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Miti napoletani di oggi.66

L’EDITORE

 

di Sergio Zazzera

 

L’Enciclopedia Treccani definisce “editore” «chi esercita l’industria della produzione e divulgazione di opere letterarie, artistiche, scientifiche, musicali, per mezzo della stampa, anche se non attenda direttamente all’arte tipografica e al commercio librario».


Aldo Manuzio

Da tale definizione discende che l’editore è colui che, assumendosi il rischio d’impresa, cura la pubblicazione e la distribuzione dell’opera, corrispondendo all’autore i relativi diritti economici (c.d. Royalties), in una duplice possibile forma: a) percentuale sul prezzo delle copie vendute (c.d. “contratto aperto”); b) importo globale una tantum (c.d. “contratto chiuso”).

La definizione medesima è valida, poi, sicuramente per coloro che esercitano tale attività da Roma in su, fatta eccezione, in buona parte, per Firenze. Viceversa, in tutte le altre località vige – per lo più, e fatte le debite eccezioni – il sistema del costo della tiratura a carico dell’autore (attuato, talvolta, mediante la pretesa dell’acquisto da parte sua di un numero di copie, il cui costo sia pari a quello di produzione dell’intera tiratura), senza farsi carico della distribuzione e senza corresponsione dei diritti economici. È evidente, dunque, come lo (pseudo-)editore si limiti, in questi casi, a costituire il tramite fra l’autore e la tipografia, nel che dev’essere ravvisato il mito, nel senso di falso linguaggio, dal momento che si è visto come la definizione della figura esprima tutt’altro – e più ampio – concetto.

Corollario del mito: diffidare degli editori che regalano copie dei libri: esse sono quelle residuate dall’acquisto da parte degli autori, le quali, perciò, hanno “costo zero” per essi e, per di più, ingombrano pure i loro depositi.

Corollario del corollario: il comportamento di cui sopra diseduca il pubblico e i librai, i quali chiedono agli autori, rispettivamente, copie-omaggio e la fornitura di copie da vendere; la quale ultima, viceversa, dovrebb’essere curata dagli editori.

Per fortuna, però, anche a sud di Roma e a Firenze ci sono – come dicevo più sopra – editori “veri”; e, quelli, gli autori imparano presto a riconoscerli.

(Ottobre 2018)

Napoli Ottocento, come venivano i turisti

 

di Antonio La Gala

 

Negli anni Venti dell’Ottocento cominciarono a crescere i flussi turistici verso Napoli, grazie sia al miglioramento dei trasporti e sia alla stabilità politica nel regno borbonico dopo le turbolenze del periodo napoleonico.

Erano gli anni del Gran Tour. Il flusso annuo dei visitatori agli inizi degli anni Trenta si aggirava intorno ai 6.000 turisti, per raddoppiare alla fine degli anni Cinquanta.

Cifre che è difficile paragonare a quelle odierne, perché non sono minimamente paragonabili fra loro le modalità di trasporto di allora, imperniate sui cavalli, e le modalità attuali, che si avvalgono della combinazione di aerei, auto e treni.

Ai tempi del Gran Tour i Tedeschi interpretavano i viaggi come strumento di formazione culturale; gli Inglesi, con il loro pragmatismo, e suscitando l’ironia dei Tedeschi, li trasformarono in comodo turismo e in businnes.

Tradizionalmente i turisti venivano nella nostra città passando per Roma.

Dal Cinquecento in poi, per spostarsi da Roma a Napoli, percorrevano circa 340 km. lungo la via Appia, con stazioni di posta dove potevano anche pernottare, impiegando quattro giorni. Con il potenziamento del servizio postale, attorno al 1830 il viaggio si riduceva a sole 33 ore.

Per evitare gli scomodi viaggi per via di terra, alcuni sceglievano i viaggi per mare. Da Civitavecchia partivano piccoli “vapori”, i cosiddetti “vaporetti”. Servizi di “Vapori di linea” erano poi attivi da Livorno e da Genova.


Per via di mare a Napoli altri giungevano nel corso di crociere nel Mediterraneo, come ad esempio Thomas Mann a fine secolo.

