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IO, ROBINSON CRUSOE’   di Luigi Rezzuti   Il naufrago più famoso di tutti i tempi è senza dubbio Robinson Crusoè, che fece naufragio con una nave...
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Parlanno ’e poesia 6   di Romano Rizzo   Giuseppe Capaldo Nacque a Napoli il 21 marzo del  1874 da genitori di modeste origini, che gestivano un’...
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Il Paesaggio d’Arte - Winterscapes     Mostra Fotografica - Evento organizzato dalla Associazione Aistetikà,  a cura di Franco Lista e Sergio V. Garzia...
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IMPATTO AMBIENTALE DEL PETROLIO IN TERRA E IN MARE   Il 6 febbraio 2016, alle ore 17.00, il Museo del Mare di Napoli presenta: IMPATTO AMBIENTALE DEL...
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Un libro a Teatro   a cura di Marisa Pumpo Pica   Il giorno 20 maggio alle ore 19.30 Francesco Pinto, Direttore del Centro di produzione della Rai,...
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Incontri tra letteratura e matematica   Fisciano, mercoledì 8, ore 15,00, Università degli studi di Salerno, Incontri tra letteratura e...
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"IL COMANDANTE BULOW"     (Gennaio 2019)
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CALCIO MERCATO ESTIVO            di Luigi Rezzuti   Basta guardare la classifica finale della Serie A per capire come il campionato di calcio,...
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NATALE IN CASA CUPIELLO   di Luigi Rezzuti   Si avvicina il Natale e quale migliore occasione per riproporre “Natale in casa Cupiello”? La commedia...
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Miti napoletani di oggi.76

“CERTE” MOSTRE

 

di Sergio Zazzera

 

E' stata allestita, di recente, nella sede napoletana delle Gallerie d’Italia (Palazzo Zevallos-Stigliano - via Toledo, 185), la mostra “David e Caravaggio”, che vorrebbe approfondire la dipendenza stilistica dell’artista neoclassico francese Jacques-Louis David da Michelangelo Merisi, il pittore italiano, forse, più celebre di tutti i tempi.


Nella mostra il raffronto è istituito fra La morte di Marat del primo e la Deposizione nel sepolcro del secondo, delle quali, però, sono esposte, rispettivamente, una replica eseguita dagli allievi e una copia realizzata da Tommaso De Vivo (1824).

Ed ecco il mito, con la premessa che il discorso dev’essere ritenuto applicabile a qualsiasi altra esposizione ispirata agli stessi criteri. Pur a fronte, infatti, di quanto teorizzato da Walter Benjamin (L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Arte e società di massa, 1955), è legittimo dubitare dell’utilità di un siffatto genere di allestimenti espositivi, che offrono alla vista un “prodotto” (brutto vocabolo, ma non saprei quale altro adoperare) nel quale l’impronta personale dell’autore dell’opera originale è diluita da quella dell’esecutore della copia/replica. Il che, poi, è tanto più valido, quanto maggiore è la distanza cronologica fra l’originale e la copia/replica medesima; distanza che può avere determinato la formazione di nuove tecniche – stilistiche, ma anche materiali –, idonee a influire sul nuovo “prodotto”.

Nel caso in questione, poi, la mostra è completata dalla presentazione di altre opere di David, questa volta in originale, nonché da riproduzioni di dipinti suoi e del Caravaggio, le cui dimensioni sono state sensibilmente ridotte, il che consente di coglierne, pur se in maniera limitata, soltanto le analogie compositive. E, forse, a voler essere benevoli, potrebb’essere soltanto questa – e nessun’altra più – l’unica utilità di allestimenti del genere.

