NEWS

IMPATTO AMBIENTALE DEL PETROLIO IN TERRA E IN MARE   Il 6 febbraio 2016, alle ore 17.00, il Museo del Mare di Napoli presenta: IMPATTO AMBIENTALE DEL...
continua...
TOTONNO ’E  QUAGLIARELLE   di Luigi Rezzuti   Totonno ’e quagliarelle era un personaggio di altri tempi, un uomo tutto di un pezzo, un napoletano...
continua...
COLPISCI  IL  TUO  CUORE, di Amélie Nothomb   di Luigi Alviggi   Profondo e toccante questo romanzo, decisamente una rassegna di personaggi esulanti...
continua...
LINO BANFI   di Luigi Rezzuti   Pasquale Zagaria, in arte Lino Banfi, nasce il 9 luglio del 1936 ad Andria, in provincia di Bari. A quindici anni...
continua...
NON E’ MAI TROPPO TARDI IN AMORE   di Luigi Rezzuti   In primavera si organizzano sempre delle feste scolastiche, dove mi piace andare. Siamo tutti...
continua...
AVERSA COMPIE 994 ANNI                                       Aversa celebra il suo 994° compleanno con una “Due giorni” organizzata dall’Associazione...
continua...
Miti napoletani di oggi.70 LE “PARENTI DI SAN GENNARO”   di Sergio Zazzera   Per “totem” – giova ribadirlo – s’intende l’animale, la pianta o...
continua...
Miti napoletani di oggi.59 LE INAUGURAZIONI   di Sergio Zazzera   28 marzo 2011: al Vomero, in località Cacciottoli, si svolge, con grande...
continua...
Il gatto armonico, libri e idee per crescere   I laboratori di aprile con la scrittrice Maria Strianese (dillo a un amico). Il prato delle favole -...
continua...
Medicina ieri e oggi   di Luigi Rezzuti   Ogni volta che per televisione passava la pubblicità del “Già fatta? Pic indolor, l’ago niente male”, che...
continua...

Credenze napoletane (2)

 

’A bella ’mbriana e ’o munaciello

 

 

di Alfredo Imperatore

 

Ritornando alla superstizione, come già detto, noi napoletani e meridionali in genere, in questo campo di credenze irrazionali, non ci facciamo mancare nulla e, a fronte della cattiva janara, abbiamo contrapposto la ‘mbriana, anzi, per l’esattezza ’a bella ’mbriana, colei che è apportatrice di buoni auspici nelle nostre case. In sostanza, una fata benefica, in contrapposizione alla janara, che è una strega malefica.

L’etimologia è latina: meridianam, sottinteso horam, cioè l’ora meridiana, che in genere è quella più luminosa. Quindi ‘a bella ‘mbriana è apportatrice nelle nostre case del buon evento, praticamente è il nostro nume tutelare.

È possibile trovare a Napoli, nella via San Gregorio Armeno, famosa strada dove si producono e si vendono pastori per presepi d’ogni tipo, dai personaggi classici e moderni, ove la fantasia degli artisti pastorali spazia tra figure storiche, artistiche e politiche d’ogni genere, anche la bella ‘mbriana. Essa per lo più è raffigurata in una statuetta che, da un lato, mostra l’aspetto di una fata coperta da un velo e assorta a pregare, dall’altro, girandola mostra le sembianze di un fallo, antico simbolo di prosperità, in auge specialmente tra le matrone romane.

In passato, ma anche al giorno d’oggi, tra le persone di una certa età, quando le vicende in una casa non vanno per il verso giusto, la si invoca, per auspici di buona fortuna, gridando: <Hué, bella ‘mbrià scétate! (svegliati) >.

D’altro canto, così come abbiamo ideato due entità femminili, una apportatrice di bene (‘mbriana) ed un’altra di male (janara), abbiamo concepito anche un “essere” maschile che però racchiudesse in sé la buona e la cattiva sorte.

A questo personaggio è stato dato il nome di munaciello, cioè piccolo monaco, attorno al quale sono nate numerose leggende popolari.

Si racconta che nel XV secolo, sotto il regno di Alfonso d’Aragona, un nobile giovane, ma squattrinato, tale Stefano Mariconda, s’innamorò di una fanciulla a nome Caterina Frezza, figlia di un ricco mercante di panni, che lo ricambiò di grandissimo affetto. Quest’amore fu contrastato con ogni forma di tormento da ambedue le  famiglie, tanto che si può dire che i due giovani mangiassero veleno e bevessero lacrime.

Il giovane Stefano, pur di amoreggiare con Caterinella, notte tempo, saliva per una ripida scala sul tetto di una casa e scavalcando terrazzo per terrazzo, arrivava al terrazzino ove l’aspettava la trepidante innamorata. Ma in una notte molto profonda, mentre tra i due giovani “si schiudeva la celestiale beatitudine del paradiso”, mani ignote afferrarono Stefano alle spalle e lo precipitaronogiù, nella via.

Caterinella, allora, pazza di dolore, si ricoverò in un monastero di monacelle e, dopo alcuni mesi dette alla luce un bimbo piccino piccino, pallido e dagli occhi smarriti. Le brave monache acconsentirono che la mamma tenesse il neonato nel monastero.

Purtroppo, il bimbo, negli anni, crebbe pochissimo, praticamente fu un nano. Le suore gli facevano indossare un abito nero e bianco da piccolo monaco, e gli fecero due cappucci, uno nero e uno rosso, per cui la gente incominciò a chiamarlo ‘o munaciello e, come spesso accade, le persone cattive lo deridevano e lo sbeffeggiavano.

A poco a poco si iniziò a spandere la voce che quel piccolo esserino avesse in sé qualcosa di sovrannaturale e la superstizione arrivò a tal punto che, quando il ragazzo portava il cappuccio rosso, era di buon augurio, ma quando metteva quello nero era di cattivo auspicio. Pertanto, se accadeva qualcosa di buono era merito del munaciello e, viceversa, se non si potevano trovare dei soldi che erano scomparsi o qualche persona si ammalava, oppure nei casi di supposta infedeltà del marito o della moglie o anche di semplice tentazione, la colpa era certamente da attribuire a lui, che portava scompiglio nelle menti o turbamenti nei cuori.

