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SARRI ALLA JUVE   di Luigi Rezzuti   Quest’estate, oltre alle consuete incognite del  calciomercato, ci sono state anche dell novità per alcune...
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LA PRIMAVERA  E’ ALLE PORTE   di Luigi Rezzuti   Se qualcuno ci chiede “Quando inizia la primavera” siamo abituati a rispondere il 21 marzo, ma non...
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SPIGOLATURE di Luciano Scateni   SI o NO ma informati Non solo gli analfabeti residuali, né la massa di italiani che non leggono il giornale e...
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BARCHE E ARTE   di Sergio Zazzera   Una premessa, un tantino articolata, ritengo necessaria: non sono un “tifoso” della Lega e non sono neppure un...
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NATALE A NAPOLI   di Luigi Rezzuti   Natale è alle porte e,  come ogni anno, si pone il dilemma: albero di Natale, con i suoi lampioncini, i nastri,...
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Spigolature   di Luciano Scateni   Ma Vespa non è poi così insostituibile Parla a vanvera chi della Rai ha percezione, dal divano di casa,...
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Appuntamenti internazionali alla libreria Iocisto   di Annamaria Riccio   Un’estate di appuntamenti internazionali che vede un’intensa attività nel...
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Miti napoletani di oggi.48 LA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA   di Sergio Zazzera   Ogni qualvolta il discorso cada sul tema della criminalità organizzata,...
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Calciomercato invernale 2016   di Luigi Rezzuti   Si è concluso, da appena un mese, il girone di andata del campionato italiano di calcio ed è subito...
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INCONTRI AL TRAMONTO   (Giugno 2017)
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PREMIO NAZIONALE DI POESIA “SALVATORE CERINO”

 

E’ giunto alla XVI  edizione il Premio Nazionale di Poesia “Salvatore Cerino”, che vanta il Patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il patrocinio morale della Regione Campania e del  Comune di Napoli.

Anche quest’anno le poesie sono a tema libero,  si possono presentare in lingua napoletana o in lingua italiana. E’ aperta la partecipazione anche ai giovani frequentatori di scuola media inferiore e superiore.  Le poesie dei giovani, vanno corredate di certificato di iscrizione e frequenza ad un Istituto di scuola superiore. Il premio non ha scopo di lucro, tuttavia, per la sezione seniores, è richiesta una quota  di € 10, per ciascuna  poesia, a parziale contributo per spese organizzative. 

Le poesie vanno spedite in 7 copie, di cui una completa di firma, dati anagrafict, e-mail.

La poesia completa di dati, unitamente alla fotocopia di versamento, va inserita in busta chiusa, senza segni esterni di  riconoscimento,  e spedita insieme alle 6  rimanenti copie.. (se si preferisce, a mezzo posta prioritaria, ma non raccomandata).

Il termine di presentazione per gli elaborati, è il 31 gennaio 2017. La premiazione alla quale sono invitati tutti i partecipanti, a prescindere dalla loro classificazione, gli  amici e gli amanti della poesia  e dell’Arte in genere, avverrà il 6 maggio 2017 nella Chiesa S.Maria del Parto a Mergellina.

Info: www.salottocerino.itQuesto indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

(Novembre 2016)

RITROVARSI  A  PARIGI di   Gaito  Gazdanov

 

Di Luigi Alviggi

 

Gaito Gazdanov (San Pietroburgo, 1903 – 1971), figlio di un guardaboschi, nel 1920 si trasferisce a Parigi dove farà lavori vari, uno di questi il tassista, tenendovi un’esistenza in tutto ordinaria. In vita le opere di questo Autore mai verranno pubblicate in Unione Sovietica. Appariranno in Russia solo dopo lo smembramento dell’URSS, a partire dagli anni ‘90. Il presente lavoro è del 1966.

