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Miti napoletani di oggi.78

“MANI SULLA CITTA'”

 

di Sergio Zazzera

 

La formula “mani sulla città” richiama alla mente, in maniera immediata, l’omonimo film di Francesco Rosi; in realtà, però, gli episodi riconducibili a tale etichetta sono stati anche altri.

Innanzitutto, la nascita del Vomero contemporaneo – prima rione (1984-85), poi quartiere (1912) – vi è perfettamente sussumibile, sotto due aspetti che ne svelano il mito. Il primo di essi è quello del riciclaggio: la piemontese Banca Tiberina, infatti, nel chiedere l’autorizzazione del progetto di urbanizzazione della collina vomerese, si proponeva d’investire nell’operazione il danaro dell’ex-Regno delle Due Sicilie, confluito nelle casse di quello di Sardegna, poi divenuto d’Italia. Il secondo, a sua volta, è quello della speculazione: con l’inclusione, infatti, di tale progetto in quello, più ampio, del Risanamento di Napoli, si pretendeva di far considerare destinati alla popolazione di “miserabili”, colpita dallo “sventramento” della città, quegli edifici di edilizia umbertina e quei villini Liberty, che quella povera gente non avrebbe potuto permettersi, non soltanto di acquistare, ma neppure di prendere in locazione.

Quello narrato dal film di Rosi è il secondo episodio di “mani sulla città” e costituisce un coacervo di miti, poiché riassume in sé quello del sindaco Achille Lauro, eletto nel 1952, e del suo entourage, fatto di speculatori, non di rado improvvisatisi costruttori edilizi, dismettendo le loro bancarelle di stracci americani a Pugliano. E l’episodio fu connotato da una filosofia ispirata al principio do ut des del diritto romano, nel senso che il sindaco elargiva licenze edilizie a costoro, in cambio dei pacchetti di voti che essi gli assicuravano.

Un terzo episodio, ancora, è quello degli anni 70-80 del secolo scorso, che diede luogo alla nascita, fra l’altro, del Rione Alto, al cui cospetto via Cilea diventa assimilabile alla 5th Ave. di New York. E qui la filosofia ispiratrice fu l’omologo inverso di quella degli anni di Lauro, poiché furono i costruttori – sia professionisti, che improvvisati – a offrire alle formazioni politiche di riferimento i pacchetti di voti, in cambio delle concessioni edilizie.

Poi, esauritosi il suolo edificabile, si è cominciato a mettere le “mani sotto la città”, con l’operazione – tuttora in atto – di realizzazione di parcheggi interrati, ceduti in godimento, a titolo oneroso, ai privati, per 99 anni, proprio come i loculi cimiteriali: e qui, infine, il mito consiste nel far sentire gli “acquirenti” proprietari di qualcosa, che, viceversa, rimane in proprietà del concedente.

(Maggio 2020)

Il “Serraglio” del Vomero

 

di Antonio La Gala

 

A Napoli la parola “Serraglio” rievoca l’Albergo dei Poveri di piazza Carlo III perché, per un certo tempo, quell’edificio, fra i tanti usi a cui è stato adibito, ha avuto anche quello di ospitare, di “serrare”, di “recludere” (perciò è noto anche come “Reclusorio”), elementi socialmente pericolosi, in specie giovani.

Non molti sanno che la parola “Serraglio”, fino a qualche decennio fa, circolava anche al Vomero, ma per indicare un qualcosa di completamente diverso.

      Infatti, dove oggi si erge un moderno fabbricato, appena dopo Villa Belvedere, in vico Cimarosa, fino agli anni ’50 del Novecento esisteva un singolare edificio, chiamato appunto “Serraglio”, vecchio e fatiscente, di forma ellittica, a due piani, che ospitava nell’ampio cortile interno a piano strada, non pavimentato e sporco di ogni cosa, lavatoi e "bassi", abitati per lo più da lavandaie, in promiscuità fra persone ed animali, e presentava miseri abituri su una balconata al piano superiore.

      La denominazione “Serraglio” sembra ricordare che, in passato, vi venivano ricoverati, rinchiusi, “serrati”, animali vari (pecore, capre, equini), oppure, secondo altri, che ancora prima ospitava una specie di zoo in cui erano custoditi gli animali, anche feroci ed esotici, che venivano portati nella vicina Floridiana per dilettare i reali o i loro ospiti. 

      L’indecenza dell’edificio era vivacemente denunziata già dalla stampa dell'anteguerra, con forti appelli alla demolizione.

Sulla stampa degli anni Trenta abbiamo trovato segnalata la necessità di abbatterlo, perché “nell’attività che attualmente viene svolta per conferire alla città l’aspetto più ridente e lindo che sia possibile raggiungere, i pochi agglomerati di vecchie casupole antigieniche, stridono fortemente e vanno, quindi, al più presto eliminati”, e sostituiti con “ridenti casette popolari.