Purtroppo, un brutto giorno, Caterinella morì, e le monache, da allora, incominciarono a impegnare il figlio nei lavori più umili e gravosi dell’orto, finché una sera, ‘o munaciello scomparve per sempre e, tra le varie ipotesi sulla sua sparizione, si sospettò anche che il diavolo lo avesse portato via per i capelli.

A tutt’oggi, per molti avvenimenti che non possiamo spiegarci o che ci appaiono sfortunati, diamo la colpa a fugaci e invisibili apparizioni del munaciello. Così, ad esempio, quando giochiamo al lotto e le estrazioni evidenziano numeri vicini a quelli giocati da noi, è stato un “dispetto” del munaciello. D’altronde, le fanciulle innamorate si mettono sotto la sua protezione, affinché non venga scoperto qualche loro vecchio segreto.

In buona sostanza, il nostro munaciello è un folletto che tormenta le persone come un bambino viziato e capriccioso, ma sa anche rincuorarle come un bambino apportatore di gioia e felicità.

La morale della favola è che, tra false credenze e verità reali, possiamo inserire il vecchio adagio: <Non è vero... ma ci credo!>.

(Luglio 2020)

Il Papa prega per i giornalisti

 

di Luciana Alboreto

 


6 maggio 2020: dalla Cappella di Santa Marta giunge la preghiera del Pontefice ai Giornalisti. Papa Francesco, evidentemente provato per l’attuale gravità dell’emergenza sanitaria mondiale, dona continuamente momenti di elevata spiritualità, confortando e sostenendo, attraverso le sue celebrazioni ed i suoi interventi mediatici, un’umanità sconvolta dalla pandemia. Sempre intellettualmente aperto ed accogliente, tenero nelle espressioni ma fermo nelle posizioni, stanco nel volto ma disponibile a sovraccaricarsi di impegni, il Pontefice veglia con la sua presenza sulla collettività, affinchè nessuno smarrisca il filo saldo della Fede o si disorienti nel rispetto delle regole dettate dal Governo. Dall’inizio del lockdown, la sua preghiera di affidamento al personale sanitario è stata costante, sempre ricca di gratitudine per tutti coloro i quali, in prima linea, curano i malati di coronavirus, al punto di sacrificare la propria vita. Ed oggi le sue parole di elogio e speranza si sono rivolte alla categoria dei Giornalisti ai quali, anche in passato, ha più volte espresso stima per un lavoro di grande responsabilità, che merita ogni riguardo sociale ed umano. “Preghiamo oggi per gli uomini e le donne che lavorano nei mezzi di comunicazione. In questo tempo di pandemia rischiano tanto e lavorano tanto. Che il Signore li aiuti in questo lavoro di trasmissione sempre della verità”. Sempre sua questa dichiarazione passata che, si ricongiunge, perfettamente, all’attualità. “Il giornalista umile è un giornalista libero. Libero dai condizionamenti, libero dai pregiudizi e per questo coraggioso. La libertà richiede coraggio. Abbiamo bisogno di un giornalismo al servizio del vero, del bene, del giusto, che aiuti a costruire la cultura dell’incontro”. Nello scorso febbraio, all’imprevedibile vigilia della pandemia, l’Unione Cattolica della Stampa Italiana aveva elaborato il testo, “Le Beatitudini del giornalista”, mai come ora un decalogo imprescindibile, cui riferirsi, nella comunicazione.

BEATO IL GIORNALISTA CHE…

  1.  Non cerca il successo o l’interesse personale e che al centro del racconto non mette mai se stesso;
  2. che non si nasconde all’ombra del potere, ma è voce di chi non ha voce, occhi di non vede, orecchie per chi non è ascoltato da nessuno;
  3. che non alimenta paure e chiusure, ma nutre fiducia e speranza;
  4. che non si accontenta di notizie scritte a tavolino;
  5. che ascolta la coscienza e non tarpa le ali alla libertà;
  6. che denuncia tante cose che non vanno, per rendere la vita migliore;
  7. che cerca sempre la verità e mai il compromesso, anche quando c’è un prezzo da pagare;
  8. che ama la pace e la giustizia e che diventa sale, lievito e luce di comunità;
  9. che riesce a raccontare buone notizie che generano amicizia sociale;
  10. che è un artigiano della parola, ma conosce il valore del silenzio.

(Maggio 2020)

 La grande Illusione

 

di Alfredo Imperatore

 


Marx ed Engels hanno formulato una dottrina che rappresenta l’evangelo dei “protestanti comunisti”.

Questa dottrina prese l’avvio dal pensiero che si venne a formare nella cosiddetta “sinistra hegeliana”, il cui più notevole pensatore fu Federico Feuerbach. Materialista ad oltranza, egli tentò di distruggere ogni forma metafisica di pensiero ed ogni ideologia nella storia della sua evoluzione, proponendosi “di porre l’uomo sui propri piedi, mentre prima era stato posto sulla testa”.

Nel determinare la sua dottrina, attaccò la religione che disse destinata a essere soppiantata dalla filosofia, la quale, a sua volta, doveva cominciare ad avere un unico compito: quello di “mondanizzare l’idea”, di trasformarsi in antropologia. E inasprendo la sua teoria, schiettamente materialistica, giunse a scrivere: “La teoria degli alimenti è di grande importanza etica e politica. I cibi si trasformano in sangue; il sangue in cuore e cervello, in materia di sentimenti e pensieri: l’alimento umano è il fondamento della cultura e del sentimento… L’uomo è ciò che mangia”.

Per questa strada, aperta da Feuerbach, Marx ed Engels proseguirono, andando ben oltre il punto raggiunto dal loro maestro.

Essi sostennero che la religione rappresenta per gli uomini una forma di “autolacerazione, di autoalienazione in un regno fissato nelle nuvole”.

