NEWS

DIANA FRANCO PER IL QUIRINALE   Il dipinto su cristallo, intitolato Terrae Motus, donato dall’artista napoletana Diana Franco al Quirinale, è esposto...
continua...
“PROCIDA ‘900”   Martedì 15 maggio 2018, alle ore 17.30, nell’aula “Massimo Della Campa” (4° piano) della Fondazione Humaniter (piazza Vanvitelli, 15 –...
continua...
ANTONIO BERTE’ UN ARTISTA CONTEMPORANEO NAPOLETANO   di Luigi Rezzuti   Torre Caselli è un edificio abbandonato, che versa in pessime condizioni in...
continua...
SPIGOLATURE   di Luciano Scateni    Stupri? Colpa delle donne, dice Chrissie Un’ipotesi possibile nasce dalla biografia di tale Chrissie Hynde,...
continua...
IL CALCIO E’ CORROTTO E MALATO   di Luigi Rezzuti   Purtroppo il calcio, il più bel gioco mondiale, seguito dalla maggior parte delle persone, è...
continua...
"Una legge per i matti: quarantanni dopo Basaglia". Presentati i Colloqui di Salerno a cura di Vincenzo Esposito e Francesco G. Forte   di Claudia...
continua...
Spigolature   di Luciano Scateni   Succede che razzoli male chi predica bene Ma da che dissacrante pulpito il re Mida dei comici arringa il popolo...
continua...
Spigolature   di Luciano Scateni   Odio -Amore e nel mezzo Trump Non è vero che l’incredibile Trump rischi il linciaggio politico globalizzato, ma  i...
continua...
Parlanno ’e poesia 4 - Giovanni Boccacciari   di Romano Rizzo   Una fìgura di primo piano, nel panorama della poesia napoletana è stata, senza dubbio,...
continua...
Sotto le stelle della D’Ovidio Nicolardi   di Annamaria Riccio   A dicembre si è compiuta la manifestazione finale del progetto “Uniti sotto le...
continua...

Parlando di chi è poeta

 

di Romano Rizzo (13)

 

Spesso mi sono chiesto che cosa ha di diverso dagli altri chi scrive poesie o ama profondamente questa arte.

Secondo me, in primo luogo, ha - o dovrebbe avere - una spiccata sensibilità e una grande capacità di cogliere e fare propri tutti i messaggi che la vita e il mondo gli propongono. Certo dovrebbe anche avere la capacità di trasmettere agli altri quello che sente, senza  dilungarsi troppo,  anche con pochi suggestivi e significativi accenni, nonché di saper immaginare tutto quello che un altro sentirebbe nelle situazioni da lui immaginate o tratteggiate.

Questo può essere considerato un primo punto…Però è ovvio che non può bastare. A parer mio, il poeta, o anche soltanto chi ama la poesia, deve avere l’animo di un sognatore e può spesso essere un uomo che non poco ha sofferto, che non si trova a proprio agio nel mondo attuale e cerca di crearsene uno diverso e migliore, lasciando volare la fantasia.

Se vogliamo, sia pure in modi diversi, il poeta è sempre un ribelle…uno che non è capace di accettare il tran-tran quotidiano, vi si oppone, lo rifiuta e cerca di combatterlo o apertamente con scritti di protesta o rintanandosi, in silenzio, nel suo studiolo, per lasciarsi cullare da un sogno magnifico, quale quello che può offrirci la vera Poesia. A questo va aggiunto che, per fare una disamina un po’ più completa, bisogna sicuramente tenere ben distinti, tra i poeti,  coloro che amano sempre e soltanto le loro opere e quelli, invece, che amano  profondamente e sanno apprezzare la vera Poesia, da chiunque sia stata scritta.

I primi, in genere, sono degli autodidatt, che leggono o hanno letto poco (Tra loro c’è anche chi si vanta di non aver mai letto i classici e dichiara di non volerli leggere perché non vuole che influenzino l’originalità del suo dire !!!).

In verità, anche nell’ambito della seconda categoria, una distinzione andrebbe fatta tra quanti operano o hanno operato per favorire la diffusione della poesia e quanti nulla fanno, ma si limitano o si sono limitati a sfruttare i canali di diffusione esistenti e a goderne i vantaggi..