 Il Serraglio vomerese fu abbattuto a metà Novecento, lasciando uno spazio su cui è sorto l’edificio di via Belvedere 15. Erano gli anni in cui l’edificazione avveniva in maniera disordinata, in spregio a ogni buona regola urbanistica e di decoro, spregio che, nel nostro caso, ha lasciato sul luogo del Serraglio uno spazio informe e disordinato.

Del Serraglio non siamo riusciti a trovare alcun documento fotografico. L’unica preziosa testimonianza che ne abbiamo è un bel dipinto del pittore Rosario Muriano, che alleghiamo a questo articolo.

(Aprile 2020)

 

Parlanno ’e poesia

 

di Romano Rizzo

 

Ernesto Ascione.

Ernesto Ascione, apprezzato ed affermato nell’arte della fotografia, solo in tarda età si decise a dare alle stampe alcune delle tante composizioni che, per anni, aveva gelosamente conservato in un cassetto. Bussò alla porta della famosa poetessa e scrittrice Silvia Voltan e le chiese di leggere le poesie del suo primo libro, “Erba ca pogne”, che aveva intenzione di dedicare “A quelli che più amo: gli onesti!” e di curarne la prefazione. La Voltan un po’ a disagio per la richiesta che partiva da un distinto signore di 70 anni, accettò.

A questo primo libro, che vide la luce nel 1953, seguì “Chiaroscuro”, nel 1954, sempre con la prefazione della Voltan. Nel biennio 1957/1958, Ascione pubblicò, poi, “Ritratti all’aperto”, “Acquetinte”, “Mezzetinte”, “Scorci Napoletani” e “Ritratti e paesaggi”, preziosi volumetti in cui raccolse quasi tutto ciò che aveva composto in vari anni e custodito gelosamente. In tutte queste opere vengono messi in bella mostra i colori e la spontanea freschezza della sua poetica, che risulta sempre intimamente connessa alla vita di tutti i giorni.

Nel 1964, infine, fu dato alle stampe il suo ultimo lavoro che, insieme alla riproposizione di poche sue poesie già inserite nelle precedenti raccolte, conteneva anche composizioni, scritte in epoca più recente e forse maggiormente ricche di una speciale carica di umanità.

Per la grande scorrevolezza e musicalità dei suoi versi e per la grande maestria nel ritrarre fatti e persone, gli fu assegnata la definizione di poeta-fotografo o, meglio, di fotografo-poeta da vari critici e studiosi.

Di carattere schivo e riservato, non frequentò salotti né congreghe… Ciò nonostante, alcune sue poesie sono state incluse nella raccolta “Sentimento e fantasia”, curata da Giovanni Sarno, e trasmesse dalla RAI; altre sono state inserite nella raccolta “Acene d’oro” di Salvatore Maturanzo ed altre ancora nello scritto “L’oro di Napoli” di Paolo Scarfoglio, pubblicato su Il Mattino dello 8 Aprile del 1957. Le sue liriche, permeate da una quasi filosofica visione della vita, che sembra, a volte, sfociare nella rassegnazione, evidenziano, a ben vedere, tante amare verità.

Di lui la Voltan ha scritto: “Nelle sue liriche sono presenti, nelle giuste dosi, le caratteristiche peculiari della poesia napoletana colore ambientale, sentimento e arguzia.”  Renato Cannavale, prefatore di quasi tutti gli altri suoi lavori, commenta: “Non c’è lirica di Ascione che non sia rivestita da una larvata tristezza…

Quella di chi contempla le cose che ha amato con ardore giovanile e che ancora ama, col rimpianto di non esserne più un attore ma un semplice spettatore!”

Salvatore Maturanzo dice di lui: “Ascione è il poeta che fotografa la poesia delle cose e con poesia descrive le varie espressioni del sentimento”. Infine, sulla Gazzetta della fotografia, a firma A. V., leggiamo: Ascione non è soltanto un artista della fotografia, molto apprezzato, ma è anche un poeta dalla facile e succosa espressività, tutta napoletana. A mio parere (e spero che le poesie che seguono riescano bene a rappresentarlo) Ernesto Ascione è il poeta della schiettezza e della spontaneità, che si fa leggere con grande trasporto da chi trova qualcosa di sé nei sentimenti che egli sa ritrarre con mille sfumature.

 

Matenata d’està

di Ernesto Ascione

 

 Na rezza ‘nterra, sta pe spuntà ‘o sole

e comm’è prufumata Margellina;

tèneno ll’uocchie ‘e suonno ‘e varcajuole,

quant’erba ‘e mare spasa p’’a banchina.

 

Che matenata chiara! Trase estate,

quanta caniste ‘e sciure p’’a riviera;

nu vennetore ‘e ceveze annevate

appoja ‘e panare e fa na macchia nera.

