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UNA SITUAZIONE TRAGICOMICA   di Luigi Rezzuti   Simone ha 35 anni, il suo hobby è andare in bicicletta, ha la fortuna di abitare a Posillipo in una...
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Come sara’ il Natale 2020?   di Luigi Rezzuti   Le nuove strette del Dpcm, dovute all’aumento dei casi di Covid 19, fanno pensare che il Natale 2020...
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Vaccinazione over 80   di Luigi Rezzuti     Circa un mesetto fa, tramite mia figlia, ho fatto la prenotazione per la vaccinazione over 80. Dopo...
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BRADISISMO A POZZUOLI   di Luigi Rezzuti   L’area dei Campi Flegrei è caratterizzata dal fenomeno del bradisismo, legato all’attività vulcanica. In...
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Terapie digitali: innovazione fulcro della sanità del futuro   di Annamaria Riccio   Presentato il LIFT Lab come promotore di soluzioni che si...
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‘O PAESE ‘E MASTU RAFELE   di Sergio Zazzera   Nel 1869 Antonio Petito diede alle stampe il testo di un suo lavoro teatrale, intitolato So Masto...
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Leonardo Pica IL MONDO E’ DEI BAMBINI (CHE POI DIVENTANO GRANDI) Cosmopolis Edizioni Napoli di Luciana Alboreto   Si vive e ci si lascia vivere...
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DONNA LUCIA   di Luigi Rezzuti   La vita scorreva lenta nel piccolo borgo di Casalvelino, in provincia di Salerno. Era appena l’alba e un pallido...
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Testimonianze artistiche nel borgo dei Vergini   di Antonio La Gala   In un precedente articolo abbiamo esposto brevemente, dal punto di vista...
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Curiosità

 

di Alfredo Imperatore

 

Tarallo

 Il tarallo è un biscotto a ciambella, cioè di forma circolare con un buco nel mezzo, tipico dell’Italia meridionale, dolce, ma specialmente salato.

Quello salato, io lo definirei un tortano in miniatura, formato, però, solo da farina tipo zero, sugna, sale, pepe con sopra qualche mandorla sgusciata, senza altri ingredienti come salame, formaggio, ciccioli, uova sode ecc., anch’esso attorcigliato come il tortano.

C’è ancora un’altra differenza “sfiziosa”: mentre tarallo attualmente è riportato da tutti i Vocabolari di madrelingua, il tortano, pur essendo di uso comune in tanta parte d’Italia, non è ancora entrato nelle voci dei nostri Dizionari.

Se è facile la manifattura dei taralli, difficile è il ripescaggio della sua etimologia.

L’avv. Renato de Falco, “il maestro di color che sanno il napoletano”, incomincia la sua disamina partendo dall’Abate Galiani che scrive pudicamente: <Tarallo, ciambella, e, in senso osceno ed in gergo, il forello>, prosegue affermando che il discorso rischia di farsi accidentato per rintracciare la sua origine.

Egli scarta il greco  talos = germoglio, contentezza, canestro, che non hanno alcun nesso col nostro biscotto, e il lat. torreo, es, torrui, tortum, torrere= abbrustolire, ciò varrebbe per il torrone, ma non per il nostro tarallo, ed è orientato, sempre al greco, ma a  tornos = che indica un oggetto tortuoso.

Inevitabile, adesso, è il ricordo della canzone Napule ca se ne va (1920) di Ernesto Tagliaferri nei meravigliosi versi: <e figliole, pé sottaviento, mo se fanno ‘na suppetella cu’ ‘e taralle ‘int’all’acque ‘e mare.. >.

Postilla. Se dopo una lite si fa subito pace, si usa dire: è finito tutto a tarallucci e vino.

Codicillo, Ricordiamo come curiosità, che al nostro onorevole e futuro Presidente della Repubblica, Giovanni Leone, in una delle tante crisi dei governi democristiani, fu proposto di farne uno nuovo e, dato che si era in estate, fu chiamato “Balneare”.

Si racconta che Egli, dopo aver accettato, abbia detto ad alcuni amici: <M’hanno pigliato pa’ ‘a sporta ‘o tarallaro>, per significare qualcosa che è sempre presente in tutte le stagioni.

Nota. La prima attestazionedi tarallo si trova nello Statuto di Ancona, ben cinque secoli prima dell’adozione nella lingua nazionale, come attributo nella loc. pan tarallo a indicare una sorta di galletta, un ritaglio di pane asciutto (Guglielmotti 902). (Nocentini).

(Marzo 2023)

ELOGIO DELL’APOSTROFO ALLA FINE DEL RIGO

 

di Sergio Zazzera

 

Ricorderete, sicuramente, che il vostro maestro delle elementari vi segnava in blu l’apostrofo messo “in fine di rigo”, cosa che – a suo dire – non si sarebbe dovuta fare mai. Ebbene, qualora doveste incontrare quel maestro, siete pregati di segnare in blu (magari, con vernice e pennello) lui stesso.


Partiamo da una considerazione: il “rigo” altro non è, che la trasposizione in grammatica della “retta” della geometria, la quale è, per definizione, infinita: dunque, se il “rigo” – del quaderno o del foglio protocollo – s’interrompe, ciò è dovuto soltanto alla “finitezza” delle dimensioni della pagina, mentre noi dobbiamo immaginarlo nella sua naturale continuità.