Il mare serviva come via di comunicazione anche fra Napoli e le più note località d’escursione: Sorrento, Capri, Ischia. Dalla metà del secolo questi collegamenti marittimi erano regolari, mediante un servizio di battelli, chiamati “navi mercato”.

Il salto più significativo, nel miglioramento dei collegamenti, lo fece compiere l’introduzione della ferrovia.

Il tratto fra Napoli e Torre Annunziata, con la diramazione per Castellammare, della linea borbonica Napoli-Nocera offriva ai turisti la fruizione di un lungo tratto della costa, dei giardini della reggia di Portici, delle ville settecentesche del Miglio d’Oro, del Vesuvio, delle città sepolte di Pompei ed Ercolano, una vera  full immersion nella natura, nella storia e nell’arte. Inoltre da Ercolano si poteva scalare il Vesuvio.

Nel 1842 il periodico “Salvator Rosa” definiva questo tragitto il “più bel tratto a rotaje di ferro che s’abbia l’Europa [...] non un viaggio in quelle magnifiche tombe di vecchi ruderi che si dicon musei, ma in aperto smisurato museo che diremo vivente”. Oggi diremmo un museo all’aperto.

Per collegare Napoli con Roma, ed oltre, per ferrovia occorrerà aspettare gli anni Sessanta quando fu costruita la linea Roma-Caserta-Napoli  e fu aperta la stazione di Napoli Centrale. Si trattava però sempre di viaggi scomodi.

Fino alla prima guerra mondiale per percorrere i 250 km. della linea si impiegavano dalle 8 alle 11 ore. Il “direttissimo”, l’Alta Velocità di allora, impiegava dalle 5 alle 6 ore.

Negli stessi anni Napoli era collegata anche direttamente, mediante appositi treni Express, con città lontane, come ad esempio Berlino. Il viaggio Berlino-Napoli durava quasi 40 ore, comprese le soste durante le quali i viaggiatori potevano scendere dal treno per mangiare nel ristorante di stazione, oppure farsi portare un cestino in carrozza.

Negli ultimi anni dell’Ottocento altre opportunità per i turisti le offrirono la funicolare del Vesuvio e la Cumana verso i tesori della zona flegrea.

Tutto quanto detto sopra evidenzia che nell’Ottocento i turisti per raggiungere Napoli affrontavano comunque dei disagi: è segno che la città attraeva.

(Ottobre 2018)

Miti napoletani contemporanei.65

“SUPER-NAPOLI”

 

di Sergio Zazzera

 

Qualche tempo fa ho parlato del “mito-Napoli”; come se non bastasse, ora il sindaco annuncia un suo progetto di “Super-Napoli”, articolato in tre delibere, concernenti, rispettivamente, una Napoli “città autonoma”, la cancellazione unilaterale del debito contratto dalle gestioni commissariali post-terremoto ed emergenza rifiuti e, infine, una moneta locale aggiuntiva all’euro.

Un’analisi corretta del progetto richiede che si cominci dalla previsione della “città autonoma”, concetto non chiaro, per come presentato dagli organi d’informazione, ma che non potrebb’essere immaginato in maniera efficace, se non come una proclamazione d’indipendenza, alla maniera della Catalogna, che farebbe impallidire perfino la Lega e che determinerebbe evidenti conseguenze analoghe a quelle prodotte da quell’episodio.

Ciò perché soltanto un’autonomia espressa in termini di sovranità statuale potrebbe consentire alla città una qualsivoglia forma di monetazione: ricordo che il mio Maestro, Antonio Guarino, soleva affermare che “soltanto lo Stato ha la prerogativa di battere moneta”.


Entrambe queste delibere, poi, costituirebbero, in maniera palese, la premessa per il rifiuto del riconoscimento del debito “altrui”. Senonché, nella specie non si sarebbe in presenza di quello che i Romani definivano constitutum debiti alieni, dal momento che nei confronti dello Stato e dei suoi organi, in quanto soggetti giuridici impersonali, opera il principio di continuità della loro azione, con la conseguenza che il debito rimane sempre “proprio” dell’ente, il quale, quindi, non può sottrarsi, in ogni caso, all’obbligo di risponderne.

