sua versatilità e della sua Arte gentile e sincera.”

Federico Rumolo che ha curato la prefazione dell’opera, ricorda di averlo conosciuto già dodici anni prima, perché gli portava molte sue composizioni, pregandolo di volerne curare la pubblicazione su “L’eco di Napoli”. Ricorda il Rumolo che continuò a proporgliele anche quando, colpito dall’atroce male che in soli venti mesi ebbe ragione della sua delicata fibra, dal suo letto di dolore componeva versi pervasi da un malinconico umorismo nel descrivere uomini e cose. Significativa è la breve lirica che il Granata pose come dedica alla sua raccolta:

Che d’è la prefazione ?

 

Che d’è la prefazione?

Nu scritto ‘e cunvenienza

‘e quacche.. Cicerone

ca mette ‘a firma ‘e renza.

 

Ma i’ ne faccio a meno

e cu ll’aiuto ‘e Dio,

‘o presento i’ stesso

stu libbrettiello mio!

 

Pregevole qui, come sempre, è la musicalità dei versi del Granata nonché la sua grande capacità di riprodurre autentici quadretti della vita quotidiana, per trarne. alla fine, qualche amara considerazione che valga come un insegnamento. Quanto ho esposto è magistralmente rappresentato, ad esempio, nella lirica Gravunariello, che è giustamente considerata il suo capolavoro. Altre opere molto gustose e degne di esser meglio conosciute sono, a parer mio: ‘O viculo ‘e Sant’Anna (da una nota in calce si apprende che il male che affliggeva Granata era una stenosi mitralica), Nu suonno, Bellu sciore, ‘O vero amico, Na rosa, ‘O nomme mio, ‘A sciorta, Io e ‘a Morte e tante altre, come ‘A ricetta pe’ campà buono.

Dopo aver letto questa bella raccolta,corredata da uno spassosissimo poemetto, dal titolo Onna ‘Ntunè, resterà nell’animo del lettore, assieme all’ammirazione per il poeta, il rimpianto che la sua breve vita gli abbia impedito di regalarci tanti altricapolavori.

Concludendo queste brevi note, anche se la sua opera risulta incompiuta, a parer mio, è di tale fattura che merita di esser meglio conosciuta ed apprezzata se si vuole evitare che la critica, oltre alla vita, debba esser giudicata dai posteripiù attenti non certo benigna!!!

  

Na rosa


di Alfredo Granata

 

**

Dint’a na testa, for’a nu balcone,

tengo na rosa, fresca e avvellutata,

cchiù bella ‘e nu garofano schiavone,

cchiù ‘e na viola ‘nfosa, prufumata.

**

M’’a guardo e me cunzolo, cu passione

ll’arracquo tutt’’e juorne; int’â jurnata,

si è male tiempo o coce ‘o sollione

‘a traso dinto, penzo : « È dilicata.»

**

È dilicata si’, ma è cchiena ‘e spine,

pugnente assaje, fanno sentì dulore

cu tutto ca so’ piccerelle e ffine.

**

Penzanno a sta rosa, a chistu sciore,

guardanno chelli spine malandrine,

penzo a na rosa, ca me pogne ‘o core !!

 
 

(Il testo è qui riportato quale ci è pervenuto)

 
 

‘O nomme mio

 

di Alfredo Granata

 

**

‘O nomme mio, nisciuno bigliettino,

manco n’augurio e chesto che robb’è !

Cu tante amice, sempe a me vicino,

nisciuno ha ditto : Auguri don Alfrè.

**

Nun è ca ce tenesse a avè n’inchino,

nu telegramma, na tazza ‘e cafè..

na tavulella, nu bicchiere ‘e vino

‘o ssaccio ca nun è rrobba pe me.

**

Uno surtanto nun se n’è scurdato,

ha tuzzuliato chianu chiano ‘a porta,

m’ha fatto ‘o pizzo a risa, ha salutato

**

e ha ditto : Pe cient’anne bona sciorta !

e diece lire sane ‘a mano m’ha luvate.

Sapite vuje chi è stato ? ‘O guardaporta !

 

(Il testo è qui riportato quale ci è pervenuto)

(Luglio 2021)

GRANDI ILLUSIONI di Graham Swift

 

di Luigi Alviggi

 

Nel romanzo, la storia di attori di successo vista in remoto, cioè nella prospettiva indulgente dei molti anni trascorsi tra lo svolgersi dei fatti e il parlarne. Un “c’era una volta” progressivo, pochi dialoghi e tutto affidato a visioni e ricordi dei tre protagonisti: Evie, Jack e Ronnie.  Il titolo originale del libro - “Here we are” (Eccoci)”, 2020 – ben si accorda alla presentazione a piccole dosi, in scorci che introducono alle personalità e alle vicende. Un approccio indiretto: è questa la struttura comune del rivivere frammentario quanto è stato vissuto. Evie, in tarda età e nella ricorrenza di un anno dalla morte del marito, va a cena con il suo agente e, tornata a casa dopo le banalità conviviali, si riaccendono molte luci del passato, personale e condiviso.