Abolizione della religione, quindi, anche perché “La rivoluzione comunista è la più radicale rottura con i rapporti tradizionali di priorità; nessuna meraviglia che nel corso del suo sviluppo si rompa con le idee tradizionali nella maniera più radicale”. Essi vollero andare oltre anche su di un altro punto fondamentale della teoria del Feuerbach. Questi si era limitato a interpretare il mondo, mentre a loro avviso il problema era quello di mutarlo completamente.

Così, mentre per Feuerbach l’uomo, considerato quale individuo singolo, rientrante nella società umana, è legato da vincoli naturali agli altri individui, per Marx ed Engels gli unici vincoli che ci legano sono quelli del lavoro, in quanto l’uomo è essenzialmente “prassi produttiva”.

Attraverso questa concezione Marx arrivò al cosiddetto materialismo storico. Per lui il fattore determinante della storia di un popolo e di tutti i popoli in genere è dato dall’attività economica, ovvero dalla produzione dei beni materiali, per cui l’unica cosa che distingue gli uomini dagli altri animali è il fatto che essi producono da sé medesimi i loro mezzi di sostentamento.

Quanto a moralità e religione, arte e scienza, diritto e politica, questi sistemi rappresentano solo degli accessori nell’evoluzione dell’umanità e sono il riflesso dell’unica genuina realtà umana: la struttura economica. Pertanto le suddette ideologie non sarebbero altro che sovrastrutture.

Questa concezione marxista, che costituisce una vera e propria mutilazione dell’uomo e di tutta la sua storia, apparve eccessiva allo stesso Engels, il quale cercò di mitigarla. Infatti, in un suo scritto affermò: “La situazione economica è la base, ma i differenti elementi della sovrastruttura sono creati dalle varie classi a battaglia vinta”.

Ora, in breve, cerchiamo di valutare il significato economico e morale della dottrina comunista-marxista. Per Marx la storia umana può essere distinta in quattro epoche: la patriarcale, l’epoca della schiavitù, quella feudale e quella capitalistica.

In queste varie tappe si è assistito ad un aumento progressivo della ricchezza disponibile per l’uomo in conseguenza dei miglioramenti tecnologici e per uno sfruttamento razionale della natura; ma, d’altro canto, è venuto restringendosi sempre più il numero delle persone alle quali questa ricchezza è stata distribuita, col conseguente aumento del numero dei poveri.

Per illustrare in qual modo il capitale sia andato accumulandosi nelle mani di poche persone, Marx espose la teoria del plusvalore.

Per comprensibili motivi non entriamo nello specifico di tale teoria. Semplificando al massimo, ci limitiamo a dire soltanto che il lavoratore ha il diritto di ricevere una retribuzione pari al lavoro necessario per trasformare la materia prima in prodotto finito. Ne consegue che il valore effettivo di un determinato prodotto deve essere commisurato alla quantità del lavoro che esso richiede. Quindi, se un operaio lavora 10 ore al giorno, la paga che l’imprenditore deve corrispondergli dovrà essere l’equivalente di 10 ore, ma, trovandosi dinanzi ad una sovrabbondanza di mano d’opera, egli retribuisce l’operaio ad un prezzo inferiore. A tal proposito si legge nel Manifesto: “Il prezzo medio del lavoro salariato è il minimo del salario del lavoratore. Dunque quello di cui l’operaio si appropria mediante la sua attività è sufficiente soltanto per riprodurre la sua nuda esistenza”.

In altre parole, se un determinato oggetto richiede 10 ore di lavorazione e l’imprenditore, invece, impone all’operaio una paga di 6 ore, egli lo defrauda di 4 ore di lavoro. Queste ore lavorative non pagate costituiscono il profitto dell’imprenditore, cioè la defraudazione che riceve l’operaio. Questo profitto, ovvero questo plusvalore, corrisponde alla quantità di lavoro non retribuito. Un vero furto ai danni dell’operaio. La sovrabbondanza della mano d’opera determina anche una spietata concorrenza che i capitalisti, a loro volta, si fanno reciprocamente, per cui, secondo le previsioni di Marx, le piccole imprese sono destinate a soccombere e ad essere assorbite dalle imprese più potentemente attrezzate.

Inoltre, con il progresso produttivo, occorrono strumenti sempre più complessi e costosi, talché si restringerà vieppiù il numero delle aziende che ne possono disporre. Ciò porterà all’accumulo del capitale nelle mani di una ristretta minoranza e, parallelamente, intensificherà lo sfruttamento della classe lavoratrice, con conseguente impoverimento e disoccupazione dell’operaio, che diviene proletario. La sua unica ricchezza, infatti, è la prole ed il salario gli consente il minimo indispensabile per la sussistenza sua e dei figli.

Al culmine di tutto ciò scaturirà inevitabilmente quella rivoluzione da lui preconizzata. Quando lo sfruttamento del proletariato,  da parte della borghesia. avrà toccato l’acme, sarà ineluttabile l’urto tra le due classi ed esso porterà all’espropriazione degli espropriatori.

Questo, ben s’intende, avverrà in modo cruento e sanguinoso. “I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro fini possono essere raggiunti solamente col rovesciamento di tutto l’ordinamento sociale finora esistente. Le classi dominanti tremino al pensiero di una rivoluzione comunista. I proletari non hanno che da perdere le loro catene: hanno un mondo da guadagnare”.

Inoltre, l’abolizione della proprietà privata porterà, di conserto, all’abolizione della società in classi.

Ma l’errore sta proprio nel fatto che si è voluto guardare solamente agli effetti negativi della concorrenza e non al lato positivo, anch’esso molto importante, in quanto la concorrenza porta a un miglioramento del prodotto, a una maggiore produzione, al calo del suo costo, alla maggiore vendita e quindi al maggiore impiego di mano d’opera.

È certamente questo il motivo per cui l’URSS, mentre competeva con gli Stati Uniti d’America per la conquista degli spazi interplanetari, non riusciva a costruire delle utilitarie, a un prezzo accessibile ai suoi cittadini!

Il datore di lavoro tenta sempre di migliorare le condizioni dei suoi operai per migliorarne il rendimento e lo stesso operaio non vedrà costantemente nella borghesia uno spietato despota, perché egli stesso spera di divenire, migliorando, un borghese.