Ciò posto, è corretta la collocazione dell’apostrofo alla fine del rigo, come si può vedere, oggi e di solito, negli articoli di giornali e riviste; ed è proprio qui che volevo arrivare. Ancora adesso, ma ancor più quando la stampa richiedeva la composizione a piombo delle pagine, il proto, che s’imbatteva in una sequenza del tipo «alla fine di una / altra giornata» (e qui il simbolo “/” indica la fine del rigo della minuta, scritta dal maestro di cui sopra), qualora nel comporre la pagina si fosse ritrovato quel «una» nel corpo del rigo, l’avrebbe lasciato così, pari pari; con la conseguenza che il lettore si sarebbe trovato, a sua volta, nella condizione di leggere quel testo «col bitume in bocca», per dirla con Claudio Marazzini. E non so a voi, ma a me il sapore del bitume provoca disgusto.

(Marzo 2023)

PROCIDA MARINARA

 

La speranza dell’isola di primeggiare sui mari dell’intero universo nell’edizione riveduta e aggiornata di Procida Marinara, scritto da Sergio Zazzera e pubblicato da Edizioni Fioranna.

 

Come il luccichio delle onde illuminate dalla luna in una sera d’estate, Procida splende più che mai in questo 2022 che la vede Capitale Italiana della Cultura. E brilla, ancor più, voltandosi alle spalle per scrutare uno dei punti cardine della sua cultura: la marineria. Quando è trascorso ormai un quarto di secolo dalla prima edizione di Procida Marinara di Sergio Zazzera (1997, edizioni napolitane de il Sebeto), eccone una nuova, riveduta e aggiornata di questa completa sintesi storica che rivela come le attività marinare hanno costituito, per secoli, la fonte di reddito principale per Procida, la cui flotta ha conteso a lungo il primato a quella della costiera sorrentina. Oggi, invece, quello di Procida marinara è poco più che un mito. La frammentarietà e la dispersione delle notizie che concernono le vicende della marineria procidana, nonché la difficoltà di accesso a molte delle fonti, ne hanno reso non semplice la ricostruzione, che è stata realizzata col ricorso, oltre che a libri, periodici e documenti di varia natura, anche a reperti di cultura materiale e a fonti orali, pur con le ben note difficoltà esegetiche che vi sono connesse.

A quest’opera fu assegnato il premio Penna d’argento nell’edizione del 1998 della Fiera del libro di Procida. Assente dalle librerie ormai da un quarto di secolo, è riproposta nel momento in cui Procida ha assunto il ruolo di Capitale italiana della Cultura, grazie a Sergio Zazzera ed Edizioni Fioranna, casa editrice napoletana sempre attenta ai fenomeni culturali dell’isola. All’interno del volume, durante la narrazione, immagini e documenti storici davvero unici per ricostruire una storia che luccica. Zazzera lo spiega nella premessa: «È un dato di fatto innegabile che – mentre gli ischitani si dedicavano all’agricoltura e i capresi a una forma primordiale di turismo – la storia di Procida sia stata realizzata, in terra, dai sacerdoti e, sul mare, dai naviganti («acqua santa e acqua salata», potrebbe dirsi, parafrasando un modo di dire borbonico), poiché sono queste le classi sociali che hanno, sempre, espresso – e, per lo più, continuano a esprimere – le due maniere di manifestarsi della cultura dell’isola, la più originale delle quali finisce per essere, per ragioni fin troppo scontate, proprio l’ultima di esse. E, se, nella contesa con la costiera sorrentina, Procida fu seconda per consistenza della flotta, viceversa, per dimensioni degli scafi essa primeggiò, indiscutibilmente, laddove, oggi, e da alcuni decenni, ormai, il mito di Procida marinara vive tra l’“imbalsamazione”, per lo più, compiaciuta, del passato e la ricerca – febbrile, quanto vana – di un’identità per il futuro”.

Lo stesso Sergio Zazzera, spiega così la voglia di raccontare Procida marinara: «La marineria costituisce per Procida - rivela l’autore - insieme con la religiosità, popolare e non, e con l’agricoltura, uno dei cardini della cultura locale. Mi è sembrato giusto, dunque, celebrarne i fasti nell’occasione di Procida Capitale italiana della Cultura 2022».

Con lo stesso entusiasmo Anna Fiore, titolare della casa editrice Edizioni Fioranna (www.edizionifioranna.it): «Dal 2008 siamo sempre vicini a tutto ciò che riguarda la cultura di Procida e pubblicare un volume del genere, scritto da una penna autorevole come quella di Sergio Zazzera, per noi è importantissimo. La storia della marineria procidana – spiega Anna Fiore – è uno dei fulcri principali dell’isola. Grazie all’autore abbiamo potuto vedere, toccare documenti storici originali come passaporti o atti di compravendita delle barche. Un vero privilegio. Avere nel nostro catalogo una pubblicazione sulla marineria procidana è per noi motivo di vanto».

(Luglio 2022)

Il forte di Vigliena

 

di Antonio La Gala

 

Nel primo decennio del Settecento, per motivi di difesa, fu costruito sulla costa vesuviana un fortino, con funzione precipua di difesa verso il mare. Fu chiamato Forte di Vigliena, per ricordare il vicerè che ne iniziò la costruzione, il marchese di Villana, l’ultimo vicerè spagnolo di Napoli.