Diciamo che le “Grandi Illusioni” qui hanno significato bivalente. Sono i trucchi fatati che un mago esperto rifila, con crescente successo, a un pubblico sempre più folto nella luminosa Brighton sulla Manica, a pochi chilometri da Londra. I tre intrattengono in un teatro piccolo ma affermato in fondo al molo, e anche il mare aspira a essere spettatore delle belle cose rappresentate. Più importanti, e in altro campo, sono le illusioni che accompagnano la vita di tutti e che tanti non sanno mettere a fuoco. Pochi le intravedono con il passare degli anni, per carpirne la trama, chi le ignora totalmente si regala (forse) un handicap vantaggioso. L’epigrafe al libro recita “It’s life’s illusions I recall” (Joni Mitchell): “Sono le illusioni della vita che rimpiango”. Prenderne atto ha un valore prezioso per il soggetto, puntellano il vivere quotidiano e, per i fortunati, si tramutano - in parte mai soddisfacente - in realtà, se tale vogliamo definire ciò che scorre sotto i nostri occhi. Tra tante, le “illusioni” maggiori: i grandi amori e le grandi perdite!

Si tratta di tre vite intimamente legate, che convergono e divergono e per questo hanno un inscindibile sottofondo comune: le vite di teatro di due uomini e una donna. Un Ronnie mago – in arte, una volta divenuto celebre, il “Grande Pablo” – con l’assistente Eve; Jack, invece, è il presentatore comico: “Un attore? Oh, solo un vecchio cantastorie ballerino”, si autodefinisce.

Eric è lo stregone, colui che sa donare illusioni. Un padre adottivo che lascerà in eredità a Ronnie l’enorme passione, la sua ragione di vita. Con la sua Penny non hanno avuto figli, vivono a Oxford in una grande casa con giardino dove c’è posto per tutto, anche per la bacchetta magica e il tavolo verde, anche per i magici conigli che appaiono e scompaiono a comando. Ronnie è un ragazzetto sfollato dalla Londra del 1939 - inizio della guerra con Hitler - figlio di Agnes, donna di pulizie, e di Sid, un marinaio quasi sempre lontano che scomparirà in mare durante un’azione bellica degli U-Boot tedeschi. La loro casa è in un quartiere povero della capitale e, per il bambino di otto anni, la casa d’adozione nell’ambito del programma nazionale di mutua assistenza, sarà una vera e propria reggia. Vi rimarrà per sei anni imparando tantissimo, l’arte del “mago” per prima, cioè il saper incantare le persone. Il problema per lui, crescendo, sarà il non saper ricomporre le due metà, la familiare e quella appresa, in unità omogenea.

Jack e Ronnie si conoscono sotto il militare e sarà il primo, apprezzatane la bravura, a invitare il secondo a Brighton, chiedendogli di trovarsi una compagna per il numero di illusionista da fare nel teatro ove lui è capocomico trentenne, con già una quindicina d’anni di palcoscenico. Evie, bella ballerina di fila, risponderà all’annuncio e Ronnie la segherà e trafiggerà, chiusa in bare, in cento modi sul palcoscenico tra lo stupore incredulo e ammirato del pubblico. Si fidanzeranno subito e lui le regalerà un bell’anello con brillantino dall’incerto futuro. Progettano di sposarsi al termine degli spettacoli.

La storia si svolge nel ‘59, il tempo dell’”avanspettacolo”, ma è in un teatro senza film ove la scena arriva a superare gli artifici del cinema. È l’anno delle grandi svolte per i tre. La narrazione termina nel 2009, con l’ultimo sopravvissuto che continua a parlare di quanto è stato e di quanto avrebbe potuto essere… Riflessioni, valutazioni, stati d’animo, su eventi, sentimenti, dolori, che hanno coinvolto il trio: insieme, a coppia, o singoli. I ricordi finiscono col mutare sostanza sotto la carezza mentale ricorrente, divenendo sempre più trascinanti. Protagonista minore, ma pur incisivo, un pappagallo tropicale - Pablo - che il padre Sid porterà in casa e la mamma venderà poco dopo, mentendo al marito, al quale dice che è volato via e provocando nel piccolo Ronnie un trauma che non l’abbandonerà nel cammino dei giorni. 

“c’era anche un’altra legge del teatro che diceva: tieni per ultima quella cosa alla quale sarebbe difficile dare un seguito”

Il mago Ronnie la onorerà in pieno. Sempre più bravo, riuscirà a far comparire sul palcoscenico un fantastico arcobaleno e, come se non bastasse, anche un esotico pappagallo che andrà a posarsi su una sua mano mentre con l’altra stringe quella di Eve sotto il diluvio di applausi degli spettatori rapiti. Lancerà poi l’animale verso il pubblico ma esso svanirà a mezz’aria. È il vertice del successo: i due sono ora molto famosi. Poi il fato si fa vivo, assestando una botta decisa a quanto funziona a meraviglia. Non è forse la sorte davvero invidiosa? Per il colpo la vittima barcolla, ci vuole tempo per riassestarsi, ma diventa indispensabile per lei avere una reazione. E allora accade sempre qualcosa di imprevisto, che dovrebbe facilitare lo stabilizzarsi per permettere di ripartire, “illudendosi” di essere più o meno lo stesso di prima.

“Lei si guarda nello specchio, adesso, e si vede come era allora. Non era stato certo il passo falso di una che non sapeva quello che stava facendo, con un anello di fidanzamento che le brillava al dito.

Ronnie aveva telefonato. Aveva detto: «Sono arrivato troppo tardi, Evie. Se ne è andata».

Era la voce, stranamente, di un uomo che aveva fatto qualcosa di male, e che adesso era in attesa della sua punizione.

