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L’IMBUSTATO   di Luigi Rezzuti   Fin da ragazzo Ernesto aveva sempre sofferto con dolori alla schiena e tutti gli dicevano che ciò era dovuto ad un...
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Parlanno ’e nu poeta - Alfredo Granata

 

di Romano Rizzo

 

A voi che amate la Poesia, quella che sa toccare le corde del cuore, voglio raccontare la vita breve di un vero poeta che, come Vincenzo Russo, a soli 28 anni e dopo aver molto sofferto, vide finire i suoi giorni per un crudele destino.

Questo poeta vero, ma troppo poco noto, è Alfredo Granata.

Nato nel 1913, chiuse la sua esistenza terrena nel 1941, per un male che oggi tanti bravi chirurghi riescono a sconfiggere. Di lui ci è rimasta solo una raccolta di poesie, dal titolo Rose e spine, di cui il fratello Cipriano, nel 1951, curò la pubblicazione, a dieci anni esatti dalla sua prematura scomparsa.

Edoardo Nicolardi, nella presentazione dell’opera, scrive:

“Leggendo i suoi versi, mi pare di averlo conosciuto perché da  essi traspare netta la sua gentilezza di animo che gli ispirò versi di limpida poesia, viva ed umana” ed aggiunge “ Queste mie parole vogliono esprimere il ricordo accorato di lui e il riconoscimento della sua apprezzabile fatica, della sua versatilità e della sua Arte gentile e sincera.”

Federico Rumolo che ha curato la prefazione dell’opera, ricorda di averlo conosciuto già dodici anni prima, perché gli portava molte sue composizioni, pregandolo di volerne curare la pubblicazione su “L’eco di Napoli”. Ricorda il Rumolo che continuò a proporgliele anche quando, colpito dall’atroce male che in soli venti mesi ebbe ragione della sua delicata fibra, dal suo letto di dolore componeva versi pervasi da un malinconico umorismo nel descrivere uomini e cose. Significativa è la breve lirica che il Granata pose come dedica alla sua raccolta:

Che d’è la prefazione ?

 

Che d’è la prefazione?

Nu scritto ‘e cunvenienza

‘e quacche.. Cicerone

ca mette ‘a firma ‘e renza.

 

Ma i’ ne faccio a meno

e cu ll’aiuto ‘e Dio,

‘o presento i’ stesso

stu libbrettiello mio!

 

Pregevole qui, come sempre, è la musicalità dei versi del Granata nonché la sua grande capacità di riprodurre autentici quadretti della vita quotidiana, per trarne. alla fine, qualche amara considerazione che valga come un insegnamento. Quanto ho esposto è magistralmente rappresentato, ad esempio, nella lirica Gravunariello, che è giustamente considerata il suo capolavoro. Altre opere molto gustose e degne di esser meglio conosciute sono, a parer mio: ‘O viculo ‘e Sant’Anna (da una nota in calce si apprende che il male che affliggeva Granata era una stenosi mitralica), Nu suonno, Bellu sciore, ‘O vero amico, Na rosa, ‘O nomme mio, ‘A sciorta, Io e ‘a Morte e tante altre, come ‘A ricetta pe’ campà buono.

Dopo aver letto questa bella raccolta,corredata da uno spassosissimo poemetto, dal titolo Onna ‘Ntunè, resterà nell’animo del lettore, assieme all’ammirazione per il poeta, il rimpianto che la sua breve vita gli abbia impedito di regalarci tanti altricapolavori.

Concludendo queste brevi note, anche se la sua opera risulta incompiuta, a parer mio, è di tale fattura che merita di esser meglio conosciuta ed apprezzata se si vuole evitare che la critica, oltre alla vita, debba esser giudicata dai posteripiù attenti non certo benigna!!!

  

Na rosa


di Alfredo Granata

 

**

Dint’a na testa, for’a nu balcone,

tengo na rosa, fresca e avvellutata,

cchiù bella ‘e nu garofano schiavone,

cchiù ‘e na viola ‘nfosa, prufumata.

**

M’’a guardo e me cunzolo, cu passione

ll’arracquo tutt’’e juorne; int’â jurnata,

si è male tiempo o coce ‘o sollione

‘a traso dinto, penzo : « È dilicata.»

**

È dilicata si’, ma è cchiena ‘e spine,

pugnente assaje, fanno sentì dulore

cu tutto ca so’ piccerelle e ffine.

**

Penzanno a sta rosa, a chistu sciore,

guardanno chelli spine malandrine,

penzo a na rosa, ca me pogne ‘o core !!

 
 

(Il testo è qui riportato quale ci è pervenuto)

 
 

‘O nomme mio

 

di Alfredo Granata

 

**

‘O nomme mio, nisciuno bigliettino,

manco n’augurio e chesto che robb’è !

Cu tante amice, sempe a me vicino,

nisciuno ha ditto : Auguri don Alfrè.

**

Nun è ca ce tenesse a avè n’inchino,

nu telegramma, na tazza ‘e cafè..

na tavulella, nu bicchiere ‘e vino

‘o ssaccio ca nun è rrobba pe me.

**

Uno surtanto nun se n’è scurdato,

ha tuzzuliato chianu chiano ‘a porta,

m’ha fatto ‘o pizzo a risa, ha salutato

**

e ha ditto : Pe cient’anne bona sciorta !

e diece lire sane ‘a mano m’ha luvate.

Sapite vuje chi è stato ? ‘O guardaporta !

 

(Il testo è qui riportato quale ci è pervenuto)

(Luglio 2021)

GRANDI ILLUSIONI di Graham Swift

 

di Luigi Alviggi

 

Nel romanzo, la storia di attori di successo vista in remoto, cioè nella prospettiva indulgente dei molti anni trascorsi tra lo svolgersi dei fatti e il parlarne. Un “c’era una volta” progressivo, pochi dialoghi e tutto affidato a visioni e ricordi dei tre protagonisti: Evie, Jack e Ronnie.  Il titolo originale del libro - “Here we are” (Eccoci)”, 2020 – ben si accorda alla presentazione a piccole dosi, in scorci che introducono alle personalità e alle vicende. Un approccio indiretto: è questa la struttura comune del rivivere frammentario quanto è stato vissuto. Evie, in tarda età e nella ricorrenza di un anno dalla morte del marito, va a cena con il suo agente e, tornata a casa dopo le banalità conviviali, si riaccendono molte luci del passato, personale e condiviso.

Diciamo che le “Grandi Illusioni” qui hanno significato bivalente. Sono i trucchi fatati che un mago esperto rifila, con crescente successo, a un pubblico sempre più folto nella luminosa Brighton sulla Manica, a pochi chilometri da Londra. I tre intrattengono in un teatro piccolo ma affermato in fondo al molo, e anche il mare aspira a essere spettatore delle belle cose rappresentate. Più importanti, e in altro campo, sono le illusioni che accompagnano la vita di tutti e che tanti non sanno mettere a fuoco. Pochi le intravedono con il passare degli anni, per carpirne la trama, chi le ignora totalmente si regala (forse) un handicap vantaggioso. L’epigrafe al libro recita “It’s life’s illusions I recall” (Joni Mitchell): “Sono le illusioni della vita che rimpiango”. Prenderne atto ha un valore prezioso per il soggetto, puntellano il vivere quotidiano e, per i fortunati, si tramutano - in parte mai soddisfacente - in realtà, se tale vogliamo definire ciò che scorre sotto i nostri occhi. Tra tante, le “illusioni” maggiori: i grandi amori e le grandi perdite!