(Gennaio 2020)

Invisibili in una classe separata

 

di Antonio La Gala

 

Il Vomero visse il ventennio fascista né più né meno di come lo visse il resto della città, la quale aderì pressoché totalmente al regime. Il consenso era dovuto a vari fattori. Le gerarchie cattoliche locali non potevano non appoggiare un uomo inviato dalla Provvidenza. Le conquiste coloniali, il movimento delle navi nel porto, alimentavano la speranza di diventare (come recitava il bigliettino di battesimo della Mostra d’Oltremare), la capitale del Mediterraneo. Inoltre urbanisticamente la città si andava trasformando, presto e bene, dando lavoro all’unica industria locale, l’edilizia, e molti erano lieti del fatto che i treni viaggiassero in orario.

Le foto vomeresi dell’epoca, quelle della processione di Pasqua, mostre d’arte, prime Comunioni e funerali, sono piene di fez, gambali, divise, centurioni, gente fisicamente insignificante romanamente impettita, attempati camerati travestiti da improbabili guerrieri, tutti marionette del regime.

Cambiato il clima, affondata la nave, pare che sulla nave vomerese non ci sia stato mai nessuno. Anzi al Vomero la nave non c’era stata proprio. Scomparsa assieme a sciarpe littorie, distintivi, attestati, giornali, documenti e foto. Una provvidenziale amnesia collettiva, all’unanimità, ha archiviato tutto. La narrazione vomerese ricorda solo le Quattro Giornate.

E ritengo che nessun vomerese (o quasi), sappia che in collina si consumarono anche nefandezze legate all’applicazione delle leggi razziali, nefandezze temperate, e molte disinnescate, dalla ricchezza di umanità del carattere dei vomeresi.

Due esempi di nefandezze avvenute.

Quasi alla fine di via Sanfelice, in contiguità con la villa di Scarpetta, nello stesso periodo in cui sorse la villa del commediografo, sorse Villa Herta, quella in cui spicca il classicismo delle colonne dell’atrio. In questa villa fra il 1910 e il 1914 il proprietario, uno scienziato svizzero, impiantò, nei livelli sottostanti la villa, un istituto vulcanologico, un centro allora all’avanguardia nel settore. Ma lo scienziato svizzero aveva un gravissimo difetto, non era ariano, ma “addirittura” di razza ebraica: dovette levare mano ed emigrare.

Il secondo esempio è addirittura odioso.

Nel settembre del 1938, il ministro Bottai decretò l’esclusione dall’insegnamento in tutti i tipi di scuole di “persone di razza ebraica”, sia docenti che discenti.

Per quanto riguardava le iscrizioni di alunni ci furono due esperimenti unici in Italia: a Trieste e a Napoli.

A Trieste la comunità ebraica formò delle scuole autonome, con propri insegnanti, che funzionarono fino ai rastrellamenti tedeschi.

A Napoli, nella scuola Vanvitelli, il direttore (a cui va il nostro apprezzamento), per far studiare anche i bambini ebrei, riuscì ad ottenere l’istituzione di una classe speciale in cui includere bambini ebrei di tutte e cinque le classi. Per formare la classe i bambini dovevano essere almeno 10, ma quelli che rientravano come età erano nove. Il direttore (lodevolmente) infilò allora anche un bimbo più piccolo del dovuto.

L’istituzione della pluriclasse speciale consentiva ai bambini di studiare, ma a condizione di essere invisibili: dovevano entrare e uscire da un ingresso secondario di via De Mura, in orari sfalsati rispetto ai coetanei “ariani”, entrare prima degli altri e uscire dopo; saltavano la ricreazione e dovevano usare servizi separati.

La maestra della classe speciale era anch’essa ebrea e sulle pagelle era costretta a scrivere “razza ebraica”.

Questo episodio e questa classe sono ricordati da una lapide apposta nell’ingresso della scuola.

(Dicembre 2019)

Miti napoletani di oggi.75

IL PRESEPE

 

di Sergio Zazzera

 


Se torno, ancora una volta, sul tema del Presepe, ciò è dovuto, essenzialmente, alla pubblicazione della Lettera apostolica Admirabile signum, di Papa Francesco, avvenuta il 1° dicembre scorso a Greccio.