 

Nu sciore pe ogne testa, a tutt’’e ccase,

luceno ‘e llastre, a nu barcone ‘nchiuso

‘o primmo sole azzecca ‘o primmo vase

e va a scarfà nu core friddigliuso..

 

Appriparano ‘e puoste ‘e fruttajuole,

jesce d’’o furno na carretta ‘e pane…

migliar’’e aucielle fanno ciente vuole

e a San Pascale sonano ‘e ccampane!

 

 

Primm’ammore

 di Ernesto Ascione

 

Era nu juorno ‘e vierno, tiempo asciutto,

trasettemo int’’a villa a mano a mano.

e tu, dicenno: “‘O friddo comm’è brutto !”

a me, po, t’accustaste chianu chiano..

 

Po, ce assettajemo addò ce sta ‘a funtana

d’’e ppaparelle e..nun facenno caso

a ll’uocchie ‘e ll’ate, sott’’a tramuntana,

tu me ‘nfucaste ‘a vocca cu nu vaso.

 

Tanno, ire na guagliona ‘e sidice anne

e i’ nu guagliunciello ‘e diciassette.

Ma comme vola ‘o tiempo ! Sperde e spanne

tanti ccose d’’o munno e…ce sperdette.

 

 

Puteca ‘e rrobba vecchia

 di Ernesto Ascione

 

Puteca ‘e rrobba antica, dint’’o scuro,

quanta ricorde tiene zuffunnate..

Veco cierti ritratte appis’ô muro:

songo uommene ‘e nu tiempo ca è passato.

 

Veco nu tondo cu nu pere zuoppo;

n’acquasantiera ‘attone, ddoje carselle

c’’o tubo ‘e vrito e ‘o cuppulicchio a‘ncoppa;

nu pumo ‘e lietto, ‘a frangia cu ‘e ppapelle.

 

Po, veco na pultrona, na cajola,

chella d’’e pappavalle ‘e cierti ccase

d’’a nubbiltà ‘e na vota; na cunzola;

dduje persunagge ‘e gesso senz’’e nase…

 

È rrobba vecchia che n’ha canusciute

pene e delizzia..Mo..nun conta cchiù!

Chiste so’ piezze ‘e vita e, annascunnute,

puteca ‘e rrobba vecchia, ‘e tiene tu!!

(Aprile 2020)

Miti napoletani di oggi. 77

LA “SANT'ORSOLA” DI CARAVAGGIO

 

di Sergio Zazzera

 

Fiore all’occhiello della sede napoletana delle “Gallerie d’Italia”, nel Palazzo Zevallos di Stigliano, in via Toledo, è il Martirio di Sant’Orsola, dipinto dal Caravaggio nel 1610, su commissione del nobile Marcantonio Doria.

Le vicende della paternità dell’opera sono state un tantino romanzesche: emersa quasi dal nulla, alla metà del secolo scorso, dopo che se n’erano perse le tracce, l’opera fu sottoposta all’esame di Roberto Longhi – massima autorità nel panorama della storia dell’arte, all’epoca –, il quale la ritenne, tutt’al più, di mano di Bartolomeo Manfredi; e analoga posizione negativa fu assunta da Ferdinando Bologna. Poi, quasi per una sorta di nemesi storica, a partire da un quarto di secolo dopo, le ricerche di Mina Gregori (stilistiche) e di Vincenzo Pacelli (documentarie) – allievi, rispettivamente, dei due maestri sopra citati – dimostrarono, in maniera inconfutabile, la provenienza dell’opera dalla mano di Michelangelo Merisi.

Ma qui interviene il mito, poiché, già il 29-30 aprile 1923, dalle pagine del periodico Il Mezzogiorno, Ferdinando Russo dava atto della presenza nel Palazzo Doria d’Angri della «Sant’Orsola del Caravaggio» (corsivi miei). E, poiché gli articoli del poeta si avvalevano delle testimonianze contenute in manoscritti e memorie d’epoca, evidentemente, a nessuno, oltre che a lui, era passato per la mente di documentarsi, prima di formulare giudizi “mitici”.

(Febbraio 2020)

L’eruzione vesuviana del 1906

 

di  Antonio La Gala

 

Il 7 aprile del 1906, il giorno prima della Domenica delle Palme, il Vesuvio si ripresentò con una sua ennesima eruzione.

Di questa eruzione, oltre le cronache dell’epoca, abbiamo una testimone illustre: Matilde Serao, che visse quella vicenda con la passionalità che le era propria, recandosi sui posti quotidianamente e raccogliendo impressioni di orrore e dolore.

La lava di quella eruzione travolse Boscotrecase e minacciò Torre Annunziata, Somma Vesuviana, San Sebastiano, Ottaviano e San Giuseppe Vesuviano.

