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Il Vomero greco-romano   di Antonio La Gala   Un luogo comune che riguarda il Vomero è che la collina vomerese sia un luogo “senza storia” e che,...
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    Gita sul Vesuvio   di Alfredo Imperatore   Il venir meno al vincolo matrimoniale, da parte di uno dei due coniugi, è una delle cause di addebito...
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Emilio Notte: difficoltà di rinnovare la pittura   di Antonio La Gala   Emilio Notte è forse l'esempio più rappresentativo della difficoltà che la...
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Miti napoletani di oggi.89 “THE PASSENGER”   di Sergio Zazzera   Vi fu un tempo in cui il concetto di “Guida” evocava immediatamente il Baedeker –...
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MAZZARRI E’ IL NUOVO ALLENATORE DEL NAPOLI   di Luigi Rezzuti   E alla fine Aurelio De Laurentiis ha scelto lui: Mazzarri, che battendo in volata...
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SPOSI ZAZZERA-TOZZI   Il Vomerese formula cordiali auguri agli sposi Carlo Zazzera – figlio del nostro capo servizio Sergio – e Luciana Tozzi, il cui...
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Attilio Pratella, l'artista   di Antonio La Gala     Come già ho detto in un precedente articolo, mi sono proposto di dedicare a questo pittore due...
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MERCATINI DI NATALE   di Luigi Rezzuti   La magia dei mercatini di Natale, si sa, incanta grandi e piccini: non c’è niente di più bello che...
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Al via mercoledì 2 giugno ad Ascea Marina il progetto "Alétheia e Doxa"      Prenderanno il via mercoledì 2 giugno alle ore 17,00 in piazza Europa ad...
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«RIUNIRE CIÒ CH’È SPARSO».21

Considerazioni su avvenimenti e comportamenti dei giorni nostri

 

di Sergio Zazzera

 

Nel corso della trasmissione “Piazza pulita” del 21 marzo scorso, su “La7”, Michele Serra ha affermato che, quando l’antiamericanismo diventa filoputinismo, non è più un atteggiamento contro gli U.S.A., ma contro la democrazia. Ciò mi fa scoprire che quello U.S.A. è un… imperialismo democratico: vale a dire, democrazia (!) nei confini dell’Unione e imperialismo fuori della stessa.

*   *   *

Al dottor Henry Jekyll – personaggio nato dalla penna di Robert Louis Stevenson – sfugge di mano, progressivamente, il controllo sulla sua trasformazione nel proprio alter ego, mr. Edward Hyde, autentica incarnazione del male.

Ai “ragazzi di via Panisperna” sfugge di mano, a partire da un certo momento, il controllo dell’atomo, che essi avevano scoperto, al punto che Robert Oppenheimer coglie l’occasione per applicare la scoperta all’armamento nucleare.

Sembrerebbe avvicinarsi il turno dell’AI – l’Intelligenza artificiale –, che, stando a quanto periodicamente si legge e si sente dire, potrebb’essere adoperata, fra l’altro, anche per realizzare “cloni digitali” di persone realmente esistenti. Cosa, questa, che avrebbe perfino semplificato le cose a Gianni Schicchi, ma che creerà anche seri problemi agli “uomini di buona volontà”.

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Torno, ancora una volta, sulla questione israelo-palestinese, per dire che non condivido l’atteggiamento di quanti stigmatizzano il comportamento, tanto degl’israeliani, quanto dei palestinesi. La mia “precedente esistenza” di magistrato, infatti, mi ha insegnato, fra l’altro, il principio di personalità della responsabilità – penale, ma ritengo che lo si possa estendere anche a quella morale e a quella politica, avuto riguardo alla loro contiguità –. Il che non mi consente di considerare il singolo individuo israeliano o palestinese responsabile delle azioni – quasi sempre criminose, più che semplicemente belliche – volute, rispettivamente, da Hamas o da Netanyahu. Azioni che, con molta probabilità, neanch’egli approva.