«Oh, mi dispiace tanto, caro. Non devi rimproverarti. Vuoi che venga da te?».

E queste erano tutte parole giuste, eccetto che avrebbe già potuto essere lì con lui, fin da subito. Allora tutto sarebbe stato diverso.”

 Corre il giorno, corre! Dopo il mattino, il mezzodì, ed eccolo procedere veloce verso il tramonto. E, in un libro di illusioni, non può mancare, al termine, l’ultima magia! Ronnie non è l’unico a essere scomparso ma, da buon amico, sente la necessità di tornare indietro: non si abbandonano gli amici-affetto di una vita! Ed ”eccolo qui”, affettuoso e pentito, a venire a prenderli per dileguare tutti insieme:

«Salve, Evie. Ne è passato di tempo. Eccomi qui. Eccoci qui».

Si sente molto stanca. Fuori, la sera si va spegnendo. Le foglie del melo selvatico stanno perdendo colore. Non ha acceso le luci e persino la sua faccia, nello specchio, sembra un fantasma. Ed era stato davvero lui che aveva visto, dietro di sé? Potrebbe fare un sonnellino, un pic­colo sonnellino. Una giornata così stremante. Si toglie la camicetta e la gonna e le lascia come una pozzanghera sulla sedia. Scivola sotto il piumino come sotto a un’onda che ti viene incontro, e ti accoglie.

 Graham Swift (Londra, 1949), è un ottimo scrittore inglese pluripremiato in grandi contesti: due suoi lavori sono divenuti film di successo. Nel narrare racchiude una malinconia penetrante ma non disturbante, anzi. Funziona da cassa di risonanza per il lettore, aiutandolo ancor più a “entrare” nelle vicende. Qui il risultato finale è l’essergli grati per aver condiviso con noi un lungo incantesimo raccontato a occhi aperti, fuori dal sogno, e che, come tutte le magie, non può trovare uno svelamento finale completo.

E cosa di meglio da conservare fino alla fine per una donna artista del costume di scena, zeppo di piume e lustrini, indossato nello spettacolo della sera all’apice del successo? La fine, di sicuro, sarà garantita brillante!

Graham SWIFT: Grandi illusioni

traduzione di Serena Prina Neri Pozza, 2020

- pp. 160 - € 17,00 

(Giugno 2021)

Giuseppe Cicala

Uomo non comune e poeta “speciale”

 

di Romano Rizzo

 

Giuseppe Cicala è stato un uomo dai molteplici interessi che ha trovato il modo di donare un po’ del suo grande talento alla poesia, a cui ha regalato tutta la sua irruenza e passionalità. Insofferente, per carattere, ad ogni schema, ma dotato di una eccezionale padronanza linguistica, ha dato alle sue composizioni una grande varietà di toni e di forme, privilegiando quelle che si discostavano dall’ordinario. Alcune sue belle poesie sono molto rispettose della musicalità e della metrica, altre, invece, sono quasi irrefrenabili, come il getto di lava, eruttata da un vulcano, prorompenti  e travolgenti come un fiume in piena.Tutte le sue composizioni, però, ci attraggono sempre perché in esse ritroviamo la sincera spontaneità dell’autore  che rifugge da svenevolezze o infingimenti ma si dimostra in grado di avvincerci con la grande forza espressiva ed immaginifica del suo linguaggio. Non è stato mai, né ha mai voluto esserlo, un poeta facile che amava seguire i dettami stilistici della corrente poetica più in voga. È stato, invece, una forte voce solitaria, diversa dalle altre e molto fiera della sua diversità. Per questo, come poeta, è stato e resterà un unicum, mai imitato e inimitabile. Ha scritto di vari argomenti e, tra tante opere, molti libri o raccolte di sue poesie, tra cui vanno ricordati: Erba novella,  del 1950, Suspire d’ammore e penziere, del 1951, Tavolozza napoletana, del 1962, Napoli in frak, del 1963, Napoli in pillole, del 1965, Scetate Napule, del 1966, Poesie napoletane, del 1967 e L’isola di Napoli, del 1973. A giudizio unanime della critica,il suo indiscusso capolavoro è stato “ ‘A pizza tutta Napule”  in cui, con una inesauribile cascata di terminidolcissimi, ha elevato un vero inno alla nostra pizzache non teme alcun confronto. La sua  forte personalità,unita al suo carattere un po’ particolare,  lo ha sempretenuto lontano da celebrate congreghe o salotti e questo avrà certamente nuociuto alla sua popolaritàed a quel successo, che egli, peraltro, non ha mai inseguito con la dovuta determinazione. E’ stato, inconclusione, un vero poeta “non facile” o forse un tantino complesso che già per questo meriterebbeuna più attenta rilettura e considerazione dei suoilavori, espressi nelle forme più varie, ma sempreimpregnati del forte senso della sua napoletanità!

*   *   *

Jolanda

di Giuseppe Cicala

 

Tu si’ chella ca addò passe

chill’addore ‘e primmavera

fatto ‘e vinte primmavere

mise nzieme, piglie e llasse !

**

E chill’uocchie addò nce luce

tutt’’o ffuoco d’’e vint’anne,

chilli dduje zampille ‘e fuoco,

addò ‘e puose, piglie e abbruce !

**

Tu si’ chella ca a chi vase

lieve ‘a vita e daje ‘a morte

e ‘a vita lieve  e morte daje

a chi sta speruto ‘e vase !