Si tratta di tre vite intimamente legate, che convergono e divergono e per questo hanno un inscindibile sottofondo comune: le vite di teatro di due uomini e una donna. Un Ronnie mago – in arte, una volta divenuto celebre, il “Grande Pablo” – con l’assistente Eve; Jack, invece, è il presentatore comico: “Un attore? Oh, solo un vecchio cantastorie ballerino”, si autodefinisce.

Eric è lo stregone, colui che sa donare illusioni. Un padre adottivo che lascerà in eredità a Ronnie l’enorme passione, la sua ragione di vita. Con la sua Penny non hanno avuto figli, vivono a Oxford in una grande casa con giardino dove c’è posto per tutto, anche per la bacchetta magica e il tavolo verde, anche per i magici conigli che appaiono e scompaiono a comando. Ronnie è un ragazzetto sfollato dalla Londra del 1939 - inizio della guerra con Hitler - figlio di Agnes, donna di pulizie, e di Sid, un marinaio quasi sempre lontano che scomparirà in mare durante un’azione bellica degli U-Boot tedeschi. La loro casa è in un quartiere povero della capitale e, per il bambino di otto anni, la casa d’adozione nell’ambito del programma nazionale di mutua assistenza, sarà una vera e propria reggia. Vi rimarrà per sei anni imparando tantissimo, l’arte del “mago” per prima, cioè il saper incantare le persone. Il problema per lui, crescendo, sarà il non saper ricomporre le due metà, la familiare e quella appresa, in unità omogenea.

Jack e Ronnie si conoscono sotto il militare e sarà il primo, apprezzatane la bravura, a invitare il secondo a Brighton, chiedendogli di trovarsi una compagna per il numero di illusionista da fare nel teatro ove lui è capocomico trentenne, con già una quindicina d’anni di palcoscenico. Evie, bella ballerina di fila, risponderà all’annuncio e Ronnie la segherà e trafiggerà, chiusa in bare, in cento modi sul palcoscenico tra lo stupore incredulo e ammirato del pubblico. Si fidanzeranno subito e lui le regalerà un bell’anello con brillantino dall’incerto futuro. Progettano di sposarsi al termine degli spettacoli.

La storia si svolge nel ‘59, il tempo dell’”avanspettacolo”, ma è in un teatro senza film ove la scena arriva a superare gli artifici del cinema. È l’anno delle grandi svolte per i tre. La narrazione termina nel 2009, con l’ultimo sopravvissuto che continua a parlare di quanto è stato e di quanto avrebbe potuto essere… Riflessioni, valutazioni, stati d’animo, su eventi, sentimenti, dolori, che hanno coinvolto il trio: insieme, a coppia, o singoli. I ricordi finiscono col mutare sostanza sotto la carezza mentale ricorrente, divenendo sempre più trascinanti. Protagonista minore, ma pur incisivo, un pappagallo tropicale - Pablo - che il padre Sid porterà in casa e la mamma venderà poco dopo, mentendo al marito, al quale dice che è volato via e provocando nel piccolo Ronnie un trauma che non l’abbandonerà nel cammino dei giorni. 

“c’era anche un’altra legge del teatro che diceva: tieni per ultima quella cosa alla quale sarebbe difficile dare un seguito”

Il mago Ronnie la onorerà in pieno. Sempre più bravo, riuscirà a far comparire sul palcoscenico un fantastico arcobaleno e, come se non bastasse, anche un esotico pappagallo che andrà a posarsi su una sua mano mentre con l’altra stringe quella di Eve sotto il diluvio di applausi degli spettatori rapiti. Lancerà poi l’animale verso il pubblico ma esso svanirà a mezz’aria. È il vertice del successo: i due sono ora molto famosi. Poi il fato si fa vivo, assestando una botta decisa a quanto funziona a meraviglia. Non è forse la sorte davvero invidiosa? Per il colpo la vittima barcolla, ci vuole tempo per riassestarsi, ma diventa indispensabile per lei avere una reazione. E allora accade sempre qualcosa di imprevisto, che dovrebbe facilitare lo stabilizzarsi per permettere di ripartire, “illudendosi” di essere più o meno lo stesso di prima.

“Lei si guarda nello specchio, adesso, e si vede come era allora. Non era stato certo il passo falso di una che non sapeva quello che stava facendo, con un anello di fidanzamento che le brillava al dito.

Ronnie aveva telefonato. Aveva detto: «Sono arrivato troppo tardi, Evie. Se ne è andata».

Era la voce, stranamente, di un uomo che aveva fatto qualcosa di male, e che adesso era in attesa della sua punizione.

«Oh, mi dispiace tanto, caro. Non devi rimproverarti. Vuoi che venga da te?».

E queste erano tutte parole giuste, eccetto che avrebbe già potuto essere lì con lui, fin da subito. Allora tutto sarebbe stato diverso.”

 Corre il giorno, corre! Dopo il mattino, il mezzodì, ed eccolo procedere veloce verso il tramonto. E, in un libro di illusioni, non può mancare, al termine, l’ultima magia! Ronnie non è l’unico a essere scomparso ma, da buon amico, sente la necessità di tornare indietro: non si abbandonano gli amici-affetto di una vita! Ed ”eccolo qui”, affettuoso e pentito, a venire a prenderli per dileguare tutti insieme:

«Salve, Evie. Ne è passato di tempo. Eccomi qui. Eccoci qui».

Si sente molto stanca. Fuori, la sera si va spegnendo. Le foglie del melo selvatico stanno perdendo colore. Non ha acceso le luci e persino la sua faccia, nello specchio, sembra un fantasma. Ed era stato davvero lui che aveva visto, dietro di sé? Potrebbe fare un sonnellino, un pic­colo sonnellino. Una giornata così stremante. Si toglie la camicetta e la gonna e le lascia come una pozzanghera sulla sedia. Scivola sotto il piumino come sotto a un’onda che ti viene incontro, e ti accoglie.

 Graham Swift (Londra, 1949), è un ottimo scrittore inglese pluripremiato in grandi contesti: due suoi lavori sono divenuti film di successo. Nel narrare racchiude una malinconia penetrante ma non disturbante, anzi. Funziona da cassa di risonanza per il lettore, aiutandolo ancor più a “entrare” nelle vicende. Qui il risultato finale è l’essergli grati per aver condiviso con noi un lungo incantesimo raccontato a occhi aperti, fuori dal sogno, e che, come tutte le magie, non può trovare uno svelamento finale completo.

E cosa di meglio da conservare fino alla fine per una donna artista del costume di scena, zeppo di piume e lustrini, indossato nello spettacolo della sera all’apice del successo? La fine, di sicuro, sarà garantita brillante!

Graham SWIFT: Grandi illusioni

traduzione di Serena Prina Neri Pozza, 2020

- pp. 160 - € 17,00 

(Giugno 2021)

Giuseppe Cicala

Uomo non comune e poeta “speciale”

 

di Romano Rizzo

 