Non è mai superfluo ricordare, in premessa, che il Presepe napoletano traspone in un ambiente partenopeo la scena della Natività, quasi che l’evento si fosse verificato in uno dei quartieri popolari della città. In proposito, il Pontefice scrive: «Spesso i bambini – ma anche gli adulti! – amano aggiungere al presepe altre statuine che sembrano non avere alcuna relazione con i racconti evangelici», ma la sua mente corre al pastore, al fabbro, al fornaio, ai musicisti, alle donne che portano le brocche d’acqua, ai bambini che giocano, che rappresentano, tutti, «la santità quotidiana, la gioia di fare in modo straordinario le cose di tutti i giorni, quando Gesù condivide con noi la sua vita divina».

Viceversa, il fenomeno “mitico”, che da diversi anni, ormai, si è radicato a Napoli è quello di collocare sulla scenografia presepiale, fra le altre, le statuine di personaggi del mondo dello spettacolo, dello sport e della politica, forgiate dagli artigiani (o artisti?) di San Gregorio Armeno.

Ebbene, Tommasino Cupiello – il Nennillo eduardiano – criticava aspramente il fatto che il padre avesse realizzato la cascata del Presepe di casa – che è «una cosa religiosa» – con l’impiego dell’«interoclìsemo» – vale a dire, il clistere. Ma, diciamocelo pure: quanto dissacrante può essere ritenuta la soluzione escogitata da Luca Cupiello, a fronte della presenza della statuina dell’onorevole X o dell’attrice Y sul Presepe di famiglia?

(Dicembre 2019)

Miti napoletani di oggi.74

IL “CAFFE' SOSPESO”

 

di Sergio Zazzera

 

Che Napoli sia diventata, già da almeno un secolo e mezzo, la “patria” del caffè(-bevanda, poiché quelle della materia prima rimangono la penisola araba e il Brasile) è un dato ormai più che sufficientemente acquisito: non dico a Parigi, ma neppure a Milano o a Torino hanno un’idea di che cosa sia il caffè (quello vero, s’intende).

Negli ultimi tempi, poi, è tornata di moda la pratica, tutta napoletana, ispirata alla terza Virtù teologale, del “caffè sospeso”, vale a dire, della tazza di caffè pagata e lasciata a disposizione di chi non sia in grado di pagarsela: guarda caso, questo “ritorno di fiamma” è coinciso proprio con l’esplosione della crisi economica. Peraltro, sul modello del caffè, in questi ultimi tempi si è affermata pure la pratica della “pizza sospesa”, il cui funzionamento è assolutamente identico.

Ora, a voler individuare in tutto ciò il mito, credo che sia necessario porsi nell’ottica del beneficiario di questa piccola liberalità, piuttosto che in quella dell’offerente: chi, infatti, si sentirebbe di escludere l’esistenza di soggetti che – al pari dei lavoratori in nero che beneficiano del reddito di cittadinanza –, pur potendo pagarsela da sé, consumino a scrocco la tazzina di caffè, che sarebbe stata destinata a un loro simile meno fortunato?

(Novembre 2019)

La Vesuviana di Domenico Rea

 

di Antonio La Gala

 

Domenico Rea era un frequentatore della Circumvesuviana e nelle sue opere ci ha lasciato alcune osservazioni su quella ferrovia. Le riconosceva un ruolo positivo nel far conoscere fra loro le popolazioni campane. A fine Ottocento, quando nacque la ferrovia, a Napoli gli abitanti di una zona non conoscevano quelli di un'altra zona. A maggior ragione, osserva Rea, non si conoscono fra loro i Campani. La Vesuviana, osserva,mescola gente di ogni estrazione ed ogni provenienza. (...) Napoli è un mito da visitare, da esplorare, da impossessarsi (...) è ancora la capitale della civiltà, del commercio, dell'istruzione. (...) Prima della Vesuviana soltanto i figli dei ricchi e i possessori di mezzi di trasporto relativamente veloci potevano andare a Napoli ad ascoltare le lezioni dei maestri che allora insegnavano all'Università. Per molti la Vesuviana è la conquista di uno spazio, di una maggiore libertà di agire. Un esempio: un uomo o una donna possono avere un amante e andarlo a vedere, senza sorveglianza, nel coacervo napoletano, senza doverlo dividere con la curiosa gente del villaggio o del paese nativo. (...) La Vesuviana non ha l'osticità del treno delle Ferrovie dello Stato, non viene da lontano, dal mistero, dall'imprevedibile, non è un enorme minaccioso convoglio di ferro. La Vesuviana rispetto alle carrozze delle FS è più semplice. Le vetture rosse e gialle somigliano ai trenini dei bambini. Su di esse si entra, si sale e si scende come in un tram.  (...) E' difficile trovare altro tratto sul globo che nella sua breve lunghezza presenti la riunione di tante svariate bellezze".