**

Comm’’o sole ca tramonta,

comm’’o mare quanno canta,

cantà faje e faje suspirà

comm’’a luna quanno sponta !

**

Tu si’ chella ca ‘o pittore

va cercanno e maje nun trova;

tu si’ chella ca ‘o pueta

vularrìa tenè int’’o core !

**

Tu si’ chella ca, ‘a ogne parte,

chi te chiamma e chi te sonna,

ca ogne artista te vulesse

ca si’ mamma e figlia ‘e ll’Arte!

**

Tu si’ ‘a Musica, ‘a Puisia..

tu si’ ‘o bronzo ‘e na scultura,

si’ ‘a canzone ca cummoglia

nu velo ‘e malincunia !

**

Curre..bella e ‘ndifferente

e nun guarde a chi te guarda

e nun siente a chi te chiamma

pe chiammà chi nun te sente !!

 

(Il testo è qui riprodotto quale ci è pervenuto)

 

 

‘O cunziglio d’’o nonno

di Giuseppe Cicala

**

Lunnerì sera i’ stevo frasturnato

e nun tenevo proprio niente ‘a fa’.

Penzaje : “ Embè, nun aggio maje pruvato

a fa’ dduje vierze ‘e primma qualità !

Me metto cu ‘a cuscienza e cu ‘o dicòro

e cerco ‘e fa’ quacche capulavoro !”

**

Ciento cinquanta libbre m’accattaje,

seje chile ‘e carta janca o forze ‘e cchiù,

po’ ncoppa ‘a screvania nce piazzaje

nu vaso cu tre llitre ‘e gnosta blu,

penzanno : “ Nella mia sì verde etade

or mostrerò la mia nobilitade !!”

**

E stette na nuttata adderettura

nnanz’a sti ccarte a me svertecellà.

Dicevo : “ Ma ched’è ? na jettatura?

I’ cca nun songo buono a verziggià?

Eppure, nce ne stanno ‘e sti scamette

ca sciveno nu cuofeno ‘e puemette!!

**

Passaje tre nuttate sane sane

a spremmerme ‘o cerviello senza fa’

na vrenzula ‘e nu vierzo, ma cu ‘e mmane

miezo ‘e capille sempe a..me rattà.

Po’ cu ‘e ddete nzevose ‘e brillantina

facevo llibre e carte…una mappina.

**

E quanno ‘o vierzo ascette, ‘o cancellaje,

po’ ne screvette n’ato…dduje…tre,

jenchette tutt’’o foglio, po’ ‘o stracciaje,

dicenno : “ Nun so’ vierze degne ‘e me !

Mannaggia ‘o suricillo e ‘a pezza nfosa.

mo appiccio carte, libre e tuttecosa !”

**

Po’, finalmente, comme Ddio ha vuluto,

songo arrivato a fa’ nu madrigale ;

ma… francamente…nun m’è piaciuto

…nun era na cosetta originale.

“ Ma i’ voglio fa’ mpressione a tuttequante,

voglio fa’ piglià scuorno pure a Dante !..”

**

Dicenno chesto, m’ha pigliato ‘o suonno

ncoppa ‘o puema ca i’ vulevo fa’ ;

mentre durmevo, aggio sunnato ‘o nonno

ca veneva currenno ‘a ll’aldilà

e cu na cera ha ditto : “ Galantò,

‘a vuò fernì ‘e fa’ ‘o fesso, si’ o no ?

**

Tu nun tiene sperienza, si’ guaglione,

‘e vierze so’…na cosa bella assaje,

ma quanno nun ce sta ll’ispirazione,

se perde ‘o tiempo e…songo brutte guaje !

Llassa fa’ ‘e vierze a chi già ‘e sape fa’!

Siente ‘o cunziglio mio : Vatte a cuccà !!”

 

   

(Il testo è qui riprodotto quale ci è pervenuto)

(Giugno 2021)

SETE, di Amélie Nothomb

 

di Luigi Alviggi

 

 

Sorprendente e geniale l’idea fulcro dell’ultimo romanzo della Nothomb: passare la notte prima del martirio, il giorno del supplizio, la crocifissione e il dopo, con il Signore Gesù immaginando come essi possano essere trascorsi nella mente e nei ricordi del Dio fattosi uomo.

La narrazione rispetta gli aspetti divini dalle Sacre Scritture ma l’Autrice, audacemente, si prende delle libertà rispetto al Nuovo Testamento. Non dimentichiamo che esiste un precursore - “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” (1991) di Saramago - nel quale il Cristo è quasi vittima di un Dio che non ha chiarito i Suoi scopi al Figlio, prima di inviarLo nel mondo. Amélie va certo a fondo in campi non ortodossi per i canoni evangelici, questo va chiarito per evitare contrarietà nel lettore ignaro. Il testo è una specie di vangelo autobiografico, narrato in prima persona, indagando nei pensieri di una mente “umana” a tutti gli effetti.

Vengono, cioè, posti in luce dettagli diversi “ignorati” dai testi sacri e, in ultima analisi, si avvicina la Sua figura a quella di un comune essere umano, rendendoLo ancora più misericordioso e amorevole verso il “prossimo”, col quale è entrato in contatto e che non esita a caricarlo di colpe inesistenti, di concorso nella decisione di Pilato per la condanna a morte. Queste accuse provocano una forte afflizione in Gesù: è il caso, per esempio, della rassegna dei miracolati presenti al giudizio che, per un verso o per l’altro, Lo incolpano di danni sofferti a seguito della grazia che ha compiuto a loro beneficio. Sono poi evidenziate la personalità di Giuda e i suoi rapporti con gli altri apostoli e l’indagine si fa intensa sulla figura di Maria Maddalena - amabile come “un bicchiere d’acqua quando stiamo morendo di sete” -, coprotagonisti poco esplicitati nei testi sacri.