Giuseppe Cicala è stato un uomo dai molteplici interessi che ha trovato il modo di donare un po’ del suo grande talento alla poesia, a cui ha regalato tutta la sua irruenza e passionalità. Insofferente, per carattere, ad ogni schema, ma dotato di una eccezionale padronanza linguistica, ha dato alle sue composizioni una grande varietà di toni e di forme, privilegiando quelle che si discostavano dall’ordinario. Alcune sue belle poesie sono molto rispettose della musicalità e della metrica, altre, invece, sono quasi irrefrenabili, come il getto di lava, eruttata da un vulcano, prorompenti  e travolgenti come un fiume in piena.Tutte le sue composizioni, però, ci attraggono sempre perché in esse ritroviamo la sincera spontaneità dell’autore  che rifugge da svenevolezze o infingimenti ma si dimostra in grado di avvincerci con la grande forza espressiva ed immaginifica del suo linguaggio. Non è stato mai, né ha mai voluto esserlo, un poeta facile che amava seguire i dettami stilistici della corrente poetica più in voga. È stato, invece, una forte voce solitaria, diversa dalle altre e molto fiera della sua diversità. Per questo, come poeta, è stato e resterà un unicum, mai imitato e inimitabile. Ha scritto di vari argomenti e, tra tante opere, molti libri o raccolte di sue poesie, tra cui vanno ricordati: Erba novella,  del 1950, Suspire d’ammore e penziere, del 1951, Tavolozza napoletana, del 1962, Napoli in frak, del 1963, Napoli in pillole, del 1965, Scetate Napule, del 1966, Poesie napoletane, del 1967 e L’isola di Napoli, del 1973. A giudizio unanime della critica,il suo indiscusso capolavoro è stato “ ‘A pizza tutta Napule”  in cui, con una inesauribile cascata di terminidolcissimi, ha elevato un vero inno alla nostra pizzache non teme alcun confronto. La sua  forte personalità,unita al suo carattere un po’ particolare,  lo ha sempretenuto lontano da celebrate congreghe o salotti e questo avrà certamente nuociuto alla sua popolaritàed a quel successo, che egli, peraltro, non ha mai inseguito con la dovuta determinazione. E’ stato, inconclusione, un vero poeta “non facile” o forse un tantino complesso che già per questo meriterebbeuna più attenta rilettura e considerazione dei suoilavori, espressi nelle forme più varie, ma sempreimpregnati del forte senso della sua napoletanità!

*   *   *

Jolanda

di Giuseppe Cicala

 

Tu si’ chella ca addò passe

chill’addore ‘e primmavera

fatto ‘e vinte primmavere

mise nzieme, piglie e llasse !

**

E chill’uocchie addò nce luce

tutt’’o ffuoco d’’e vint’anne,

chilli dduje zampille ‘e fuoco,

addò ‘e puose, piglie e abbruce !

**

Tu si’ chella ca a chi vase

lieve ‘a vita e daje ‘a morte

e ‘a vita lieve  e morte daje

a chi sta speruto ‘e vase !

**

Comm’’o sole ca tramonta,

comm’’o mare quanno canta,

cantà faje e faje suspirà

comm’’a luna quanno sponta !

**

Tu si’ chella ca ‘o pittore

va cercanno e maje nun trova;

tu si’ chella ca ‘o pueta

vularrìa tenè int’’o core !

**

Tu si’ chella ca, ‘a ogne parte,

chi te chiamma e chi te sonna,

ca ogne artista te vulesse

ca si’ mamma e figlia ‘e ll’Arte!

**

Tu si’ ‘a Musica, ‘a Puisia..

tu si’ ‘o bronzo ‘e na scultura,

si’ ‘a canzone ca cummoglia

nu velo ‘e malincunia !

**

Curre..bella e ‘ndifferente

e nun guarde a chi te guarda

e nun siente a chi te chiamma

pe chiammà chi nun te sente !!

 

(Il testo è qui riprodotto quale ci è pervenuto)

 

 

‘O cunziglio d’’o nonno

di Giuseppe Cicala

**

Lunnerì sera i’ stevo frasturnato

e nun tenevo proprio niente ‘a fa’.

Penzaje : “ Embè, nun aggio maje pruvato

a fa’ dduje vierze ‘e primma qualità !

Me metto cu ‘a cuscienza e cu ‘o dicòro

e cerco ‘e fa’ quacche capulavoro !”

**

Ciento cinquanta libbre m’accattaje,

seje chile ‘e carta janca o forze ‘e cchiù,

po’ ncoppa ‘a screvania nce piazzaje

nu vaso cu tre llitre ‘e gnosta blu,

penzanno : “ Nella mia sì verde etade

or mostrerò la mia nobilitade !!”

**

E stette na nuttata adderettura

nnanz’a sti ccarte a me svertecellà.

Dicevo : “ Ma ched’è ? na jettatura?

I’ cca nun songo buono a verziggià?

Eppure, nce ne stanno ‘e sti scamette

ca sciveno nu cuofeno ‘e puemette!!

**

Passaje tre nuttate sane sane

a spremmerme ‘o cerviello senza fa’

na vrenzula ‘e nu vierzo, ma cu ‘e mmane

miezo ‘e capille sempe a..me rattà.

Po’ cu ‘e ddete nzevose ‘e brillantina

facevo llibre e carte…una mappina.

**

E quanno ‘o vierzo ascette, ‘o cancellaje,

po’ ne screvette n’ato…dduje…tre,

jenchette tutt’’o foglio, po’ ‘o stracciaje,

dicenno : “ Nun so’ vierze degne ‘e me !

Mannaggia ‘o suricillo e ‘a pezza nfosa.

mo appiccio carte, libre e tuttecosa !”

**

Po’, finalmente, comme Ddio ha vuluto,

songo arrivato a fa’ nu madrigale ;

ma… francamente…nun m’è piaciuto

…nun era na cosetta originale.

“ Ma i’ voglio fa’ mpressione a tuttequante,

voglio fa’ piglià scuorno pure a Dante !..”

**

Dicenno chesto, m’ha pigliato ‘o suonno

ncoppa ‘o puema ca i’ vulevo fa’ ;

mentre durmevo, aggio sunnato ‘o nonno

ca veneva currenno ‘a ll’aldilà

e cu na cera ha ditto : “ Galantò,

‘a vuò fernì ‘e fa’ ‘o fesso, si’ o no ?

**

Tu nun tiene sperienza, si’ guaglione,

‘e vierze so’…na cosa bella assaje,

ma quanno nun ce sta ll’ispirazione,

se perde ‘o tiempo e…songo brutte guaje !

Llassa fa’ ‘e vierze a chi già ‘e sape fa’!

Siente ‘o cunziglio mio : Vatte a cuccà !!”

 

   

(Il testo è qui riprodotto quale ci è pervenuto)

(Giugno 2021)

SETE, di Amélie Nothomb

 

di Luigi Alviggi

 

 

Sorprendente e geniale l’idea fulcro dell’ultimo romanzo della Nothomb: passare la notte prima del martirio, il giorno del supplizio, la crocifissione e il dopo, con il Signore Gesù immaginando come essi possano essere trascorsi nella mente e nei ricordi del Dio fattosi uomo.

La narrazione rispetta gli aspetti divini dalle Sacre Scritture ma l’Autrice, audacemente, si prende delle libertà rispetto al Nuovo Testamento. Non dimentichiamo che esiste un precursore - “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” (1991) di Saramago - nel quale il Cristo è quasi vittima di un Dio che non ha chiarito i Suoi scopi al Figlio, prima di inviarLo nel mondo. Amélie va certo a fondo in campi non ortodossi per i canoni evangelici, questo va chiarito per evitare contrarietà nel lettore ignaro. Il testo è una specie di vangelo autobiografico, narrato in prima persona, indagando nei pensieri di una mente “umana” a tutti gli effetti.

Vengono, cioè, posti in luce dettagli diversi “ignorati” dai testi sacri e, in ultima analisi, si avvicina la Sua figura a quella di un comune essere umano, rendendoLo ancora più misericordioso e amorevole verso il “prossimo”, col quale è entrato in contatto e che non esita a caricarlo di colpe inesistenti, di concorso nella decisione di Pilato per la condanna a morte. Queste accuse provocano una forte afflizione in Gesù: è il caso, per esempio, della rassegna dei miracolati presenti al giudizio che, per un verso o per l’altro, Lo incolpano di danni sofferti a seguito della grazia che ha compiuto a loro beneficio. Sono poi evidenziate la personalità di Giuda e i suoi rapporti con gli altri apostoli e l’indagine si fa intensa sulla figura di Maria Maddalena - amabile come “un bicchiere d’acqua quando stiamo morendo di sete” -, coprotagonisti poco esplicitati nei testi sacri.