Esso racconta dell’invito di François all’amico Pierre, incontrato dopo anni, a passare le vacanze insieme in uno sperduto posto in campagna nel sud della Francia, senza gas né luce, immersi nel silenzio ritemprante della natura e del circostante ma anche nell’assenza di ogni agio civile. Pierre, contabile in una piccola azienda, accetta subito per pentirsene dopo poco. Ma ormai il dado è tratto e parte per l’avventura. Il lungo viaggio in treno lo riporta all’infanzia. Lo spettro familiare di ereditare una fortuna dalla zia Justine, sorella del padre, non lo abbandonerà nemmeno da adulto. La zia, arricchitasi attraverso i numerosi amanti – “una gran bella formazione, riuniti in sindacato” come li definirà poi un’altra parente -, in un rigurgito di pentimento lascerà tutto alla Chiesa, deludendo la famiglia in attesa. Per questo motivo Pierre si impegnerà nel lavoro, lasciando l’intero stipendio nelle mani della madre che, anche in condizioni economiche agiate, continuerà a essere molto economa. Poi la guerra, la fuga dal fronte prima di essere fatto prigioniero, il tornare a casa mal ridotto dal lungo cammino, il riprendere man mano le vecchie abitudini. La morte del padre prima e della madre poi lo lasceranno solo nel silenzio pauroso della casa.

La smemorata Marie, raccolta da François svenuta vicino alla casa sperduta nel bosco, una tra la fiumana di gente vagante senza meta in fuga dall’invasione hitleriana, è in totale abulia. Si limita a vagare come un animale nella foresta “ingoiata da una notte bestiale” - come gli dice l’amico - e a Pierre, tra solitudine e pena per la sventurata, scoppia in mente l’idea di portarla a Parigi, per tentare un impossibile recupero di coscienza. François cerca di metterlo in guardia dai mille impacci cui va incontro, ma lui non deflette. Vuole risvegliare in sé la vita perduta con la scomparsa della madre, dare uno scopo ai suoi giorni, solleticato dal fascino dell’impresa incerta e imprevedibile.

Nell’appartamento parigino seguiamo i lentissimi cambiamenti della donna che farebbero scoraggiare chiunque ma non Pierre che, con infinita pazienza, si alimenta di quelle minime variazioni che per mesi rendono soltanto un poco meno amari gli sforzi e i sacrifici compiuti per recuperare l’intelletto di chi è diventata compagna di vita. È come una figlia, che lava, alimenta, mette a letto, e chiude in camera quando esce. Ed ecco un mattino, quando va a spalancare le finestre della stanza e fa la domanda che ripete ogni giorno sin dall’inizio: “Ha dormito bene, Marie?”, lei pronuncia la prima parola dopo anni, con metallica voce da automa: “Bene”. L’alba di una nuova vita si spalanca a sconvolgere il passato e a far impazzire l’uomo che pensa a una allucinazione.

Tanto François quanto lo psichiatra, che Pierre consultava regolarmente, rimangono stupefatti. Adesso il problema di Pierre è cambiato: deve augurarsi che la donna ricordi il passato o che rimanga con lui? Ed ecco ancora la donna ammalarsi gravemente e Pierre passare notti e giorni accanto al suo letto per vincere anche questa battaglia. Marie si salverà e dal malanno sbucherà quasi la donna normale di un tempo che nessuno dei nuovi amici ha conosciuto.

La graduale presa di coscienza porterà nella donna il dischiudersi di un mondo nuovo, già vissuto eppure da riapprendere come appartenente a una diversa persona, con difficoltà di riadattamento nell’abito mentale perduto nella nebbia della lunga incoscienza. E di sicuro non terminano le sorprese per il lettore.

Lo stile è semplice, minutamente descrittivo, in un certo senso ricalca quelli che devono essere stati i giorni di Gazdanov. Notevole la rappresentazione dei sentimenti e delle emozioni nei tre personaggi, seguiti con attenzione in ogni fase. Un libro senz’altro piacevole a leggersi.