A Boscotrecase la pioggia di cenere durò ininterrottamente tre giorni e tre notti, facendo crollare molte case e causando quaranta vittime. Matilde Serao racconta che la lava si fermò a dieci metri dal quadro di Sant’Anna, la patrona del paese, portato in processione da una folla di fedeli. 

A Torre Annunziata, dove 30.000 persone (che costituivano i nove decimi della popolazione), avevano precipitosamente lasciata la città, la lava si fermò in prossimità del muro di cinta del cimitero, davanti al quadro della Madonna della Neve, patrona della città, anch’esso portato in processione da una folla di fedeli,

A Somma Vesuviana si fece vedere il re, a Ottaviano (o come si diceva allora Ottajano), comparve la duchessa d’Aosta. La Serao scriveva: “Qui rimase incolume fra tante sciagure, strano a dirsi, il palazzo avito dei principi di Ottajano, che domina ora solo e triste, tanto disastro”. Qualche decennio dopo da quel palazzo “solo e “tristo”, dominerà Raffaele Cutolo.

La duchessa d’Aosta, visitando poi San Giuseppe Vesuviano (è sempre la Serao che ce lo racconta), “s’inchinò sui cadaveri” estratti dalle macerie che “apparivano non sfracellati ma morti quasi per soffocazione, per asfissia e piamente pregò per essi”. Erano i cadaveri delle 200 persone che erano rimaste sepolte nel crollo di un oratorio mentre si stava svolgendo una funzione religiosa, e che non fu possibile soccorrere in tempo per le esalazioni del gas vulcanico. 

L’eruzione distrusse anche la famosa, e allora frequentatissima funicolare del Vesuvio, e la ferrovia costruita nel 1903 dagli inglesi Cook per far arrivare più comodamente i turisti alla stazione inferiore della funicolare, collegata alla stazione Pugliano/Resina della Circumvesuviana. La ferrovia, alla fine del 1907 era di nuovo in funzione; la funicolare riaprì nel 1909, rinnovata nel tracciato, negli impianti e nelle carrozze.

In occasione di quell’eruzione non mancarono episodi curiosi.

A Torre del Greco fu evitata un’ecatombe perché all’avvicinarsi della lava, un trombettiere a cavallo girò per il paese invitando tutti a fuggire, cosa che tutti fecero, affidando le case alla custodia dei soldati.

In più località alcuni si dettero a trafficare scatolette contenenti cenere del vulcano da vendere ai turisti, in qualche caso riempiendole con sabbia del mare invece della cenere.

L’eruzione toccò anche Napoli, dove crollò il mercato di Monteoliveto, seppellendo undici persone e ferendone una trentina.

A Napoli, come da collaudata tradizione, la città si rivolse a San Gennaro. La folla, atterrita, invase il Duomo, s’impadronì della statua del santo, e la portò in giro per la città. Si tramanda che, giunta la processione in via Tribunali, il cielo all’improvviso si rischiarò, cessò l’eruzione e riapparve il sole.

Lo sterminator Vesevo si calmò, e stette calmo per una quarantina d’anni. Le nostre generazioni le sta lodevolmente rispettando più a lungo.

(Febbraio 2020)

Parlanno ’e poesia

 

di Romano Rizzo

 

Nando Clemente

 Nando Clemente, degno continuatore della poesia classica napoletana, è stato un uomo dotato di una raffinatissima sensibilità, che ha saputo infondere in tutte le sue liriche, sempre ispirate a valori eterni di cui fu valido custode.

Nacque a Napoli il 10 settembre del 1921 e si dedicò con grande passione all’attività di decoratore che, forse, già gli consentiva di coltivare ed esprimere il suo amore per la bellezza e la sua continua ricerca della perfezione. Come è accaduto a molti, pur essendo attratto dalla grande Poesia, iniziò a mettere su carta quello che il cuore gli dettava, solo in tarda età, e conservò, per lungo tempo, gelosamente, i suoi scritti. L’occasione di declamarli la ebbe quando decise di presentarsi ad una delle puntate de La Tavola rotonda dei poeti di ieri, di oggi e di domani, trasmissione che si proponeva anche di portare alla ribalta nuovi talenti ed era curata, su Radio Antenna Capri, da Lello Lupoli.

La sua esibizione ebbe un grande successo e gli fece comprendere che era giusto continuare per questa via. Cominciò a frequentare diversi salotti e, in seguito, divenne conduttore egli stesso di un programma di poesia molto seguito su un’altra emittente, da solo o in compagnia di Gennaro Autoriello. La sua grande amabilità e la  semplicità furono le chiavi che ne consacrarono il successo e che salutarono il suo meritato ingresso nella èlite dei poeti di Napoli. Nel novembre del 1981 le edizioni 2000 di Napoli pubblicarono un volume delle sue poesie dal titolo “ ’E ppazzielle” con la dotta prefazione di Ottavio Nicolardi, che pose nel giusto risalto la peculiarità della poetica di Clemente, che riesce ad innestare, con grande naturalezza, nel genere classico le inconfondibili caratteristiche dei nostri tempi. Nicolardi aggiunse ancora che Nando Clemente ci regala sempre poesie pervase da una nuova forma di rassegnata tristezza, derivante dall’invecchiamento e dal conseguente isolamento. “ Ecco il marchio, il sigillo che Nando Clemente appone alle sue opere ed essendo, tale sigillo, personale e inconfondibile, diventa assai facile riconoscerne l’autore”.