Sta di fatto che le classi non potranno mai essere eliminate, perché, se ciò avvenisse, si formerebbero nel loro seno miriadi di altre classi e conseguenti corporazioni, ciascuna per un determinato tipo di lavoro, dall’artigiano all’operaio, dal medico all’avvocato, etc., capaci di provocare, a loro volta, lacerazioni forse ancora più profonde fra i membri della comunità.

E …  si sarebbe potuto riflettere con queste discussioni accademiche ancora per molto, se un uomo geniale, tuttora in vita, Micail Gorbacev, non fosse comparso sulla scena politica. Questi, da studente universitario, si iscrisse al Partito Comunista dell’Unione Sovietica e, attraverso una rapida carriera, nel marzo del 1990 venne nominato Presidente dell’Unione Sovietica.

Con lui il mondo occidentale conobbe due parole russe di grande importanza: perestrojka = riorganizzazione politico-economica e glasnost = libertà di espressione, tanto che, nell’ottobre di quello stesso anno, gli venne attribuito il Premio Nobel per la pace.

Nel dicembre del 1991, attraverso complesse vicende, rassegnò le dimissioni da Capo di Stato. Ma, ormai, già si era avuto l’allentamento della presenza militare sovietica nell’Est europeo, che fece risvegliare i sentimenti di indipendenza nelle repubbliche dell’URSS e nei paesi satelliti.

Il risultato di tutto ciò fu l’aumento della migrazione di centinaia di migliaia di tedeschi dalla cosiddetta “Repubblica Democratica” verso Ovest, la qual cosa portò, nel novembre del 1989, all’abbattimento del “muro di Berlino” e, con esso. all’affermazione di governi non comunisti nell’Est europeo, all’unificazione delle “due Germanie” e quindi alla vera libertà, quella libertà dei popoli, tanto auspicata dal marxismo-leninismo e dalla quale rifuggivano tutti coloro che l’avevano provata e assaporata.

Finì finalmente un’impossibile uguaglianza tra tutte le genti del mondo, ove nessuno può distruggere la propria storia nel sogno di una … grande illusione.

(Maggio 2020)

I giorni di Jacques, di Curzia Ferrari

 

di Luigi Alviggi

 

 

Nel 1987 l’arcivescovo di Parigi, cardinale Lustiger, postula, con i frati salesiani, la beatificazione di Jacques Fresh, detto Zou, nato a Parigi nell’aprile 1930 e ghigliottinato a La Santé il primo ottobre del 1957. L’Autrice ne ripercorre le tappe di vita. A scuola va male, crescendo prova droghe con gli amici Louis e Pierrette. Il padre lo avvia nella propria banca per un grande avvenire ma lui ruba. Senza lavoro, giunge la chiamata per il servizio militare. Con Pierrette, sua ragazza, Zou tira avanti con lettere senza che li leghi un nucleo forte. Rimane incinta. Il padre, Leopold Polack, è un industriale del carbone, la moglie Marinette, colpita dal giovane, vorrebbe un sentimento stabile. Leopold, intuito lo stampo, chiede per interesse che la figlia lo sposi e poi divorzi. Ma Jacques è un sognatore e tale rimarrà per sempre con il fascino della Polinesia in mente. Quanto non si possiede diventa un posto ideale anche se paragonato al pur cospicuo che si ha.

Nei sogni può assaporare tutto, non si capirà mai e resterà sfasato per l’intera vita. Addirittura è più innamorato della madre di Pierrette che di lei, avranno però una figlia, Veronique. Un fiume di denaro continua a scorrergli tra le mani. Prima quelli del padre, poi quelli del suocero che lo ha inserito  in azienda. Le scarse capacità lo scompenseranno ancor più. Se la cava solo con le donne, riservando loro amori passeggeri. Situazione complicata anche dall’odio delle consuocere, Fresh e Polack, ebrea la seconda come Minou, il nome dato da Zou alla sposa. I conflitti familiari prima o poi sanno diventare devastanti. La Ferrari pennella il protagonista: “Soffrendo di irrealtà, vive in ogni casa come uno straniero – mezzo artista e mezzo mentecatto.”

L’incontro occasionale con un’ingenua fanciulla, Thérèse, gli darà un altro figlio, Gérard, rifiutato dai genitori alla nascita. Per più di quarant’anni sarà respinto anche dalla famiglia Fresh, pur riuscendo a diventare un maestro di musica. La madre gli si negherà anche da anziana. Jacques ruba anche al suocero e molto. Di nuovo licenziato, sfruttando il cognome, fonda una società carbonifera che in breve fallisce. Dirà quando tutto è perduto: “Ero provvisto allo stato embrionale di alcune possibilità d'esse­re felice”.

Sogna il battello che lo porterà lontano, nel paradiso che accarezza dall’adolescenza. Gli serve per questo molto denaro e niente può fermarlo. Arriva il tetro giorno di febbraio. Amici ancor più tetri gli mettono in tasca una pistola per una rapina a un conoscente del padre. Per un’inezia gli va male e fugge. La polizia è messa sulle tracce dagli stessi complici “amici”. La ciliegina sulla torta la pone con il maggiore errore della vita. Uscendo da un palazzo in cui si credeva al sicuro, trova un poliziotto ad attenderlo e gli spara. Il piombo uccide l’uomo e travolge l’ottuso artefice. Il suo passato,il suo futuro, tutto resta sbriciolato!

Curzia Ferrari, milanese, giornalista, poetessa e scrittrice, predilige l’affondo nella psiche del protagonista, uomo mai cresciuto. Il libro avvince quanto e più di un thriller e gli va dato il merito di una prosa quanto mai limpida. Tagli psicologici affollano le pagine ricostruendo la deforme personalità di Zou. Si parla di eventi reali e c’è da notare che anche molti soggetti, suoi compagni nel breve percorso, sono assai scompensati dalle tempeste della vita, a peggiorare il tutto.