                           

Gaito Gazdanov : Ritrovarsi a Parigi

traduzione di Manuela Diez

FAZI,  2016 – pp.  160 - €  15,00

(Ottobre 2016)

I “Colloqui di Salerno” 2016

 

di Claudia Bonasi

 

Si terrà martedì 18 ottobre, alle ore 11, nella Sala Giunta del Comune di Salerno, la conferenza stampa di presentazione della seconda edizione dei Colloqui di Salerno, a cura di Vincenzo Esposito, antropologo, e Francesco G. Forte, publisher (Oèdipus edizioni). I Colloqui 2016 saranno dedicati a due illustri personaggi del teatro e dell’antropologia: Roberto De Simone e Giuseppe Bartolucci. 

(Ottobre 2016)

UNA ESTATE IN FAMIGLIA

 

di Peppe Iannicelli

 

Quando le estati fanciulle finiscono è sempre troppo presto. E raramente abbiamo saputo apprezzarle perché, incoscienti come eravamo, non ci siamo resi conto di quanto prezioso fosse quel tempo spensierato e svincolato. Eravamo spensierati perché fino al termine del Liceo la massima preoccupazione era l’interrogazione in Filosofia e/o la versione di Greco; eravamo svincolati perché, appunto, finita la scuola avevamo un oceano di tempo a disposizione senza nessuna occupazione cogente, salvo qualche compito per le vacanze o qualche libro da leggere (cosa peraltro graditissima a me, che già illo tempore ero un divoratore di pagine). Delle mie estati fanciulle ricordo mamma che ci portava al mare eseguendo un severo protocollo sequenziale: primo bagno, merenda, passeggiata sulla riva, secondo bagno, stesi al sole, rientro a casa. Nel pomeriggio era perentoria la pennichella anche se non ti veniva sonno e sbirciavi la luce che filtrava dalle persiane in attesa dello scoccar delle 16.00. Era il semaforo verde per le partite in cortile ed all’oratorio, le scorribande in bici, le battaglie con gli spruzzi d’acqua o le micidiali cerbottane. Io ed i miei amici eravamo talmente stremati che a stento riuscivamo a cenare dopo il tramonto, prima di crollare, esausti, a letto. E l’indomani si ricominciava. Papà c’era poco. Lavorava come cameriere ed i giorni dell’estate erano per lui quelli di maggior lavoro. Restava giusto qualche ora, nelle rare giornate di riposo, per una gita al mare o in pineta. Erano estati all’aria aperta, dove il televisore restava praticamente spento ed inoperoso.

Lo scenario è decisamente cambiato. Oggi, anche d’estate, si resta sempre di più in casa e davanti allo schermo tanto televisivo che informatico. Fuori fa caldo, ci sono mille pericoli. Meglio restarsene nella propria tana elettronica con il confort dell’aria condizionata. Si lavora full-time, si vive insieme molto meno che part-time. Siamo sempre più pieni di cose, ma sempre più vuoti d’umanità e relazioni, pur avendo protesi comunicative come mai durante la storia umana. Possiamo parlare con l’altro capo del pianeta, ma volgiamo le spalle – digitando sulla tastiera – ai nostri figli ed al nostro coniuge. Siamo ancora in tempo, però, ad invertire la rotta riscoprendo l’essenza profonda delle nostre estati fanciulle, svincolate e spensierate. Certo gli stressi quotidiani non mancano in tempi di tanto grave crisi economica e sociale, ma “a ciascun giorno basti il suo affanno”. E’ il tempo giusto per spegnere il computer e la televisione riprendendo la bicicletta. Da quanto tempo non facciamo un giro con i nostri figli? E’ il tempo giusto per abbandonare l’aria condizionata e sentirsi addosso la brezza marina o gli aghi di una pineta. Da quanto tempo non vi portiamo i nostri figli? E’ il tempo giusto per contemplare un tramonto, veder volare gli uccelli, andare a visitare un  museo, fare due chiacchiere  con un parente noioso, sedersi a mangiare un gelato. Travolti dagli impegni non riusciamo neanche più a mangiare insieme. Non bisogna avere sontuosi conti in banca o andare dall’altro capo del pianeta per vivere una bella estate familiare. Lo spettacolo della natura e del genio umano abita a pochi metri da casa nostra. Queste sono vere vacanze, nelle quali ritrovare, insieme ai propri familiari, intimità e piacere di stare insieme, e non vacue ed avvilenti ostentazioni di potere cafone e caduca ricchezza.

