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OPERAZIONE SAN GENNARO   di Sergio Zazzera     Non è del film di Dino Risi che intendo occuparmi, bensì della recente vicenda del decreto del...
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L’INGIUSTIZIA ITALIANA UN PERMESSO VERGOGNOSO   di Luigi Rezzuti   Il 13 marzo del 2018 un branco di ragazzini uccisero la guardia giurata Francesco...
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PREMIO SALVATORE CERINO  
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AGGIORNAMENTI  DAL MONDO DELLA SCUOLA   di Annamaria Riccio   Ce ne sono davvero tante di novità ma, saranno proprio nuove notizie, oppure trattasi di...
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E’ ARRIVATA LA PRIMAVERA   di Luigi Rezzuti   La primavera ha inizio il 21 marzo per finire il 21 giugno. Dopo il maltempo arriva la nuova stagione....
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Nadia Toffa – Fiorire d’inverno - Mondadori   di Luciana Alboreto   Un Astro del giornalismo italiano: Nadia Toffa. Fiorire d’inverno stupisce per...
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TEMPO SOSPESO - Mostra personale di Guglielmo Longobardo a cura di Gaspare Natale   Una pittura viscerale e rigorosa insieme, alla costante ricerca di...
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L’antica chiesa di S. Gennariello   di Antonio La Gala   La chiesa più antica del Vomero è quella di S. Gennariello, in Via Cifariello, più nota...
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La scatola di latta   di Bernardina Moriconi   Guardavo stamattina una scatola di latta che, fino ad ieri, conteneva biscotti e ora è in attesa di...
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IMPATTO AMBIENTALE DEL PETROLIO IN TERRA E IN MARE   Il 6 febbraio 2016, alle ore 17.00, il Museo del Mare di Napoli presenta: IMPATTO AMBIENTALE DEL...
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Accucchià

 

di Alfredo Imperatore

 

Il verbo napoletano accucchià o accucchiare, pur derivando chiaramente dall’italiano accoppiare, composto da a (rafforzativo)+ coppia, ha un significato molto più estensivo del semplice accoppiare. Il nostro accucchià significa adunare, appaiare, riunire, apparigliare, mettere insieme, ecc.

E’ famosa la frase che il nostro grande commediografo Eduardo Scarpetta sbottò all’indirizzo dell’avvocato Enrico Còcchia, mentre patrocinava in tribunale Gabriele D’Annunzio, nel famoso processo, da questi intentatogli, per presunto plagio alla sua tragedia “La figlia di Iorio”. Durante l’arringa del Còcchia, lo Scarpetta si alzò esclamando: <Che cacchio m’accòcchia stu cacchio de Còcchia!>.

La vicenda, data la portata dei personaggi, ebbe una risonanza che potremmo definire mondiale, e può essere così riassunta.

Fin dalla prima lettura del testo dannunziano, lo Scarpetta ne rimase affascinato, tanto che pensò da subito di trarne una parodia.

Per confessione dello stesso Scarpetta, autore di oltre cento commedie e due operette, circa settanta furono riduzioni dal francese di pochades di vari autori. Ma Egli precisò molto chiaramente che tradurre è un conto, mentre la riduzione è trasformazione molto difficile, perché bisogna “tagliare, condensare, trasportare le scene e i personaggi da un ambiente all’altro”.

L’Artista ci racconta che nell’agosto del 1904 si recò insieme con un comune amico a Marina di Pisa, ove in quel periodo il Vate soggiornava. Questi, all’inaspettata visita, li ricevette cordialmente e, dopo i soliti convenevoli, quando lo Scarpetta gli lesse alcune scene del 2° atto della sua riduzione teatrale, scoppiò a ridere, e subito concesse l’autorizzazione di parodiare la sua opera “La figlia di Iorio”. Però non volle mettere nulla per iscritto, affermando: <Siate sicuro che male non ve ne farò!>.

Forse non tutti sanno che lo Scarpetta, oltre che un grande commediografo, fu anche un raffinato poeta. Infatti, la sua commedia “Il figlio di Jorio” (notare la J), è in endecasillabi in napoletano.

Ma quando, nel dicembre dello stesso anno, lo Scarpetta diede al teatro Mercadante la prima di questa sua commedia, mentre il primo atto fu salutato da scroscianti applausi, all’inizio del secondo atto, forse per qualche piccolo errore di un’attrice, si scatenò un vero e proprio putiferio da parte dei patuti di D’Annunzio, per cui la rappresentazione dovette essere sospesa.