Curata l’esposizione dell’evoluzione di Jacques durante i due anni in carcere prima dell’esecuzione, costruita con un certosino lavoro d’indagine sulle tantissime lettere, scritte dal recluso, e sul “Giornale intimo”, dedicato alla figlia, pubblicato postumo e che venderà un milione di copie. La stentata conversione all’uomo diverso muove verso spazi che lo avvicinano alla religione, lasciandolo smarrito. Il padre, Georges, ex collaborazionista nazista, ora va a trovarlo ogni settimana e gli manda un vaglia. La madre, Marthe, si occupa della moglie e della bimba. Oltre Baudet - l’avvocato difensore -, padre Thomas - un antico amico batterista, ora monaco benedettino -, il domenicano Devoyod che salirà con lui sulla ghigliottina, saranno le due Santa Teresa – d’Avila e di Lisieux – a guidarlo verso una radicale rinascita spirituale. Il processo di soli tre giorni, in tutto fissato da un’opinione pubblica giustizialista, l’avvierà alla ghigliottina.

Al termine del libro l’idea sull’uomo è ambigua, di certo un soggetto che non ha saputo trovare un equilibrio. Passate le tempeste giovanili, il periodo della fuga gauguiniana prende il sopravvento. È per questo motivo che commetterà lo stupido omicidio, sparando quando è in trappola e il precedente reato avrebbe inflitto una pena molto minore. Poi, nella solitudine della cella, la rotta devia vistosamente e iniziano le fantasie mistiche. Aiutato dalle figure citate, sente l’animo trasformarsi e, con l’immagine della Vergine Maria e delle due Santa Teresa incollate alle pareti, si volge a mete ultraterrene. Sposerà religiosamente Pierrette. L’uomo che salirà al patibolo è qualcuno che ha cumulato diverse vite e si sente attratto da quanto non è mai riuscito a trovare. La mescolanza tra fiaba, sogno e realtà volge all’acme. Per penetrare il complesso calvario di un’anima, questo libro è la lettura indicata.                                                               

Curzia  Ferrari: I giorni di Jacques

Ares, 2019 – pp. 208 - € 15,00

(Aprile 2020)

Accucchià

 

di Alfredo Imperatore

 

Il verbo napoletano accucchià o accucchiare, pur derivando chiaramente dall’italiano accoppiare, composto da a (rafforzativo)+ coppia, ha un significato molto più estensivo del semplice accoppiare. Il nostro accucchià significa adunare, appaiare, riunire, apparigliare, mettere insieme, ecc.

E’ famosa la frase che il nostro grande commediografo Eduardo Scarpetta sbottò all’indirizzo dell’avvocato Enrico Còcchia, mentre patrocinava in tribunale Gabriele D’Annunzio, nel famoso processo, da questi intentatogli, per presunto plagio alla sua tragedia “La figlia di Iorio”. Durante l’arringa del Còcchia, lo Scarpetta si alzò esclamando: <Che cacchio m’accòcchia stu cacchio de Còcchia!>.

La vicenda, data la portata dei personaggi, ebbe una risonanza che potremmo definire mondiale, e può essere così riassunta.

Fin dalla prima lettura del testo dannunziano, lo Scarpetta ne rimase affascinato, tanto che pensò da subito di trarne una parodia.

Per confessione dello stesso Scarpetta, autore di oltre cento commedie e due operette, circa settanta furono riduzioni dal francese di pochades di vari autori. Ma Egli precisò molto chiaramente che tradurre è un conto, mentre la riduzione è trasformazione molto difficile, perché bisogna “tagliare, condensare, trasportare le scene e i personaggi da un ambiente all’altro”.

L’Artista ci racconta che nell’agosto del 1904 si recò insieme con un comune amico a Marina di Pisa, ove in quel periodo il Vate soggiornava. Questi, all’inaspettata visita, li ricevette cordialmente e, dopo i soliti convenevoli, quando lo Scarpetta gli lesse alcune scene del 2° atto della sua riduzione teatrale, scoppiò a ridere, e subito concesse l’autorizzazione di parodiare la sua opera “La figlia di Iorio”. Però non volle mettere nulla per iscritto, affermando: <Siate sicuro che male non ve ne farò!>.

Forse non tutti sanno che lo Scarpetta, oltre che un grande commediografo, fu anche un raffinato poeta. Infatti, la sua commedia “Il figlio di Jorio” (notare la J), è in endecasillabi in napoletano.

Ma quando, nel dicembre dello stesso anno, lo Scarpetta diede al teatro Mercadante la prima di questa sua commedia, mentre il primo atto fu salutato da scroscianti applausi, all’inizio del secondo atto, forse per qualche piccolo errore di un’attrice, si scatenò un vero e proprio putiferio da parte dei patuti di D’Annunzio, per cui la rappresentazione dovette essere sospesa.

Non contento, il D’Annunzio citò in giudizio il Nostro per plagio, contraffazione e riproduzione abusiva della sua opera. Nella contesa entrarono i più bei nomi dell’epoca. Infatti, il D’Annunzio, per far avvalorare la sua tesi che si trattava di plagio, indicò come periti Roberto Bracco, G. M. Scalinger e Salvatore Di Giacomo, mentre Scarpetta, per avvalorare la sua tesi che trattavasi di parodia, si rivolse ai senatori Benedetto Croce e Giorgio Arcoleo.

Pronunziata la sentenza favorevole a Scarpetta, questi diede una grande festa al Caffè Calzona in Galleria, che si concluse con la lettura della Sua poesia intitolata “ ‘A causa mia”.

In essa, tra l’altro si legge: <E là sapite tutt’ ‘o risultato / che Còcchia nun sapette che accocchiare, / che Bracco, poco bene ed occupato, / non potette venire a…peritare!>.

Il processo, come anzidetto, suscitò uno scalpore internazionale, tanto che il più grande tenore così gli scrisse dall’America: <Carissimo Scarpetta, Voi non mi direte importuno, se vi chiedo con la presente due vostri libretti del Figlio di Jorio. Vorrei ammirare questo lavoro che tanto chiasso suscitò sui giornali del mondo intero, Vogliate, egregio Amico, concedermi questo favore. Vi ringrazio sentitamente e consideratemi sempre vostro amico. Enrico Caruso>.