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L’eterogenesi dei fini ha caratterizzato un’infinità di situazioni, dalla nascita della Repubblica a oggi. E faccio un salto all’indietro, fino a quel momento iniziale: credo che sia legittimo ipotizzare che i potenziali vincitori, non tanto del referendum, quanto dell’elezione dei deputati della Costituente, ben prevedendo per chi avrebbe votato la maggioranza delle donne, conferirono loro, per la prima volta, l’elettorato attivo.

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Leggo sul numero di Famiglia cristiana del 21 aprile che la Chiesa, sostanzialmente, “tollera” la cremazione dei cadaveri, più che ammetterla, e rimango stupito, per le ragioni che mi accingo a esporre. L’Onnipotenza divina (Catechismo di S. Giovanni Paolo II. Compendio, § 50), in quanto tale – vale a dire, illimitata –, ben potrà risuscitare, il Giorno del Giudizio, anche i corpi cremati. Altrimenti, che cosa ne sarà degl’innumerevoli corpi dispersi, a seguito di calamità naturali o di eventi bellici? Ma, forse (o senza forse), da questa maniera di affrontare i problemi sono dipese le condanne (penso a Galileo e a Tommaso Campanella) e perfino i roghi (penso a Giovanna d’Arco e a Giordano Bruno); anzi, secondo la concezione “tollerante”, soprattutto la resurrezione dei corpi di queste ultime due figure, proprio perché “cremati”, dovrebbe incontrare qualche difficoltà di attuazione. Ma tutto ciò può servire, se non altro, a comprendere, da una parte, le ragioni della durata della riabilitazione di Galileo e, dall’altra, il maggiore ammontare dei diritti d’immissione nei loculi, previsti per le urne cinerarie, rispetto a quelli determinati per i resti mortali.

(Aprile 2024)

La più antica religiosità dei Vomeresi

 

di Antonio La Gala

 

Qual era la religiosità dei primi abitanti delle alture vomeresi?

Non lo sappiamo, perché storicamente riusciamo a trovare tracce della vita dei collinari solo nei tempi maturi dell’epoca dei Romani, in base a pochi e piccoli ritrovamenti sparsi da Antignano a via Belvedere.

Per epoche anteriori possiamo fare soltanto delle congetture. Nei secoli più lontani gli abitanti saranno stati gruppetti di pochi individui, sparpagliati sulle colline, dove c’era l’essenziale per vivere, e per la scarsità del loro numero (qualche centinaio di persone in tutto), non hanno lasciato particolari testimonianze.

Sappiamo che Greci e Romani avevano inclusa la collina nel loro immaginario sacro: i primi marinai greci che si addentrarono nel golfo dedicarono la boscosa altura dei Camaldoli a Hera (la dea dei boschi) e l’altura di San Martino a Zeus, una specie di Olimpo; i Romani la collina la dedicarono a Giano.

Sono rimaste tracce di templi e manufatti sacri pagani? Noi non ne abbiamo notizia. Forse se ne potrebbe intravedere una non sicura traccia in una malandata (e vilipesa) pietra incastrata nella facciata della chiesa di San Gennariello (la “Piccola Pompei”), che secondo alcuni sarebbe un possibile materiale di ricavo di un preesistente tempio pagano, pietra di cui parleremo più avanti e presentata nell’immagine che accompagna questo articolo, risalente al 2003.

È ragionevole immaginare che in epoca romana, in qualcuna delle grosse entità rurali autosufficienti, le masserie, i “Praedia”, che i  Romani avevano insediato al di fuori del centro abitato, e quindi anche sulle alture vomeresi, avremmo visto qualche antenata delle nostre edicole votive, i piccoli sacrari che i Romani erigevano all’ingresso o all’interno delle abitazioni, in cui veneravano i Lari, divinità dispensatrici di grazie alle famiglie, e i Penati, divinità ereditarie che ogni famiglia si trasmetteva. Oppure avremmo visto, in piccoli sacrari situati agli incroci delle strade, i Lari “di territorio”, anime di antenati defunti comuni agli abitanti di un luogo, che proteggevano quel luogo. 