L’uomo Gesù è tormentato e le ultime ore di vita dimostrano la Sua totale partecipazione a ogni debolezza umana. Il sacrificio assume valore ancora più elevato portando al merito eccelso il martirio che l’uomo-Dio ha subìto per noi. Singolare è la distinzione operata nella narrazione tra una “scorza” e il suo interno. Cristo afferma che, per ogni miracolo compiuto nell’approvazione del Padre, è ricorso a una scorza, un rivestimento che copre la Sua fisicità e ne rimane per certi versi distinta.

Amélie Nothomb (Giappone, 1967), scrittrice belga, ha girato molto in Asia e in America, da giovane. al seguito del padre diplomatico. Pluripremiata, il suo primo lavoro è stato già un successo: “Igiene dell’assassino” (1992) esce in Francia, dove ora vive stabilmente. La vicenda: un premio Nobel della letteratura confessa, nella sua ultima intervista, un omicidio compiuto anni prima. “Sete”, del 2019, è il suo 28° romanzo, arrivato secondo al Premio Goncourt 2019. La Nothomb ha la bravura di sfornare un libro nuovo all’anno. L’approccio narrativo è incisivo, asciutto come sempre, e serrato il ritmo della vicenda. La foto in copertina, come al solito, raffigura l’Autrice oggi.

Perché questo titolo? L’esperienza terribile della “sete” serve a sviare la mente del Signore dalle indicibili sofferenze inflitte al corpo nelle fasi del supplizio. È il sollievo utilizzato per stornare lo strazio dei tormenti del martirio subìto: il peso che grava su mani e piedi, trapassati da chiodi che lacerano la carne, la spossante stanchezza, cumulata nell’impervia salita sotto la pesante croce, la sorte senza speranza che sa attenderLo inesorabile. Il patimento generato dall’arsura funziona quindi da diversivo a questa tortura enorme, smorzando le sofferenze inflitte dagli aguzzini.

La sete, che mi ero conservato come arma segreta, si riaffaccia in me. È stata un’idea eccellente. Il tormento estremo della gola mi permette di uscire dall’orrore dei corpo straziato, il mio stato di arsura porta in sé una sal­vezza concreta.

 

In una rigorosa ortodossia dobbiamo rimproverare alla Nothomb l’avere troppo distinto nel Cristo incarnato l’uomo dalla Sua sostanziale essenza divina. In qualche punto il primo si pone in contrasto, per non dire in opposizione, con il Padre per le scelte da Questi compiute e per il mostrarsi, in certo qual modo, estraneo alla Sua stessa sostanza. Ma, come credo possiamo concordare tutti, la creazione letteraria è ben distinta dalla precisa ripetizione di quanto accaduto nella realtà e tramandato nella Storia Sacra, narrata dai nostri precursori...

Per provare la sete, occorre essere vivi. Io ho vissuto così intensamente da morire assetato.

Forse è proprio questa la vita eterna. 

Amélie Nothomb: Sete

traduzione di Isabella Mattazzi

Voland, 2020 – p. 128 - € 16,00

(Gennaoio 2021)

CURIOSITÀ

 

di Alfredo Imperatore

 

La dea Maia

La dea Maia, nella mitologia greca, era la più bella di tutte le Pleiadi, figlia di Atlante e di Pleione, amata da Zeus, col quale generò il dio Ermete, considerato l’inventore dello strumento di musica, la cetra, detta anche lira, da lui costruita stendendo le corde sul guscio di una grossa tartaruga.

Il nome Maia significa colei che porta crescita, praticamente madre, nutrice e anche nonna.A lei è dedicato il mese di maggio, che, per antonomasia, è il mese caratteristico della primavera, perché cade nel pieno della “dolce stagione”. A Napoli, per antichissima consuetudine, si celebra la festa della primavera, simboleggiata dai fiori di ginestra.

Anche nei “Fasti” di Ovidio si trova una traccia di questa usanza: <in maias festum floreale calendas> (a maggio inizia la festa floreale). In tale mese arriva anche l’abbondanza delle messi.

Il maiale

Che gli antichi Romani fossero dei buongustai e dedicassero ai convivi diverse ore della giornata, è un fatto risaputo e, come tutti gli amanti della buona tavola, davano particolare rilevanza al maiale. Ancora oggi diciamo che del maiale non si butta nulla. Essi, come d’altronde noialtri, avevano diversi sinonimi per identificare il prelibato onnivoro: sus-suis, verres-is, maialis-is (quello castrato) e aper-apri (quello selvatico).

Famoso era il maiale farcito, chiamato porcus troianus, a somiglianza del falso cavallo di legno, con l’interno pieno di guerrieri greci, imbottito, invece, questo, di deliziose ghiottonerie.

Majo o albero della cuccagna

L’abate Galiani, nel suo celebre Vocabolario delle parole del dialetto napoletano…, alla voce “Majo” ci ricorda un antichissimo divertimento popolare che si  faceva ai primi di maggio e che consisteva nell’ungere l’albero di maestra di un veliero col sego, “coronato alla cima di salami, formaggi e cose simili, premio di chi prima lo monta”. In pratica era l’attuale “albero della cuccagna”.

L’agnello pasquale

Ritornando alla dea Maia, era usanza, presso gli antichi Romani, nel mese di febbraio, sacrificarle il suo animale sacro, proprio il sus-suis. Orbene, questo sus maialis, cioè porco di Maia, si mangiava come corpo della divinità, quale sacrificio sostitutivo. Agevole il paragone con l’agnello pasquale. Corsi e ricorsi storici di vecchia memoria, anche nelle tradizioni culinarie popolari.

Majatico

È il nome attribuito a una specie di ciliegie, particolarmente dolci e grandi, ed è anche una pregiata qualità di grosse olive nere da tavola. Queste, raccolte a piena maturazione, si lasciano appassire all’ombra, poi si immettono in acqua, molto calda, per togliere l’amaro e infine si essiccano al forno.

Il  primo calendario romano

Secondo la tradizione, il primo calendario romano è attribuito a Romolo, fondatore di Roma, nel 753 a. C. Sembra fosse un calendario lunare, sulla falsariga di quello dell’antica Grecia.

L’anno era formato da 10 mesi e iniziava a Marzo, cioè Martius mensis, dedicato a Marte, dio della guerra, e padre di Romolo e Remo.

Il secondo mese era Aprile che apriva alle forze generatrici della natura e alla prosperità. Il terzo mese era dedicato alla bellissima dea Maia che, tra l’atro, simboleggiava la Terra, generatrice delle imminenti biade.

Giugno, secondo alcuni, era consacrato alla dea Juno (Giunone), moglie di Giove e regina dell’Olimpo; per altri, a Lucio Giuno Bruto, figlio di Tarquinia, sorella dell’ultimo Re di Roma.

Il secondo dei sette Re di Roma fu Numa Pompilio. Questi, nel 713 a.C. aggiunse all’inizio dell’anno due mesi: Ianuarius, Gennaio, e Februarius, Febbraio, cosicché i mesi divennero 12. Gennaio era dedicato a Giano, simbolo del Sole e della Luna: con esso iniziava non solo l’anno, ma anche ogni grande impresa. Febbraio era il mese della purificazione: februàrius mensis da fèbruus→ februàrius→ febbre, la quale purificava, se si riusciva a superare la malattia che l’aveva provocata!