(Giugno 2016)

Juan José Arreola, BESTIARIO

 

di Luigi Alviggi

 

 

Un prologo violento, mezza paginetta, pare voler mandare a gambe all’aria l’intero genere umano e scopre i fini dello scrittore: le bestie vogliono essere, attraverso corrispondenze comuni, simbolo di un’umanità sui generis. Ed ecco la visione arreolana della compagna di vita:

E ama la prossima che all’improvviso si trasforma al tuo fianco, e con un pigiama da vacca comincia a ruminare senza fine il pastoso bolo alimentare del tran tran domestico.

Juan José Arreola (1918 – 2001), uomo dai cento mestieri, è un importante scrittore messicano, di caustico stile. Quest’opera, del 1963, narra su 23 razze, ciascuna racchiusa in bozzetti di una, due pagine, suggerenti i nostri molti difetti. Il testo era a corredo dei disegni dell’incisore Héctor Xavier (1921 – 1994) nel libro “Punta d’argento”. Scorriamone qualcuno.

L’impeto d’assalto del rinoceronte viene paragonato all’ostinazione del filosofo positivista, che non va per il sottile contro ciò cui dialetticamente si schianta.

Il bisonte, nonostante la potenza, ha dovuto piegarsi al giogo dell’uomo e la vittoria apparve di tal portata da colpire i preistorici che ne lasciarono immagini nelle rozze incisioni cavernicole.

Lo struzzo, “gigantesco pulcino in fasce”, nella nudità impudica rispecchia l’abitudine muliebre di mostrare doni, nonostante le sottrazioni degli anni, che andrebbero piuttosto coperti. Che fare? imitarli sino in fondo!

Con disinvoltura senza pari sfoggiano la loro superficialità ed inghiottono tutto quello che gli si presenta alla vista, e affidano il consumo all’azzardo di una buona coscienza digestiva.

Personificazione dell’amicizia è l’orso: l’animale non è mansueto ma vederlo giocare con i cuccioli ispira un moto d’istintiva simpatia, e

nessuna donna si negherebbe a dare alla luce un orsetto. In ogni caso, le ragazze ne hanno sempre uno sul letto, di peluche, come un felice auspicio di maternità.

José Emilio Pacheco (1939 – 2014), altro poeta e scrittore messicano, nella postfazione ci informa che questo testo non fu scritto da Arreola, in preda al blocco dello scrittore, ma dettato a lui nel 1958 in una sola settimana. Altri passi della vicenda al lettore curioso. Edmund Wilson (1895 – 1972), critico letterario USA, disse:

non si deve avere pietà dello scrittore che non scrive

per i non lettori, è questa la frase migliore che possa essere pronunziata da labbra umane... a questi disfattisti, si potrebbe ribattere con le parole dello stesso Pacheco:

Quando arriverò all’inferno e i demoni mi chiederanno: “E lei, cosa faceva nella vita?”, potrò rispondere con orgoglio: “L’amanuense di Arreola”.

Juan José Arreola: Bestiario -  SUR, 2015 – pp. 64 - € 7,00

traduzione:Stefano Tedeschi; postfazione: José Emilio Pacheco

(Giugno 2016)

Eleganza

 

di Mariacarla Rubinacci

 


Finalmente ha fatto il suo trionfale ingresso la stagione calda/tiepida, dato che alcuni momenti di pioggia intensa ultimamente stanno rabbuiando il nostro bel cielo. La primavera però ha già vestito molti balconi con i suoi fiori in boccio, ed ha allestito tante vetrine di negozi d’abbigliamento con accattivanti e allegre offerte colorate e fragranti. Noi donne, vestali dell’eleganza, incolliamo il nostro sguardo indagatore lì dove l’eleganza fa tutto il suo sfoggio.