Vincenzo Fasciglione mette in risalto la grande e non comune sensibilità del poeta, testimoniata anche dal fatto che, pur non avendo avuto figli, ne parla con toccanti accenti di commozione perché, come tutti i veri poeti, si immedesima negli altri e fa propri i loro sentimenti e le loro emozioni. Ne ricorda ancora la infinita bontà ed il grande senso dell’amicizia, qualità che lo fecero da tutti ritenere, oltre che un bravo poeta, una perla d’uomo.

Molto delicate, e spesso commoventi, sono anche le poesie che seguono e che spero riescano a dare l’idea della sua grandezza.

 

 

Cammenanno

di Nando Clemente

**

Nun te mmalincunì si ’e ffronne cadeno,

ncopp’a sta via sulagna e damm’’a mano

cammina a mme, quanto cchiù può vicino.

Fa cunto ca tenessemo vint’anne :

nun ridere, nun me sciupà stu suonno..

‘a povera ca ‘o viento ce ha menato :

pure accussì, si’ bella, pe st’uocchie mieje

tu si’ sempe chella d’’a primma vota

**

E si s’è fatta cchiù pesante

‘a via, fermammece nu poco,

cumpagna stanca mia

e fatte tenè mente :

tiene int’all’uocchie

‘a luce ‘e nu tramonto,

comme s’è fatto tarde

 dint’a niente!

**

Ma nun ce sta tramonto

 pe sti core,

che quanno ammore

 è ammore..

nun scura notte cchiù

 

 

’E ppazzielle

di Nando Clemente

 

Ogge, mettenno a pposto ‘o mezzanino,

pe mmiez’’e ccose vecchie e ffore mana,

chelle ca nuje chiammammo scartapelle..

aggio truvato tre o quatto ppazzielle

‘e quanno’e figlie mieje, criaturelle,

steveno tutte quanto attuorno a mme…

 

Chesto penzavo, ‘ncopp’ô mezzanino,

cu sti ppazzielle ca tenevo ‘mmano,

mentre tenevo ‘o triemmolo ‘int’’e ggamme

e ‘o ppoco ‘affanno..E che vuò ffà ? È ll’età..

Me ne so’ sciso che astrignevo ‘mmano

nu treno piccerillo piccerillo…

tutto ammaccato. Cu ‘a pacienza mia,

cu ‘o martelluccio ll’aggio adderezzato.

 

Pe ‘ncopp’’o giravite, ‘a goccia d’uoglio

è ghiuta dint’’a molla.. E, mme credite ?

doppo trent’anne e cchiù chesta pazziella

s’è mmisa n’ata vota a ffunziunà…

E ccammenava..e stu remmore ‘e corda

scetava ‘ncapa a mme cchiù ‘e nu ricordo..

penzavo quann’’a sera, tutt’’e ssere,

lietto pe llietto ‘e ghievo a ccummiglià ;

nu vaso, ‘o segno ‘e croce, na preghiera :

mo penzate a ddurmì, bell’’e papà…

 

Se ne so’ ghiute, nun ‘e vveco maje.

Mo vanno ‘e pressa, teneno che ffà :

nun trovano nemmanco nu minuto,

..nu minuto..pe mme venì a truvà !

E cche vuò ffà ? mm’’a piglio a nomme ‘e Dio.

Chillo ca s’è ffermato mo..songh’io..

songh’io ca mo nun tengo niente ‘a ffà.

E cchest’è ‘a vita ! E, cu ‘e ppazzielle lloro,

cu sti ppazzielle, mo..pazzèa..papà !!!

 

 

Tramonto

 di Nando Clemente

**

Te scri.vo e faccio ‘e te mille penziere:

                                              è tantu tiempo ca...nun me rispunne..

I’ te vurrìa scurdà, ‘nce aggio pruvato..

ma tengo sulo a te ‘ncopp’a stu munno..

**

Ê vvote chiagno. E nun me metto scuorno

‘e te dì chesti ccose, anema mia;

ma tu, ca nun me scrive e ca nun tuorne,

tu ll’hê ‘a sapè ca moro ‘e pucundria !

**

Forse è fernuto ‘o tiempo ‘e chist’ammore:

« Tutto se scorda » dice na canzona,

ma tu vallo a cunvincere stu core…

trovala tu, si può, na scusa bbona !