Dopo Giugno, gli ultimi 5 mesi furono denominati: Quintilis (il quinto mese), Sestilis (il sesto mese), e poi September, October, November e December (mensis); il quinto mese, Quintilis, nel 44 a.C., in onore di Giulio Cesare fu detto Iulius, e il sesto, Sextilis Augustus, in onore di Cesare Ottaviano Augusto, che fu il primo Imperatore di Roma. Essi tuttora si denominano Luglio e Agosto.

Settembre, Ottobre, Novembre e Dicembre, rappresentavano gli ultimi quattro mesi dell’anno.

Però, l’insieme dei 12 mesi, corrispondeva in modo imperfetto al periodo dell’anno solare, e, per ottenere la corrispondenza, si aggiungeva, ma non con regolarità, un mese intercalare, mensis intercalaris, per eguagliare l’anno lunare a quello solare.

La rifotma giuliana

Giulio Cesare, nel 46 a.C., con la riforma, detta appunto riforma giuliana, operò una sostanziale modifica, rendendo i mesi, alternativamente, di 30 e di 31 giorni e introducendo, ogni 4 anni, un anno bisestile. Il termine “bisestile” si spiega in questo modo: a Febbraio, il giorno in più non fu aggiunto dopo il 28 del mese, bensì dopo il 24 (cioè dopo il “sesto” delle calende di Marzo) in tal modo il 25 febbraio, giorno aggiunto, fu detto dies bis sextus ante Kalendas Martius (giorno due volte sesto prima delle calende di Marzo).

A quessto punto ci preme una precisazione: fino al 46 a.C. l’anno lunare dei Romani era di 355 giorni e i mesi risultavano di 29 giorni, tranne Febbraio che era di 28, e Marzo, Maggio, Luglio, Ottobre,  che erano di 31, occorrerà tener conto di questo nell’interpretazione delle date delle lettere di Cicerone che, da quanto appena detto, risulterà chiaro che siano anteriori al 45 a.C. [La lingua dei  Romani. Fabio e Giovanni Cupaiuolo].

Inoltre, con la riforma giuliana, il settimo, l’ottavo, il nono e il decimo mese, aumentarono, nella dicitura, di due unità, per cui, nel loro nome, vi è questa “anomalia” in quanto vengono chiamati rispettivamente Settembre, Ottobre, Novembre e Dicembre, mentre a rigor di logica, bisognava  chiamarli rispettivamente: “Novembre, Dicembre, Undicembre e Dodicembre”.

La riforma gregoriana

Alla riforma giuliana seguì, nel 1582, la riforma gregoriana, voluta dal Papa Gregorio XIII, che instaurò l’anno tropico, dal greco  tròpos, rotazione, più breve di 12 giorni, che in tutto il mondo moderno è ritenuto ancora (e forse lo sarà per sempre) quello ufficiale, per l’economia, la politica, gli scambi internazionali navali, aerei, ferroviari ecc., con la sola accortezza dei fusi orari. Pertanto fu giocoforza saltare dal 4 al 15 ottobre del 1582, per riportare l’inizio della primavera al 21 marzo.

L’anno tropico è l’intervallo di tempo che intercorre tra due consecutivi passaggi del sole, all’equinozio di primavera.

Ad graecas kalendas

Calendario deriva dal tardo latino calendariu(m) da calenda, che rappresentava il primo giorno del mese.  Il libro delle calende era il registro che conteneva le notizie astronomiche, agrarie e religiose di ciascun mese e tante altre nozioni. Per di più segnava la scadenza degli interessi i quali maturavano il primo del mese.

I Greci non avevano le calende, onde la locuzione latina ad graecas kalendas, alle calende greche.

(Dicembre 2020)

Hello Napoli

 

di Mariacarla Rubinacci

 

   Anya, dai capelli ramati, l’incarnato candido come porcellana, gli occhi del colore terso del cielo dell’Irlanda, con un volo diretto Dublino - Genova aveva raggiunto la nave da crociera, che l’avrebbe portata a Napoli.  La tappa tanto sospirata era ormai all’orizzonte. In prossimità del porto, la nave avanzava lentamente, le eliche schiumavano le acque calme dell’approdo. Affacciata al balcone del ponte su cui era la sua cabina, Anya sentiva il brivido della brezza della sera che le sfiorava le labbra e l’odore salmastro che le invadeva le narici, mentre le luci di Napoli filtravano attraverso le tende della finestra. Si era preparata a visitare la città. La cultura di cui si era alimentata era imbevuta di racconti fiabeschi, di leggende degli antichi Celti dove incantesimi trasformavano i figli del sole in cani per sorvegliare la casa del gigante. Ma lo studio di architettura all’Università le aveva fatto conoscere le chiese della Napoli Sacra e si era sentita rapita dal fascino dello stile barocco con la ricchezza dei suoi stucchi. Tra i monumenti che aveva studiato, le chiese, che le apparivano tanto differenti dalle austere cattedrali irlandesi dalle pareti in pietra e dalle guglie così alte da volere sfidare il cielo.

   Era scossa da un forte brivido di emozione. Per un’intera giornata, dal mattino dello sbarco fino alla sera, al rientro sulla nave, avrebbe visitato la città. Vista dal mare, Napoli le appariva come un libro illustrato per bambini, dove i pop-up si alzano dalle pagine per affascinare. La maestosità  del castello di Sant’Elmo sembrava volesse abbracciarla, il rosso pompeiano della Reggia di Capodimomte le invadeva lo sguardo, mentre i palazzi moderni, arrampicati sulla collina del Vomero, le facevano immaginare tanta vita.

   L’escursione era iniziata dalla piazza di San Domenico Maggiore. Svoltando a destra, ecco il palazzo di Sangro di Sansevero, dove aveva abitato il principe alchimista e scienziato che aveva lasciato alla vista dei visitatori i suoi esperimenti sul corpo umano. Il Cristo Velato le aveva imposto la necessità di pregare.

   Si era avviata, poi, tra i vicoli e le strade tortuose, che risalgono la collina come serpenti striscianti. Aveva fermato lo sguardo sulle alte facciate dei palazzi d’epoca che la guardavano come volti resi rugosi dagli intonaci scrostati da dove occhieggiava il tufo giallastro. Molti momenti di vita quotidiana le avevano offerto lo spettacolo gratuito di uno scenario ammaliante e nuovo per i suoi occhi. Una giovane donna incinta poneva nella borsa della spesa un cartoccio, grondante di pesciolini guizzanti e lucenti come l’argento, più in là un garzone era attento a non far cadere il vassoio su cui erano in bilico tazzine di caffè fumante. Mentre arrancava lungo la salita, una voce alle sue spalle l’apostrofò : “ Siete fortunata signorì che non piove, vedete, le saittelle sono appilate, quando piove qui scorre la lava…”  Le era sembrato un canto, ne aveva percepito il suono, ma non le parole.

   La giornata volgeva ormai alla fine, la guida le aveva fatto anche assaggiare la famosa pizza, tanto amata da tutti e dai turisti, che solitamente si vantano di conservarne ancora il sapore. La magia della città aveva incantato la giovane irlandese. Il cielo si stava tingendo del rosso del tramonto, il golfo era striato dalle scie delle barche, che rientravano verso il porto di Mergellina, sulla collina si accendevano le luci alle finestre dei palazzi. Sembravano lucciole nella notte. Appoggiata al parapetto del balconcino della cabina, Anya salutava la città. Il transatlantico volgeva la prua al largo. Immaginava che anche la città la stesse salutando con una leggera brezza che le scompigliava la chioma color del rame, mentre la luna, qui “sempre piena e sempre tonda”  spargeva l’argento fra le onde.