                                                      -------

Dal libro di Alfredo Imperatore: “Passeggiata tra 102 parole napoletana: da Accucchià a Zoccola, con divagazioni linguistiche”.  Prefazione di Sergio Zazzera.  Edito da Cultura Nova. Dic. 2019. Euro 12.

In questo terribile momento in cui le librerie sono chiuse, il libro può essere comprato allo stesso prezzo su Amazon.  

(Aprile 2020)

GRETA THUNBERG, l’Eroina del 2019

 

di Mariacarla Rubinacci

 


    Irriverente, sfidante dei leader del mondo, inermi nella loro incapacità di frenare il cambiamento climatico, frontale verso i giovani, con i suoi 16 anni, Greta è l’attivista più influente del pianeta. Il 2019 l’ha vista in prima linea, da protagonista.

   Eletta Personalità dell’Anno 2019 dalla rivista Time, guadagna lungo il cammino decine e decine di riconoscimenti. Con il suo sguardo pungente, si rivolse al mondo per la prima volta nella Piazza centrale di Stoccolma, munita di un cartello di legno, con la scritta a mano: “Torniamo a parlare di clima nelle scuole”. Quando le diagnosticarono di essere affetta da Sindrome di Asperger, tradusse la sua infermità in queste parole: “Pensare differente è un regalo, mi permette di cercare soluzioni impensabili.” Da qui il suo formidabile talento nel creare frasi di forte impatto, senza però farsi coinvolgere emotivamente dai suoi stessi discorsi: “Siamo nel mezzo della sesta estinzione, rapida, di 200 specie, viviamo l’erosione della crosta terrestre a scapito dei terreni fertili, vediamo l‘espansione della desertificazione, respiriamo aria inquinata, soffriamo per la moria di insetti e di fauna…

   Una flotta di 1.500 velieri, ogni anno, da ottobre a novembre, attraversa l’Atlantico dall’Europa fino all’America, 7.400 Km, con vento in poppa, appellando l’impresa “Viaggio di piacere”, mentre nel secolo 21 incrocia l’Atlantico un veliero “per necessità”, come lo fa Greta.

   Invitata a parlare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Greta sceglie un viaggio libero da emissioni di anidride carbonica, lei, l’adolescente più famosa del momento, trova un modo per arrivare in America che non sia in aereo. Pier Casiraghi di Monaco, appassionato ecologista, le offre il suo veliero come appoggio di cui ha bisogno per far arrivare la sua testimonianza. Partono da Plymouth in Inghilterra, fino a New York, a bordo della Malizia II, veliero da competizione, dotato di pannelli solari, ma senza cucina, senza bagno, senza doccia. Un viaggio di due settimane, dal 14 al 28 agosto, accompagnati dai delfini, in notti limpide e con la vista lucente della Via Lattea. Intorno a loro solo l’Oceano e il suono delle onde. “Ho vissuto in un ambiente estremo, totalmente sconnessa da tutto e da tutti, dove ero io e il mare.” Così si esprime al suo arrivo a New York.

   Durante le interviste in televisione, mostra la sua smorfia di disgusto per l’impatto avuto con la Grande Mela. In diretta la vedono milioni di telespettatori, i quali, invece di sentirsi offesi, applaudono catturati dall’onestà, così brutale, della giovane svedese.

   Oggi Greta è una stella che brilla fra gli eventi i più lontani che mai da un’agenda politica, economica, dalle lotte globali delle nazioni. E’ la voce che punta il dito verso l’incompetenza degli adulti, preferendo rivolgersi ai giovani affinché si generi un movimento di resistenza e - perché no? - di rivoluzione culturale. Chiede ai leader mondiali che si preoccupino del futuro in cui saranno destinati a vivere gli adulti di domani. Piaccia o no, è giusto scrivere sui cartelli di legno che il cambio di rotta è ormai necessario.

(Febbraio 2020)

 “CU ‘O CHIUMMO E CU ‘O CUMPASSO”

(relazione svolta al convegno sul tema omonimo, tenutosi il 6 dicembre nella Confraternita di S. Antonio di Padova)

 

di Sergio Zazzera

 

Nel mio Dizionario napoletano alla locuzione «cu ‘o chiummo e cu ‘o cumpasso» corrisponde la traduzione in lingua italiana: «con circospezione»(1). Diversamente, in altri dizionari della stessa viene data in italiano la traduzione «molto cautamente»(2), o «con le seste…, col calzar del piombo»(3), o ancora «con prudenza»(4): come che sia, tutte queste forme convergono verso il significato di «con precisione».

In via meramente incidentale, segnalo come qualcuno ha inteso pronunciare l’espressione in questione col raddoppiamento della consonante iniziale: “cu ‘o cchiummo”, il che è errato, dal momento che tale rafforzamento si addice esclusivamente all’impiego del vocabolo (al pari di qualsiasi altro) nel suo genere neutro(5), corrispondente a un quantitativo indeterminato di piombo, laddove nel caso di specie il riferimento è a un oggetto determinato, qual è il <filo a> piombo, il quale, insieme col compasso, consente di conseguire la massima precisione possibile nello sviluppo sia orizzontale, che verticale, di una costruzione edilizia.

Né sarà superfluo ricordare come tale raddoppiamento debba essere rigorosamente evitato, pur nella sua corrispondenza a una pronuncia rafforzata, a meno che non si corra il rischio di confusione (es.: ‘o cafè, nel senso del locale nel quale si consuma la bevanda, ma ‘o ccafè, nel senso della bevanda medesima). Del resto, si sa quanto il continuo raddoppiamento delle consonanti iniziali appesantisca i versi dei sonetti romaneschi di Giuseppe Gioachino Belli(6), così come dovrebb’essere palese a tutti che un fenomeno siffatto è presente anche nella lingua italiana, nella quale però esso non è mai rappresentato in forma grafica(7).