L’uomo Gesù è tormentato e le ultime ore di vita dimostrano la Sua totale partecipazione a ogni debolezza umana. Il sacrificio assume valore ancora più elevato portando al merito eccelso il martirio che l’uomo-Dio ha subìto per noi. Singolare è la distinzione operata nella narrazione tra una “scorza” e il suo interno. Cristo afferma che, per ogni miracolo compiuto nell’approvazione del Padre, è ricorso a una scorza, un rivestimento che copre la Sua fisicità e ne rimane per certi versi distinta.

Amélie Nothomb (Giappone, 1967), scrittrice belga, ha girato molto in Asia e in America, da giovane. al seguito del padre diplomatico. Pluripremiata, il suo primo lavoro è stato già un successo: “Igiene dell’assassino” (1992) esce in Francia, dove ora vive stabilmente. La vicenda: un premio Nobel della letteratura confessa, nella sua ultima intervista, un omicidio compiuto anni prima. “Sete”, del 2019, è il suo 28° romanzo, arrivato secondo al Premio Goncourt 2019. La Nothomb ha la bravura di sfornare un libro nuovo all’anno. L’approccio narrativo è incisivo, asciutto come sempre, e serrato il ritmo della vicenda. La foto in copertina, come al solito, raffigura l’Autrice oggi.

Perché questo titolo? L’esperienza terribile della “sete” serve a sviare la mente del Signore dalle indicibili sofferenze inflitte al corpo nelle fasi del supplizio. È il sollievo utilizzato per stornare lo strazio dei tormenti del martirio subìto: il peso che grava su mani e piedi, trapassati da chiodi che lacerano la carne, la spossante stanchezza, cumulata nell’impervia salita sotto la pesante croce, la sorte senza speranza che sa attenderLo inesorabile. Il patimento generato dall’arsura funziona quindi da diversivo a questa tortura enorme, smorzando le sofferenze inflitte dagli aguzzini.

La sete, che mi ero conservato come arma segreta, si riaffaccia in me. È stata un’idea eccellente. Il tormento estremo della gola mi permette di uscire dall’orrore dei corpo straziato, il mio stato di arsura porta in sé una sal­vezza concreta.

 

In una rigorosa ortodossia dobbiamo rimproverare alla Nothomb l’avere troppo distinto nel Cristo incarnato l’uomo dalla Sua sostanziale essenza divina. In qualche punto il primo si pone in contrasto, per non dire in opposizione, con il Padre per le scelte da Questi compiute e per il mostrarsi, in certo qual modo, estraneo alla Sua stessa sostanza. Ma, come credo possiamo concordare tutti, la creazione letteraria è ben distinta dalla precisa ripetizione di quanto accaduto nella realtà e tramandato nella Storia Sacra, narrata dai nostri precursori...

Per provare la sete, occorre essere vivi. Io ho vissuto così intensamente da morire assetato.

Forse è proprio questa la vita eterna. 

Amélie Nothomb: Sete

traduzione di Isabella Mattazzi

Voland, 2020 – p. 128 - € 16,00

(Gennaoio 2021)

CURIOSITÀ

 

di Alfredo Imperatore

 

La dea Maia

La dea Maia, nella mitologia greca, era la più bella di tutte le Pleiadi, figlia di Atlante e di Pleione, amata da Zeus, col quale generò il dio Ermete, considerato l’inventore dello strumento di musica, la cetra, detta anche lira, da lui costruita stendendo le corde sul guscio di una grossa tartaruga.

Il nome Maia significa colei che porta crescita, praticamente madre, nutrice e anche nonna.A lei è dedicato il mese di maggio, che, per antonomasia, è il mese caratteristico della primavera, perché cade nel pieno della “dolce stagione”. A Napoli, per antichissima consuetudine, si celebra la festa della primavera, simboleggiata dai fiori di ginestra.

Anche nei “Fasti” di Ovidio si trova una traccia di questa usanza: <in maias festum floreale calendas> (a maggio inizia la festa floreale). In tale mese arriva anche l’abbondanza delle messi.

Il maiale

Che gli antichi Romani fossero dei buongustai e dedicassero ai convivi diverse ore della giornata, è un fatto risaputo e, come tutti gli amanti della buona tavola, davano particolare rilevanza al maiale. Ancora oggi diciamo che del maiale non si butta nulla. Essi, come d’altronde noialtri, avevano diversi sinonimi per identificare il prelibato onnivoro: sus-suis, verres-is, maialis-is (quello castrato) e aper-apri (quello selvatico).

Famoso era il maiale farcito, chiamato porcus troianus, a somiglianza del falso cavallo di legno, con l’interno pieno di guerrieri greci, imbottito, invece, questo, di deliziose ghiottonerie.

Majo o albero della cuccagna

L’abate Galiani, nel suo celebre Vocabolario delle parole del dialetto napoletano…, alla voce “Majo” ci ricorda un antichissimo divertimento popolare che si  faceva ai primi di maggio e che consisteva nell’ungere l’albero di maestra di un veliero col sego, “coronato alla cima di salami, formaggi e cose simili, premio di chi prima lo monta”. In pratica era l’attuale “albero della cuccagna”.