Sorgeva poco più di un chilometro dopo il Ponte della Maddalena, fra il mare e la via che portava alla Reggia di Portici, ed in effetti era la prima ed isolata difesa sul lato orientale della città.

Era una costruzione di forma pentagonale, il cui perimetro sviluppava circa trecento metri di lunghezza. Sul lato verso il mare le mura erano chiuse e ai lati si notavano due bastioni sporgenti: quello rivolto verso Napoli conteneva il deposito delle polveri, l’altro il deposito delle armi; sette cannoni di grosso calibro erano puntati verso il mare.

Al forte si accedeva dal lato verso terra (anch’esso munito di due bastioni) mediante un ponte levatoio su un fossato. Era difeso da quattro cannoni, di diametro più piccolo, e da diverse fucilerie.

“L’arredo interno” del forte era quello classico: corpo di guardia, cammino di ronda, casematte per gli artiglieri, officina, vivanderia, pozzo, alloggiamenti per i militari.

Il forte di Vigliena visse il suo momento di gloria (e di sangue), nel giugno 1799, quando le truppe del cardinale Ruffo, provenienti dalla Calabria, espugnarono Napoli, cacciandone i giacobini della Repubblica Partenopea.

Il forte, ultimo avamposto prima della città, era difeso da 150 rivoluzionari della Legione Calabrese Repubblicana, comandati dal prete calabrese Antonio Toscano.

Allo spuntare dell’alba del 13 giugno fu assaltato dagli uomini di Ruffo. Verso l’una di notte, quando questi già erano penetrati nella roccaforte, saltò in aria la polveriera.

Un fulmineo intenso chiarore squarciò il buio della notte, accompagnato da un fortissimo tuono. Nell’esplosione morirono tutti, vinti e vincitori, affratellati anche nella morte, visto che si trattava, da una parte e dall’altra di combattenti quasi tutti provenienti dalla Calabria.

Gli studiosi non sono concordi se attribuire lo scoppio ad un errore dei difensori che dopo aver minato il forte non fecero in tempo ad uscirne, oppure ad un deliberato gesto del comandante  Toscano, o infine all’infuriare della battaglia.

Non è facile dire veramente come andarono le cose. A qualcuno è sembrata apologetica verso i giacobini la versione di Pietro Colletta secondo la quale il prete Antonio Toscano, comandante della guarnigione, animato dallo spirito degli Eroi delle Termopili o emulo di Pietro Micca, quando si rese conto che il forte era stato conquistato dagli avversari, si trascinò eroicamente, benché gravemente ferito, fino alla polveriera, dandole fuoco, per distruggere i nemici che vi erano penetrati.

Il Re borbonico, restaurato sul trono, provvide a restaurare anche il forte, che nel 1861 passò all’esercito italiano postunitario, con funzione soprattutto logistica per i militari di passaggio verso il resto del Sud.

Ridotto poi in ruderi, nel 1891 i suoi ruderi furono dichiarati “Monumento Nazionale” e recintati.

Nel secondo dopoguerra, seguendo un copione molto diffuso dalle nostre parti, la zona, non vigilata da nessuno, divenne deposito di rifiuti e spazio per catapecchie. Il forte fu cancellato definitivamente, alle soglie dei nostri giorni, dal tradizionale disinteresse per le memorie storiche e dalla non meno tradizionale incuria.

A ricordarlo rimane il molo portuale sistemato negli anni Trenta nei suoi pressi. Chi poi vuole avere un’idea del forte diroccato, può andare a vedere un quadretto dipinto nel 1913, ospitato nel Museo di San Martino.

(Aprile 2022) 

IMMAGINI DI UNA NAPOLETANITA’ D’ALTRI TEMPI

 

di Sergio Zazzera

 

Una malintesa maniera d’intendere la globalizzazione potrebbe indurre a considerare come una caratteristica negativa la Napoletanità: perfino il più recente Raffaele La Capria mostra già di farlo, rinnegando di fatto quella sua originaria, quanto benefica, distinzione fra “napoletanità” e “napoletanitudine”, che pure costituirebbe un utile contributo alla salvaguardia dell’identità napoletana, della quale, poi, guappo e femmeniello, autentici “figli di Partenope”, costituiscono due maniere distinte di atteggiarsi.

Quanto al primo di costoro, Ernesto Murolo cantava, in Napule ca se ne va, «quann’’o guappo era ‘nu rré»; e, infatti, costui incarnava il volto benevolo di un’alternativa alla legalità, propria di altri tempi, atteggiandosi a paciere/giustiziere con una pretesa di rispetto, ch’egli stesso riteneva giusta e che per tale gli era riconosciuta, quasi come una ricompensa, da coloro che ricorrevano alla sua interposizione. È noto, poi, come una virata in senso negativo abbia operato nel senso della cancellazione – meglio, sopraffazione – di questa figura da parte di quella del camorrista.

A sua volta, il femmeniéllo, costituisce l’immagine di una diversità, che l’apertura mentale del popolo napoletano ha sempre accettato e che soltanto la ricerca del “nemico” da proporre al popolo (questa volta, non soltanto napoletano, bensì a quello italiano intero), che il regime fascista si era posta come obiettivo, riuscì a rendere oggetto di persecuzione, determinandone, addirittura, qualche deprecabile strascico anche nell’Italia liberata.