   Sulle labbra una tremula parola : “ …ritornerò…

(Ottobre 2020)

Federico Fellini, realista e visionario, di Luigi Mazzella

 

di Luigi Alviggi

 

Il sottotitolo del libro recita: “L’armoniosa complessità di un genio del cinema”. Definizione sintetica ma perfetta che ben si sposa alla seconda parte del titolo nel definire l’uomo e il carattere di Federico Fellini (Rimini,1920 – Roma,1993), uno dei più grandi registi italiani del quale ricorre quest’anno il centenario della nascita. La caratteristica della produzione – 22 film - è stata la capacità di partecipare fantasie e sogni personali - affollanti l’irrazionale di ogni essere umano –, accomunandoli in un patrimonio visivo godibile per la stragrande maggioranza degli spettatori. Gli aspetti più impressivi delle sue opere si agganciano a quel fondo, misterioso e affascinante, che si adagia sopito dentro ciascuno, animandosi quando, adeguatamente stimolato, trova modo di svelare la sua esistenza. Un’altra delle grandi doti di questo Maestro indiscusso è stato il saper trasfigurare i minimi ricordi, giovanili e non, per fare di essi la direttrice di una affascinante condivisione dell’epoca e del contesto sociale relativi, riportati in immagini di rara efficacia.

Luigi Mazzella, scrittore di narrativa e di saggi in vari campi, è uomo poliedrico avendo rivestito vari e importanti incarichi pubblici al massimo livello. Questo lavoro approfondisce con precisa ampiezza di dettagli l’opera del Maestro, fornendo una sintesi del complesso panorama artistico.

Il fiabesco è l’antidoto felliniano indispensabile per sfumargli dentro una nostalgia, impossibile da dominare. Sua costituente principale il non esser più un ragazzo, malessere che la sindrome di Peter Pan ha poi generalizzato per tanti. A riguardo, l’estrema dolcezza della poetica elegiaca di “Amarcord” (1973) - in una Rimini grondante memorie degli anni ’30 mai impallidite, sature di rimpianti e amori - è forse il vertice. Poi ancora, nostalgia di essersi allontanato (fuggito?) per presunzione, magari mai perdonata nell’intimo, dai luoghi che l’hanno visto felice come lo si può essere solo nella prima gioventù, irripetibile negli anni a seguire. Per questo aspetto citiamo “I vitelloni” (1953), soprannome che, nella zona, indica i giovani che passano al meglio i giorni nullafacenti. Nel film, l’odissea dell’incoerente Fausto – un alter ego perfetto - e la fuga verso un diverso futuro di Moraldo, unico tra i cinque capace di osare tanto (lo stesso Fellini?) proietta sullo schermo gli aspetti celati di un uomo che non ha ancora trovato se stesso.

Il Mazzella individua sagacemente, nella vena ispiratrice del regista, tre momenti con fonti ben distinte. Il primo - quello delle produzioni iniziali (1950-57) - contraddistinto dalla maggiore comunione sociale e relazionale del soggetto. Il giovane non si è ancora chiarito l’universo interno e rivolge maggiore attenzione al circostante: è la presa di coscienza graduale, da parte del provinciale arrivato a Roma, della vita e dei suoi attori nel girone capitolino. Sarà il periodo delle salutari scoperte. legate alla maggiore disponibilità e apertura verso l’esterno. Il secondo è quello dei capolavori (1959-64). L’uomo si è conosciuto, avverte meno la necessità del collettivo ma si volge piuttosto ad approfondire le geniali impronte personali. È incoraggiato ad attingere alla smisurata creatività, pur non svalutando il debito inestinguibile verso gli apporti sociali. È la fase della migliore fecondità, ancora lontana da quelle divagazioni, pur sempre testimonianza di arte ai più alti livelli, lontane dal comune sentire e dunque obbliganti a un’assimilazione più analitica. La terza fase si avvicina fortemente alla “commedia dell’arte” per tecnica di improvvisazione e afflato creativo, che svicola o addirittura trascende i limiti di una sceneggiatura per lasciar campo libero alla situazione in sviluppo e agli attori che in essa agiscono. È quanto accadeva con i grandi comici del passato, per citarne solo uno, sommo: Totò. Coll’avanzare degli anni tali impulsi divengono sempre più forti sino a prendere il sopravvento e giungere alle dinamiche imprevedibili delle ultime realizzazioni: “L’intervista” (1987) e “La voce della luna” del 1990.

L’“arzdora” romagnola, la “reggitrice della casa” non è una figura esplicita nel raffinato mondo felliniano ma certo implicita nell’elemento femminile dominante in ogni suo prodotto. Ricordiamo che Fellini – uomo non esempio di fedeltà coniugale - è stato sposato con la straordinaria attrice Giulietta Masina (1921 – 1994). Moglie e musa insostituibili, hanno accomunato intimamente tantissimo: insieme per mezzo secolo di matrimonio e sette film girati.

Nel marzo 1993 Sophia Loren e Marcello Mastroianni – nella cerimonia di proclamazione degli Oscar sul palco del Kodak Theatre a Hollywood - annunciarono a Fellini la vittoria dell’Oscar alla Carriera. Sullo schermo retrostante apparvero le parole: “L’unico vero realista è il visionario”, pilastro della parabola artistica, confermato in ogni espressione professionale dallo stellare regista. La mescolanza di sogno e realtà ha imbevuto nell’intimo la sua vita e produzione. Fu il quinto Oscar ricevuto dopo i quattro precedenti dati a suoi film come miglior film straniero: “La strada” (1957), “Le notti di Cabiria” (1958), “8½” (1964), “Amarcord” (1975).

Fellini sarebbe morto a Roma il 31 ottobre successivo, la Masina l’avrebbe seguito a breve.

                                                                                    

Luigi MAZZELLA: Federico Fellini, realista e visionario

Prefazione di Antonio Filippetti

Istituto Culturale del Mezzogiorno, 2019 – pp. 128 - € 30,00

 

(Ottobre 2020)

Leonardo Pica

IL MONDO E’ DEI BAMBINI

(CHE POI DIVENTANO GRANDI)

Cosmopolis Edizioni Napoli


di Luciana Alboreto

 

Si vive e ci si lascia vivere facendo fluttuare, rapidamente, il vortice degli eventi che scandiscono, nel tempo, le nostre routinarie abitudini. La razionalità, la concentrazione, la determinazione prendono il sopravvento sulla sfera emozionale, perché la vita ogni giorno ci presenta un conto da saldare, per non soccombere. Il desiderio di soffermarsi e di idealizzare resta a lungo sopito nei meandri dell’anima. Non c’è tempo per sognare.

Improvvisamente e, per un imperscrutabile motivo, ci si può fermare. Accade qualcosa che lo consente e si può mettere tutto in discussione.

E’ quanto si è verificato nel corso dell’attuale emergenza sanitaria mondiale.

Nella solitudine della pandemia in molti si sono smarriti e disorientati, altri si sono ritrovati e ritemprati nel silenzio, alcuni, come l’autore del libro, il magistrato napoletano Leonardo Pica, si sono immersi in riflessioni profonde, interrogandosi su come potrebbe germogliare un mondo nuovo dalle ceneri di un disastro globale.

Un mondo nuovo, immaginato dall’autore, popolato solo di bambini, unici superstiti della veemenza di un virus letale. Come si formeranno senza la guida maestra degli adulti che ne curino educazione, istruzione e spiritualità? Cresceranno sognatori o inariditi dall’imprevedibile intreccio delle vicende umane? Sapranno gestire e discernere la dicotomia tra il bene e il male? La generosità e l’altruismo vinceranno sull’egoismo e sull’insana prevaricazione? L’amore puro trionferà o sarà minacciato dall’ombra del tradimento?