Le tracce più antiche della religiosità collinare finora rinvenute sono cristiane: alcune tombe con simboli cristiani risalenti al IV secolo, emerse nel corso dei lavori di edificazione del Nuovo Rione Vomero eseguiti a fine Ottocento.

Più precisamente, nel 1898, nel corso di lavori nella Villa Bellettieri, che sorgeva in area piazza degli Artisti, venne alla luce una tomba in muratura e tegoli piani, in uno dei quali si leggeva, a profondo graffito, il monogramma di Cristo, del tipo chiamato costantiniano, una X intrecciata con erre greca (P), iniziali del nome di Cristo scritto in greco, simbolo molto diffuso nel IV sec. d.C., ritrovamento che sembra localizzarvi una piccola necropoli cristiana, forse risalente addirittura al III sec.

L’archeologia, le tradizioni e le leggende  sorte nei primi tempi del cristianesimo ci dicono che a Napoli il cristianesimo ebbe le sue prime manifestazioni anche per iniziativa di persone provenienti da Pozzuoli, alcune convertite direttamente da San Paolo Apostolo, sbarcato a Pozzuoli si ritiene nel 60 d. C. o poco dopo.

Pozzuoli riveste molta importanza per ricostruire la religiosità collinare perché il suo collegamento viario con Napoli attraversando il Vomero, vi porterà il nascente cristianesimo, e soprattutto il culto, tuttora molto vivo, di San Gennaro, come vedremo in un altro articolo.

(Aprile 2024)

Parlanno ‘e poesia

Vincenzo De Bernardo

 

di Romano Rizzo

 

Quando frequentavo con assiduità nei vari salotti gli incontri periodici di poesia ho avuto modo di conoscere tanti amici che amavano  tutti la poesia ma in modo parecchio diverso. C’era chi conosceva solo le sue composizioni e moriva dalla voglia di declamarle con impegno a tutti  per riceverne sempre i consueti ma molto spesso non sinceri applausi degli astanti. Molti, fra i Poeti, terminata la loro esibizione  trovavano il modo per eclissarsi alla chetichella oppure iniziavano un chiacchiericcio interminabile con chi gli era seduto accanto. Tra i tanti  c’era anche chi dichiarava con malcelato orgoglio  di non aver mai letto e di non avere alcuna intenzione di leggere le opere dei grandi classici per paura che la spontaneità assoluta delle sue  composizioni potesse esserne in qualche modo  influenzata. La maggiore e miglior parte dei convenuti, per fortuna, era formata da persone che, avendone approfondito lo studio,  ne  riprendevano la forma più che corretta e la  forza espressiva, ovviamente, come meglio potevano.

Con questi ci scambiavamo spesso sinceri e calorosi complimenti  ogni volta che ci incontravamo e di loro conservo un vivo ricordo. Vorrei avere il tempo necessario, anzi, ma so già che non sarà possibile, di presentare un domani alcune opere, a mio parere più significative, di ognuno di loro. Oggi, però, ho in animo di farvi  conoscere uno strano personaggio che catturò subito la mia attenzione e che, in realtà, non finisce mai di stupirmi: un Maresciallo dell’Aviazione in pensione che  mi colpì subito per la varietà dei temi, trattati sempre con  grande forza espressiva e con  sincera spontaneità, Vincenzo De Bernardo, persona molto cordiale, semplice, tranquilla e modesta, con cui entrai in grande  sintonia. Alcune delle sue inattese, ma  molto spontanee risposte, le ho impresse nella mente e voglio riferirvele perché serviranno di certo a farvi meglio comprendere la sua personalità e la sua grande bonomia. Una volta in cui, per errore, riportai i suoi dati anagrafici con il depiccolo mi corresse  all’improvviso dicendo così: “ Romà, ma comme hê fatto a te sbaglià…t’aggio ditto tanti vvote ca nun tengo niente ‘a spartere io cu ‘a nubiltà e  ca me n’avanto !!”