Non contento, il D’Annunzio citò in giudizio il Nostro per plagio, contraffazione e riproduzione abusiva della sua opera. Nella contesa entrarono i più bei nomi dell’epoca. Infatti, il D’Annunzio, per far avvalorare la sua tesi che si trattava di plagio, indicò come periti Roberto Bracco, G. M. Scalinger e Salvatore Di Giacomo, mentre Scarpetta, per avvalorare la sua tesi che trattavasi di parodia, si rivolse ai senatori Benedetto Croce e Giorgio Arcoleo.

Pronunziata la sentenza favorevole a Scarpetta, questi diede una grande festa al Caffè Calzona in Galleria, che si concluse con la lettura della Sua poesia intitolata “ ‘A causa mia”.

In essa, tra l’altro si legge: <E là sapite tutt’ ‘o risultato / che Còcchia nun sapette che accocchiare, / che Bracco, poco bene ed occupato, / non potette venire a…peritare!>.

Il processo, come anzidetto, suscitò uno scalpore internazionale, tanto che il più grande tenore così gli scrisse dall’America: <Carissimo Scarpetta, Voi non mi direte importuno, se vi chiedo con la presente due vostri libretti del Figlio di Jorio. Vorrei ammirare questo lavoro che tanto chiasso suscitò sui giornali del mondo intero, Vogliate, egregio Amico, concedermi questo favore. Vi ringrazio sentitamente e consideratemi sempre vostro amico. Enrico Caruso>.

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Dal libro di Alfredo Imperatore: “Passeggiata tra 102 parole napoletana: da Accucchià a Zoccola, con divagazioni linguistiche”.  Prefazione di Sergio Zazzera.  Edito da Cultura Nova. Dic. 2019. Euro 12.

In questo terribile momento in cui le librerie sono chiuse, il libro può essere comprato allo stesso prezzo su Amazon.  

(Aprile 2020)

GRETA THUNBERG, l’Eroina del 2019

 

di Mariacarla Rubinacci

 


    Irriverente, sfidante dei leader del mondo, inermi nella loro incapacità di frenare il cambiamento climatico, frontale verso i giovani, con i suoi 16 anni, Greta è l’attivista più influente del pianeta. Il 2019 l’ha vista in prima linea, da protagonista.

   Eletta Personalità dell’Anno 2019 dalla rivista Time, guadagna lungo il cammino decine e decine di riconoscimenti. Con il suo sguardo pungente, si rivolse al mondo per la prima volta nella Piazza centrale di Stoccolma, munita di un cartello di legno, con la scritta a mano: “Torniamo a parlare di clima nelle scuole”. Quando le diagnosticarono di essere affetta da Sindrome di Asperger, tradusse la sua infermità in queste parole: “Pensare differente è un regalo, mi permette di cercare soluzioni impensabili.” Da qui il suo formidabile talento nel creare frasi di forte impatto, senza però farsi coinvolgere emotivamente dai suoi stessi discorsi: “Siamo nel mezzo della sesta estinzione, rapida, di 200 specie, viviamo l’erosione della crosta terrestre a scapito dei terreni fertili, vediamo l‘espansione della desertificazione, respiriamo aria inquinata, soffriamo per la moria di insetti e di fauna…

   Una flotta di 1.500 velieri, ogni anno, da ottobre a novembre, attraversa l’Atlantico dall’Europa fino all’America, 7.400 Km, con vento in poppa, appellando l’impresa “Viaggio di piacere”, mentre nel secolo 21 incrocia l’Atlantico un veliero “per necessità”, come lo fa Greta.

   Invitata a parlare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Greta sceglie un viaggio libero da emissioni di anidride carbonica, lei, l’adolescente più famosa del momento, trova un modo per arrivare in America che non sia in aereo. Pier Casiraghi di Monaco, appassionato ecologista, le offre il suo veliero come appoggio di cui ha bisogno per far arrivare la sua testimonianza. Partono da Plymouth in Inghilterra, fino a New York, a bordo della Malizia II, veliero da competizione, dotato di pannelli solari, ma senza cucina, senza bagno, senza doccia. Un viaggio di due settimane, dal 14 al 28 agosto, accompagnati dai delfini, in notti limpide e con la vista lucente della Via Lattea. Intorno a loro solo l’Oceano e il suono delle onde. “Ho vissuto in un ambiente estremo, totalmente sconnessa da tutto e da tutti, dove ero io e il mare.” Così si esprime al suo arrivo a New York.

   Durante le interviste in televisione, mostra la sua smorfia di disgusto per l’impatto avuto con la Grande Mela. In diretta la vedono milioni di telespettatori, i quali, invece di sentirsi offesi, applaudono catturati dall’onestà, così brutale, della giovane svedese.