A ricostruire la fisionomia di queste due figure provvede oggi Monica Florio, passando in rassegna tutte le possibili fonti – letterarie, giornalistiche, iconografiche – e offrendo, così, un valido contributo al salvataggio di componenti preziose del patrimonio identitario del popolo napoletano; il quale oggi, più che mai, ne ha enorme bisogno.

MONICA FLORIO, Storie di guappi e femminielli (Napoli, Guida, 2020), pp. 148, €. 15,00.

(Aprile 2022)

IL ROMANZO DELLA FINE DI UN REGNO

 

di Sergio Zazzera

 


Della nutrita comunità svizzera vissuta a Napoli nel secondo periodo della monarchia borbonica (da Ferdinando II in avanti) si conosce davvero poco; eppure, ancora tanti Brinkmann, Gily, Huober – a tacer d’altri – vivono tuttora nella ex-capitale delle Due Sicilie. Un tassello consistente, però, al mosaico di questa storia arriva ora dal romanzo di Elio Capriati, Alla fine di un regno, un titolo che arieggia quello del celebre saggio di Raffaele De Cesare e che annuncia con immediatezza il proposito dell’autore, di narrare gli ultimi momenti della vita del Regno delle Due Sicilie dall’ottica di due fratelli di origine elvetica trapiantati a Napoli.

Ho già osservato altre volte che la storia può essere scritta oppure narrata, e Capriati ha scelto questa seconda via, che sicuramente agevola la diffusione della sua opera presso un pubblico più ampio. Quanto, poi, alla scelta del tema, ho pure osservato in passato che, già sul primo trentennio dell’’800, si affermarono due filoni: quello, cioè, delle vicende di un protagonista-personaggio storico (fra tutti, Marco Visconti, raccontato da Tommaso Grossi) e quello di una storia di gente comune, che si staglia sullo sfondo di avvenimenti storici (fra tutti, I promessi sposi, di Alessandro Manzoni). E qui Capriati si è mosso a metà strada tra i due filoni, affiancando, in primo piano, personaggi reali ad altri di fantasia, con la conseguenza di far emergere i riflessi della politica del momento sulla vita dell’uomo comune.

Quanto ai contenuti, va osservato subito che fin dalle prime pagine traspare la profonda conoscenza del momento storico da parte dell’autore, il quale, poi, dedica nella descrizione un’attenta cura ai particolari e riesce a rendere veramente con poche parole la collocazione spaziotemporale degli avvenimenti.

Da ultimo, il finale della narrazione, sviluppato, in maniera tacitiana, in una sola pagina, si colloca in una posizione intermedia tra Il Gattopardo, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, e Il giorno del giudizio, di Salvatore Satta (non a caso definito “Il Gattopardo dei poveri”): la lettera di Harriet a Josephine, il congedo di Garibaldi dalla città e la partenza di Konrad per Marsiglia lasciano presagire, con buona fondatezza, che per Napoli tutto era cambiato, perché nulla cambiasse. Come, del resto – e purtroppo –, fu.

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ELIO CAPRIATI, Alla fine di un regno (Torino, Robin, 2021), pp. 232, €. 14,00.

(Marzo 2022)

Cento idee per l’albergo dei poveri

 

di Luigi Rezzuti

 


Palazzo Fuga, l’imponente edificio di piazza Carlo III è diventato un palazzo che pullula di vita al suo interno, una vita disordinata e spesso non autorizzata.

Ora il ministro per il Sud, Mara Carfagna e Dario Franceschini, ministro per la Cultura, hanno promesso 100 milioni di euro del Recovery Fund, ottenuto dall’Europa, a seguito della pandemia, a questo gigante che potrebbe trovare tante destinazioni d’uso e forse, finalmente, un restauro definitivo.

Oggi, questo, è un luogo di storie perdute, ma anche ricettacolo di immondizia e allevamento abusivo di pitbull. Un paradosso, nel pieno centro della città.

Il terremoto dell’80 provocò il crollo di alcune sue parti, completandone il disfacimento, come si può agevolmente notare percorrendo la tangenziale, dall’Arenella a Capodimonte e dando un’occhiata al retro dell’Albergo dei Poveri, completamente privo del tetto.

Nel primo decennio del 2000 venne realizzato un restauro parziale, fra polemiche e critiche.

Non sono mancate proposte da autorevoli studiosi, né progetti, ma le amministrazioni sono state sorde.

Filippo Patroni Griffi, ex ministro e presidente del Consiglio di Stato, anticipò lo scorso anno, quanto oggi raccolto da Carfagna: “Serve il concorso di tutti, dal ministro dei Beni culturali a quello del Sud, alla Regione, di quanti hanno a cuore le sorti della nostra città, deve essere un restauro complessivo del palazzo, ma prima ancora serve sapere che farne”.

Lo storico dell’arte e dell’architettura, Cesare de Seta, riprendendo un’idea già da lui lanciata, aveva sottolineato la caratteristica della divisione in spazi dell’Albergo dei Poveri.