L’agnello pasquale

Ritornando alla dea Maia, era usanza, presso gli antichi Romani, nel mese di febbraio, sacrificarle il suo animale sacro, proprio il sus-suis. Orbene, questo sus maialis, cioè porco di Maia, si mangiava come corpo della divinità, quale sacrificio sostitutivo. Agevole il paragone con l’agnello pasquale. Corsi e ricorsi storici di vecchia memoria, anche nelle tradizioni culinarie popolari.

Majatico

È il nome attribuito a una specie di ciliegie, particolarmente dolci e grandi, ed è anche una pregiata qualità di grosse olive nere da tavola. Queste, raccolte a piena maturazione, si lasciano appassire all’ombra, poi si immettono in acqua, molto calda, per togliere l’amaro e infine si essiccano al forno.

Il  primo calendario romano

Secondo la tradizione, il primo calendario romano è attribuito a Romolo, fondatore di Roma, nel 753 a. C. Sembra fosse un calendario lunare, sulla falsariga di quello dell’antica Grecia.

L’anno era formato da 10 mesi e iniziava a Marzo, cioè Martius mensis, dedicato a Marte, dio della guerra, e padre di Romolo e Remo.

Il secondo mese era Aprile che apriva alle forze generatrici della natura e alla prosperità. Il terzo mese era dedicato alla bellissima dea Maia che, tra l’atro, simboleggiava la Terra, generatrice delle imminenti biade.

Giugno, secondo alcuni, era consacrato alla dea Juno (Giunone), moglie di Giove e regina dell’Olimpo; per altri, a Lucio Giuno Bruto, figlio di Tarquinia, sorella dell’ultimo Re di Roma.

Il secondo dei sette Re di Roma fu Numa Pompilio. Questi, nel 713 a.C. aggiunse all’inizio dell’anno due mesi: Ianuarius, Gennaio, e Februarius, Febbraio, cosicché i mesi divennero 12. Gennaio era dedicato a Giano, simbolo del Sole e della Luna: con esso iniziava non solo l’anno, ma anche ogni grande impresa. Febbraio era il mese della purificazione: februàrius mensis da fèbruus→ februàrius→ febbre, la quale purificava, se si riusciva a superare la malattia che l’aveva provocata!

Dopo Giugno, gli ultimi 5 mesi furono denominati: Quintilis (il quinto mese), Sestilis (il sesto mese), e poi September, October, November e December (mensis); il quinto mese, Quintilis, nel 44 a.C., in onore di Giulio Cesare fu detto Iulius, e il sesto, Sextilis Augustus, in onore di Cesare Ottaviano Augusto, che fu il primo Imperatore di Roma. Essi tuttora si denominano Luglio e Agosto.

Settembre, Ottobre, Novembre e Dicembre, rappresentavano gli ultimi quattro mesi dell’anno.

Però, l’insieme dei 12 mesi, corrispondeva in modo imperfetto al periodo dell’anno solare, e, per ottenere la corrispondenza, si aggiungeva, ma non con regolarità, un mese intercalare, mensis intercalaris, per eguagliare l’anno lunare a quello solare.

La rifotma giuliana

Giulio Cesare, nel 46 a.C., con la riforma, detta appunto riforma giuliana, operò una sostanziale modifica, rendendo i mesi, alternativamente, di 30 e di 31 giorni e introducendo, ogni 4 anni, un anno bisestile. Il termine “bisestile” si spiega in questo modo: a Febbraio, il giorno in più non fu aggiunto dopo il 28 del mese, bensì dopo il 24 (cioè dopo il “sesto” delle calende di Marzo) in tal modo il 25 febbraio, giorno aggiunto, fu detto dies bis sextus ante Kalendas Martius (giorno due volte sesto prima delle calende di Marzo).

A quessto punto ci preme una precisazione: fino al 46 a.C. l’anno lunare dei Romani era di 355 giorni e i mesi risultavano di 29 giorni, tranne Febbraio che era di 28, e Marzo, Maggio, Luglio, Ottobre,  che erano di 31, occorrerà tener conto di questo nell’interpretazione delle date delle lettere di Cicerone che, da quanto appena detto, risulterà chiaro che siano anteriori al 45 a.C. [La lingua dei  Romani. Fabio e Giovanni Cupaiuolo].

Inoltre, con la riforma giuliana, il settimo, l’ottavo, il nono e il decimo mese, aumentarono, nella dicitura, di due unità, per cui, nel loro nome, vi è questa “anomalia” in quanto vengono chiamati rispettivamente Settembre, Ottobre, Novembre e Dicembre, mentre a rigor di logica, bisognava  chiamarli rispettivamente: “Novembre, Dicembre, Undicembre e Dodicembre”.

La riforma gregoriana

Alla riforma giuliana seguì, nel 1582, la riforma gregoriana, voluta dal Papa Gregorio XIII, che instaurò l’anno tropico, dal greco  tròpos, rotazione, più breve di 12 giorni, che in tutto il mondo moderno è ritenuto ancora (e forse lo sarà per sempre) quello ufficiale, per l’economia, la politica, gli scambi internazionali navali, aerei, ferroviari ecc., con la sola accortezza dei fusi orari. Pertanto fu giocoforza saltare dal 4 al 15 ottobre del 1582, per riportare l’inizio della primavera al 21 marzo.