Poiché anche io son solito fare uso spesso di espressioni simili, finì che  ci abbracciammo e da allora  in poi ci accomodammo sempre vicini e  vicendevolmente ci complimentammo spesso, lo confesso.

 Non posso tacere che a quell’epoca anche io ero molto prolifico nel comporre ma mai tanto da poter competere in una gara con lui.

Portavamo entrambi dei foglietti con le nostre ultime composizioni,ed io, più di una volta, lo esortai a raccogliere in un volume una accurata selezione delle poesie che gli erano più care e che gli piacevano di più .Ricordo  bene che lui sempre si schermì e, per convincermi a chiudere la questione una volta  per tutte, mi disse convinto: “No, Romà, nun so’ nu poeta comm’a te ca parle d’’a lunae d’’e stelle e faje fremmere ‘o core, io… nun so’ poeta, so’ nu contastorie. Scrivo ‘e ccose ‘e tutte ‘e juorne cu parole semplice ca ‘a gente capisce senza se sfurzà. I’ nun cerco e nun m’aspetto niente, ‘e scrivo surtanto pecchè me piace d’’o fa’, me vene facile.”

Comprenderete tutti che un tipo così non si incontra facilmente, ma io ero  e sono più che convinto che stava commettendo un imperdonabile errore e che faceva un gran torto a se stesso non evidenziando e non mettendo nella giusta luce gli innegabili pregi che ritrovavamo in tutte le sue composizioni: la freschezza e varietà della ispirazione, l’appropriato uso di espressioni molto significative, la grande musicalità del verso, spesso condita da quel pizzico di ironia che è propria di chi è un vero napoletano. Sarei davvero lieto se le poche poesie che ho scelto riuscissero a dare a Voi un gustoso, vario e gradevole saggio delle sue indubbie e non comuni qualità che spero possiate apprezzare, rafforzando il mio convincimento di aver reso alla Sua opera un buon servizio!

*   *   *

 

‘A primmavera

 

di Vincenzo De Bernardo

**

E’ venuta ‘a primmavera,
siente, già, a primma matina,
nu profumo ‘e ciclamino,
int’’a l’aria sta a saglì.

**

Int’’o vaso, so’ spuntate,
di basilico, ddoje foglie:
-“Miette l’acqua - fa mia moglie -
poco, nun ‘e nfracetà!”-

**

‘E rimpetto, ‘o primmo piano,
‘onna Assunta stenne ‘e panni,
‘o marito, don Giuvanni,
se surzea ‘o ppoco ‘e cafè!

**

Int’’o vico, già, a primm’ora,
è passato l’arrotino,
for’’o vascio, ‘onna Titina,
‘e pezzelle sta a mpastà.

**

Ogni tanto da’ na voce,
allucca: “ Uè, so’ pronte ‘e ppizze -
da’ na sistemata ‘e zizze -
neh, chi ‘e vò, io stongo ccà!”

**

‘On Giovanni, puveriello,
sente e se fa tutto russo,
‘a mugliera storce ‘o musso:
-“Trase dinto primma ‘e mò!”-

 

 

*   *   *

 

Poeta

 

di Vincenzo De Bernardo.

 

 

Quando leggo int’a n’intestazione,

‘o nomme e po’, virgolettato “artista”,

me volle ‘o sango, me s’abbaglia ‘a vista

e nun riesco a me capacità!

.

‘A stessa cosa vale per “poeta”,

chi scrive o che si nutre di poesia…,

ma io ca scrivo ‘e ccose ‘e miez’’a via…,

no, nun ce ‘a faccio a me catalogà!

.

Per cui, mi reputo un “raccontastorie”,

poeta è na parola troppo grossa,

ca quando metto ‘o pere, dint’’a fossa,

nun voglio ca me stanno a criticà!

.