Con il che, credo che rimanga sufficientemente dimostrato il mito (di onnipotenza, s’intende).

(Settembre 2018)

Miti napoletani di oggi.64

LA “CITTA' IMPERMEABILE”

 

di Sergio Zazzera

 

Walter Benjamin elaborò per Napoli la definizione di «città porosa», nel senso della porosità che si trasmette all’architettura dal tufo, materiale principe della sua realizzazione, almeno ai suoi tempi, e da quella alla società cittadina.


A sua volta, Zygmunt Bauman ha individuato le caratteristiche della modernità e della postmodernità nello stato solido e in quello liquido della società: tutto ciò che appariva ben definito, nitido, nella società moderna, viceversa, è sempre rimodellabile in quella postmoderna.

La domanda che, a questo punto, «sorge spontanea» – per dirla con Antonio Lubrano – è: ma la Napoli di oggi è città “liquida” o “porosa”?

A ben guardare, Napoli ha, innanzitutto, una buona capacità di assorbire sé stessa, il che costituisce un ottimo mezzo per assicurarle la sopravvivenza, il che farebbe pensare a una sua porosità. Per un altro verso, però, essa ha la capacità di adattarsi alle situazioni, di assumere «la forma dell’acqua» –  avrebbe detto Andrea Camilleri –, ovvero, come dicono i napoletani “veraci”, mette addó scenne. Il che, poi, mi fa pensare che oggi non potrebbe mai ripetersi una rivoluzione come quella di Masaniello, o come quella del 1799, e tanto meno una rivolta come quella delle Quattro giornate. Dunque, essa potrebbe anche essere liquida.

Tuttavia, per rendere più facilmente comprensibile la situazione, credo che per Napoli sia preferibile ricorrere alla definizione di “città impermeabile”, che si fa scivolare addosso qualsiasi avvenimento, senza preoccuparsene minimamente. In casi come questo, c’è chi dice che così si campa cento anni; ma io poco ci credo.

(Luglio 2018)

Le lettere di Sua Maestà

 

di Antonio La Gala

 

La corrispondenza che Ferdinando I Borbone  indirizzava alla seconda moglie, Lucia Migliaccio, duchessa di Floridia, negli anni attorno al 1820, evidenzia interessanti aspetti della personalità del sovrano.

Ferdinando, quando era lontano da Lucia, le scriveva quasi ogni giorno, ma si tratta di una corrispondenza che per la verità nulla aggiunge alla letteratura e alla storiografia, perché per lo più si compone di lettere uniformi e scialbe nel contenuto. Il re le dettava ad un segretario in dissidio con l'ortografia, limitandosi ad apporre la firma. Raccontavano della selvaggina abbattuta, di cui egli spediva scelti capi in Floridiana; di perdite e vincite al gioco, di cui inviava una parte a Lucia ("i nostri interessi di gioco non vanno bene, la prima sera perdemmo 14 pezze e jeri 12, questa sera speriamo aver migliore fortuna"); degli acciacchi della vecchiaia, la tosse e il catarro, la podagra, la "cacarella" (sic), del piatto del giorno, di fatti domestici, e anche di problemi intestinali e altre sciocchezzuole.

Il monarca scriveva da Resina augurandosi che a Lucia avesse "fatto effetto la purga di olio di ricino" e da Lubiana per informarla che "ad Udine mi venne la cacarella motivo per cui non andai a teatro". La poco protocollare “sincerità”, anche in pubblico, con cui il “Re Lazzarone” amministrava le varie funzioni del suo regale intestino, ha lasciato una ricca aneddotica.

"Cara Lucia, cattiva nottata ho passata per motivo dei nervi che mi tiravano da tutti i versi, la mattinata però non è cattiva essendo bastantemente divertito con i beccafichi; e te ne mando venti presi colle reti, unitamente a buoni frutti". Da Caserta faceva sapere che "alle sette e mezza siamo andati a vedere pesare la Caccia di ieri. Questa faccenda è durata fino alle nove e mezza, essendoci delli animalucci che meritavano esser visti e rivisti, e poi si sono accomodati in modo che spero arrivino in buono stato quelli che arrivano a Napoli. Mi sono sbarbizzato, vestito, fatta la distribuzione della Caccia, intesa la seconda Messa alle undici e poi incominciato a scrivere questa.......Dal rapporto del Porto ho inteso l'arrivo della filuca dove è imbarcato il Leone che mi avvisi arrivato e che spero possa far bene compagnia alla bella Leonessa".   