Nelle pagine in cui Rea rievoca il mondo della Vesuviana del periodo fra le due guerre leggiamo: "E' il periodo più glorioso e felice della Vesuviana. A Pompei Valle dove c'era una stazioncina simile all'illustrazione di un libro delle fiabe. L'arrivo dalla curva di Poggiomarino era come l'apparizione di una bandiera volante. Stazioncine come quella di villa dei Misteri o di bellavista somigliavano a villette costruite su poggi ridenti. Ricordavano le case pompeiane"

Le carrozze non erano massicce e ferrose (come quelle dei treni normali), ma sembravano dei salottini. La gente, che ad ogni fermata saliva ad ondate, si riconosceva, si salutava, parlava. Andare in Vesuviana era come andare in gita e in vacanza. Nelle vetture, fornite di loggette come piattaforme di un treno del far West, era facile incontrare il giovane Enrico De Nicola, l’onorevole Silvio Gava e il giovanissimo Michele Prisco. All’alba si vedeva la gente più vivace: operai, contadini, commercianti, sensali, pescivendoli vocianti; più tardi studenti e professori con nascite e rotture di amori, e poi, ecco l’ora dei professionisti, dei principi del Foro, medici, commercialisti. Si vedevano i più bei turisti, americani e inglesi, con denti e occhiali d’oro”.

Rea frequentò la Vesuviana anche negli anni della guerra. Così egli ricorda quei viaggi.

"Si raggiungevano le stazioni di Scafati o di Pompei con il tram, quando c'era, o a bordo di carrette come nei tempi antichi e poi ci si aggrappava, proprio a grappoli, ai treni diretti a Napoli. Viaggi avventurosi con improvvise fermate e ritardi. Arrivati a Napoli sotto la stazione si veniva spruzzati da DDT dai soldati delle truppe alleate per debellare tifo, colite amebica, vaiuolo, malattie diffuse a Napoli e provincia. La bella, luminosa stazione che aveva segnato un momento di moda nella Napoli del primo Novecento, era diventata promiscua, un poco devastata come una bella donna invecchiata di colpo. Fuori c'era l'abisso, il precipizio, Napoli, che non fu mai sé stessa come in quegli anni".

Chi sa cosa scriverebbe oggi Rea di una Vesuviana stabilmente assaltata da branchi di teppisti, che seminano terrore fra il personale, fra i pacifici lavoratori pendolari e i “bei turisti”, esterrefatti, non abituati a costumanze simili.

(Novembre 2019)

Miti napoletani di oggi.73

LA SOFFERENZA

 

di  Sergio Zazzera

 

Il mito della sofferenza, al giorno d’oggi, non è patrimonio esclusivo del popolo napoletano, al quale, tuttavia, appartiene in maniera particolare. Il suo approfondimento richiede, però, che si parta dalla configurazione ch’esso ebbe nel mondo antico.


Prometeo, che aveva modellato il primo uomo nel fango, dopo che Atena gli ebbe trasfusa la forza vitale, rubò il fuoco a Zeus, per animarlo. Il padre degli dei, perciò, lo punì, facendolo incatenare a una roccia del Caucaso, dove, tutti i giorni, un avvoltoio gli divorava il fegato, che ricresceva durante la notte, perché la punizione durasse in eterno. In realtà – almeno secondo la versione di Luciano di Samosata –, il perdono di Zeus e la conseguente liberazione dalla tortura, a un certo momento, arrivarono.