**

Dille ca ‘o suonno bello dura poco

e ca te sì scetata primm’e mme…

Dille ca tutto tene nu tramonto

comm’a chest’ora, mentre scrivo a te..

**

Ma, poco fa, ll’urdemo raggio ‘e sole

‘ncopp’a sta scrivania s’è ‘ntrartenuto,

ha pazzìato cu ‘o ritratto tujo…,

è addeventato d’oro e se n’è ghiuto.

**

Stammo a Settembre, s’è accurciat’’o juorno..

Settembre…i’ dico e quanno vuò turnà?

I’ spero ancora, ma, si guardo attuorno,

cadeno ‘e ffronne, stanche ‘e t’aspettà..

**

Ah, si stasera ‘o viento me purtasse,

comm’a na fronna morta, ‘mbraccio a tte

e tu pe sempe st’uocchie me ‘nzerrasse

e po cercasse pace a Ddio pe mme !

………………………………………………

Scusa ‘a scrittura, ca me tremma ‘a mana;

‘ncopp’a sta scrivania ‘nce veco a stiente..

Me so’ scurdato pure ‘e appiccià ‘o llume..

Comm’è scurata notte… dint’a niente !!

(Febbraio 2020)

Via Martucci. Una nobile signora d’altri tempi

 

di Antonio La Gala

 

L’ampia zona “bene” del Rione Amedeo conserva i segni del suo sviluppo urbanistico di fine Ottocento, architettonicamente rivolto a ceti borghesi medio-alti, ma oggi significativamente ibridato, soprattutto nella sua parte commerciale, alla contemporaneità, ancorché di livello alto. 

Nel percorrere una via di questo Rione, via Giuseppe Martucci, si ha, invece, l’impressione di essere, ancora oggi, nella Napoli signorile di fine Ottocento. Questa via, infatti, conserva una compostezza borghese d’altri tempi, forse con qualche venatura nostalgica un po’ decadente, come si conviene ad un’anziana distinta signora.  

La via presenta (cosa in genere rara per le città che ibridano storia e attualità), una coerente, dignitosa omogeneità architettonica, dovuta alla quasi contemporaneità di tutta la sua edificazione, che, essendo avvenuta con l’elevazione di fabbricati signorili di ampio volume, non ha reso poi conveniente la loro sostituzione con gli anonimi condominii, del secondo Novecento, con cui, spesso, la speculazione edilizia ha sostituito edifici, talvolta pregevoli, ma di dimensioni modeste.

Via Martucci è nata nell’ambito della creazione del nuovo “Rione Amedeo”, elaborato negli anni Settanta dell’Ottocento, un piano di edilizia residenziale per l’emergente ceto borghese. La via venne tracciata come collegamento di piazza Amedeo con la chiesa di Santa Maria in Portico, cioè come un prolungamento dell’attuale via Crispi, e quindi con la sua stessa denominazione di allora: Corso principe Amedeo.

L’edificazione della via iniziò verso la fine degli anni Settanta e agli inizi degli anni Novanta la via era quasi tutta completata, tranne la zona ad angolo con piazza Amedeo, su cui sorgerà, nel 1925-26, il palazzo Cottrau- Ricciardi.

Il Rione Amedeo, Parco Grifeo, la Floridiana e Villa Lucia, sono stati costruiti sul terreno di proprietà dei duchi di Gravina, un parco esteso dalle spalle della Riviera di Chiaia fino a via Cimarosa al Vomero, su cui sorgeva un superbo palazzo. Agli inizi del ‘600 una duchessa Gravina, rimasta vedova, convertì il palazzo nel convento dei Padri Lucchesi di Santa Maria del Portico e, accanto, vi costruì (1632-33) la chiesa con quel titolo, nonché un noviziato, donando di fatto ai Lucchesi l’intera proprietà Gravina.

Detto noviziato, sebbene abbia ingresso in via Crispi, riguarda da vicino via Martucci perché vi incombe, scenograficamente, alle spalle della sottile striscia di suolo su cui (civico 69), prima del 1896-97, fu aperta su via Martucci la sala per concerti “Romaniello”, diventata  nel Novecento cinema Amedeo, a cui oggi sono subentrate altre realtà per lo svago.

Via Martucci si apre, ad angolo con piazza Amedeo, con due interessanti edifici. Sulla destra, in piazza Amedeo 8, nel 1925-26, l’impresa Cottrau-Ricciardi ha costruito l’edificio disegnato dall’architetto liberty Giulio Ulisse Arata. Sull’altro angolo, attorno al 1910, è sorto l’edificio liberty che ospita l’albergo Pinto-Storey.

All’altro estremo della via, alla sommità di una rampa (civico 35), fra il 1879 e il 1896, sorse Villa Quintieri, su un basamento neoclassico.