In altre parole c’è chi organizza incontri poetici, riunioni, antologie, ricerca ed incoraggia nuovi autori e chi, invece, pur amando molto la Poesia, estrinseca il suo amore solo arricchendo sempre più la sua biblioteca. Non v’è dubbio che, guardando i classici del passato, dobbiamo ritenere meritevole di ammirazione il comportamento di Rocco, De Mura, E. A. Mario, Tolino, Cerino e pochi altri, mentre tanti altri, troppi, anche di gran nome, come Viviani, Di Giacomo, Russo, nulla hanno fatto perché, forse, non hanno potuto o perché non lo hanno ritenuto proficuo o necessario.

È da segnalare che alcuni, tra i primi citati, hanno anche provveduto a curare la stampa di raccolte di poesie di colleghi e discepoli, prematuramente scomparsi.

Non ci resta che sperare che, in futuro, il gruppo di cultori di questa nobile arte, votati al mecenatismo, non si estingua del tutto e che fioriscano, invece, sempre più quelle iniziative che valgano ad avvicinare i giovani di oggi alla grande Poesia e alla tradizione.

Solo così questo nostro amore potrà rifiorire, non morire mai ma, al contrario, rinascere ogni giorno a nuova vita.

(Marzo 2019)

Garibaldi arrivò in treno

 

di Antonio La Gala

 

L'apertura della prima ferrovia italiana, quella da Napoli a Portici, avvenuta il 3 ottobre del 1839, è sbandierata dal campanilismo locale come prova della superiorità tecnologica del regno borbonico, simbolo della sua visione avveniristica, un cavallo di battaglia evergreen.

Senza per nulla togliere alla ferrovia borbonica l’inestimabile merito storico di essere arrivata qualche mese prima delle numerose altre ferrovie d’Italia, qui si vuole notare la curiosa circostanza che fu proprio questa gloria borbonica a portare Garibaldi a Napoli, il sette settembre del 1860. 

Ci dispiace demitizzare la scenografia eroica dell'ingresso nella nostra città dell'Eroe dei Due Mondi: Giuseppe Garibaldi non vi irruppe su un focoso destriero, con la spada sguainata, alla testa di scalmanate camicie rosse, ma arrivò a Napoli tranquillamente in treno, a cose fatte, scendendo dal treno-gloria dei Borbone, manco a dirlo, a "Corso Garibaldi".

Sospettiamo che l’Eroe non ritenne opportuno consegnare alla Storia la sua entrata vincitrice in una capitale nemica fatta in treno, visto che nelle sue memorie dice solo che "giunse nella bella Partenope dopo una corsa celere di pochi giorni da Reggio a Napoli, precedendo sempre le sue colonne, che non potevano raggiungerlo".

Le notizie sull’epico viaggio, che portò all’ingresso di Garibaldi a Napoli alla testa di alcuni sferraglianti vagoncini, tirati da una locomotiva a vapore, ci vengono fornite dal resoconto di un garibaldino che accompagnava il Generale.

La ferrovia dei Borbone, dopo la mitica inaugurazione del 1839, e fiore all’occhiello dello sviluppo del Regno, era stata progressivamente allungata verso sud. Nel 1860 arrivava addirittura fino a Vietri!

Quando Garibaldi, proveniente dalla Calabria, si fece vedere dalle parti di Salerno, la ferrovia, congiungeva, appunto, Vietri con Napoli.

Fu proprio a Vietri che il superEroe  salì su un treno per giungere a Napoli.

Contravvenendo alle sue idee egualitarie, Garibaldi prese posto in prima classe, assieme ad alcuni collaboratori. La gran folla che si era radunata nella stazione rese difficoltosa la partenza. Dice il cronista che furono fatti "sforzi inauditi per non stritolare persone".

Nella stazione di Cava una donna voleva baciare la mano di Garibaldi, che rifiutò di accettare un gesto così servile, acconsentendo solo ad un bacio sulla guancia, gesto che fu subito imitato dalle numerose altre donne presenti.

Fra l'entusiasmo della folla (quella stessa folla fino ad allora "fidelissima" dei Borbone), assiepata lungo il percorso e nelle stazioni, con la ripetizione sempre delle stesse scene, "tranne i baci", il treno arrivò in prossimità della stazione di Napoli. Al grido battagliero "Avanti !", lanciato da Garibaldi  al macchinista, ogni volta che ufficiali del seguito consigliavano soste e prudenza nell'entrare in città, il convoglio giunse finalmente a destinazione.