Ora, a causa della pandemia, quei corridoi nettamente isolati e all’aperto, si rivelerebbero di grande utilità funzionale e architettonica. Restaurarlo non è mai stato urgente, per i nostri politici, eppure quest’architettura unica, in rovina da molti decenni, suona vergogna per la classe dirigente della città. E tuttavua, nonostante tutto, conserva intatta la sua identità architettonica.

Il restauro della struttura non può condursi pezzo per pezzo, ma deve essere chiara la visione dell’insieme e la destinazione d’uso.

La sua bellezza si è smarrita persino nella facciata, che oggi risulta di un bianco anonimo e provvisorio, mentre era bicroma: bianca e rosa.

Una così immensa costruzione potrà e dovrà avere un uso polifunzionale.

Uno stanziamento di 100 milioni di euro è una cifra di cui tener conto per un monumento del genere. Non vorremmo che questa occasione si sprecasse, come è accaduto a Napoli più volte.

È il momento di immaginare una città diversa.

“Cento idee per l’Albergo dei Poveri” Si articola complessivamente intorno a tre indirizzi:

1- sede museale per valorizzare la storia e la cultura del territorio e le tante opere che non trovano ospitalità nelle gallerie attualmente esistenti e factory della cultura sul modello del “Lincoln Center” di New York.

2– finalità socio-assistenziali per il supporto a senza fissa dimora, minori, anziani, immigrati e ad associazioni ed enti del Terzo Settore, che mirano a questi scopi.

3– realtà giovanile attraverso percorsi di istruzione e formazione, ostello per studenti e turisti, spazi di co-working e incubatore di start-up.

Non sono mancate nemmeno proposte di riqualificazione dell’area all’aperto della struttura e suggerimenti per dar vita ad un parco pubblico attrezzato e collegato al vicino Orto Botanico, nonchè indicazioni ad ospitare all’interno di Palazzo Fuga alcuni uffici pubblici di istituzioni locali, nazionali e comunitarie.

Secondo le previsioni la ristrutturazione dovrebbe avere termine nel 2026.

A tal proposito è intervenuto il Sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, dichiarando: “Tra pochi giorni firmeremo l’accordo con i ministeri della Cultura e del Sud per la realizzazione del progetto di valorizzazione dell’Albergo dei Poveri. Palazzo Fuga è una delle grandi opportunità non utilizzate della città, un palazzo che è esso stesso un palazzo-città, per il quale c’è già un investimento nel Pnrr per il programma di valorizzazione, non solo di Palazzo Fuga, ma anche di  piazza Carlo III, che è uno snodo importante legato ai nuovi progetti sui trasporti della città. È  uno dei pezzi di rivalutazione e di trasformazione urbana di cui i cittadini sentono un grande bisogno e soprattutto gli abitanti di questa parte della città. Questa è una bella sfida che abbiamo davanti e a cui daremo delle risposte”.

(Febbraio 2022)

VOMMERO SULITARIO

 


E’ in libreria il volume Vommero Sulitario, del quale è autore il nostro capo servizio Sergio Zazzera; qui di seguito ne pubblichiamo la scheda editoriale:

La possibilità di accesso a una ricca messe di documenti, quasi tutti inediti, ha consentito la ricostru­zione di una serie di “storie”, più che di una storia organica del Vomero, il famoso “Quartiere dei broccoli”, che spaziano dal secolo XVI fino al XIX. A questi episodi se ne affiancano altri, documen­tati da scritti per lo più introvabili e da vecchi articoli di giornale, sconosciuti o dimenticati, che spo­stano la narrazione, sia all’indietro, che in avanti, dall’età romana, fin quasi al giorno d’oggi. Si tratta di vicende che hanno per protagonisti nobili, ecclesiastici, artisti, letterati, ma anche gente comune, e finanche criminali, e per teatro località, edifici, angoli della collina; vicende che, lette nel loro insieme, consentono di formarsi un’idea dei mutamenti subiti nel tempo dal quartiere e dalla sua popolazione e, nello stesso tempo, tentano di correggere inesattezze divenute, purtroppo, tralaticie.

(Dicembre 2021)

Il Risveglio

    

di Mariacarla Rubinacci

 

   Apro la finestra, la luce mi abbaglia. Sì. Si comincia daccapo.

E allora, via con il programma, sì, ce l’ho. Il mio corpo si lava con l’acqua della ripresa, mi sento purificata. Ma la memoria si mischia all’attualità, non va dimenticata, anzi, va onorata per sentire scorrere fra le dita l’acqua che lava, le macerie di ieri schiacciano sempre l’animo, ma il profumo del risveglio oggi odora di speranza. L’incubo si è trasformato in storia, l’eternità l’ha copiata, ma ha finito di scrivere pagine di ombre.

     E’ il tempo delle nuove conquiste e con esse arriva il progresso.

La luce mi abbaglia, la carezza del nuovo giorno mi arrossisce le guance, il sole si fa ribelle, si fa fluido, vuole prepotentemente far scorrere la sua vitale energia là dove la luna era rimasta di ghiaccio. Guardo questo sole, rischio la cecità per cercare la luce, ma mi sento folle, lì, alla finestra sul mondo che si risveglia.

L’incubo si disperde finalmente e gli occhi restano aperti, mentre allargo le braccia dopo il sonno perché ho lasciato il buio delle profondità. La pelle è fremente di ansia e il passo aspetta l’altro per avanzare sulla strada nuova. Allungo la mano, è forte, è viva, la protendo verso un’altra, insieme spazzeremo via le foglie cadenti e i nostri visi felici si arrossiscono di fatica.