Giocare con la moda è il nostro sport preferito, così ci sentiamo serene e piene di energia. Magliette, sandali, abiti che giocano con il vento, accessori frivoli e pieni di fragranza, sono l’argomento che sempre sottolineano la nostra femminilità. Dalle riviste patinate  al femminile fanno l’occhiolino tante modelle in posa, su sfondi di panorami, dove onde delicate lambiscono la sabbia, già calda di sole, oppure contornate da aiuole di variopinti fiori che  giocano con il vento o, ancora, con una valigia, già pronte a partire per vacanze da sogno. E noi sogniamo.

Mostrarsi belle non è un peccato di vanità, desiderare di piacere a se stesse e a chi incrociamo sulla via vuol dire dare spazio alla creatività che ci contraddistingue agli occhi del mondo maschile, è il nostro dovere di cercare il bello per sentirci serene e  assolvere al meglio ai tanti compiti che la vita ci affida da sempre.

Noi abbiamo la priorità di poter indossare magari un golfino color pastello, di poter sfoggiare scarpe con tacco 12 cm., di adornare le nostre borse con gingilli che esprimono la nostra personalità, di cambiare il colore dei capelli che il vento arricchisce di vaporosità. Tutto ciò è eleganza.

Diventiamo così anche noi, fiori nel giardino variopinto della vita e, con piacere, condividiamo con l’umanità l’eleganza della nostra libertà.

Cari lettori uomini, non giudicateci frivole e superficiali, è la nostra libertà di essere belle che rende belli anche voi.

(Maggio 2016)

IL "PREMIO CERINO"

 


(Maggio 2016)

BOCCA   DI   PIETRA, di   Maria  Cristina  Alfieri

 

di Luigi Alviggi

 

Opera d’esordio nel campo letterario dell’Autrice (Milano, 1968) - giornalista e direttore editoriale di riviste economiche -, vi si narra la saga di una famiglia piemontese, di umili origini ma dai saldi legami parentali, dagli anni venti del secolo scorso sino ai giorni nostri. Le vicende, ambientate nei luoghi intorno Stresa, godono delle magnifiche vedute sul Lago Maggiore. Il lavoro di ombrellaio ambulante, nei tempi passati, è stata la tradizione familiare, passata di padre in figlio.

Giovanni, protagonista della storia con il nonno Giulio, va all’aeroporto per prendere il Milano - Roma ma, per colpa del traffico, perde il volo. Il passeggero che lo precede, nella fila d’attesa per il check-in, riesce ad imbarcarsi con un guizzo improvviso che lo spinge a saltare le transenne di blocco. L’aereo, però, precipita appena dopo il decollo lasciando pochi superstiti. A questo punto, per il Giovanni miracolato, la vita si frattura in due tronconi, un prima e un dopo il terribile evento. Da questo si diramerà una serie di avvenimenti d’influenza determinante sugli sviluppi a seguire.

Frastornato dalla tragedia, Giovanni pensa alla vedova dell’uomo che è voluto partire a forza ed è spinto ad andare a conoscerla. Vuole condividere lo smarrimento che lo possiede ed alleviare, se possibile, il dolore della donna. Iniziano così le frequentazioni con Elisa e, da una timidezza reciproca iniziale, evolvono man mano in un amore ardente che spinge i due ad andare a vivere insieme a Milano. La moglie Elena resta relegata nell’ombra dalla nuova passione del marito.

L’opera è articolata in due filoni narrativi: uno segue la vita di Giovanni, sceneggiatore televisivo dei giorni nostri; l’altro quella di Giulio, dal 1924 fino a pochi anni fa. Questi vivrà le fasi di un’esistenza difficile e travagliata per lo più a Nocco. I due filoni si alternano nel testo, arricchiti, ma anche distolti, da sequenze di flash-back e flash-forward volte a tener desta l’attenzione del lettore.