   Oggi Greta è una stella che brilla fra gli eventi i più lontani che mai da un’agenda politica, economica, dalle lotte globali delle nazioni. E’ la voce che punta il dito verso l’incompetenza degli adulti, preferendo rivolgersi ai giovani affinché si generi un movimento di resistenza e - perché no? - di rivoluzione culturale. Chiede ai leader mondiali che si preoccupino del futuro in cui saranno destinati a vivere gli adulti di domani. Piaccia o no, è giusto scrivere sui cartelli di legno che il cambio di rotta è ormai necessario.

(Febbraio 2020)

 “CU ‘O CHIUMMO E CU ‘O CUMPASSO”

(relazione svolta al convegno sul tema omonimo, tenutosi il 6 dicembre nella Confraternita di S. Antonio di Padova)

 

di Sergio Zazzera

 

Nel mio Dizionario napoletano alla locuzione «cu ‘o chiummo e cu ‘o cumpasso» corrisponde la traduzione in lingua italiana: «con circospezione»(1). Diversamente, in altri dizionari della stessa viene data in italiano la traduzione «molto cautamente»(2), o «con le seste…, col calzar del piombo»(3), o ancora «con prudenza»(4): come che sia, tutte queste forme convergono verso il significato di «con precisione».

In via meramente incidentale, segnalo come qualcuno ha inteso pronunciare l’espressione in questione col raddoppiamento della consonante iniziale: “cu ‘o cchiummo”, il che è errato, dal momento che tale rafforzamento si addice esclusivamente all’impiego del vocabolo (al pari di qualsiasi altro) nel suo genere neutro(5), corrispondente a un quantitativo indeterminato di piombo, laddove nel caso di specie il riferimento è a un oggetto determinato, qual è il <filo a> piombo, il quale, insieme col compasso, consente di conseguire la massima precisione possibile nello sviluppo sia orizzontale, che verticale, di una costruzione edilizia.

Né sarà superfluo ricordare come tale raddoppiamento debba essere rigorosamente evitato, pur nella sua corrispondenza a una pronuncia rafforzata, a meno che non si corra il rischio di confusione (es.: ‘o cafè, nel senso del locale nel quale si consuma la bevanda, ma ‘o ccafè, nel senso della bevanda medesima). Del resto, si sa quanto il continuo raddoppiamento delle consonanti iniziali appesantisca i versi dei sonetti romaneschi di Giuseppe Gioachino Belli(6), così come dovrebb’essere palese a tutti che un fenomeno siffatto è presente anche nella lingua italiana, nella quale però esso non è mai rappresentato in forma grafica(7).

Per tornare, ora, al profilo della precisione, quanto si è appena detto vale a sottolineare come la stessa non debba rimanere limitata al napoletano parlato, bensì debba essere estesa anche alla sua forma scritta. Il che m’induce a stigmatizzare, da una parte, le elucubrazioni – più che teoria vera e propria – di Aldo Oliveri(8) e, dall’altra, le innumerevoli affissioni stradali, nelle quali un maldestro tentativo di trasfondere in forma scritta la pronuncia dei vocaboli fa sopprimere negli stessi gran parte delle vocali(9).

Infine, poiché precisione è anche concisione, provo a segnalare alcuni esempi di locuzioni napoletane, improntate a maggiore precisione/stringatezza, rispetto a quelle corrispondenti della lingua italiana:

a) alla distinzione operata dall’italiano fra “sant’Antonio di Padova” e “sant’Antonio di Vienne” (ovvero “sant’Antonio abate”), corrispondono le più sintetiche forme del napoletano: sant’Antonio e sant’Antuóno;

b) alla forma italiana «è stato stroncato da un colpo apoplettico» corrisponde quella napoletana: è muórto ‘e sùbbeto;

c) alla forma italiana «con lo sconto del 50%» corrisponde quella napoletana: a mità prezzo.

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1 Cfr. S. Zazzera, Dizionario napoletano, Roma 2007, p. 100.

2 Cfr. P. P. Volpe, Vocabolario napolitano-italiano, Napoli 1869, p. 71.

3 Cfr. R. Andreoli, Vocabolario napoletano-italiano, Napoli r. 1966, p. 103.

4 Cfr. A. Altamura, Dizionario dialettale napoletano2, Napoli 1968, p. 102.

5 Cfr. A. Iandolo, Parlare e scrivere in dialetto napoletano, Napoli 2001, p. 125 s.

6 Cfr. G. G. Belli, Tutti i sonetti romaneschi, a c. di M. Teodonio, 2 voll., Roma 1998.

7 Cfr. F. Fochi, L’italiano facile4, Milano 1966, p. 102 ss.

8 Cfr. A. Oliveri, Grammatica lessigrafica della vera lingua napoletana, Afragola 2004.

9 Cfr., ad es., i manifesti di lutto pubblicati da F. Albano Leoni, Quale napoletano nei soprannomi dei defunti?, in I Giovedì della Società Nazionale di Scienze Lettere e Arti e dell’Accademia Pontaniana. Anno Accademico 2016, Napoli 2016, p. 17 ss.; V. Pezza, Monumenti di carta. Morte e forme della memoria sui muri di Napoli, ivi, p. 29 ss.