      Ecco, laggiù già vedo gemme colorate come sogni che si riaprono alla vita, sento l’eco del ritorno che torna con la sua cantilena stridente. E’ la vita che va verso nuove passioni per farsi cogliere da chi vuole coglierla.

   Oggi è Natale e tutto è azzurro, i cuori rivolgono i battiti verso le anime affamate di pace, l’odore dell’incenso allarga le narici e gli uomini finalmente sorridono alla speranza. Sulla strada però c’è ancora un capo chino, non ha di che sperare, ma sa ancora attendere fiducioso una carezza, la nostra.

E’ Natale. Un Bimbo è nato, è nata la purezza che dovrà vigilare sugli istinti.

L’Amore sia il palpito essenziale per frenare quel vento che ancora vuole frantumare.

(Dicembre 2021)

LA CITTA’ DI TRANI

 

di Luigi Rezzuti

 


L’Italia non finisce mai di stupirci. Durante l’estate eravamo in Puglia e abbiamo deciso di andare a visitare la città di Trani. È stata una tappa non prevista perché solo all’ultimo momento abbiamo deciso di fare una sosta in più.

Avremmo voluto avere più tempo a disposizione e tuttavia visitare Trani in un giorno ci è bastato per rimanere affascinati da questa cittadina.

Sorge sulla costa occidentale della Puglia, detta anche il “tacco d’Italia”.

Si affaccia sul porto turistico in un mare azzurro, con viste mozzafiato.

Il suo punto di riferimento più famoso è la splendida chiesa di stile romanico, intitolata al patrono, S. Nicola Pellegrino.

Questa piccola città è densa di importanti attrazioni culturali. È un borgo marittimo che può essere visitato in poche ore, soprattutto a piedi.

Il modo migliore per affrontare la città è dirigersi verso il centro storico e lasciarsi andare all’istinto, ma ci sono alcune cose da non perdere assolutamente.

La nostra visita ha avuto inizio dal Duomo e dalla chiesa di San Nicola Pellegrino.

La chiesa risale al 1143 ed è costruita in stile romanesco, semplice ma suggestiva, in una posizione incredibile, infatti non si trova nel centro cittadino, come ci si aspetterebbe, ma è situata sul lungomare.

Uno spettacolo mozzafiato: la massiccia struttura color crema contrasta con lo sterminato orizzonte dal blu profondo.

Il porto turistico è proprio di fronte alla cattedrale.

Le vie di Trani sono un susseguirsi di scorci, su cui posare lo sguardo, specie in una giornata dal cielo azzurro, quando la pietra chiara dei palazzi risalta ancora di più.

La cattedrale di santa Maria Assunta è probabilmente l’edificio più importante della città: la maestosa costruzione in stile romanico pugliese si erge in un’ampia piazza, a due passi dal mare.

Una posizione scenografica che valorizza ancora di più le proporzioni e la bellezza della chiesa, costruita anch’essa con il tufo rosa, quasi bianco, estratto dalle cave cittadine.

La costruzione della Cattedrale iniziò nel 1099 per volere del vescovo in onore del pellegrino San Nicola, arrivato dalla Grecia e sbarcato a Trani.

Fu completata nel 1200, fatta eccezione per il campanile, che è successivo.

All’interno abbiamo potuto vedere le tre navate, mentre nella parte inferiore abbiamo visto l’ipogeo di San Leucio.

Durante la nostra visita ci siamo soffermati a vedere il castello Svevo risalente al 1233 dove soggiornò spesso il figlio di Federico II, che qui celebrò anche le sue nozze.

In una delle torri fu impiccato Pietro Tiepolo, il figlio del doge di Venezia, ma fu anche imprigionata la contessa di Caserta Siffridina.

Il castello ha subìto diversi interventi architettonici e nell’Ottocento fu anche destinato a carcere, prima di essere riconvertito in museo, negli anni ’60.

Abbiamo passeggiato per le graziose stradine del centro storico: le viuzze che si diramano dal porto sono una delizia, con i balconi in fiore, le architetture inaspettate dei palazzi dell’aristocrazia.

Nonostante avessimo poco tempo, abbiamo gironzolato parecchio per le vie godendoci gli scorci e fermandoci per un aperitivo.

Locali carini, dove fermarsi per una sosta, di certo non mancano.

In pomeriggio siamo andati nel quartiere ebraico, anch’esso situato nel centro, per poi passeggiare nella zona del porto.

I porti sono sempre luoghi di fascino e storie e un giro vale, in ogni caso, la pena di farlo.

Nei pressi del molo di Sant’Antonio abbiamo visitato il “fortino”, un’antica opera difensiva da cui si gode di una vista privilegiata sulla città.

Passeggiando, passeggiando, alla fine della nostra visita, abbiamo trovato un forno che fa una delle focacce più buone che abbia mai mangiato.