Una lapide sistemata vicino alla stazione della Circumvesuviana, monumento oggi usato come punto di riferimento per deposito di immondizie, ci ricorda l'ingresso di Garibaldi in quel punto.

Le cronache ci dicono pure che Garibaldi, poco prima di presentarsi ai napoletani e all’appuntamento con la Storia, durante una sosta del treno, "traversando una folla silenziosa" di operai, che stavano lavorando sui binari, scese a soddisfare all’aperto un bisognino fisiologico: all’epoca le carrozze ferroviarie difettavano di ritirate.

(Marzo 2019)

Miti napoletani di oggi.70

LE “PARENTI DI SAN GENNARO”

 

di Sergio Zazzera

 

Per “totem” – giova ribadirlo – s’intende l’animale, la pianta o quant’altro, cui si riconnetta il divieto di cibarsene (c.d. “tabu”), fatta eccezione per la circostanza temporale in cui ciò sia consentito (c.d. “pasto totemico”). Va da sé, poi, che oggi, che il “cotto” levistraussiano (vale a dire, la cultura) ha sopravanzato il “crudo” (vale a dire, la natura), all’idea di cibarsi del totem ben può essere sostituita quella di sottrarsi a un più ampio e generalizzato dovere morale di rispettarlo.


Un fenomeno significativo, in tal senso, è quello che si verifica nelle modalità del culto che le c.dd. “parenti” tributano a san Gennaro, che, venerato da loro per l’intero anno, è atto oggetto, viceversa, da parte di loro stesse d’invettive violente – la più soft delle quali è faccia gialluta –, nelle occasioni nelle quali il prodigio della fusione del suo sangue tardi a verificarsi. C’è quasi da pensare che, qualora fosse possibile, queste donne non esiterebbero, addirittura, a divorare il santo.

Alla figura del totem, poi, si riconnette sempre un mito, che nella specie consiste nell’idea che quelle imprecazioni possano indurre il santo ad accelerare il compimento di quel prodigio, senza nemmeno porsi il problema della loro valenza quasi sacrilega.

(Marzo 2019)

Miti napoletani di oggi.69

FANTASMI

 

di Sergio Zazzera

 

Sarò un illuso, ma credevo che, almeno ai giorni nostri, il mito del fantasma fosse scomparso. Viceversa, se sono soltanto un ricordo antiche credenze, come quella delle mappate di panni che si lanciavano dal Ponte di Sanseverino emettendo grida lugubri, al contrario, le storie dei fantasmi che infesterebbero il Palazzo Donn’Anna (nella foto), la villa – detta, per l’appunto, “degli spiriti” – a valle di Torre Ranieri, o alcuni edifici del Vomero (Villa Maio, Villa Spera, Villa Decina, qualche casa della Pedamentina), continuano a circolare. Come se non bastasse, poi, ad alimentare il mito ci si è messo, qualche tempo fa, anche qualche narratore, che ha tratto spunto da episodi reali, ma che hanno trovato una spiegazione razionale: penso a “Il mistero di Castel Sant’Elmo” di Giuseppe Grispello, ispirato al lamento notturno, che si rivelò emesso da un barbagianni introdottosi nel maniero.

Ora, posto che al sostantivo “fantasma” ritengo sia preferibile “spirito”, giacché il primo ha un valore assoluto, mentre il secondo ne ha uno relativo, quasi eracliteo, in quanto contrapposto a “materia”, tuttavia, non credo che occorra spendere troppe parole per dimostrare come, in buona parte dei casi più sopra menzionati, lo stato di abbandono degli edifici abbia favorito la circolazione del vento – e del suo sibilo – durante le notti meno serene,  facendo pensare alla presenza di qualche entità immateriale. In altri casi, poi, riferiti da bambini, è legittimo pensare a un fenomeno di suggestione o al parto della fantasia infantile. E, nell’un caso, come nell’altro, è proprio in ciò che dev’essere individuato il mito.