Al civico 50 c’è una cappella serotina di Maria SS. del Buon Consiglio, del 1886; al civico 62 una lapide ricorda la medaglia d’Oro della guerra 1915-18, Alberto Verdinois.

Infine una curiosità: sui gradini Amedeo è stata ambientata una scena di un film cult in cui dialogavano, sotto la pioggia, Massimo Troisi e Lello Arena.

(Gennaio 2020)

Miti napoletani di oggi.76

“CERTE” MOSTRE

 

di Sergio Zazzera

 

E' stata allestita, di recente, nella sede napoletana delle Gallerie d’Italia (Palazzo Zevallos-Stigliano - via Toledo, 185), la mostra “David e Caravaggio”, che vorrebbe approfondire la dipendenza stilistica dell’artista neoclassico francese Jacques-Louis David da Michelangelo Merisi, il pittore italiano, forse, più celebre di tutti i tempi.


Nella mostra il raffronto è istituito fra La morte di Marat del primo e la Deposizione nel sepolcro del secondo, delle quali, però, sono esposte, rispettivamente, una replica eseguita dagli allievi e una copia realizzata da Tommaso De Vivo (1824).

Ed ecco il mito, con la premessa che il discorso dev’essere ritenuto applicabile a qualsiasi altra esposizione ispirata agli stessi criteri. Pur a fronte, infatti, di quanto teorizzato da Walter Benjamin (L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Arte e società di massa, 1955), è legittimo dubitare dell’utilità di un siffatto genere di allestimenti espositivi, che offrono alla vista un “prodotto” (brutto vocabolo, ma non saprei quale altro adoperare) nel quale l’impronta personale dell’autore dell’opera originale è diluita da quella dell’esecutore della copia/replica. Il che, poi, è tanto più valido, quanto maggiore è la distanza cronologica fra l’originale e la copia/replica medesima; distanza che può avere determinato la formazione di nuove tecniche – stilistiche, ma anche materiali –, idonee a influire sul nuovo “prodotto”.

Nel caso in questione, poi, la mostra è completata dalla presentazione di altre opere di David, questa volta in originale, nonché da riproduzioni di dipinti suoi e del Caravaggio, le cui dimensioni sono state sensibilmente ridotte, il che consente di coglierne, pur se in maniera limitata, soltanto le analogie compositive. E, forse, a voler essere benevoli, potrebb’essere soltanto questa – e nessun’altra più – l’unica utilità di allestimenti del genere.

(Gennaio 2020)

Invisibili in una classe separata

 

di Antonio La Gala

 

Il Vomero visse il ventennio fascista né più né meno di come lo visse il resto della città, la quale aderì pressoché totalmente al regime. Il consenso era dovuto a vari fattori. Le gerarchie cattoliche locali non potevano non appoggiare un uomo inviato dalla Provvidenza. Le conquiste coloniali, il movimento delle navi nel porto, alimentavano la speranza di diventare (come recitava il bigliettino di battesimo della Mostra d’Oltremare), la capitale del Mediterraneo. Inoltre urbanisticamente la città si andava trasformando, presto e bene, dando lavoro all’unica industria locale, l’edilizia, e molti erano lieti del fatto che i treni viaggiassero in orario.

Le foto vomeresi dell’epoca, quelle della processione di Pasqua, mostre d’arte, prime Comunioni e funerali, sono piene di fez, gambali, divise, centurioni, gente fisicamente insignificante romanamente impettita, attempati camerati travestiti da improbabili guerrieri, tutti marionette del regime.

Cambiato il clima, affondata la nave, pare che sulla nave vomerese non ci sia stato mai nessuno. Anzi al Vomero la nave non c’era stata proprio. Scomparsa assieme a sciarpe littorie, distintivi, attestati, giornali, documenti e foto. Una provvidenziale amnesia collettiva, all’unanimità, ha archiviato tutto. La narrazione vomerese ricorda solo le Quattro Giornate.

E ritengo che nessun vomerese (o quasi), sappia che in collina si consumarono anche nefandezze legate all’applicazione delle leggi razziali, nefandezze temperate, e molte disinnescate, dalla ricchezza di umanità del carattere dei vomeresi.

Due esempi di nefandezze avvenute.

Quasi alla fine di via Sanfelice, in contiguità con la villa di Scarpetta, nello stesso periodo in cui sorse la villa del commediografo, sorse Villa Herta, quella in cui spicca il classicismo delle colonne dell’atrio. In questa villa fra il 1910 e il 1914 il proprietario, uno scienziato svizzero, impiantò, nei livelli sottostanti la villa, un istituto vulcanologico, un centro allora all’avanguardia nel settore. Ma lo scienziato svizzero aveva un gravissimo difetto, non era ariano, ma “addirittura” di razza ebraica: dovette levare mano ed emigrare.

Il secondo esempio è addirittura odioso.