Da Lubiana comunicava che "sabbato (sic) 13 finalmente dopo di averti scritto mi riuscì di uscire prima di mezzogiorno a fare un caminata (sic) a piedi. Poi pranzai con i Sovrani. Il resto del dopo pranzo che qui è brevissimo (era inverno n.d.a.) e la serata applicai, alla fine giocai un poco, ed alle dieci mi coricai". Lamentava poi che il Duca di Modena, "giunto all'Avemaria", aveva girato in carrozza per  "godere i lumi della città, ma siccome non me ne fece saper niente, così io rimasi in casa. La notte dal 13 al 14 dormii mediocremente e prima delle sei mi alzai".

Interessanti sono anche le espressioni con cui Ferdinando usava aprire e chiudere  le sue epistole. "Cara Lucia mia; Cara e adorata Lucia; Lucia Carissima; Mia Cara e Buona Lucia; Mia sempre più cara Lucia".

"Tuo affezzionatissimo (sic) Compagno Ferdinando; ti abbraccio teneramente; ti abbraccio a tutto cuore; sono il tuo affezzionatissimo Compagno che ti ama teneramente". Spesso si firmava " il tuo papasso".

Questa corrispondenza ci presenta un lato umano del personaggio Ferdinando, di cui però non va dimenticato che fra una lettera ed un'altra, in quegli anni, Ferdinando concedeva una Costituzione giurandone l'osservanza più volte sul Vangelo per poi tradirla; che nel contempo si dava un gran da fare per mandare a morte, in  prigione e in esilio Carbonari, liberali e oppositori vari. E mostra anche di che cosa s'interessava maggiormente il sovrano che era responsabile del governo di mezza Italia: la caccia ai beccafichi.

(Giugno 2018)

Miti napoletani di oggi.63

NAPOLI

 

di Sergio Zazzera

 

Sono cinque anni, ormai, che sto dedicandomi all’individuazione e alla descrizione dei miti napoletani contemporanei e, qualche giorno fa, ho fatto una riflessione: in realtà, la Napoli di oggi è, essa stessa, un mito di sé medesima. Non dimentichiamo che il mito equivale a falso linguaggio e, dunque, guardiamola un po’.

Le strade sconnesse e piene di buche: ma da quanto tempo mancate da Roma?

I vigili urbani divenuti merce rara: ma da quanto tempo mancate da Roma?

I trasporti pubblici in perenne disfunzione: ma da quanto tempo mancate da Roma?

La criminalità organizzata sempre fiorente: ma da quanto tempo mancate da Roma, o da Milano, o da Torino, o dall’Emilia, o dal Veneto?

La crisi politico-amministrativa: ma avete mai girato l’Italia, negli ultimi tempi?

Il dissesto geologico: e no, qui devo raccontarvene una, che comincia oltre una quarantina d’anni fa. Lungo “quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno”, sorse un orrendo villaggio, che si proponeva come “la Las Vegas italiana”. Si chiamava Consonno, era una frazione del comune di Olginate, e per realizzarlo furono spianate, addirittura, alcune collinette. Dunque, ciò che rimaneva non tardò a sbriciolarsi e oggi di Consonno rimane soltanto un cumulo di macerie. E non eravamo a Napoli.

L’ultima, infine, la conoscete tutti, però voglio dirvela ugualmente. Mi riferisco al napoletano derubato a Capri da due turisti tedeschi. A Napoli si dice: è gghjiuto ‘o ccaso ‘a sotto e ‘e maccarune ‘a coppa.