Penelope, insidiata dai Proci, durante l’assenza del marito Ulisse, promise loro che avrebbe scelto chi di essi avrebbe sposato, quando avesse terminato il lavoro di tessitura di una tela. Tale lavoro, però, si svolgeva durante il giorno, mentre di notte ella disfaceva la parte realizzata, in maniera tale, che il tessuto non sarebbe stato mai completo. Sappiamo, poi, che a porre fine alla situazione provvide Ulisse medesimo, al suo ritorno, mediante l’eliminazione fisica degli stalkers della moglie.

La prima riflessione è che la finalità comune a entrambe le vicende è quella di cagionare al “nemico” una sofferenza (fisica, a Prometeo; morale, ai Proci) senza limiti di tempo, sebbene una differenza tra i due episodi emerga, con immediatezza. L’azione della divinità, infatti, si svolge di giorno, perché l’intento di provocare patimento sia palese; quella della donna, viceversa, si svolge di notte, perché la sua intenzione rimanga occulta: del resto, diversamente da lei, la divinità, nella sua onnipotenza, non ha da temere rappresaglie.

Bene, ma tutto ciò che cosa c’entra con l’attualità?

Oggi il mondo politico (benché non soltanto quello napoletano) soffre di un delirio di onnipotenza, per cui, pur nella sua condizione umana, non teme ritorsioni e, anzi, sa (o, almeno, crede di sapere) come prevenirle o affrontarle, per cui non si fa scrupolo di cagionare sofferenza alla popolazione, anche alla luce del giorno. Quanto al caso Napoli, in particolare, si pensi alle difficoltà che la p. a. crea, in tema di circolazione stradale, di eliminazione di barriere architettoniche, di funzionamento dei trasporti pubblici, di resa dei servizi; e, forse, sarà il caso di fermarsi.

(Ottobre 2019)

Villa Regina al Vomero 

 

di Antonio La Gala

 

Le residenze, che in età vicereale cominciarono ad insediarsi sulla collina vomerese, si svilupparono secondo schemi liberi e bene inseriti nei luoghi in cui sorgevano, sfruttandone soprattutto le doti panoramiche, come ad esempio la scia delle numerose splendide ville che si andò stendendo lungo il crinale collinare panoramico rivolto verso il Golfo, affacciato come un balcone sulla città, che da piazzetta Santo Stefano, lungo strada Santo Stefano e strada Belvedere, porta a Villa Belvedere, creandovi la più alta concentrazione di ville  sorte in quel periodo.

Fra le più antiche ville di questo crinale va ricordata Villa Regina, in via Belvedere, di cui la più antica notizia risale al 1579.

La villa prende il nome dalla famiglia dei duchi della Regina, un cui componente, il magistrato Giacomo Capece Galeota (1617-1680), come altri notabili dell’epoca, dopo aver abbandonato le cariche pubbliche, si ritirò in questa sua tenuta di campagna, ad imitazione di Cincinnato, come recita una lapide incisa sull’architrave di una stanza della villa, villa che fece restaurare nel decennio1668-1677.

Due scudi di marmo scolpiti sull’ingresso della dimora, oggi scomparsi, indicavano l’unione della famiglia Capece Galeota, con quella dei Caracciolo Rocco Candelio Stuart, due illustri famiglie napoletane che si erano unite nel Cinquecento.

Sotto l’aspetto architettonico la villa presenta la facciata principale  (caratterizzata da una successione di aperture, sormontate da cornici alternativamente a timpani e ad arco, tipiche del periodo rinascimentale), sul cortile interno, essendo quello, all’epoca della costruzione, il lato dell’edificio più pregiato perché affacciato sul panorama e non quello su via Belvedere, allora poco più di un viottolo, sul quale si apriva lo spazio semicircolare destinato al giro delle carrozze per entrare nella proprietà, spazio ancora esistente (al civico 131).