(Febbraio 2019)

Parlanno ’e poesia 12 – Varie

 

di Romano Rizzo

 

Ragionando di poeti e poesia, mi sono tornate in mente alcune semplici considerazioni, che spesso ho fatto e che forse vale la pena di proporre all’attenzione del lettore. Nei maestri della grande poesia napoletana, così come nei poeti anche poco noti, che sono riusciti a coinvolgermi e trasmettere le loro emozioni, mi sono sforzato di cogliere qualche cosa che li identificasse e potesse essere considerata una, ma non la sola, loro peculiarità esclusiva. Ad esempio in Viviani ho ritrovato l’anima del nostro popolo, la capacità di rappresentarne l’essenza e di esserne, in definitiva, la vera voce. In Di Giacomo mi ha colpito la grande espressività, la capacità di rappresentare personaggi e sentimenti leggermente filtrati dalla sua educazione medio-borghese, nonché l’abilità nello sfruttare a pieno le sue conoscenze e letture. A Ferdinando Russo ho invidiato la maestria e la spontaneità con la quale riesce a trasfondere nei versi il suo carattere impetuoso, che dava un’impronta di realismo ai suoi personaggi ed alle sue storie. Di Nicolardi mi ha fortemente impressionato la eccezionale capacità di descrivere cose e persone in modo da renderle presenti agli occhi di chi legge, che riesce così a partecipare, in modo inusuale, a tutto ciò che egli amabilmente ci propone. Di Galdieri ho colto la ricca e sofferta passionalità. In molti altri autori la squisita sensibilità e, per venire ai nostri giorni, in Feliciano de Cenzo l’inconfondibile velo di malinconia così come in Gennaro Esposito il forte contenuto sociale.

Mi piace rimarcare, però, che, anche se è innegabile che ogni vero poeta ha qualcosa che ci colpisce in modo particolare, tutti i poeti che ho citato e tutti coloro che possono, a ragione, essere definiti poeti sono accomunati da una grande capacità di coinvolgere il lettore e trasmettere a questi perché li faccia propri, tutti i loro pensieri, le loro ansie, i loro sentimenti, le loro emozioni. Questa è, a mio parere, la caratteristica essenziale della Poesia che possiede o dovrebbe possedere chi è poeta o ritiene di esserlo. In particolare, la Poesia napoletana ha il grande merito, ai miei occhi, di essere rimasta fedele ai canoni classici, adottandone lo stile e rispettandone la metrica. Sono convinto di questo perchè, secondo me, la poesia e l’arte non possono avere la pretesa di rinnegare il passato e romperne gli schemi in quanto, come saggiamente ci insegnano i Latini,  natura non fecit saltus. Allo stesso modo, l’arte e la poesia.  

Come esempio della straordinaria abilità descrittiva del Nicolardi offro alla Vostra. lettura la poesia che segue:

Addio…

 di Edoardo Nicolardi

 

Quanno se cocca ’o Sole

e ll’aria ca era ’e fuoco

grigia opaca se fa ;

 

po’ blu. comm’’e vviole,

e a poco a poco a poco

scenne ll’oscurità ;

 

quanno ll’aucielle, a chiorme,

dint’’a vigna luntana

se vanno ’ammasunnà ;

 

quanno tutto s’addorme

e ’o suono ’e na campana

lento pe ll’aria va ;

 

quanno st’aria cchiù addora

mo ca è giugno e ogne cosa

cchiù prufummo te dà ;

 

comm’è triste chest’ora !

comm’è triste ogne cosa

ca mo attuorno ce sta !

 

Tutto cagna culore..

ogne penziero mio

cupo e amaro se fa.

 

Ah, stu juorno ca more

pare ca dice : “ Addio,

addio, v’aggia lassà !”

 

* * *

Nuje guardammo ’stu cielo

ca è cupo. ’A luna nova

sta ’int’a nu velo blu.

 

Nun luce ’a ’int’a ’stu velo.

Nuje guardammo e va trova

a che penzammo io e tu.

Tu sfrunne, ’int’a sti mmane

janche, na rosa janca

ca nun è fresca cchiù..

 

e ’int’a ll’ombre luntane

guarde, distratta e stanca,

comme a me...pure tu.

 

Comm’’o juorno ca more,

more ’int’’o core mio

nu raggio ’e giuventù..

 

E pare ca ’st’ammore

mo ce dicesse : “ Addio !”

pe nun turnà maje cchiù.

 

(Febbraio 2019)

MACCHINE DA SCRIVERE DALL’800 AD OGGI

 

a cura di  Luigi Rezzuti

 


Nell’epoca del digitale e dei computer la scrittura si è evoluta e continua ad evolversi per essere sempre più immediata ed accessibile a tutti.

Ma molto prima del Pc ci furono le macchine da scrivere.

Sono diversi gli inventori ai quali la macchina da scrivere viene attribuita, spesso anche di diversa nazionalità.