Dell’uomo rispondono la sua natura e volontà interiore. Sarà homo faber fortunae suae oppure homo homini lupus nel divenire di un nuovo corso storico? E’ scritto nella legge della vita l’arbitrio di volgere al bene l’intelligenza ed ogni capacità. Si potrà vivere come immersi in una favola, se ne potranno prendere secolari distanze o si potrà affermare che le favole non esistono.

«Non lo so, disse Peter Pan, l’uomo è sempre stato malvagio, ad ogni latitudine, in qualunque epoca, con tutti i regimi. E’ qualcosa a cui dobbiamo rassegnarci. Io non posso farci niente. E neanche tu. So anche, però, che ci sono sempre state, e ci sono anche tra noi, tante persone generose ed altruiste. Seguendo il loro esempio, il mondo si salverà. Anche noi finora siamo sopravvissuti aiutandoci l’un l’altro. Questa è l’unica cosa che so».

(Luglio 2020)

1920-1943: L’INCENDIO DEL “BALKAN” A TRIESTE E LA

 

FUCILAZIONE DEL MARINAIO A NAPOLI (con una

differenza)

 

di Sergio Zazzera

 

Trieste, 13 luglio 1920: un manipolo di fascisti, guidati dal leader locale Francesco Giunta, assalta e incendia il “Narodni Dom” – sede della comunità slovena cittadina, nota anche col nome di “Balkan” –, tra gli applausi della folla che li seguiva.


Napoli, 12 settembre 1943: un plotone di soldati tedeschi procede alla fucilazione del marinaio ventiquattrenne Andrea Mansi, originario di Ravello, costringendo i passanti a fermarsi, inginocchiarsi e applaudire. Il filmato che documenta l’episodio fu realizzato dalla Gestapo.

Forse, Plutarco ne avrebbe fatto l’argomento di una delle sue Vite parallele; qualche differenza tra i due episodi, però, mi sembra proprio che ci sia.

Data per scontata l’equivalenza tra fascismo e nazismo – e, quindi, tra le rispettive azioni criminose –, tuttavia, non si deve perdere di vista il costringimento dei napoletani, mediante l’uso delle armi, ad applaudire agli omicidi tedeschi (e come altro vorreste definirli?). Viceversa, l’applauso dei triestini agl’incendiari triestini (e come altro vorreste definirli?) fu sicuramente spontaneo, visto che proveniva da una folla che si era posta al loro seguito, il che non può significare altro, se non la sua condivisione di qualsiasi gesto essi avessero compiuto.

Vuoi vedere che l’A.M.G.-F.T.T. fu una forma di nemesi storica?

(Luglio 2020)

Il Papa prega per i giornalisti

 

di Luciana Alboreto

 


6 maggio 2020: dalla Cappella di Santa Marta giunge la preghiera del Pontefice ai Giornalisti. Papa Francesco, evidentemente provato per l’attuale gravità dell’emergenza sanitaria mondiale, dona continuamente momenti di elevata spiritualità, confortando e sostenendo, attraverso le sue celebrazioni ed i suoi interventi mediatici, un’umanità sconvolta dalla pandemia. Sempre intellettualmente aperto ed accogliente, tenero nelle espressioni ma fermo nelle posizioni, stanco nel volto ma disponibile a sovraccaricarsi di impegni, il Pontefice veglia con la sua presenza sulla collettività, affinchè nessuno smarrisca il filo saldo della Fede o si disorienti nel rispetto delle regole dettate dal Governo. Dall’inizio del lockdown, la sua preghiera di affidamento al personale sanitario è stata costante, sempre ricca di gratitudine per tutti coloro i quali, in prima linea, curano i malati di coronavirus, al punto di sacrificare la propria vita. Ed oggi le sue parole di elogio e speranza si sono rivolte alla categoria dei Giornalisti ai quali, anche in passato, ha più volte espresso stima per un lavoro di grande responsabilità, che merita ogni riguardo sociale ed umano. “Preghiamo oggi per gli uomini e le donne che lavorano nei mezzi di comunicazione. In questo tempo di pandemia rischiano tanto e lavorano tanto. Che il Signore li aiuti in questo lavoro di trasmissione sempre della verità”. Sempre sua questa dichiarazione passata che, si ricongiunge, perfettamente, all’attualità. “Il giornalista umile è un giornalista libero. Libero dai condizionamenti, libero dai pregiudizi e per questo coraggioso. La libertà richiede coraggio. Abbiamo bisogno di un giornalismo al servizio del vero, del bene, del giusto, che aiuti a costruire la cultura dell’incontro”. Nello scorso febbraio, all’imprevedibile vigilia della pandemia, l’Unione Cattolica della Stampa Italiana aveva elaborato il testo, “Le Beatitudini del giornalista”, mai come ora un decalogo imprescindibile, cui riferirsi, nella comunicazione.

BEATO IL GIORNALISTA CHE…

  1.  Non cerca il successo o l’interesse personale e che al centro del racconto non mette mai se stesso;
  2. che non si nasconde all’ombra del potere, ma è voce di chi non ha voce, occhi di non vede, orecchie per chi non è ascoltato da nessuno;
  3. che non alimenta paure e chiusure, ma nutre fiducia e speranza;
  4. che non si accontenta di notizie scritte a tavolino;
  5. che ascolta la coscienza e non tarpa le ali alla libertà;
  6. che denuncia tante cose che non vanno, per rendere la vita migliore;
  7. che cerca sempre la verità e mai il compromesso, anche quando c’è un prezzo da pagare;
  8. che ama la pace e la giustizia e che diventa sale, lievito e luce di comunità;
  9. che riesce a raccontare buone notizie che generano amicizia sociale;
  10. che è un artigiano della parola, ma conosce il valore del silenzio.

(Maggio 2020)

 La grande Illusione

 

di Alfredo Imperatore

 


Marx ed Engels hanno formulato una dottrina che rappresenta l’evangelo dei “protestanti comunisti”.

Questa dottrina prese l’avvio dal pensiero che si venne a formare nella cosiddetta “sinistra hegeliana”, il cui più notevole pensatore fu Federico Feuerbach. Materialista ad oltranza, egli tentò di distruggere ogni forma metafisica di pensiero ed ogni ideologia nella storia della sua evoluzione, proponendosi “di porre l’uomo sui propri piedi, mentre prima era stato posto sulla testa”.

Nel determinare la sua dottrina, attaccò la religione che disse destinata a essere soppiantata dalla filosofia, la quale, a sua volta, doveva cominciare ad avere un unico compito: quello di “mondanizzare l’idea”, di trasformarsi in antropologia. E inasprendo la sua teoria, schiettamente materialistica, giunse a scrivere: “La teoria degli alimenti è di grande importanza etica e politica. I cibi si trasformano in sangue; il sangue in cuore e cervello, in materia di sentimenti e pensieri: l’alimento umano è il fondamento della cultura e del sentimento… L’uomo è ciò che mangia”.

Per questa strada, aperta da Feuerbach, Marx ed Engels proseguirono, andando ben oltre il punto raggiunto dal loro maestro.

Essi sostennero che la religione rappresenta per gli uomini una forma di “autolacerazione, di autoalienazione in un regno fissato nelle nuvole”.

Abolizione della religione, quindi, anche perché “La rivoluzione comunista è la più radicale rottura con i rapporti tradizionali di priorità; nessuna meraviglia che nel corso del suo sviluppo si rompa con le idee tradizionali nella maniera più radicale”. Essi vollero andare oltre anche su di un altro punto fondamentale della teoria del Feuerbach. Questi si era limitato a interpretare il mondo, mentre a loro avviso il problema era quello di mutarlo completamente.

Così, mentre per Feuerbach l’uomo, considerato quale individuo singolo, rientrante nella società umana, è legato da vincoli naturali agli altri individui, per Marx ed Engels gli unici vincoli che ci legano sono quelli del lavoro, in quanto l’uomo è essenzialmente “prassi produttiva”.