Oltre all’edificio e al parco, assieme a piccoli particolari interni, si conservano anche il portale d’ingresso in piperno, la cui forma testimonia la natura seicentesca del riassetto dell’edificio.

Questa villa, in seguito, non farà parlare di sé, né vi cambierà la casata proprietaria, che si estinguerà a inizio Novecento, con la morte dell’ultimo discendente dei duchi della Regina, Carlo Capece Galeota, considerato pure l’ultimo fedelissimo dei Borbone, l’ultimo legittimista borbonico.

Alla sua morte, egli lasciò la villa a un Istituto religioso, un orfanatrofio, appartenente alle Suore di Nostra Signora del Buon Pastore, che vi si trasferirono dal 1922 e che modificarono l’assetto dell’edificio, aggregandovi altri corpi di fabbrica.

Fra le altre successive utilizzazioni della villa ricordiamo la sede della scuola elementare Andrea Belvedere, dal 1969 al 2011, quando le suore furono sfrattate per morosità. Dopo due anni d’abbandono, nell’aprile del 2013 l’edificio fu occupato da famiglie indigenti. Nel corso delle utilizzazioni scolastiche la cappella gentilizia è stata trasformata in una palestra.

Per inciso annotiamo che Andrea Belvedere è un pittore del ‘600, solo casualmente omonimo della via che ospitava la scuola.

(Ottobre 2019)

Per grazia non ricevuta

 

di Antonio La Gala

 

Non desta meraviglia (non perché non la dovrebbe destare, ma solo perché vi ci siamo abituati) la presenza, nei nascondigli dei peggiori malavitosi, di immagini e letture sacre, circostanza che evidenzia che, a livelli bassi di cultura, il confine fra i sani sentimenti religiosi e forme di superstizione anche aberranti, è piuttosto indefinito. Indagando su questo aspetto, nella Napoli del passato, ci siamo imbattuti in precedenti storici, episodi e personaggi curiosi, o almeno originali.

Appena un malavitoso commetteva un “guaio” (assassinio), il “suo ambiente” si  mobilitava. Anche in campo devozionale.

Le donne, da lui sfruttate come prostitute, non per affetto ma per paura, si recavano in questa o quella chiesa per pregare questo o quel santo, affinché la sua intercessione impedisse che il malvivente cadesse nelle mani della giustizia, promettendo di “non peccare” in qualche giorno della settimana. Il popolino era convinto che questo “sacrificio” delle pecorelle smarrite fosse gradito dai santi invocati e perciò accolto positivamente.

Per dare al loro sfruttatore la prova che erano andate in chiesa e adempiuto alla richiesta dell’intercessione, le pecorelle smarrite gli facevano recapitare da “persona sicura” un’immaginetta, un mozzicone di candela, qualche altra cosa presa dalla chiesa, la cosiddetta “divozione”.

Se l’assassino veniva arrestato, le predette pecorelle insistevano in nuove forme di devozione affinché, in linea subordinata, gli intercessori invocati almeno influenzassero  positivamente l’animo dei giudicanti.

L’eventuale moglie del malavitoso, a sua volta, superando in questa occasione il comprensibile astio verso le pecorelle pappa e ciccia con lo sposo, operava in sinergia con esse, mettendosi a raccogliere oboli nell’ambiente del birbone, per far celebrare una Messa a suo favore (la cosiddetta “Messa pezzentella), oboli che per solidarietà di categoria nel suo ambiente nessuno le negava.


Cosa faceva quello che “aveva fatto il guaio?

Sia che fosse a piede libero che in carcere, faceva voto di far dipingere, su carta, tela o vetro, con soldi suoi o degli “amici”, la scena del “guaio, che sarebbe andato a portare al rettore della chiesa dove si venerava il santo  benefattore, dopo che l’avesse fatta franca.

Se il malavitoso veniva graziato, si svolgeva il rito del ringraziamento con scioglimento del voto del quadro, benedizione del dipinto e Comunione del graziato. 