(Dicembre 2019)

 

Premio nazionale di poesia “Salvatore Cerino”

 


È giunto alla XIX   edizione il Premio Nazionale di Poesia “Salvatore Cerino”, che vanta il patrocinio morale della Regione Campania e del Comune di Napoli, già patrocinato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e medaglia di rappresentanza del Presidente della Repubblica anno 2009 e 2013.

Quest’anno si può scegliere di partecipare con una o due poesie a tema libero o, a scelta, ispirate all’ambiente. Si può concorrere con opere in lingua napoletana o in lingua italiana. Esse non devono superare i 35 versi. È aperta la partecipazione anche ai giovani frequentatori di scuola media inferiore e superiore.  Le poesie degli alunni, vanno corredate di certificato di iscrizione e frequenza ad un istituto di scuola superiore. Il premio non ha scopo di lucro, tuttavia, per la sezione seniores, è richiesta una quota di €10, per ciascuna poesia, a parziale contributo per spese organizzative.  

Le poesie vanno spedite in 7 copie, di cui una completa di firma, dati anagrafici, telefono, e-mail.

La poesia completa di dati, unitamente alla fotocopia di versamento, va inserita in busta chiusa senza segni esterni di riconoscimento, e spedita insieme alle 6 rimanenti copie.  (se si preferisce, a mezzo posta prioritaria, ma non raccomandata).

Il termine di presentazione per gli elaborati, è il 31 gennaio 2020.

La premiazione, avverrà il 9 maggio 2020 alle ore 19 - nella Chiesa S. Maria del Parto a Mergellina. Sono invitati tutti i partecipanti, a prescindere dalla loro classificazione, gli amici e gli amanti della poesia e dell’Arte in genere.

Per  info: www.salottocerino.itQuesto indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.  – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

IBAN: IT 17Y 032 960 160 1000 066 100 125

(Dicembre 2019)

Maria Cristina Russo, Ortensia e altri fiori, Albatros Editore

 

di Luciana Alboreto

 

Ortensia regna, sovrana, nel suo giardino incantato da stupefacenti cromie, da inebrianti profumi e da imprevedibili fioriture. È l’aiuola più misteriosa, quella coltivata da una donna di grande levatura culturale e di spessore umano che, in età matura, si sofferma su se stessa e, liberandosi di ogni velo inibitore, si ribattezza con il nome dei fiori più vari. Ortensia è la voce narrante dell’intrigo di ogni storia che le appartiene, che ha sognato o che ha vissuto da spettatrice. Non è più tempo per lei di includere in un silenzio soffocato le emozioni e di costringersi a reprimere l’innata ribellione verso la grettezza e l’ipocrisia. Ora è tempo di esaltare il trionfo della vita. Narrerà di gioie, amarezze, delusioni, realtà, sogni proibiti. E lo farà con la consapevolezza che la libertà di cui si è appropriata è un dono che nulla e nessuno potranno mai più rubarle. La lettura dei brevi racconti scorre agile nell’alternarsi di toni grevi, ilari, ironici, composti. In ogni storia, attraverso ogni fiore, sboccia un petalo della verità di Ortensia.

Dalla viva voce dell’Autrice:

Quale il leitmotiv ed il filo conduttore del libro?

“Il leitmotiv del libro è il desiderio di metamorfosi, che ne diventa il vero filo conduttore. Metamorfosi che, in un atto di critica introspezione, mi raffigura come crisalide pronta a schiudersi in farfalla. I personaggi da me raccontati sono come bruchi che, sollecitati da più vari eventi, si aprono a quella coscienza che vuole il cambiamento, anche nel dolore di quando si interrompono le abitudini routinarie. Questo passaggio non è da tutti, perché la coscienza di sé è spesso legata al proprio background culturale”.

Come pensa di suscitare interesse ed emozioni nei lettori e prevede un approccio diverso tra pubblico maschile e femminile?