La contesa è ancora aperta sulla sua paternità, attribuita talvolta a stranieri, ma sappiamo di certo di una primordiale macchina da scrivere funzionante nei primi anni del XIX secolo.

Alcune testimonianze datano al 1802 l’invenzione di una “preziosa stamperia”, una macchina da scrivere, realizzata dal Conte Agostino Fantoni.

Successivamente altri due italiani reclamarono l’invenzione, Piero Conti nel 1823  e Giuseppe Ravizza che, nel 1846, brevettò la macchina come “cembalo scrivano”.

Ma fu nel nuovo mondo che ebbe inizio la produzione industriale di macchine da scrivere ad opera di Philo ed Eliphalet Remington, fondatori della società per azioni E. Remington and sons e, grazie all’aiuto del meccanico Carlos S. Glidden e dell’inventore Cristopher Sholea, fu prodotta la Remington  n.1, la prima macchina da scrivere lanciata sul mercato.

Da allora il percorso  delle macchine da scrivere fu in ascesa e raggiunse l’apice negli anni ’50, grazie alla ditta italiana Olivetti.

E’ proprio grazie  alla Olivetti, nata come fabbrica di elettrodomestici dall’iniziativa di Camillo Olivetti, che saranno introdotte novità, come la “Lettera 22”, la prima macchina da scrivere portatile, uno dei prodotti di maggior successo della Olivetti negli anni Cinquanta. Con la macchina da scrivere nacque una nuova disciplina, la Dattilografia, rientrata, poi, in tutti i lavori di ufficio.

Oltre ad essere una grande innovazione, all’interno di importanti o piccole aziende, la dattilografia fu uno strumento di emancipazione per le donne che sempre più frequentemente venivano scelte per lavori di battitura a macchina negli uffici.

La storia della macchina da scrivere si arresta quando subentrano le prime tastiere moderne negli anni ’60, circa un decennio dopo l’invenzione dei grandi successi della Olivetti, e fu così che, man mano, andarono in disuso le macchine da scrivere, rimanendo come cimeli per moltissimi scrittori.

Oggi sono numerosi i musei dedicati a questi oggetti dal fascino  vintage. A Milano esiste un Museo della Macchina da scrivere, attivo dal 2006, un’altra esposizione si trova a Trani, all’interno del Polo Museale.

(Gennaio 2019)

Miti napoletani di oggi.68

L’attesa del mezzo di trasporto

 

di Sergio Zazzera

 


La scena si ripete tutti i giorni, anche più volte nella stessa giornata. Una persona, ferma davanti alla pensilina della fermata, attende che l’autobus passi. Sopraggiunge un’altra persona, che le domanda: «Signo’, state aspettanno ‘a paricchio?» L’interrogato risponde che è lì da una decina di minuti e, dopo un breve intervallo, l’altro riprende il discorso: «Ma comme s’hadda fa’, ca dint’a ‘sta città ‘e mezze nun passano maje». Il primo gli dà ragione; ma il ghiaccio, ormai, è rotto e da questo argomento si passa a tutte le altre cose che non funzionano e, ancora, a temi più personali – la famiglia, il lavoro, la salute –. Poco per volta, nel discorso s’inseriscono altre persone che aspettano di potersi imbarcare su un autobus: insomma, quell’attesa – che, a volte, dura anche più di una mezz’ora – ha generato un vero e proprio rito di aggregazione. E, poiché è notorio che la reiterazione del rito produce il mito, ciò accade anche questa volta: nasce, infatti, il mito del mezzo di trasporto pubblico, che a Napoli è un po’ come il trucco: c’è, ma, il più delle volte, non si vede.

(Gennaio 2019)

LA CAPPELLA DEL BUON CONSIGLIO ALLA “SANTARELLA”

 

di Sergio Zazzera

 

L’8 dicembre scorso è stata riaperta al culto, dopo circa quindici anni di sospensione delle celebrazioni, la cappella della Mater Boni Consilii, luogo di culto poco o nulla conosciuto dai vomeresi, eppure denso di storia, che merita di essere narrata dal principio.

Durante la seconda guerra mondiale, Napoli era sotto il continuo tiro di bombardamenti aerei, che costringevano gli abitanti del civico n. 5 di via Luigia Sanfelice, realizzato dall’impresa dell’ing. T. Zeni e figli, con sede in piazza della Borsa, a rifugiarsi nel seminterrato dell’edificio, senza rendersi conto del pericolo che correvano, qualora l’esplosione di uno degli ordigni avesse causato il crollo del palazzo. Fu così che uno dei condomini, Luigi Palumbo, promise che, se lo stabile non avesse riportato danni, avrebbe fatto trasformare quel seminterrato in cappella.