Se il malavitoso, invece, veniva condannato, in qualche caso arrivava addirittura a calpestare “divozioni e immagini sacre che “non erano servite a niente”, oppure a cancellare dai quadri votivi le immagini dei santi inadempienti, e cancellare dalla scritta acronima V.F.G.A. (Voto Fatto Grazia Avuta), le due lettere G.A.

(Giugno 2019)

Miti napoletani di oggi.72

L’INDUSTRIALIZZAZIONE

 

di Sergio Zazzera

 

Fin dal XVI secolo, una vasta area a sud di Napoli – da Torre Annunziata a Gragnano – fu caratterizzata dalla produzione della pasta secca alimentare. Sempre a sud, ma alle porte della città, dai primi del secolo scorso, San Giovanni a Teduccio ospitò lo stabilimento della Cirio, realizzato da Giovanni Signorini, piemontese di larghe vedute, ma anche più a sud, fino all’Agro Nocerino-sarnese, le industrie alimentari fiorirono.

Poi, quasi contemporaneamente alla Cirio, nell’area di Bagnoli cominciarono a insediarsi le industrie metallurgiche e chimiche: la prima fu l’ILVA (poi Italsider, nella foto), nel 1904, seguita dalla Montecatini (1908), dall’Eternit (1936-38) e dalla Cementir (1947). La loro fine, però, cominciò nel 1964 e si protrasse fino al 1992; nel frattempo, già fra gli anni 50 e i 70 era iniziato il tramonto anche delle industrie alimentari.

A questo punto, lo sguardo attento del lettore meridionale non può non cogliere la duplicità del mito dell’industrializzazione del Napoletano. Da una parte, infatti, la concentrazione d’industrie metallurgiche e chimiche sul litorale di Bagnoli ha distrutto quella che sarebbe potuta essere, per Napoli, l’equivalente della Riviera di Ponente genovese; e Dio solo sa quanto costerà, in termini sia di tempo, che di danaro, la bonifica. Dall’altra, poi, oggi nelle cucine napoletane entrano pasta e conserve alimentari provenienti, nell’ipotesi più benevola, dall’Italia centro-settentrionale (quella più malevola è la provenienza dall’Estremo Oriente).

È recentissima la notizia dell’intenzione dei sorrentini di recuperare lo storico mulino in fondo al vallone, nell’ottica d’intraprendere la produzione della pasta “come quella di una volta”. L’augurio più “napoletano” che si possa formulare è che “passi l’Angelo e dica Amen”.

(Giugno 2019)

Il rovescio della medaglia

Lello Lupoli ( 5.10.1918 / 20.5.1995 )
 
 
di Romano Rizzo
 
 
La figura artistica di Lello Lupoli è nota a tutti gli amanti della poesia napoletana come una delle massime espressioni dell’umorismo in poesia ed in effetti Lupoli viene definito dai critici come poeta – umorista o umorista – poeta.

Tale definizione è, però, come spesso accade, riduttiva e non mette nel dovuto conto la vena lirico sentimentale, magistralmente espressa in molte sue poesie.

Mi fa piacere, riportare, a tale proposito, i pareri di alcuni Poeti che su di lui così si sono espressi:

il compianto Enzo Fasciglione, nel suo volume Il secolo d’oro continua, afferma:

Io mi rifiuto di definire Lello Lupoli solo un umorista perché,

in realtà, egli fu Poeta e Poeta vero.

Anche Rosetta Fidora Ruiz colse bene la duplicità dell’arte del Lupoli e a lui dedicò questa quartina:

Scrivere ’e Lello Lupoli ? Pazziate ? / ’O pueta umorista ?...’o ’mpertinente ? / Ma stu core ’e scugnizzo, si ’o spaccate / dinto truvate n’anema nnucente !