Nel settembre del 1938, il ministro Bottai decretò l’esclusione dall’insegnamento in tutti i tipi di scuole di “persone di razza ebraica”, sia docenti che discenti.

Per quanto riguardava le iscrizioni di alunni ci furono due esperimenti unici in Italia: a Trieste e a Napoli.

A Trieste la comunità ebraica formò delle scuole autonome, con propri insegnanti, che funzionarono fino ai rastrellamenti tedeschi.

A Napoli, nella scuola Vanvitelli, il direttore (a cui va il nostro apprezzamento), per far studiare anche i bambini ebrei, riuscì ad ottenere l’istituzione di una classe speciale in cui includere bambini ebrei di tutte e cinque le classi. Per formare la classe i bambini dovevano essere almeno 10, ma quelli che rientravano come età erano nove. Il direttore (lodevolmente) infilò allora anche un bimbo più piccolo del dovuto.

L’istituzione della pluriclasse speciale consentiva ai bambini di studiare, ma a condizione di essere invisibili: dovevano entrare e uscire da un ingresso secondario di via De Mura, in orari sfalsati rispetto ai coetanei “ariani”, entrare prima degli altri e uscire dopo; saltavano la ricreazione e dovevano usare servizi separati.

La maestra della classe speciale era anch’essa ebrea e sulle pagelle era costretta a scrivere “razza ebraica”.

Questo episodio e questa classe sono ricordati da una lapide apposta nell’ingresso della scuola.

(Dicembre 2019)

Miti napoletani di oggi.75

IL PRESEPE

 

di Sergio Zazzera

 


Se torno, ancora una volta, sul tema del Presepe, ciò è dovuto, essenzialmente, alla pubblicazione della Lettera apostolica Admirabile signum, di Papa Francesco, avvenuta il 1° dicembre scorso a Greccio.

Non è mai superfluo ricordare, in premessa, che il Presepe napoletano traspone in un ambiente partenopeo la scena della Natività, quasi che l’evento si fosse verificato in uno dei quartieri popolari della città. In proposito, il Pontefice scrive: «Spesso i bambini – ma anche gli adulti! – amano aggiungere al presepe altre statuine che sembrano non avere alcuna relazione con i racconti evangelici», ma la sua mente corre al pastore, al fabbro, al fornaio, ai musicisti, alle donne che portano le brocche d’acqua, ai bambini che giocano, che rappresentano, tutti, «la santità quotidiana, la gioia di fare in modo straordinario le cose di tutti i giorni, quando Gesù condivide con noi la sua vita divina».

Viceversa, il fenomeno “mitico”, che da diversi anni, ormai, si è radicato a Napoli è quello di collocare sulla scenografia presepiale, fra le altre, le statuine di personaggi del mondo dello spettacolo, dello sport e della politica, forgiate dagli artigiani (o artisti?) di San Gregorio Armeno.

Ebbene, Tommasino Cupiello – il Nennillo eduardiano – criticava aspramente il fatto che il padre avesse realizzato la cascata del Presepe di casa – che è «una cosa religiosa» – con l’impiego dell’«interoclìsemo» – vale a dire, il clistere. Ma, diciamocelo pure: quanto dissacrante può essere ritenuta la soluzione escogitata da Luca Cupiello, a fronte della presenza della statuina dell’onorevole X o dell’attrice Y sul Presepe di famiglia?

(Dicembre 2019)

Miti napoletani di oggi.74

IL “CAFFE' SOSPESO”

 

di Sergio Zazzera

 

Che Napoli sia diventata, già da almeno un secolo e mezzo, la “patria” del caffè(-bevanda, poiché quelle della materia prima rimangono la penisola araba e il Brasile) è un dato ormai più che sufficientemente acquisito: non dico a Parigi, ma neppure a Milano o a Torino hanno un’idea di che cosa sia il caffè (quello vero, s’intende).

Negli ultimi tempi, poi, è tornata di moda la pratica, tutta napoletana, ispirata alla terza Virtù teologale, del “caffè sospeso”, vale a dire, della tazza di caffè pagata e lasciata a disposizione di chi non sia in grado di pagarsela: guarda caso, questo “ritorno di fiamma” è coinciso proprio con l’esplosione della crisi economica. Peraltro, sul modello del caffè, in questi ultimi tempi si è affermata pure la pratica della “pizza sospesa”, il cui funzionamento è assolutamente identico.

Ora, a voler individuare in tutto ciò il mito, credo che sia necessario porsi nell’ottica del beneficiario di questa piccola liberalità, piuttosto che in quella dell’offerente: chi, infatti, si sentirebbe di escludere l’esistenza di soggetti che – al pari dei lavoratori in nero che beneficiano del reddito di cittadinanza –, pur potendo pagarsela da sé, consumino a scrocco la tazzina di caffè, che sarebbe stata destinata a un loro simile meno fortunato?

(Novembre 2019)

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