Le cose andarono come egli aveva auspicato e la promessa fu mantenuta: nel 1944, gli ambienti che avevano funzionato da ricovero per gli abitanti del palazzo furono fatti trasformare in cappella, dedicata alla Madonna del Buon Consiglio, dal Palumbo, che la offrì alla parrocchia di San Gennaro al Vomero, competente per territorio. Sull’altare marmoreo fu collocata l’icona della Titolare, mentre nella parete di sinistra fu realizzata una piccola “Grotta di Lourdes”, intorno alla quale furono collocati gli ex-voto argentei, offerti da molti abitanti della zona, o per lo scampato pericolo, o perché destinatari di qualche guarigione ritenuta  miracolosa; perfino un piccolo confessionale risulta realizzato, a tergo dell’altare, mediante un’apertura praticata nel muro. Diverse famiglie offrirono i banchi che arredano la cappella e, tra i loro nomi, che figurano sulle targhette apposte sugli stessi, spiccano quelli degli antiquari De Ciccio, originari di Palermo, e dei Saraceno, che abitavano in via Cimarosa, all’angolo del vicoletto omonimo.

Poi, per la difficoltà di assicurare la regolarità dell’officiatura, da quindicina d’anni la cappella era rimasta sostanzialmente chiusa, fatta salva la celebrazione periodica di qualche messa, fino al momento in cui, nel corso di quest’anno, è stata adottata la decisione di recuperarla e restaurarla, dal parroco, sac. Massimo Ghezzi, che l’ha resa, in termini giuridici, diaconia, affidandone la gestione al diacono d. Mario Picone, il quale ha sovrinteso all’esecuzione dei lavori, facendosi carico anche di arredarla nuovamente, dal momento che l’icona della Titolare era stata, nel frattempo, trafugata da ignoti. Egli, quindi, ne ha procurata un’altra, insieme con una tela raffigurante l’Ecce Homo, mentre dalla parrocchia vi è stato trasferito un busto bronzeo d’identico soggetto.

A sollecitare il recupero della cappella, che dovrà necessariamente proseguire, saranno state, magari, anche le insistenze di Armando Mecca, condomino dello stabile; come che sia, oggi essa è nuovamente funzionante, con accesso dal civico n. 7, e vi si celebra la messa vespertina il primo sabato di ogni mese, alle ore 18, mentre tutti i mercoledì, alle ore 17, vi si tiene un Cenacolo di preghiera al Cuore Immacolato di Maria. Rivive così, dunque, un altro importante frammento della storia del quartiere.

(Dicembre 2018)

Miti napoletani di oggi.67

SAN GREGORIO ARMENO

 

di Sergio Zazzera

G. e M. Ferrigno, Procidana (coll. priv.)

Il Natale è vicino e in ogni casa napoletana che si rispetti è d’obbligo realizzare un Presepe, grande o piccolo che sia; e per il suo allestimento è altrettanto d’obbligo acquistare i pastori nelle botteghe di San Gregorio Armeno, strada che richiama, ormai, durante l’intero arco dell’anno, folle di turisti, che, proprio di questi tempi, rendono la via sostanzialmente impraticabile.

Dunque, i pastori napoletani; i quali appartengono a una tradizione che, se non proprio nata, quanto meno, si affermò a partire dal tempo di Carlo III di Borbone, che soleva allestire nella sua residenza regale un Presepe, affollato di figure umane, animali, generi alimentari, strumenti musicali e quant’altro, realizzati dai migliori scultori del regno. La tradizione, poi, si è perpetuata fino ai giorni nostri, concentrando la lavorazione in via San Gregorio Armeno e affiancando ai pastori, fatti, secondo i canoni sette-ottocenteschi, di stoppa e fil di ferro, ai quali venivano applicati teste e arti di terracotta policroma e abiti fatti delle migliori sete di San Leucio, altre figurine, di dimensioni più ridotte, plasmate interamente in terracotta o, magari, in semplice creta.


G. e M. Ferrigno, 'A vecchia 'o Carnevale (coll. priv.)

Qui, però, si affaccia il mito, poiché – come recita il film di Marco Bellocchio del 1967 – “La Cina è vicina”; ma mi spiego.