Giulio ha, racchiuso nell’anima, un trauma devastante. All’età di nove anni, sceso di notte in giardino per far pipì, è attonito spettatore del suicidio della madre Letizia, neanche riconosciuta nell’oscurità. La donna viene inghiottita dal pozzo nel cortile, la bocca di pietra, portatrice di pessima fama. È rimasta travolta, per un investimento sbagliato, dalla crisi finanziaria del ’29. Il marito Filippo, già disperso nei vagabondaggi legati al mestiere esercitato, non si farà più vivo. Perdere la madre per un bambino che poco ha conosciuto il padre è un dramma doppio, il mondo familiare crolla e ben poco rimane. La vita assume l’aspetto di uno sconsolato deserto. Giulio cresce, dunque, orfano di entrambi, affidato alle cure della nonna e di una zia materne, ma corroso da grandi sofferenze. S’impegnerà nella lotta partigiana e, salvando una compagna catturata dai fascisti verso la fine della guerra, troverà un primo sollievo al senso di colpa che si porta dentro per la fine della madre. Superato l’apprendistato, si muove a Milano e qui incontra Gemma. Ne farà la sua sposa, e sarà lei a liberargli il respiro da sempre compresso. Saranno allietati da un figlio, Marco. Ma è solo una parentesi. Una brutta malattia gli ruberà precocemente la consorte mentre ancora l’amore tra loro è al calor bianco:

 

Aspettò molto, quella sera. I colpi di tosse iniziarono a rincorrersi e ad accavallarsi come una pioggia di vetri spezzati. E a ogni colpo la sua ansia cresceva un po'. E poi ancora. E ancora. E ancora. Fino a non poterne più. (...)  scese le scale senza far rumore, attento a evitare il secondo gradino che cigolava sempre. Prima di scomparire al piano di sotto, restò a guardarla nella penombra, ancora un attimo. «Grazie» le disse sottovoce. Fece per­fino un sorriso, tra sé e sé. E, nonostante tutti i suoi presentimenti, non poteva immaginare che, dopo quella notte, non avrebbe mai più fatto l'amore con lei.

 

Frammenti dispersi divengono utili a riorganizzare l’opacizzata memoria di Giovanni, foto del passato come le cartoline antiche di Nocco che raccoglie per amore del posto e per riconnettersi al passato familiare. Anche lui, del resto, con madre assente dalla nascita, è vissuto poco con il padre Marco. Questi ha abbandonato la casa paterna per andare a vivere in Europa l’esperienza del ’68 e vi ritornerà solo col figlio in fasce. Lo porta per risarcire il padre del proprio abbandono, in un insolito gesto di affetto e ringraziamento, ma rimarrà con loro pochi anni. Spinto dallo spirito d’avventura, prenderà di nuovo il volo per l’India, tagliando del tutto i ponti familiari dopo non molto. E Giulio riverserà sul nipote tutto l’affetto che non ha potuto dedicare a moglie e figlio.

Un altro tentativo di sbloccare i suoi cronici inceppi mentali.

Seguiamo Giovanni nelle esperienze di vita di un uomo moderno, nei legami di lavoro, nei progetti di progresso per sé ed Elisa, nei diversi contatti con gente sconosciuta che a volte concedono molto, sorprendendo ogni attesa. Lui, in effetti, uomo nuovo della famiglia, vuole liberarsi da panie ancestrali per volgersi alle esigenze che il mondo odierno, anch’esso ben diverso, impone. Il ripristino delle vicende familiari rappresenta lo sforzo di riannodare schegge disperse per ricostruire ricordi, l’unico mezzo per ribellarsi all’angheria del tempo. Il tutto per ripristinare l’organicità della propria origine e trovare la strada per orientarsi nella nebbia che circonda il suo andare.

Di notevole forza narrativa, l’opera scorre con ritmo classicheggiante e frasi impreziosite da assonanze originali. Il fondo crepuscolare di sensibilità partecipante a quanto va narrando, dona un tocco particolare all’esposizione: l’Alfieri indaga il circostante e scopre associazioni con tracce di memoria basilari per la costruzione del reale di ciascuno.