“Credo che l’approccio sarà diverso fra lettore e lettrice. In alcuni racconti il lettore potrebbe sentirsi bacchettato o sbeffeggiato e la lettrice esaltata nel suo universo femminile, ma nella valutazione globale del testo la figura trionfante al maschile si alterna, con equilibrio, con quella al femminile ugualmente trionfante. Spero di suscitare interesse e riflessioni, oltre a quelle emozioni che toccheranno la sensibilità di chi si riconosce nelle tematiche che affronto”.

Quando una donna ribalta se stessa, addentrandosi in un’avventura letteraria, riesce a conciliare il nuovo stile con gli schemi canonici di vita?

“Quando una donna in età matura, alla boa dei cinquanta anni, si addentra in ogni sorta di avventura, esprime la volontà di rompere con gli abitudinari schemi canonici di vita, fiduciosa di poter esplorare e far proprio un sentiero vergine di esperienze e conoscenze. Oltre a essere figlia, moglie e madre ho riscoperto l’amore per me stessa non in veste egoistica, ma nella gioia di recuperarmi e migliorare la qualità delle relazioni umane. Ho dovuto, però, liberarmi dei fardelli che mi angosciavano, di ansie e tabù che mi limitavano. Attraverso questi undici racconti ho riversato il mio mondo interiore ritrovato, come in un vaso di Pandora, osando ciò che non avrei mai osato!”

(Dicembre 2019)

Nadia Toffa – Fiorire d’inverno - Mondadori

 

di Luciana Alboreto

 

Un Astro del giornalismo italiano: Nadia Toffa. Fiorire d’inverno stupisce per il racconto autobiografico dell’infanzia, adolescenza, giovinezza, caratterizzate dal brio e dall’audacia che si accrescevano, con il tempo, sempre più in lei.

Nadia Toffa, divenuta in età adulta brillante giornalista di inchiesta e strepitosa conduttrice de “Le Iene”, non poteva che scrivere di sé, calamitando i lettori, con il noto carisma di comunicatrice. Nessuno avrebbe potuto farlo meglio. È toccato a lei donare una meravigliosa testimonianza di vita, di eccellente levatura giornalistica. Alla soglia dei quaranta anni, all’apice della notorietà professionale e dello splendore fisico, ha dovuto fare i conti con la realtà di quel male che, in breve tempo, è stato un punto di non ritorno. Anche se improvvisamente la clessidra della vita si è capovolta e il tempo è diventato tiranno, la sua carica adrenalinica e il suo amore esplosivo, sono rimasti indenni. Le pagine del libro non si rabbuiano mai di toni grevi, ma offrono momenti di riflessioni profonde che suscitano emozioni forti. La vera dimostrazione che l’intelligenza critica ed altruistica appartiene a chi non soffoca e sovraccarica gli altri dei propri fardelli, ma vive ogni prova come un’opportunità per la propria crescita umana. La sua storia di donna colpita dalla malattia, non la svuota, non la inaridisce: la solarità vince su ogni ombra. Racconta di come ha lottato con coraggio, dignità, fede, speranza, fino ad abbandonarsi, con rassegnazione, a quel momento terribile nel quale intuisce che la veemenza del male avanza inesorabile.

“Ho sempre creduto che la vita possa disporre sul tavolo, nel miglior modo possibile, le carte che ti sei trovato in mano. Invece all’improvviso ne arriva una che spariglia tutte le altre, e la vita è proprio come ti giochi quell’ultima carta”.
Dal 13 agosto 2019 una Stella brilla in cielo: Nadia Toffa.

(Novembre 2019)

Livia Carandente, Quanti figli hai? Quando l’attesa di un bebè dura più di nove mesi (Tau Editrice)

 

di Luciana Alboreto

 


A come Amore. Amore come filo conduttore di una narrazione di sottile introspezione psicologica che motiva la giovane giornalista napoletana, Livia Carandente, a coinvolgere, attraverso la protagonista del testo, la platea dei lettori sui sentimenti più intimi e delicati, vissuti nella ricerca della maternità. Maternità sospirata e attesa, quella complessa da concretizzarsi per ostacoli di salute fisica, anche se non sempre insormontabili, ai quali sopraggiungono momenti amari e imbarazzanti, per la sgradevole e urticante invadenza di coloro che, con scarsa intelligenza e sensibilità, interagiscono con chi è già provato dall’insuccesso di una gravidanza naturale. Come gestire il disagio fisico, causato dalla diagnostica medica, con lo scoramento per gli esiti destabilizzanti, insieme alle inevitabili manifestazioni psicosomatiche, che si esprimono nelle sequele di questo iter? La risposta che, con coraggio, fornisce l’autrice conduce verso una direzione di senso invincibile, nella misura in cui l’Amore diventa il fine ultimo da perseguire in queste comuni e frequenti vicende umane. Emergerà il temperamento forte della protagonista, ironico nella sua capacità di sdrammatizzare e ridimensionare i toni, mentre si farà strada, imperiosa, la sua volontà di abbandonarsi ad un atto di Fede che, solo, può rischiarare la strada che ricondurrà all’equilibrio e alla serenità. Sarà caldeggiare, con amore incondizionato, la prospettiva di un’adozione, sarà credere fortemente nella sacralità del legame con il compagno di vita, sarà l’essersi resa feconda della Grazia di Dio Padre nell’accettarsi come tassello di un Disegno imperscrutabile, compiendo in esso una Volontà prestabilita, che le daranno forza di intraprendere un cammino nuovo. E questo è l’atto di Amore che matura, elevandosi nell’animo di una donna, attraverso il dolore. È questo il momento in cui si riesce a perdonare per le invadenze inopportune subite. È questo lo spiraglio di luce che ti fa andare avanti, senza volgerti mai indietro. La maternità, quella vera, sarà così davvero realizzata e gratificata nella sua pienezza.