(Giugno 2018)

Miti napoletani di oggi.62

L’EXTRACOMUNITARIO

 

di Sergio Zazzera

 

Il fenomeno dell’immigrazione, soprattutto dai paesi africani, è divenuto sempre più incalzante, nel tempo, e un gran numero di costoro si è radicato proprio a Napoli, città la cui gran parte della popolazione non si può dire che nuoti nell’oro. Ciò ha determinato una vera e propria “guerra tra poveri”, alimentata da una ben precisa parte politica, che vi trova un proprio tornaconto altrettanto ben preciso, instillando nell’opinione comune l’idea/mito dell’“extracomunitario che ruba il lavoro”.

Eppure, per abbattere il mito, è sufficiente guardarsi intorno. Una parte di costoro, infatti, svolge attività lecite – dalla collaborazione domestica all’assistenza ad anziani e ammalati, giusto per citare gli esempi più consistenti ed evidenti –, spesso in condizioni di soggiorno legale e altrettanto spesso nell’approfittamento da parte dei datori di lavoro, i quali istituiscono il rapporto “in nero”, in violazione di quel diritto all’equa retribuzione, che, oltre a essere riconosciuto dalla Costituzione, costituisce anche un dovere imposto, quanto meno ai cristiani, dal Catechismo di Giovanni Paolo II, che ha sostituito tale formula a quella della «frode nella mercede agli operai», prevista dal Catechismo di Pio X. Senza dire che le attività che costoro svolgono sono, per lo più, respinte, come sgradite, dall’offerta di manodopera locale, dal che discende che nessun “furto di lavoro” si verifica.

Un’altra parte degl’immigrati extracomunitari, poi, è evidente oggetto d’“importazione” neoschiavistica, mediante accordi con gli “esportatori” d’oltremare, da parte della criminalità organizzata, che ne programma anche la destinazione: è evidente, infatti, che l’uomo di colore che esercita la vendita ambulante di fazzoletti o di accendini di qualità scadente, al pari di quello che chiede l’elemosina ai cantoni delle strade, devono rendere conto al “caporale” al termine della giornata. Del resto, il personaggio Jeremy Pitchum non è affatto un’invenzione della fantasia di Bertolt Brecht, così, come non è affatto vero che il fenomeno della schiavitù sia relegato oggi soltanto all’interno del Continente nero: ormai, è cosa di casa nostra.
(Maggio 2018)

Ferdinando aveva due Sicilie

 

di Antonio La Gala

 

Perché i Borbone erano re di Due Sicilie, visto che esiste una sola Sicilia?

Per capirlo bisogna partire dall’anno 1139, quando i Normanni unificarono tutto il sud d’Italia, Sicilia compresa, in un solo Stato, chiamato Regno di Sicilia, perché aveva capitale Palermo.

Carlo d’Angiò nel 1282 perse la Sicilia, ribellatasi con i Vespri siciliani, conservando solo la parte continentale del regno, per cui da quell’epoca dovrebbe parlarsi di un regno di Napoli distinto da quello di Sicilia. Gli Angioini, però, sperando in una riconquista, pur dopo aver portato la capitale a Napoli, continuarono a chiamarsi Re di Sicilia, persino dopo che, nel 1372, con un trattato rinunciarono definitivamente all’isola.

Dopo i Vespri Siciliani la sola Sicilia era passata agli Aragonesi.

Quando Alfonso d’Aragona nel 1443 subentrò agli Angioini nel governo della parte continentale del sud d’Italia, riunì in sé, ma solo come persona, le due corone aragonesi dei due Stati diversi – quello di Palermo e quello di Napoli, chiamato ancora di Sicilia – e assunse perciò il titolo di Re delle Due Sicilie.

Una corona era quella della del regno dell’isola, l’altra era quella del regno continentale ma ancora chiamato di Sicilia, tolto agli Angioini

Alla sua morte (1458) l’unità di tutto il Sud, almeno sotto la stessa persona, si spezzò di nuovo, diviso fra isola e continente, in due diversi regni rimasti divisi anche nel periodo del viceregno spagnolo, fino a quando, quasi tre secoli dopo, Carlo III di Borbone riassunse in sé un’altra volta, lo scettro dei due regni, ma solo come persona, diventando pure lui Re delle due Sicilie, e conservando la reciproca autonomia dei due regni.