Per tornare, ora, al profilo della precisione, quanto si è appena detto vale a sottolineare come la stessa non debba rimanere limitata al napoletano parlato, bensì debba essere estesa anche alla sua forma scritta. Il che m’induce a stigmatizzare, da una parte, le elucubrazioni – più che teoria vera e propria – di Aldo Oliveri(8) e, dall’altra, le innumerevoli affissioni stradali, nelle quali un maldestro tentativo di trasfondere in forma scritta la pronuncia dei vocaboli fa sopprimere negli stessi gran parte delle vocali(9).

Infine, poiché precisione è anche concisione, provo a segnalare alcuni esempi di locuzioni napoletane, improntate a maggiore precisione/stringatezza, rispetto a quelle corrispondenti della lingua italiana:

a) alla distinzione operata dall’italiano fra “sant’Antonio di Padova” e “sant’Antonio di Vienne” (ovvero “sant’Antonio abate”), corrispondono le più sintetiche forme del napoletano: sant’Antonio e sant’Antuóno;

b) alla forma italiana «è stato stroncato da un colpo apoplettico» corrisponde quella napoletana: è muórto ‘e sùbbeto;

c) alla forma italiana «con lo sconto del 50%» corrisponde quella napoletana: a mità prezzo.

_____________

1 Cfr. S. Zazzera, Dizionario napoletano, Roma 2007, p. 100.

2 Cfr. P. P. Volpe, Vocabolario napolitano-italiano, Napoli 1869, p. 71.

3 Cfr. R. Andreoli, Vocabolario napoletano-italiano, Napoli r. 1966, p. 103.

4 Cfr. A. Altamura, Dizionario dialettale napoletano2, Napoli 1968, p. 102.

5 Cfr. A. Iandolo, Parlare e scrivere in dialetto napoletano, Napoli 2001, p. 125 s.

6 Cfr. G. G. Belli, Tutti i sonetti romaneschi, a c. di M. Teodonio, 2 voll., Roma 1998.

7 Cfr. F. Fochi, L’italiano facile4, Milano 1966, p. 102 ss.

8 Cfr. A. Oliveri, Grammatica lessigrafica della vera lingua napoletana, Afragola 2004.

9 Cfr., ad es., i manifesti di lutto pubblicati da F. Albano Leoni, Quale napoletano nei soprannomi dei defunti?, in I Giovedì della Società Nazionale di Scienze Lettere e Arti e dell’Accademia Pontaniana. Anno Accademico 2016, Napoli 2016, p. 17 ss.; V. Pezza, Monumenti di carta. Morte e forme della memoria sui muri di Napoli, ivi, p. 29 ss.

(Dicembre 2019)

 

Premio nazionale di poesia “Salvatore Cerino”

 


È giunto alla XIX   edizione il Premio Nazionale di Poesia “Salvatore Cerino”, che vanta il patrocinio morale della Regione Campania e del Comune di Napoli, già patrocinato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e medaglia di rappresentanza del Presidente della Repubblica anno 2009 e 2013.

Quest’anno si può scegliere di partecipare con una o due poesie a tema libero o, a scelta, ispirate all’ambiente. Si può concorrere con opere in lingua napoletana o in lingua italiana. Esse non devono superare i 35 versi. È aperta la partecipazione anche ai giovani frequentatori di scuola media inferiore e superiore.  Le poesie degli alunni, vanno corredate di certificato di iscrizione e frequenza ad un istituto di scuola superiore. Il premio non ha scopo di lucro, tuttavia, per la sezione seniores, è richiesta una quota di €10, per ciascuna poesia, a parziale contributo per spese organizzative.  

Le poesie vanno spedite in 7 copie, di cui una completa di firma, dati anagrafici, telefono, e-mail.

La poesia completa di dati, unitamente alla fotocopia di versamento, va inserita in busta chiusa senza segni esterni di riconoscimento, e spedita insieme alle 6 rimanenti copie.  (se si preferisce, a mezzo posta prioritaria, ma non raccomandata).

Il termine di presentazione per gli elaborati, è il 31 gennaio 2020.

La premiazione, avverrà il 9 maggio 2020 alle ore 19 - nella Chiesa S. Maria del Parto a Mergellina. Sono invitati tutti i partecipanti, a prescindere dalla loro classificazione, gli amici e gli amanti della poesia e dell’Arte in genere.

Per  info: www.salottocerino.itQuesto indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.  – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

IBAN: IT 17Y 032 960 160 1000 066 100 125

(Dicembre 2019)

Maria Cristina Russo, Ortensia e altri fiori, Albatros Editore

 

di Luciana Alboreto

 

Ortensia regna, sovrana, nel suo giardino incantato da stupefacenti cromie, da inebrianti profumi e da imprevedibili fioriture. È l’aiuola più misteriosa, quella coltivata da una donna di grande levatura culturale e di spessore umano che, in età matura, si sofferma su se stessa e, liberandosi di ogni velo inibitore, si ribattezza con il nome dei fiori più vari. Ortensia è la voce narrante dell’intrigo di ogni storia che le appartiene, che ha sognato o che ha vissuto da spettatrice. Non è più tempo per lei di includere in un silenzio soffocato le emozioni e di costringersi a reprimere l’innata ribellione verso la grettezza e l’ipocrisia. Ora è tempo di esaltare il trionfo della vita. Narrerà di gioie, amarezze, delusioni, realtà, sogni proibiti. E lo farà con la consapevolezza che la libertà di cui si è appropriata è un dono che nulla e nessuno potranno mai più rubarle. La lettura dei brevi racconti scorre agile nell’alternarsi di toni grevi, ilari, ironici, composti. In ogni storia, attraverso ogni fiore, sboccia un petalo della verità di Ortensia.

Dalla viva voce dell’Autrice:

Quale il leitmotiv ed il filo conduttore del libro?

“Il leitmotiv del libro è il desiderio di metamorfosi, che ne diventa il vero filo conduttore. Metamorfosi che, in un atto di critica introspezione, mi raffigura come crisalide pronta a schiudersi in farfalla. I personaggi da me raccontati sono come bruchi che, sollecitati da più vari eventi, si aprono a quella coscienza che vuole il cambiamento, anche nel dolore di quando si interrompono le abitudini routinarie. Questo passaggio non è da tutti, perché la coscienza di sé è spesso legata al proprio background culturale”.