(Ottobre 2019)

OGNI PICCOLA COSA INTERROTTA, di Silvia Celani

 

di Luigi Alviggi

 

Per chiudere i conti col passato a volte non basta l’intera vita. È il caso dei traumi infantili, violenti quando la sorte pone in balia di individui immorali, o prolungati quando si incrudisce il cuore di chi dovrebbe proteggere la vita che sta crescendo. Così per Vittoria, la ricca ventenne che ha perso piccola il padre e ricorda l’infanzia in frammenti senza nesso. Vive con una madre neppure matrigna, chiusa in una torre dalla quale riserva il minimo di contatti. Non parla del marito né vuole sentirlo nominare, e tutto è improntato alla sua rigida volontà. Gli incontri sono scontri, spesso rabbiosi. Vittoria ha pochi ricordi infantili e, dentro, qualcosa che sanguina, e nessuno la aiuta. È immersa in una palude e vive schiacciata dal peso di vicende familiari irrisolte ed è sempre sull’orlo di crisi di panico che la fanno soffocare.

Silvia Celani, giovane romana innamorata del verde della natura, è all’esordio letterario, ma questo lavoro ha poco da spartire con tale categorizzazione. Ha picchi drammatici, nel solco di tragedie greche, nei quali il vissuto naufraga in disperazione. Il lettore resta trascinato e commosso per eventi sofferti senza attenuanti.

La situazione, crollata su fragili spalle di chi non ha conosciuto amore, spinge alla ricerca dell’indispensabile. La ragazza dovrà affrontare una selva di ostacoli per capire il mistero profondo che avvolge tutto quanto vive. Dovrà montare i cocci, proprio come va facendo con quelli di un carillon che spranga i ricordi infantili, trovato nascosto in una stanza tabù della madre. Dal ripristino dei pezzi di porcellana, a cui l’ha guidata la psicoterapeuta, Grazia, iniziandola al kintsugi (unapratica zen), inizia a discernere il sentiero che fa balenare un’incerta meta. I ricordi possono ricomporsi come può succedere con il carillon? Nella salvatrice, dopo l’iniziale chiusura diffidente, trova una madre posticcia, cento volte migliore dell’effettiva, che fa emergere il traumatico passato. La determinatezza la conquisterà, esortandola a scoprire dove è sua inconscia intenzione giungere.

Grazia la rovescerà come un guanto e, dalla vita lussuosa ma falsa che vive, la guiderà all’ermetica infanzia,la incoraggerà a indagarla, a sbirciare dentro, a inoltrarsi nell’ignoto che disorienta ma nel quale imparerà, con sofferenza, a muoversi. Spinta dal desiderio di sapere avanzerà risoluta, sistemando, come in un puzzle, i brani di passato che estrae dalla coscienza e da oggetti trovati per caso in cantina: un walkman che restituisce la voce del padre e di lei bambina, una foto da diciottenni di lui con un ragazzo e, dietro, una dedica firmata Luca. Poi trova una scatola di lettere, e si avventura dalle cose alle persone...

La diversa prospettiva le ha fatto conoscere il primo vero amore, fuori dal mondo dorato vissuto. L’ha colpita al primo vederlo nel bar, un giovane di classe modesta cui non avrebbe immaginato di dar retta, e che intuisce la sua fragilità prima ancora di conoscerla. Anche lui ha alle spalle un passato devastante e il tormento interno gli dona un occhio che riconosce subito il travaglio di un’anima. La sosterrà nei ripetuti inciampi, fornendo la volontà per proseguire. Guai se la abbandonasse, non avrebbe salvezza e lei saprà trovare il coraggio di immergersi nel suo sé. Ion la salva e, pian piano, si affaccia alla soglia di un sentimento cui mai avrebbe pensato di accostarsi. L’impensabile schiude le porte a giovani che si avviano alla vera nascita. Questa li ricostruirà alla stregua dei cocci che vengono ricollocati al proprio posto.