Con il congresso di Vienna del 1815 Ferdinando, ex Ferdinando IV come Re di Napoli ed ex Ferdinando III come Re di Sicilia, quando tornò a Napoli dopo le due fughe in Sicilia, prima cacciato dai Giacobini nel 1799 e poi dai Francesi napoleonidi nel 1805, riconosciuto re complessivo dello Stato che comprendeva tutto il sud, fu ribattezzato Ferdinando I Re delle Due Sicilie.

Trasversalmente alle accennate vicende di separatezza fra Napoli e Palermo, va notato che, in linea di massima, i Siciliani in passato mal sopportavano la dipendenza da Napoli nelle fasi storiche in cui ne dipendevano, circostanza che fece progettare a Garibaldi lo sbarco in Sicilia, per conquistare il Sud, piuttosto che lungo le meno distanti coste tirreniche. In effetti in Sicilia, a parte le perdenti sparatorie dell’esercito regolare borbonico, poté raccogliere truppe di entusiasti volontari isolani da aggiungere al manipolo dei Mille per marciare contro Napoli.

(Maggio2018)

Miti napoletani di oggi.61

IL "DIVARIO TRA LE CLASSI SOCIALI"

 

di Sergio Zazzera

 

 

Mai come a Napoli si è fatto registrare in maniera tanto marcata un conflitto tra quelle che si continua a chiamare “classi sociali”. Soprattutto negli ultimi tempi, poi, la sua estensione alle generazioni più giovani è dilagata a macchia d’olio: aggressioni, agguati, risse con ferimenti, costituiscono il pane quotidiano per i cronisti di “cittadina”.

Proprio traendo lo spunto da questi ultimi episodi, ma generalizzando il riferimento, di recente qualcuno ha voluto ricondurre l’origine di tale divario agli avvenimenti del 1799; ed è proprio questo il mito, dal momento che credo che tale origine debba essere retrodatata di un buon secolo e mezzo.


Che Vincenzo Cuoco medesimo avesse colto, all’esito del fallimento della breve stagione repubblicana di Napoli, l’errore di non avere coinvolto nella rivoluzione il popolo, è cosa fin troppo nota. Non dev’essere trascurato, però, il fatto che, già nel 1647 – vale a dire, ai tempi di Masaniello –, la “respublica dei togati”, cui avevano dato vita Giulio Genoino e il suo entourage, aveva strumentalizzato il ceto popolare, attraverso la sua “punta di diamante”, costituita da Tommaso Aniello d’Amalfi, del quale essa si era servita come longa manus, scaricandolo appena le cose si misero in un certo modo.

Mi sembra, dunque, che fin da quel più remoto momento il popolo napoletano (quello vascio) ne abbia avuto ben donde, per assumere certi atteggiamenti; i quali, tuttavia, rimangono in ogni caso assolutamente ingiustificabili.

(Aprile 2018)

L’antica chiesa di S. Gennariello

 

di Antonio La Gala

 

La chiesa più antica del Vomero è quella di S. Gennariello, in Via Cifariello, più nota come “Piccola Pompei”, dal quadro che sta all’interno, dipinto nel 1945 da un frate. Alla Vergine di Pompei è dedicata anche l’edicola esterna del 1946.

Per inciso, esprimiamo il modestissimo parere che la precedente intitolazione della strada in cui essa sorge, via S. Gennariello, era più storicizzata e più aderente, rispetto a quella attuale, che non presenta alcun legame tra lo scultore e la strada.

Le prime notizie certe che abbiamo di questa Chiesa risalgono ad un atto privato, databile attorno al 1.100 in cui, per indicare i confini di un terreno limitrofo, si legge che esso confinava “cum Ecclesia Sancti Januarii”.