Già una decina d’anni fa, trovandomi a Murano, nel visitare botteghe e laboratori di lavorazione del vetro soffiato, mi furono mostrati pezzi di manifattura cinese, di costo ben più modesto, ma anche di realizzazione assai meno accurata. Parimenti, un paio d’anni fa, a Parigi, nei celebri magazzini Lafayette, due gentili signore dalla inconfondibile fisionomia asiatica, approfittando dell’assenza di commesse, fotografavano i pelouches esposti sul banco dei giocattoli, e non era azzardato immaginare che quelle foto dovessero servire da modello per la riproduzione di quegli animali.

Ebbene, oggi, ma anche qui già da alcuni anni, pure a San Gregorio Armeno è possibile imbattersi in pastori di produzione cinese, più economici e meno belli di quelli realizzati dalle botteghe napoletane storiche, come quelle dei Ferrigno o dei Di Virgilio, giusto per citarne qualcuna. Pastori, dunque, che sono “di San Gregorio Armeno” soltanto perché posti in vendita in quella strada, ma che, provenienti dall’Estremo Oriente, con la qualità di quelli autentici poco o nulla hanno a che vedere.

(Dicembre 2018)

 Le biblioteche napoletane

 

di Antonio La Gala

 

 

Per capire come e quando le attuali biblioteche napoletane sono sorte non si può prescindere dalla conoscenza della storia religiosa della città, perché sono state soprattutto le istituzioni religiose ad avercele lasciate.

Infatti, dal Medio Evo in poi, erano i numerosi monasteri e conventi sparsi per la città ad avere ognuno la propria biblioteca, in tempi in cui le biblioteche pubbliche nemmeno si immaginavano.

Importantissime erano le biblioteche monastiche di San Giovanni a Carbonara, degli Agostiniani; di San Domenico Maggiore; di Santa Maria La Nova dei frati Minori; di San Lorenzo dei Conventuali; dei Santi Severino e Sossio dei Benedettini; di San Pietro a Majella dei Celestini; di Monteoliveto degli Olivetani; di San Martino dei Certosini, citando solo quelle più rilevanti.

Quando, poi, nel Cinquecento della Controriforma,  sorsero gli Ordini regolari, si aggiunsero le biblioteche dei Gesuiti, dei Teatini e altre ancora.

La sottrazione delle proprietà ai religiosi, dal Settecento in poi, (lo scioglimento dell’ordine dei Gesuiti, voluto da Tanucci, gli espropri giacobini e quelli del nuovo Regno d’Italia), hanno provocato la trasmigrazione del materiale raccolto in queste librerie per lo più verso biblioteche pubbliche.  

E’ sopravvissuta integra solo la biblioteca dei Gerolomini, sorta alla fine del Cinquecento.

I libri della biblioteca dei Gesuiti spesso andarono avanti e indietro, seguendo le reiterate soppressioni e ricomposizioni dell’Ordine: nel secondo Ottocento molti di questi libri sono stati immessi nella “Reale Biblioteca Nazionale” e altri ancora sono confluiti nella biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria.

Nel secondo Ottocento fu dato anche alla biblioteca del Museo Nazionale di San Martino il carattere di museo specializzato in storia regionale, motivo per cui, oltre ai manoscritti e ai libri dei Teatini di San Paolo Maggiore e dei Certosini, furono raccolti e ordinati opere manoscritte ed a stampa, autografi, disegni e documenti patrii di vario genere.

Nel panorama delle biblioteche napoletane si rileva un’estesa presenza di biblioteche classificate “minori”, specializzate in argomenti ben precisi, ad esempio quelle annesse agli Istituti d’istruzione superiore come le Scuole d’Ingegneria, delle Scienze Matematiche, Naturali, Chimica, e delle altre Facoltà universitarie, quelle annesse all’Orto Botanico, all’Osservatorio astronomico, alle scuole delle varie branche della Medicina, degli Ospedali, dell’Istituto Tecnico e Nautico, del Conservatorio di Musica, del Museo Civico Filangieri (quest’ultima specializzata in storia e arte militare), le biblioteche delle varie Accademie, come ad esempio quella Pontaniana, le raccolte dell’Istituto Orientale, di quello delle Belle Arti, quelle dei vari Musei.

Qui mi fermo, pur sapendo di tralasciarne decine e decine di altre, ma sapendo anche che qualunque elencazione non sarebbe mai esaustiva.