L’anno tropico è l’intervallo di tempo che intercorre tra due consecutivi passaggi del sole, all’equinozio di primavera.

Ad graecas kalendas

Calendario deriva dal tardo latino calendariu(m) da calenda, che rappresentava il primo giorno del mese.  Il libro delle calende era il registro che conteneva le notizie astronomiche, agrarie e religiose di ciascun mese e tante altre nozioni. Per di più segnava la scadenza degli interessi i quali maturavano il primo del mese.

I Greci non avevano le calende, onde la locuzione latina ad graecas kalendas, alle calende greche.

(Dicembre 2020)

Hello Napoli

 

di Mariacarla Rubinacci

 

   Anya, dai capelli ramati, l’incarnato candido come porcellana, gli occhi del colore terso del cielo dell’Irlanda, con un volo diretto Dublino - Genova aveva raggiunto la nave da crociera, che l’avrebbe portata a Napoli.  La tappa tanto sospirata era ormai all’orizzonte. In prossimità del porto, la nave avanzava lentamente, le eliche schiumavano le acque calme dell’approdo. Affacciata al balcone del ponte su cui era la sua cabina, Anya sentiva il brivido della brezza della sera che le sfiorava le labbra e l’odore salmastro che le invadeva le narici, mentre le luci di Napoli filtravano attraverso le tende della finestra. Si era preparata a visitare la città. La cultura di cui si era alimentata era imbevuta di racconti fiabeschi, di leggende degli antichi Celti dove incantesimi trasformavano i figli del sole in cani per sorvegliare la casa del gigante. Ma lo studio di architettura all’Università le aveva fatto conoscere le chiese della Napoli Sacra e si era sentita rapita dal fascino dello stile barocco con la ricchezza dei suoi stucchi. Tra i monumenti che aveva studiato, le chiese, che le apparivano tanto differenti dalle austere cattedrali irlandesi dalle pareti in pietra e dalle guglie così alte da volere sfidare il cielo.

   Era scossa da un forte brivido di emozione. Per un’intera giornata, dal mattino dello sbarco fino alla sera, al rientro sulla nave, avrebbe visitato la città. Vista dal mare, Napoli le appariva come un libro illustrato per bambini, dove i pop-up si alzano dalle pagine per affascinare. La maestosità  del castello di Sant’Elmo sembrava volesse abbracciarla, il rosso pompeiano della Reggia di Capodimomte le invadeva lo sguardo, mentre i palazzi moderni, arrampicati sulla collina del Vomero, le facevano immaginare tanta vita.

   L’escursione era iniziata dalla piazza di San Domenico Maggiore. Svoltando a destra, ecco il palazzo di Sangro di Sansevero, dove aveva abitato il principe alchimista e scienziato che aveva lasciato alla vista dei visitatori i suoi esperimenti sul corpo umano. Il Cristo Velato le aveva imposto la necessità di pregare.

   Si era avviata, poi, tra i vicoli e le strade tortuose, che risalgono la collina come serpenti striscianti. Aveva fermato lo sguardo sulle alte facciate dei palazzi d’epoca che la guardavano come volti resi rugosi dagli intonaci scrostati da dove occhieggiava il tufo giallastro. Molti momenti di vita quotidiana le avevano offerto lo spettacolo gratuito di uno scenario ammaliante e nuovo per i suoi occhi. Una giovane donna incinta poneva nella borsa della spesa un cartoccio, grondante di pesciolini guizzanti e lucenti come l’argento, più in là un garzone era attento a non far cadere il vassoio su cui erano in bilico tazzine di caffè fumante. Mentre arrancava lungo la salita, una voce alle sue spalle l’apostrofò : “ Siete fortunata signorì che non piove, vedete, le saittelle sono appilate, quando piove qui scorre la lava…”  Le era sembrato un canto, ne aveva percepito il suono, ma non le parole.

   La giornata volgeva ormai alla fine, la guida le aveva fatto anche assaggiare la famosa pizza, tanto amata da tutti e dai turisti, che solitamente si vantano di conservarne ancora il sapore. La magia della città aveva incantato la giovane irlandese. Il cielo si stava tingendo del rosso del tramonto, il golfo era striato dalle scie delle barche, che rientravano verso il porto di Mergellina, sulla collina si accendevano le luci alle finestre dei palazzi. Sembravano lucciole nella notte. Appoggiata al parapetto del balconcino della cabina, Anya salutava la città. Il transatlantico volgeva la prua al largo. Immaginava che anche la città la stesse salutando con una leggera brezza che le scompigliava la chioma color del rame, mentre la luna, qui “sempre piena e sempre tonda”  spargeva l’argento fra le onde.