Come pensa di suscitare interesse ed emozioni nei lettori e prevede un approccio diverso tra pubblico maschile e femminile?

“Credo che l’approccio sarà diverso fra lettore e lettrice. In alcuni racconti il lettore potrebbe sentirsi bacchettato o sbeffeggiato e la lettrice esaltata nel suo universo femminile, ma nella valutazione globale del testo la figura trionfante al maschile si alterna, con equilibrio, con quella al femminile ugualmente trionfante. Spero di suscitare interesse e riflessioni, oltre a quelle emozioni che toccheranno la sensibilità di chi si riconosce nelle tematiche che affronto”.

Quando una donna ribalta se stessa, addentrandosi in un’avventura letteraria, riesce a conciliare il nuovo stile con gli schemi canonici di vita?

“Quando una donna in età matura, alla boa dei cinquanta anni, si addentra in ogni sorta di avventura, esprime la volontà di rompere con gli abitudinari schemi canonici di vita, fiduciosa di poter esplorare e far proprio un sentiero vergine di esperienze e conoscenze. Oltre a essere figlia, moglie e madre ho riscoperto l’amore per me stessa non in veste egoistica, ma nella gioia di recuperarmi e migliorare la qualità delle relazioni umane. Ho dovuto, però, liberarmi dei fardelli che mi angosciavano, di ansie e tabù che mi limitavano. Attraverso questi undici racconti ho riversato il mio mondo interiore ritrovato, come in un vaso di Pandora, osando ciò che non avrei mai osato!”

(Dicembre 2019)

Nadia Toffa – Fiorire d’inverno - Mondadori

 

di Luciana Alboreto

 

Un Astro del giornalismo italiano: Nadia Toffa. Fiorire d’inverno stupisce per il racconto autobiografico dell’infanzia, adolescenza, giovinezza, caratterizzate dal brio e dall’audacia che si accrescevano, con il tempo, sempre più in lei.

Nadia Toffa, divenuta in età adulta brillante giornalista di inchiesta e strepitosa conduttrice de “Le Iene”, non poteva che scrivere di sé, calamitando i lettori, con il noto carisma di comunicatrice. Nessuno avrebbe potuto farlo meglio. È toccato a lei donare una meravigliosa testimonianza di vita, di eccellente levatura giornalistica. Alla soglia dei quaranta anni, all’apice della notorietà professionale e dello splendore fisico, ha dovuto fare i conti con la realtà di quel male che, in breve tempo, è stato un punto di non ritorno. Anche se improvvisamente la clessidra della vita si è capovolta e il tempo è diventato tiranno, la sua carica adrenalinica e il suo amore esplosivo, sono rimasti indenni. Le pagine del libro non si rabbuiano mai di toni grevi, ma offrono momenti di riflessioni profonde che suscitano emozioni forti. La vera dimostrazione che l’intelligenza critica ed altruistica appartiene a chi non soffoca e sovraccarica gli altri dei propri fardelli, ma vive ogni prova come un’opportunità per la propria crescita umana. La sua storia di donna colpita dalla malattia, non la svuota, non la inaridisce: la solarità vince su ogni ombra. Racconta di come ha lottato con coraggio, dignità, fede, speranza, fino ad abbandonarsi, con rassegnazione, a quel momento terribile nel quale intuisce che la veemenza del male avanza inesorabile.

“Ho sempre creduto che la vita possa disporre sul tavolo, nel miglior modo possibile, le carte che ti sei trovato in mano. Invece all’improvviso ne arriva una che spariglia tutte le altre, e la vita è proprio come ti giochi quell’ultima carta”.
Dal 13 agosto 2019 una Stella brilla in cielo: Nadia Toffa.

(Novembre 2019)

Livia Carandente, Quanti figli hai? Quando l’attesa di un bebè dura più di nove mesi (Tau Editrice)

 

di Luciana Alboreto

 


A come Amore. Amore come filo conduttore di una narrazione di sottile introspezione psicologica che motiva la giovane giornalista napoletana, Livia Carandente, a coinvolgere, attraverso la protagonista del testo, la platea dei lettori sui sentimenti più intimi e delicati, vissuti nella ricerca della maternità. Maternità sospirata e attesa, quella complessa da concretizzarsi per ostacoli di salute fisica, anche se non sempre insormontabili, ai quali sopraggiungono momenti amari e imbarazzanti, per la sgradevole e urticante invadenza di coloro che, con scarsa intelligenza e sensibilità, interagiscono con chi è già provato dall’insuccesso di una gravidanza naturale. Come gestire il disagio fisico, causato dalla diagnostica medica, con lo scoramento per gli esiti destabilizzanti, insieme alle inevitabili manifestazioni psicosomatiche, che si esprimono nelle sequele di questo iter? La risposta che, con coraggio, fornisce l’autrice conduce verso una direzione di senso invincibile, nella misura in cui l’Amore diventa il fine ultimo da perseguire in queste comuni e frequenti vicende umane. Emergerà il temperamento forte della protagonista, ironico nella sua capacità di sdrammatizzare e ridimensionare i toni, mentre si farà strada, imperiosa, la sua volontà di abbandonarsi ad un atto di Fede che, solo, può rischiarare la strada che ricondurrà all’equilibrio e alla serenità. Sarà caldeggiare, con amore incondizionato, la prospettiva di un’adozione, sarà credere fortemente nella sacralità del legame con il compagno di vita, sarà l’essersi resa feconda della Grazia di Dio Padre nell’accettarsi come tassello di un Disegno imperscrutabile, compiendo in esso una Volontà prestabilita, che le daranno forza di intraprendere un cammino nuovo. E questo è l’atto di Amore che matura, elevandosi nell’animo di una donna, attraverso il dolore. È questo il momento in cui si riesce a perdonare per le invadenze inopportune subite. È questo lo spiraglio di luce che ti fa andare avanti, senza volgerti mai indietro. La maternità, quella vera, sarà così davvero realizzata e gratificata nella sua pienezza.

(Ottobre 2019)

BilerChildrenLeg og SpilAutobranchen