In una pubblicazione dell’anno 1900 abbiamo trovato una suggestiva descrizione d’epoca dell’ambiente di lettura della biblioteca, ospitata nella vecchia sala monumentale della biblioteca che il Cardinale Brancaccio lasciò ad uso del pubblico nella seconda metà del Seicento (in seguito affiancata da altre sale, man mano che i libri aumentavano per dono o per acquisto). Qui i lettori potevano consultare i libri fino alle dieci di sera, per cui: “le lampade elettriche (siamo nell’anno 1900 n.d.r.) scintillano la sera sulle tavola da studio, in mezzo ad un’intricata rete di fili conduttori, e in quel tetro ambiente formano uno strano contrasto con gli anneriti scaffali, con le pesanti decorazioni della volta, con quei dipinti di cardinali e di guerrieri di Casa Brancaccio, che, dall’alto delle pareti, sembrano guardare con disdegno ai nostri tentativi così poco estetici d’innestare il nuovo sul vecchio”.

Chi gira per le biblioteche di Napoli (fra i pochi luoghi della città a non essere affollati), nota che ancora oggi, quasi di regola, esse sono disseminate in edifici antichi di alto valore storico, nei quali, per motivi sia strutturali che di mantenimento dell’antico, gli adattamenti degli ambienti alla nuova funzione sono faticosi e non riescono ad evitare, un certo qual “strano contrasto”, ad esempio, fra austeri dipinti e computers, fra decorazioni, cornici e stucchi e fotocopiatrici.

Io però credo che lo “strano contrasto” fra l’antichità degli ambienti e la modernità delle attuali attrezzature, non sia per niente un contrasto, ma anzi rappresenti un elemento di unione, rendendo materiale, tangibile, la continuità fra noi che leggiamo e chi, nel passato, ha scritto per noi.

Una continuità che costituisce la funzione delle biblioteche.

Con il libro l’Uomo cerca di dire qualcosa a quelli con cui non può avere un contatto fisico, vocale, soprattutto ai nipoti e pronipoti.           

Un ponte sospeso nel tempo.

(Novembre 2018)

Miti napoletani di oggi.66

L’EDITORE

 

di Sergio Zazzera

 

L’Enciclopedia Treccani definisce “editore” «chi esercita l’industria della produzione e divulgazione di opere letterarie, artistiche, scientifiche, musicali, per mezzo della stampa, anche se non attenda direttamente all’arte tipografica e al commercio librario».


Aldo Manuzio

Da tale definizione discende che l’editore è colui che, assumendosi il rischio d’impresa, cura la pubblicazione e la distribuzione dell’opera, corrispondendo all’autore i relativi diritti economici (c.d. Royalties), in una duplice possibile forma: a) percentuale sul prezzo delle copie vendute (c.d. “contratto aperto”); b) importo globale una tantum (c.d. “contratto chiuso”).

La definizione medesima è valida, poi, sicuramente per coloro che esercitano tale attività da Roma in su, fatta eccezione, in buona parte, per Firenze. Viceversa, in tutte le altre località vige – per lo più, e fatte le debite eccezioni – il sistema del costo della tiratura a carico dell’autore (attuato, talvolta, mediante la pretesa dell’acquisto da parte sua di un numero di copie, il cui costo sia pari a quello di produzione dell’intera tiratura), senza farsi carico della distribuzione e senza corresponsione dei diritti economici. È evidente, dunque, come lo (pseudo-)editore si limiti, in questi casi, a costituire il tramite fra l’autore e la tipografia, nel che dev’essere ravvisato il mito, nel senso di falso linguaggio, dal momento che si è visto come la definizione della figura esprima tutt’altro – e più ampio – concetto.

Corollario del mito: diffidare degli editori che regalano copie dei libri: esse sono quelle residuate dall’acquisto da parte degli autori, le quali, perciò, hanno “costo zero” per essi e, per di più, ingombrano pure i loro depositi.

Corollario del corollario: il comportamento di cui sopra diseduca il pubblico e i librai, i quali chiedono agli autori, rispettivamente, copie-omaggio e la fornitura di copie da vendere; la quale ultima, viceversa, dovrebb’essere curata dagli editori.

Per fortuna, però, anche a sud di Roma e a Firenze ci sono – come dicevo più sopra – editori “veri”; e, quelli, gli autori imparano presto a riconoscerli.

(Ottobre 2018)

BilerChildrenLeg og SpilAutobranchen