   Sulle labbra una tremula parola : “ …ritornerò…

(Ottobre 2020)

Federico Fellini, realista e visionario, di Luigi Mazzella

 

di Luigi Alviggi

 

Il sottotitolo del libro recita: “L’armoniosa complessità di un genio del cinema”. Definizione sintetica ma perfetta che ben si sposa alla seconda parte del titolo nel definire l’uomo e il carattere di Federico Fellini (Rimini,1920 – Roma,1993), uno dei più grandi registi italiani del quale ricorre quest’anno il centenario della nascita. La caratteristica della produzione – 22 film - è stata la capacità di partecipare fantasie e sogni personali - affollanti l’irrazionale di ogni essere umano –, accomunandoli in un patrimonio visivo godibile per la stragrande maggioranza degli spettatori. Gli aspetti più impressivi delle sue opere si agganciano a quel fondo, misterioso e affascinante, che si adagia sopito dentro ciascuno, animandosi quando, adeguatamente stimolato, trova modo di svelare la sua esistenza. Un’altra delle grandi doti di questo Maestro indiscusso è stato il saper trasfigurare i minimi ricordi, giovanili e non, per fare di essi la direttrice di una affascinante condivisione dell’epoca e del contesto sociale relativi, riportati in immagini di rara efficacia.

Luigi Mazzella, scrittore di narrativa e di saggi in vari campi, è uomo poliedrico avendo rivestito vari e importanti incarichi pubblici al massimo livello. Questo lavoro approfondisce con precisa ampiezza di dettagli l’opera del Maestro, fornendo una sintesi del complesso panorama artistico.

Il fiabesco è l’antidoto felliniano indispensabile per sfumargli dentro una nostalgia, impossibile da dominare. Sua costituente principale il non esser più un ragazzo, malessere che la sindrome di Peter Pan ha poi generalizzato per tanti. A riguardo, l’estrema dolcezza della poetica elegiaca di “Amarcord” (1973) - in una Rimini grondante memorie degli anni ’30 mai impallidite, sature di rimpianti e amori - è forse il vertice. Poi ancora, nostalgia di essersi allontanato (fuggito?) per presunzione, magari mai perdonata nell’intimo, dai luoghi che l’hanno visto felice come lo si può essere solo nella prima gioventù, irripetibile negli anni a seguire. Per questo aspetto citiamo “I vitelloni” (1953), soprannome che, nella zona, indica i giovani che passano al meglio i giorni nullafacenti. Nel film, l’odissea dell’incoerente Fausto – un alter ego perfetto - e la fuga verso un diverso futuro di Moraldo, unico tra i cinque capace di osare tanto (lo stesso Fellini?) proietta sullo schermo gli aspetti celati di un uomo che non ha ancora trovato se stesso.

Il Mazzella individua sagacemente, nella vena ispiratrice del regista, tre momenti con fonti ben distinte. Il primo - quello delle produzioni iniziali (1950-57) - contraddistinto dalla maggiore comunione sociale e relazionale del soggetto. Il giovane non si è ancora chiarito l’universo interno e rivolge maggiore attenzione al circostante: è la presa di coscienza graduale, da parte del provinciale arrivato a Roma, della vita e dei suoi attori nel girone capitolino. Sarà il periodo delle salutari scoperte. legate alla maggiore disponibilità e apertura verso l’esterno. Il secondo è quello dei capolavori (1959-64). L’uomo si è conosciuto, avverte meno la necessità del collettivo ma si volge piuttosto ad approfondire le geniali impronte personali. È incoraggiato ad attingere alla smisurata creatività, pur non svalutando il debito inestinguibile verso gli apporti sociali. È la fase della migliore fecondità, ancora lontana da quelle divagazioni, pur sempre testimonianza di arte ai più alti livelli, lontane dal comune sentire e dunque obbliganti a un’assimilazione più analitica. La terza fase si avvicina fortemente alla “commedia dell’arte” per tecnica di improvvisazione e afflato creativo, che svicola o addirittura trascende i limiti di una sceneggiatura per lasciar campo libero alla situazione in sviluppo e agli attori che in essa agiscono. È quanto accadeva con i grandi comici del passato, per citarne solo uno, sommo: Totò. Coll’avanzare degli anni tali impulsi divengono sempre più forti sino a prendere il sopravvento e giungere alle dinamiche imprevedibili delle ultime realizzazioni: “L’intervista” (1987) e “La voce della luna” del 1990.

L’“arzdora” romagnola, la “reggitrice della casa” non è una figura esplicita nel raffinato mondo felliniano ma certo implicita nell’elemento femminile dominante in ogni suo prodotto. Ricordiamo che Fellini – uomo non esempio di fedeltà coniugale - è stato sposato con la straordinaria attrice Giulietta Masina (1921 – 1994). Moglie e musa insostituibili, hanno accomunato intimamente tantissimo: insieme per mezzo secolo di matrimonio e sette film girati.

Nel marzo 1993 Sophia Loren e Marcello Mastroianni – nella cerimonia di proclamazione degli Oscar sul palco del Kodak Theatre a Hollywood - annunciarono a Fellini la vittoria dell’Oscar alla Carriera. Sullo schermo retrostante apparvero le parole: “L’unico vero realista è il visionario”, pilastro della parabola artistica, confermato in ogni espressione professionale dallo stellare regista. La mescolanza di sogno e realtà ha imbevuto nell’intimo la sua vita e produzione. Fu il quinto Oscar ricevuto dopo i quattro precedenti dati a suoi film come miglior film straniero: “La strada” (1957), “Le notti di Cabiria” (1958), “8½” (1964), “Amarcord” (1975).

Fellini sarebbe morto a Roma il 31 ottobre successivo, la Masina l’avrebbe seguito a breve.

                                                                                    

Luigi MAZZELLA: Federico Fellini, realista e visionario

Prefazione di Antonio Filippetti

Istituto Culturale del Mezzogiorno, 2019 – pp. 128 - € 30,00

 

(Ottobre 2020)

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