Vittoria scopre la forza di calarsi nella profonda miniera che la riannoda alla vita. Rivivrà la venerazione per il padre, l’affetto travalicante l’amore filiale, il paradiso dal quale troppo presto lo ha scacciata la tragedia di una morte violenta. Dalla foto trovata saprà di essere il suo ritratto vivente e ricomporrà l’unità perduta, la fortuna suprema goduta per poco. La colpa del padre, sempre nascosta dalla madre, si svuoterà d’importanza in tutto quanto ritrovato. Il carillon restaurato era il dono che sostituiva il padre quando non poteva narrarle la fiaba della buonanotte. Il passato, impossibile a tornare, si è intrecciato al presente fissando momenti veri di lui nell’orizzonte attuale: l’amore si è riacceso in tutto il vigore, l’ha resa forte e nulla sarà più come prima. Ora è pronta ad affrontare ogni cosa che la vita potrà riservare. Con l’indagine sul padre anche la figura della madre muta: creduta carnefice, è rimasta vittima di una vicenda più grande di lei che l’ha travolta. Diviene allora insensato attribuire colpe quando il mondo intorno svela tutto il suo inganno. 

Silvia Celani: Ogni piccola cosa interrotta - Garzanti, 2019 - pp. 288 - € 16,90

(Ottobre 2019)

L’ORA  DI  AGATHE di Anne Cathrine Bomann

 

di Luigi Alviggi

 


Siamo in un piccolo centro francese, negli anni 40 delsecolo scorso, al termine dell’attività di un anziano psicanalista. che conta ossessivamente i giorni che lo dividono dall’atteso traguardo. Non tanti ma, si sa, la coda è sempre la più ostica a digerirsi. È un uomo solo, senza amici, che ha iniziato la carriera traboccante di entusiasmo e che, influenzato dalle miserie dei pazienti sdraiati sul lettino, ha ceduto, dimenticando di fare la cosa più importante: una seria analisi di se stesso. Nel suo caso una mancanza disastrosa. Il diversivo serale è ascoltare il suono del pianoforte del vicino, solo anche lui, che giunge attraverso la parete. Ascolta ancora i monologhi dei soggetti che vogliono aprirsi ma non sanno in cerca di che. Sono vite segnate dalla solitudine, che si illudono che chi li assiste riesca a trovare il bandolo della matassa e glielo porga, perché possano ritessere l’impianto della propria vita. In realtà ascolta a tratti. Sul libretto degli appunti - ove una volta annotava, diligente, i punti della confessione in corso - oggi si limita a disegnare uccelli, mentre la mente vaga alla ricerca dell’indefinito.

Il male di vivere lo ha contagiato e attende il cambiamento messianico, che lo trasporti verso lidi diversi, senza accorgersi che il futuro si presenta ancor più nebuloso del passato. Ma una sorpresa arriva: una giovane tedesca insiste con la segretaria, Madame Surrugue, perché la prenda in carico come paziente. Lui, ovvio, è lontano dal concederlo. Anche l’incontro, con lei venuta allo studio, non risolve. Poi se la ritrova negli appuntamenti per grazia della Surrugue: lei è Agathe. Deve rassegnarsi.

Non è una paziente straordinaria, ha solo perso la voglia di vivere. Piange spesso e ha attacchi di rabbia ma, nella brevità del tempo, apre velocemente l’interno dando un’impetuosa sferzata alla fiacca attenzione del vecchio. Ha avuto un padre cieco che, ciò nonostante, sapeva aggiustare di tutto, persino gli orologi. Un’assurdità. Del marito, Julian, non parla, non hanno figli. Ma è la paura che lei ha verso tutto, il terrore di fallire, che funzionerà da grimaldello per la cassaforte dell’uomo. Il rifiuto iniziale si trasforma in piccola simpatia, poi in tenerezza... e un’ansia immotivata inizia a gonfiargli l’interno.

Il libro si inanella intorno alle sedute di Agathe. Lo stile è pacato, il contenuto corposo scolpisce la situazione, e noi siamo presenze silenziose nello studio del dottore. La Bomann è una giovane scrittrice e poetessa danese, più volte campionessa nazionale di ping-pong ma, ciò che interessa qui, anche psicologa, e la mano dell’arte si sente in questo lavoro.