Giulio è l’uomo di ieri, travolto dalle tragedie, epico nel fronteggiare gli eventi. Soccombe perché la vita non ha saputo munirlo di resistenze pari alle situazioni affrontate e, nella sua odissea, è quegli che fa meditare sull’assoluta importanza che il fato riveste nella sorte di ognuno. Tornerà a Nocco per onorare le radici e tentare di conciliarsi, avanti negli anni, con il suo intimo. Cadrà vittima di un equivoco, del destino beffardo che ha voluto giocargli ancora una volta uno scherzo:

 

“E anche a te una spada trafiggerà l'anima" aveva profetizzato Simeone a Maria nel tempio di Gerusalemme.

 

Ancora bambino, al catechismo, Giulio aveva ascoltato le parole del Vangelo di Luca, restando scosso come si riferissero a lui, e, ad ogni svolta della vita, questa pareva avergliene data puntuale conferma.

                                 

Maria Cristina  ALFIERI, Bocca  di  pietra, ExCogita Editore  2014 – pp.  126 - €  13,00.

(Marzo 2016)

La  Famiglia

 

di Mariacarla Rubinacci

 

 L’argomento del giorno: la famiglia. Intorno al tema ruotano affannosamente i diritti, i doveri, gli stereotipi, le attese, i dibattiti, gli articoli sulla carta stampata, le espressioni di opinionisti, ospiti in televisione ed infine i veti e i voti parlamentari.

Un caos di parole, un impegno di confronti da cui si tenta di far scaturire il concetto di “famiglia perfetta”. Già, perfetta!

Ma cosa significa “perfetta”, cosa lo denota specificamente, quale contenuto  si vuol evidenziare attraverso questo aggettivo?

Proviamo anche noi a dibattere…

Oggi, nel terzo millennio, sono finalmente balzati all’interesse delle  cronache il concetto e l’esistenza dell’assortimento della coppia su cui si basa  la famiglia.

Lei/lui, lei/lei, lui/lui. Unioni civili in ogni senso.

Sono queste le variabili che di per sé non determinano niente. Due persone si accoppiano, stanno insieme, si amano, si sostengono, si stimano e si rispettano.

E allora dove sta la perfezione? Dove prende corpo il concetto che qualifica perfetta una famiglia. Stare insieme, secondo i canoni dell’amore, del sostegno, del rispetto, già delinea una famiglia.

Ma forse la famiglia perfetta non esiste, è un paravento che serve unicamente a nascondere sotto la sabbia i tradimenti, la scarsa cura dei figli, l’egoismo, che porta alle separazioni, la recita di essere perfetti quando negli armadi sono nascosti tanti scheletri.

Allora forse esiste la coppia perfetta, quella che si affanna di essere serena, magari felice, che si nutre d’amore e dove i componenti si interscambiano le proprie attenzioni ed infine si vedono proiettati a rispecchiarsi nei figli.

Ecco il punto dolente di tutta la ricerca della perfezione: avere figli.

Un papà e una mamma, due mamme, due papà, la ricerca angosciante perchè accompagnata a volte dal giro dei medici per problemi di sterilità, la fecondazione surrogata dalla donazione di un seme estraneo (quasi un adulterio, mascherato di legalità), la commissione ad una donna che affitta il proprio grembo per procreare un figlio come se fosse un lavoro, senza giudicarla, perché è alla pari di una semplice provetta di laboratorio. Tutto per sentirsi “famiglia”.

Perfetta? mai.   Felice? Forse.  Riconosciuta? Oggi sì, malgrado le diverse tipologie.

Concludendo, famiglia vuol dire prima di tutto stare insieme. Avere figli è poi un coronamento ad aspettative affettive, ma mai un diritto. Al contrario è un dovere, qualora si cercassero,  amarli e crescerli nel giusto, rispettando i loro diritti,

Sì, i loro diritti di essere riconosciuti come persone, venute al mondo solo e unicamente per opera degli adulti.

(Marzo 2016)

A nord del crepuscolo orientale

 


Mercoledì, 9 Marzo 2016, alle ore 17 presso l’Istituto italiano per gli studi filosofici, Palazzo Serra di Cassano, Monte di Dio, Ermanno Corsi, Annella Prisco e Federica Flocco presentano il libro di Oretta De Marianis: A nord del crepuscolo orientale. Letture di Annamaria Ackermann.

(Marzo 2016)

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