Ed infine, il grande Salvatore Tolino, nel sonetto che segue, mise in risalto, con grande maestria, la parte nascosta dell’arte del Lupoli:

A Lello Lupoli  Quanno tu scrive, tiene ’nponta ’e penna / nu diavulillo ca te piglia ’a mano / e chistu farfariello nun s’arrenne / ride e pazzèa cu ’o munno sano sano / Diceno ca si’ ’o masto d’’a resata,/ tutte poesie spassose e intelligente ; / ogne battuta toja : na cannunata !/Ma i’ saccio ca, ogne tanto, dint’’o core / nce trase ‘n’Angiulillo e na manella/ scava e pazzèa cu sentimento e ammore/ E, quanno nasce sta poesia cchiù bella / quase annascuso, senza fa’ rummore,/ l’apponta ‘ncielo comme a n’ata stella.

Occorre ricordare che Lupoli, che fu un dirigente bancario, fu sempre una persona molto gioviale, pronta a cogliere della vita e del mondo il lato migliore.

Amò molto la poesia e molto fece per la Sua diffusione.

Fu ideatore e conduttore, su Radio Antenna Capri, di un bel programma, La tavola rotonda dei Poeti Napoletani, in cui si affacciarono poeti affermati e poeti emergenti e a questi ultimi non fece mai mancare affettuosi e preziosi suggerimenti e consigli.

Collaborò a varie riviste quali Le Grandi Firme di Pitigrilli che lo definì “ scugnizzo dalle tempie grige”  Sul periodico napoletano 6 e 22, curò la rubrica Le Signore al balcone.

Ha lasciato due bei volumi di Poesia ed altro quali Pittura Fresca e Redenno pazzianno.

Tra le tante poesie in cui rifulge l’arte lirico-sentimentale del Lupoli mi piace ricordare: Nuttata ’e luna, Core guaglione, Notte d’està, ’Ncopp’’o muro e vorrei chiudere questo mio ricordo sottoponendo all’attenzione dei lettori i versi, davvero toccanti, che l’autore,  immaginando la propria dipartita, dedica all’amato figlio.

 

 Pure doppo

 

‘Nu juorno ca i’ spero assaje luntano,

’nchiudenno ll’uocchie a na vita ’e stiente,

hê ’a stà vicino a me, mano cu mmano.

voglio murì accussì, tenneramente.
**

’Na stretta sott’’o core e ’nu saluto..

Accussì è ’a vita ! Accussì gira ’a rota..

Ma tu fa’ cunto ca i’ nun so’ fernuto :

dimane…ce vedimmo n’ata vota..

**

Dimane è n’atu juorno…Jurnate nove..

Te siente sperzo…Vaje truvanno a me..

Ma nun t’amariggià si nun me truove,

tu nun ’o ssaje..ma i’ sto vicino a te !

(Maggio 2019)

Miti napoletani di oggi.71

MASANIELLO/-LLI

 

di Sergio Zazzera

 

Correva l’anno 1647 quando Tommaso Aniello d’Amalfi, detto “Masaniello”, pescatore del Lavinaio, si pose alla guida di un popolo vascio esasperato dalle gabelle che il viceré imponeva sugli alimenti, beni di consumo indiscutibilmente primario . La rivolta si protrasse, attraverso tre fasi, fino ai due anni successivi, e la storiografia dell’ultimo mezzo secolo ha dimostrato che il giovane pescatore era stato soltanto lo strumento di una sollevazione voluta, in realtà, dalla classe dei “togati”, primo fra tutti il sacerdote Giulio Genoino . Il finale è noto a tutti: Masaniello, divenuto scomodo, fu eliminato, né sorte migliore toccò a coloro che gli succedettero.

 

Sento già i commenti dei lettori: sì, tutto bene, ma questa è storia, non è mito, ed è storia moderna, non contemporanea. Già, ma quella teoria dei “corsi e ricorsi storici”, enunciata da Giambattista Vico, è tuttora valida, e il numero dei “Masanielli” di oggi – che sono (quelli sì) un mito – è in crescita, un po’ dovunque, e Napoli non fa per nulla eccezione (anzi…). Forse, allora, varrà la pena che costoro stiano un po’ attenti.

(Aprile 2019)

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