(Novembre 2021)

LA SCACCHIERA DI AUSCHWITZ, di John Donoghue

 

di Luigi Alviggi

 

Al centro della narrazione c’è il Campo di Sterminio di Auschwitz, cittadina polacca oggi Oswiecim. A inizio anni ’40 fu il luogo ove saranno ammassati migliaia di ebrei e massacrati più di un milione. Il romanzo si svolge in due periodi intrecciati: il primo dal ‘39 al ’45, durante la seconda guerra mondiale; il secondo nel ‘62 ad Amsterdam con la locale selezione per il Campionato Mondiale di Scacchi. Nucleo della narrazione - con un’indagine dettagliata sull’atroce vita dei prigionieri, la peggiore dell’intera storia umana - due uomini. Il primo, Emil Clément, ebreo francese, orologiaio, molto abile ed eccellente scacchista. Il secondo Paul Meissner - tenente delle SS, poi capitano, decorato con Croce di Ferro – per l’invalidità subita vi viene trasferito con l’incarico di far crescere la produzione militare. Emil è catturato con la moglie Rosa, la madre e i due bambini, mentre tenta di fuggire in Svizzera: finiscono tutti nel campo. Paul, uomo intelligente, non trapanato dalle dottrine naziste ma costretto dal ruolo ad accettare soprusi d’ogni genere verso i prigionieri. C’è anche un terzo attore, in ombra all’inizio, Willi Schweninger,ex nazista, avversario nel torneo di Amsterdam e sconfitto dal francese. L’abile Emil, chiamato da tutti l’orologiaio, sarà assegnato al reparto produzioni belliche, un gradino sopra i lavori forzati dove può accadere il peggio, uno sparo letale al prigioniero alla prima occasione. E, per quel minimo che scampava alle SS, sul posto c’era anche la Gestapo, il vertice dell’infamia!

Il libro, molto efficace nelle rievocazioni, descrive in dettaglio la terrificante vita degli internati, costretti a vivere momenti tragici sin dall’arrivo. Scendendo dai vagoni piombati di trasporto - stipati all’inverosimile e con i primi morti già in viaggio – devono abbandonare i pochi beni portati e, divise le famiglie - donne e bambini, vecchi, malati e deboli da un lato - sono tagliati in gruppi, con la parte non in grado di lavorare, avviata alle camere a gas. Al termine della guerra, gli arrivi ad Auschwitz saranno così numerosi che la selezione mortale si allargherà anche a quanti prima non avrebbero subito tale sorte. A questo si aggiunge la settimanale “Selektion” in ogni blocco per quelli, non più efficienti, da gassare.

Meissner, sull’ordine di Goebbels di creare iniziative per alzare il morale, ha l’idea di svolgere un torneo di scacchi. All’inizio idea stramba, avrà successo. Gare separate, una tra prigionieri e l’altra tra nazisti. Con il successo Meissner progetta una sfida centrata sul francese, trionfatore del torneo prigionieri, contro i migliori SS. C’è anche la forte spinta di quanti si arricchiscono con scommesse sulle partite. Emil, contrario all’inizio, viene adescato con promesse di indagine sulla moglie, della quale non sa più nulla, e con il miglioramento del pasto. Ma lo convincerà altro. Nelle baracche dormono due per cuccetta: Yves, anche francese, è compagno di Emil. Si abbracciano di notte per alleviare il freddo e dividono anche il minimo tozzo di pane procuratosi con astuzie varie. Yves però, ai minimi termini, sta morendo di fame. Emil acconsentirà al torneo se l’altro, aiutato da Meissner, sarà messo in grado di sopravvivere. Su questa intesa Yves, il beneficato, non è d’accordo:

 

La risposta di Yves però non è quella che Emil si aspetta.

«E che succede se perdi?»

«Non perderò.»

«Ma potresti. Ciò che stai dicendo, Emil, è che se perdi con ogni probabilità io sarò scelto nella prossima Selektion, e se vinci ti dovrò la vita.»

«Yves, fidati di me, non perderò.»

Con un fervore che Emil non vede da molto tempo l’amico dice: «Io di te mi fido, Emil, ma non è questo il punto. Non capisci? La mia vita non è una cosa che puoi contrattare. Io non sono un pezzo degli scacchi con cui puoi giocare».

Emil è sconvolto dalla reazione dell’amico. «Ma hai detto che uno di noi doveva sopravvivere, per raccontare alla gente di questo posto».

«Intendevo te, Emil, non me. Io non mi aspettavo, non mi aspetto, di sopravvivere. Guardami. Non posso andare avanti a lungo. Qualche giorno, forse qualche settimana.»

 

E, in memoria di Yves e del suo triste destino, leggiamo le parole che Emil, ora scrittore affermato, dirà una ventina d’anni dopo a un amico inatteso, venuto fuori dal nulla:

 

“Avevo un amico che morì ad Auschwitz, il migliore amico che avessi mai avuto. Ho cercato di salvargli la vita ma non me lo ha lasciato fare, non ha voluto rinunciare alla sua dignità. Lo impic­carono come punizione per avere rubato del cibo. Ricordi? Eri presente all’esecuzione, ti vidi. Ricordi di cosa parlammo quando mi convocasti di nuovo nel tuo ufficio? Non fu un dialogo facile.