Attraverso questa concezione Marx arrivò al cosiddetto materialismo storico. Per lui il fattore determinante della storia di un popolo e di tutti i popoli in genere è dato dall’attività economica, ovvero dalla produzione dei beni materiali, per cui l’unica cosa che distingue gli uomini dagli altri animali è il fatto che essi producono da sé medesimi i loro mezzi di sostentamento.

Quanto a moralità e religione, arte e scienza, diritto e politica, questi sistemi rappresentano solo degli accessori nell’evoluzione dell’umanità e sono il riflesso dell’unica genuina realtà umana: la struttura economica. Pertanto le suddette ideologie non sarebbero altro che sovrastrutture.

Questa concezione marxista, che costituisce una vera e propria mutilazione dell’uomo e di tutta la sua storia, apparve eccessiva allo stesso Engels, il quale cercò di mitigarla. Infatti, in un suo scritto affermò: “La situazione economica è la base, ma i differenti elementi della sovrastruttura sono creati dalle varie classi a battaglia vinta”.

Ora, in breve, cerchiamo di valutare il significato economico e morale della dottrina comunista-marxista. Per Marx la storia umana può essere distinta in quattro epoche: la patriarcale, l’epoca della schiavitù, quella feudale e quella capitalistica.

In queste varie tappe si è assistito ad un aumento progressivo della ricchezza disponibile per l’uomo in conseguenza dei miglioramenti tecnologici e per uno sfruttamento razionale della natura; ma, d’altro canto, è venuto restringendosi sempre più il numero delle persone alle quali questa ricchezza è stata distribuita, col conseguente aumento del numero dei poveri.

Per illustrare in qual modo il capitale sia andato accumulandosi nelle mani di poche persone, Marx espose la teoria del plusvalore.

Per comprensibili motivi non entriamo nello specifico di tale teoria. Semplificando al massimo, ci limitiamo a dire soltanto che il lavoratore ha il diritto di ricevere una retribuzione pari al lavoro necessario per trasformare la materia prima in prodotto finito. Ne consegue che il valore effettivo di un determinato prodotto deve essere commisurato alla quantità del lavoro che esso richiede. Quindi, se un operaio lavora 10 ore al giorno, la paga che l’imprenditore deve corrispondergli dovrà essere l’equivalente di 10 ore, ma, trovandosi dinanzi ad una sovrabbondanza di mano d’opera, egli retribuisce l’operaio ad un prezzo inferiore. A tal proposito si legge nel Manifesto: “Il prezzo medio del lavoro salariato è il minimo del salario del lavoratore. Dunque quello di cui l’operaio si appropria mediante la sua attività è sufficiente soltanto per riprodurre la sua nuda esistenza”.

In altre parole, se un determinato oggetto richiede 10 ore di lavorazione e l’imprenditore, invece, impone all’operaio una paga di 6 ore, egli lo defrauda di 4 ore di lavoro. Queste ore lavorative non pagate costituiscono il profitto dell’imprenditore, cioè la defraudazione che riceve l’operaio. Questo profitto, ovvero questo plusvalore, corrisponde alla quantità di lavoro non retribuito. Un vero furto ai danni dell’operaio. La sovrabbondanza della mano d’opera determina anche una spietata concorrenza che i capitalisti, a loro volta, si fanno reciprocamente, per cui, secondo le previsioni di Marx, le piccole imprese sono destinate a soccombere e ad essere assorbite dalle imprese più potentemente attrezzate.

Inoltre, con il progresso produttivo, occorrono strumenti sempre più complessi e costosi, talché si restringerà vieppiù il numero delle aziende che ne possono disporre. Ciò porterà all’accumulo del capitale nelle mani di una ristretta minoranza e, parallelamente, intensificherà lo sfruttamento della classe lavoratrice, con conseguente impoverimento e disoccupazione dell’operaio, che diviene proletario. La sua unica ricchezza, infatti, è la prole ed il salario gli consente il minimo indispensabile per la sussistenza sua e dei figli.

Al culmine di tutto ciò scaturirà inevitabilmente quella rivoluzione da lui preconizzata. Quando lo sfruttamento del proletariato,  da parte della borghesia. avrà toccato l’acme, sarà ineluttabile l’urto tra le due classi ed esso porterà all’espropriazione degli espropriatori.

Questo, ben s’intende, avverrà in modo cruento e sanguinoso. “I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro fini possono essere raggiunti solamente col rovesciamento di tutto l’ordinamento sociale finora esistente. Le classi dominanti tremino al pensiero di una rivoluzione comunista. I proletari non hanno che da perdere le loro catene: hanno un mondo da guadagnare”.

Inoltre, l’abolizione della proprietà privata porterà, di conserto, all’abolizione della società in classi.

Ma l’errore sta proprio nel fatto che si è voluto guardare solamente agli effetti negativi della concorrenza e non al lato positivo, anch’esso molto importante, in quanto la concorrenza porta a un miglioramento del prodotto, a una maggiore produzione, al calo del suo costo, alla maggiore vendita e quindi al maggiore impiego di mano d’opera.

È certamente questo il motivo per cui l’URSS, mentre competeva con gli Stati Uniti d’America per la conquista degli spazi interplanetari, non riusciva a costruire delle utilitarie, a un prezzo accessibile ai suoi cittadini!

Il datore di lavoro tenta sempre di migliorare le condizioni dei suoi operai per migliorarne il rendimento e lo stesso operaio non vedrà costantemente nella borghesia uno spietato despota, perché egli stesso spera di divenire, migliorando, un borghese.

Sta di fatto che le classi non potranno mai essere eliminate, perché, se ciò avvenisse, si formerebbero nel loro seno miriadi di altre classi e conseguenti corporazioni, ciascuna per un determinato tipo di lavoro, dall’artigiano all’operaio, dal medico all’avvocato, etc., capaci di provocare, a loro volta, lacerazioni forse ancora più profonde fra i membri della comunità.

E …  si sarebbe potuto riflettere con queste discussioni accademiche ancora per molto, se un uomo geniale, tuttora in vita, Micail Gorbacev, non fosse comparso sulla scena politica. Questi, da studente universitario, si iscrisse al Partito Comunista dell’Unione Sovietica e, attraverso una rapida carriera, nel marzo del 1990 venne nominato Presidente dell’Unione Sovietica.

Con lui il mondo occidentale conobbe due parole russe di grande importanza: perestrojka = riorganizzazione politico-economica e glasnost = libertà di espressione, tanto che, nell’ottobre di quello stesso anno, gli venne attribuito il Premio Nobel per la pace.

Nel dicembre del 1991, attraverso complesse vicende, rassegnò le dimissioni da Capo di Stato. Ma, ormai, già si era avuto l’allentamento della presenza militare sovietica nell’Est europeo, che fece risvegliare i sentimenti di indipendenza nelle repubbliche dell’URSS e nei paesi satelliti.

Il risultato di tutto ciò fu l’aumento della migrazione di centinaia di migliaia di tedeschi dalla cosiddetta “Repubblica Democratica” verso Ovest, la qual cosa portò, nel novembre del 1989, all’abbattimento del “muro di Berlino” e, con esso. all’affermazione di governi non comunisti nell’Est europeo, all’unificazione delle “due Germanie” e quindi alla vera libertà, quella libertà dei popoli, tanto auspicata dal marxismo-leninismo e dalla quale rifuggivano tutti coloro che l’avevano provata e assaporata.

Finì finalmente un’impossibile uguaglianza tra tutte le genti del mondo, ove nessuno può distruggere la propria storia nel sogno di una … grande illusione.

(Maggio 2020)

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