Il marito della Surrugue è malato e lei, dopo 35 anni, è costretta ad assentarsi non per poco. Nell’esiguo spazio di vita dell’anziano la donna costituisce una figura essenziale.

Una ragione in più per concentrarsi su Agathe? Nei ricoveri ospedalieri è passata indenne. Ora alla simpatia si affianca l’ammirazione, è più forte di lui! Le parole in lei non cadono nel nulla, come accade per tanti altri pazienti, ma è disperata. Un giorno per caso la vede in un caffè con amiche. Ride e la propria vita gli mostra un volto inaspettato. Quando esce, la segue fino a casa, le parti si invertono: chi è il sofferente, Agathe o lui? Il mutamento prospettico lo spinge verso il vicino, scopre che è sordomuto e suona a memoria. Ritrova la commozione e gli preparerà una torta in dono, fermandosi però alla porta di casa dell’altro.

La Surrugue ritorna per dirgli che il marito sta morendo e lei è distrutta. Tra i coniugi c’è un lacerante silenzio e chiede una visita a casa. Lui non sa negare e, incerto, promette. L’autoanalisi diventa onerosa. L’uomo si sente rovesciato come un guanto e di fronte a pensieri diversi non può che smarrirsi. Un coltello rigira dolorosamente dentro e riflette che deve farsi forza e impugnarne il manico. La visita a Thomas spande un effetto benefico ancor prima di cominciare. Vede in lui il terrore di lasciare la moglie, il terrore della morte, e pensa alla sua. Non crede di poterlo aiutare, lui che non ha mai amato nessuno. Ma l’uomo è profondo e le domande che pone aiutano: le risposte che gli dà serviranno più a sé che al malato terminale. Il colloquio si rivela tanto importante che ritornerà, dopo pochi giorni, pur senza riuscire a parlarci, ma sarà contento già delle parole con la Surrugue. 

Il libro, denso, costituisce un potente affondo nell’animo umano. Dello psicanalista, che poco si era indagato nello specchio delle migliaia di pazienti del mezzo secolo precedente e solo ora, alle soglie dell’abbandono, prima in Agathe e poi con Thomas, si comprende più di quanto abbia fatto fino ad’allora. Agathe e Thomas si complementano. Due spazi ignoti vanno a integrarsi nell’esigua dimensione di vita del medico per muoverlo ad abbandonare l’involucro, un esoscheletro da mutare. Una rinascita impensabile e perciò tanto più devastante ma anche salutare perché lo schiude a differenti orizzonti, a nuova vita. La metamorfosi si compie e cos’è che prova? Amore verso Agathe? Non lo sa, forse. È difficile comprendere un sentimento quando è la prima volta che lo si incontra nel corso dei giorni... 

 

Anne Cathrine Bomann: L’ora di Agathe

traduzione di Maria Valeria D’Avino

Iperborea, 2019 – pp. 160 - € 15,00

(Maggio 2019)

E' in libreria

“UN PERCHÉ AL GIORNO TOGLIE LA NOIA DI TORNO”

di Luciano Scateni

contributi di Pino Imperatore e Lucio Rufolo

Disegni  di Luciano Scateni 

edizioni Intra Moenia 

6 euro

 

[Dal libro]:

Perché il Colosseo è tutto buchi?

Perché l’ha progettato l’architetto Emmental: romano, ma di origine svizzera

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Perché i tifosi del calcio hanno fatto la “ola” durante il match Italia-Usa?

E’ successo quando lo speaker dello stadio ha messo in circuito l’ultima news: “Melania Trump ha evirato il marito e l’intervento di ricucitura è fallito”

*

Perché al momento dell’Eucarestia il sacerdote beve vino?

Perchè è un Lacrima Christi doc

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Perché Beethoven, fosse nato in questo secolo, avrebbe composto la “Sonata al chiaro di luna?”

Perché con Salvini e Di Maio…altro che chiari di luna

*

Perché “poppa” la parte posteriore delle barche e non culo a cui somiglia di più?

Perché “poppa “evoca il seno prosperoso di Poppea, il poppare dei neonati dalle poppe delle balie

(Aprile 2019)

Presentazione libro

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Salotto Cerino

 

Giovedì 4 aprile, alle ore 18, nella Sala Sannazaro, Via Mergellina, 9/B (Cripta Chiesa S.Maria del Parto) il prof. Francesco D'Episcopo incontrerà gli amici conversando su: "Napoli città creativa", sua ultima pubblicazione.

Intermezzi musicali del maestro chitarrista Gianni Festinese e del maestro pianista Antonio Buhne.

L'invito è valido non solo per gli amici del salotto, ma per tutti coloro che desiderano parteciparvi.

(Aprile 2019)

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