Ricordo quando mi fecero entrare. Mi colava il sangue dal naso. Lo vedesti e fulminasti con lo sguardo il tuo attendente. “È caduto” disse lui. Ti si leggeva in faccia che non gli credevi. Lo congedasti e mi offristi il tuo fazzoletto.» Emil tace per un attimo. «Non potevi sapere quanto era bello avere di nuovo della stoffa bianca e pulita tra le dita. Ero riluttante a macchiare quella purezza usandolo per togliere il sangue. Volevo tenerlo per tirarlo fuori ogni tanto e ricordare cosa significa essere pulito.»”

 

Emil dovrà andare avanti solo per sé. Per farlo continuare dopo la prima vittoria e il finimondo scatenatosi tra le SS per l’offesa, Paul userà una strategia ancor più sottile. Dai collaboratori sarà scelto un ebreo, in genere per la ricchezza dei familiari liberi, al quale con la vittoria sarà garantita la vita. Il salvarne uno tra migliaia lo farà andare avanti. È una forza che supererà la paura di rimanere vittima di una vendetta, dettata dall‘odio nazista.

Meissner diventerà amico di Emil ad Amsterdam, ma ben diverso da come lo ha lasciato. Già negli ultimi mesi al campo si era aperto a una familiarità inattesa con l’ebreo, ma quegli che rincontra in Olanda è tutt’altro rispetto quello in memoria. Non è più il capitano SS ma un vescovo cattolico tornato dal Congo perché molto malato. Ha mutato animo e sentimenti, sotto il peso delle gravissime colpe tollerate e non ha più nulla in comune con il nazista controvoglia. Dopo la prigionia ha cercato un forte riscatto per sopravvivere ai ricordi. Vive, inquieto e disperato, nella speranza di un perdono divino non per quanto agito ma per quanto tollerato nel luogo infame dove doveva convivere. Da questa nuova situazione, dopo il rifiuto iniziale, prende corpo una base comune. Per Emil, ridotto ormai alla solitudine per la morte dei cari, è il sogno di trovare, attraverso Paul e Willi, la molla per superare quanto ha vissuto e le insanabili ferite rimaste nell’anima.

 

Donoghue (vive a Liverpool) ha lavorato per oltre venti anni nel campo della salute mentale e scritto numerosi articoli a riguardo. Questo è il primo romanzo, in inglese “The Death’s Head Chess Club – Il club di scacchi Testa di Morto” (2015). Le SS-TV (Bande Testa di Morto) erano destinate alla guardia nei campi di sterminio. In un’intervista l’Autore afferma: “L’idea mi è saltata in mente una mattina d’inverno. Un giocatore di scacchi ebreo ad Auschwitz è costretto a giocare contro le SS per salvare le vite di suoi compagni prigionieri.”

Leggiamo parole altrettanto forti quanto gli allucinanti fatti narrati. Se si riflette, è assurdo pensare a quanto la disumanità dell’uomo abbia potuto prevalere, per anni, negli orrori dello sterminio pazzo di milioni di vittime senza colpa. Se lo scritto rappresenta quanto avvenuto già esso si mostra spaventoso in un’eredità ignorata nei giorni ma che non può scomparire dalla coscienza di quanti nulla hanno avuto a spartire con la follia collettiva di un intero popolo, durata non giorni ma anni nella più macabra avventura dall’umanità. Per fortuna all’Europa - madre di civiltà, specie per gli USA - il suicidio di Hitler di fine aprile ’45 e la distruzione quasi totale della Germania nel diluvio di bombe pregresso hanno risparmiato ulteriori catastrofi se pensiamo alle due enormi tragedie di soli tre mesi più tardi (Giappone, agosto ’45).  La mano di Dio ha concesso di evitare che una massiccia punizione finisse con l’essere peggiore del danno irreparabile arrecato all’integrità morale dell’essere umano di ogni nazione con quanto accaduto...

 

“Emil prese fiato. «Come hanno fatto due persone intelligenti come te e Paul a lasciarsi mettere il paraocchi da Hitler, tanto da diventare due criminali?»

Solo il giorno prima quella domanda lo avrebbe profondamente offeso. Adesso Schweninger la prese con filosofia. «Bella doman­da» rispose. «Me la sono fatta anch’io parecchie volte, e la verità è davvero sconfortante. In tanti hanno parlato degli errori dei nostri politici e del terribile effetto della depressione sulla Germania e dell’indennità di guerra, ma il fatto è che troppi di noi volevano dire “Sì!” a Hitler. Sapevamo che era pericoloso, ma aveva promesso di condurci al destino che ci meritavamo. Chi poteva dire di no? Era irresistibile.»”

 

Nonostante le pagine rudi, la lettura è seducente. C’è sì il tuffarsi in una perfida realtà ma c’è anche la descrizione della ricerca costante di un riscatto, lunga decenni, nella certezza che la misericordia divina allevierà le piaghe superstiti. Il perdono cercato da Paul, colpevole solo in parte, nell’arduo percorso è un nitido esempio. La memoria collettiva MAI dovrà dimenticare! La giusta visione si formerà quando l’ultimo coinvolto ad Auschwitz - prigioniero o guardia – avrà piena comprensione dei crimini e delle infamie compiuti in una storia oltre ogni immaginazione. È la speranza del meglio che deve sempre alimentare ogni attesa di futuro per tutti noi.

                                                                                             

John DONOGHUE: La scacchiera di Auschwitz

traduzione di Roberto Serrai

Giunti, 2020 - pp. 400 - € 8,90

(Ottobre 2021)

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