La chiesa subì trasformazioni radicali nel 1513 e, di minore entità, alla fine del Seicento. Nel 1771, chiesa e dintorni passarono ai monaci cistercensi, che vi costruirono una loro casa di campagna, considerata l’allora gran quiete circostante e la salubrità dell’aria. A fine Settecento, i Cistercensi dettero al tempio l’aspetto attuale. La chiesa, a pianta centrale sotto una cupola bassa, sebbene sia di piccole dimensioni, presenta all’interno un certo senso di movimento. I monaci furono estromessi,  una prima volta, da Murat, nel 1807. Dopo la restituzione, la Chiesa e il convento, nel 1821, passarono ai frati minimi conventuali e la Chiesa divenne parrocchia succursale della chiesa di S. Maria del Soccorso all’Arenella, all’epoca unica parrocchia per il Vomero e l’Arenella. Nel 1866 essa fu sottratta nuovamente ai frati che, dopo varie peripezie, fra cui il riacquisto della chiesa nel 1920, sono tornati ad esserne padroni, con i minori Antoniani.

Nel 1884 divenne parrocchia del Vomero ed in tale veste vi si trasferirono nel 1897 i reperti provenienti dalla demolizione dell’antica cappella Vacchiano di Antignano, dedicata a S. Gennaro, fra cui una Testina di marmo, forse del Quattrocento, che fu collocata all’esterno, sulla porta centrale, fino a quando, nel 1941, fu trasferita nel monumentino di piperno che sta vicino alla Basilica di Via S. Gennaro al Vomero.

Nel 1974 il tempio subì rilevanti trasformazioni e, nel 1976, il sotterraneo, usato per tanti secoli come cimitero, fu adibito a sala per riunioni.

La Chiesa conserva tele, arredi, sculture ed oggetti vari, databili dal Settecento a metà del Novecento, una lapide marmorea, datata 1707, proveniente  dalla demolizione della Cappella Vacchiano, e una lapide, datata 1513, forse di epoca successiva, che attesta che una pietra posta lì vicino è la pietra su cui furono deposte le spoglie di S. Gennaro durante la sosta del corteo ad Antignano, nel corso della traslazione da Pozzuoli a Capodimonte.

Sulla facciata, a sinistra, in basso, una pietra recuperata di epoca romana, esposta al pubblico vandalismo, testimonia l’antichità della chiesa.

(Marzo 2018)

Miti napoletani di oggi.60

ELENA FERRANTE

 

di Sergio Zazzera

 

Ora dico una banalità. La storia e il mito sono entrambi prodotti dell’uomo: la prima, della sua azione; il secondo, del suo pensiero.

Perché la dico, è presto spiegato: da alcune settimane, il periodico L’Espresso sta pubblicando una serie d’interventi di scrittori e critici letterari sul “fenomeno” Elena Ferrante; fenomeno, sul quale i pareri espressi sono i più disparati. Uno di essi, però, mi ha colpito, in maniera particolare, perché è quello col quale avverto maggiore sintonia.

Si tratta dell’intervento di Paolo Di Paolo, il quale, in estrema sintesi, stigmatizza il fatto che la scrittrice (o lo scrittore?) si celi dietro una sorta di muro – o di paratia –, che impedisce di conoscerne la reale identità.

Ecco, dunque, emergere il mito, che (absit iniuria verbis) è la trasposizione contemporanea di quello di Pulcinella, vale a dire, di un personaggio che si nasconde dietro a una maschera. Ora, non voglio dire che ad averne determinato il successo sia stata proprio questa sorta di mistero, ma non mi sentirei di escludere che il suo contributo essa lo abbia dato, se non altro, a quella parte di pubblico ch’è più disposta a subire il “fascino dell’ignoto”.

Ebbene, io non appartengo a quella parte di pubblico: non leggo la Ferrante, perché m’interessa la storia, non il mito, se non quando (e non è il nostro caso) esso spiana la strada alla storia. Né mi si obietti che sono tanti gli scrittori (e non soltanto essi) che ricorrono allo pseudonimo, ch’è cosa assolutamente diversa: si sa, infatti – e per citare uno degli esempi più conosciuti – che la reale identità di Aldo Palazzeschi è quella di Aldo Giurlani o che quella di Vincenzo Cardarelli è quella di Nazareno Caldarelli. Si tratta, però, in entrambi i casi – al pari di tanti altri –, di personalità che non hanno celato il loro volto dietro a una maschera. Eppure, il loro successo lo hanno ugualmente ottenuto.

(Marzo 2018)

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