Pecchè, annanze, tutte quante a dicere:

è bravo, la sua poesia è un’arte…,

quando si’ muorto e stai all’ata parte:

poetà? Quando mai… bla, bla, bla!

.

Scrivere, pe’ mme, è nu bisogno,

me nasce mpietto e, po’, voglio o nun voglio,

scenne int’’o braccio, scorre ncopp’’o foglio…,

nun me l’aggio saputo, mai, spiegà!

.

E io ca, ormai, me saccio e me cunosco,

‘o passo ‘o faccio a misura ‘e pere,

racconto storie tristi, a volte, allere…,

ve piacene? Ve stongo a ringrazià !

 

*   *   *

 

Riunione ‘e condominio

 

di Vincenzo De Bernardo

**

So’ stato a na riunione ‘e condominio
ca ce mancavo, ormai, ‘a 3-4 anni,
mò, m’addimanno: ll’ate comme fanno...
e, ancora, ma chi me l’ha fatto fa !?

.

Ma chiste teneno ‘o stommaco ‘e fierro,
gente ca se pigliava, quasi, ‘e pietto,
ce steve chi vutava pe’ dispietto,
neganno ll’evidenza... e che vuò fa!

.

L’albero perde ‘e ffoglie? E’ nu problema!
‘A colpa è ‘a soja o è d’’o ciardeniere?
E ce sta chillu cane ca, tutt’’e ssere,
abbaia e  nun ‘o putimmo suppurtà !

.

...e ‘o canciello  sta apierto oppure nchiuso...
e ‘a caldaia s’hadda stutà a ll’otto o ‘e  nnove,
ll’ombrello addà sta apierto, quando chiove...?,
Ma ‘o fanno apposta o so’ proprio accussì?

.

Po’ diceno ca ‘e pazze stanno ‘a dinto?
Ma quanno maje, ‘e pazze stanno ‘a fore...,
‘O dico  a vuje cu ‘a mano ncopp’’o core
ve giuro ca i’ nun ce ghiarraggio cchiù!

(Aprile 2024)

«RIUNIRE CIÒ CH’È SPARSO».20

Considerazioni su avvenimenti e comportamenti dei giorni nostri

 

di Sergio Zazzera

 

E' dei giorni scorsi l’epicedio di Barbara Balzerani – la “compagna Luna” –, scritto e diffuso via web da Donatella Di Cesare, del quale riporto qui di seguito il testo: «La tua rivoluzione è stata anche la mia. Le vie diverse non cancellano le idee. Con malinconia un addio alla compagna Luna». Energiche proteste si sono levate da una consistente quota della società civile, rappresentatativa delle più diverse appartenenze, la quale non ha dimenticato le responsabilità della defunta nel sequestro e nell’uccisione di Aldo Moro e in numerosi altri omicidi perpetrati dalle b.r. (sono di rigore le minuscole): addirittura, la rettrice dell’Università “La Sapienza”, dove la Di Cesare insegna, ha sottoposto il caso all’attenzione dei competenti organi dell’ateneo. A fronte di tutto ciò, l’interessata ha tentato di mettere una toppa peggiore dello strappo, sostenendo di aver inteso esprimere soltanto la sua «vicinanza generazionale» alla Balzerani. Ma qui, oltre a richiamare il brocardo giuridico (la cui valenza, però, travalica i confini del diritto), secondo il quale protestatio contra factum non valet, mi permetto di ricordare, ancora una volta, la natura convenzionale del linguaggio, affermata dai tempi di Democrito fino almeno a quelli di Ernst Cassirer. Dunque, affido a ciascun lettore la lettura delle parole della professoressa Di Cesare – filosofa e, perciò, sicuramente conoscitrice del pensiero dei filosofi appena menzionati – e la loro interpretazione, parametrandola a quella “autentica” fornita dalla stessa.

*   *   *

A proposito di linguaggio: che cosa pensano i lettori di espressioni lessicali oggi sempre più diffuse, del tipo: “quello che è” e “piuttosto che” (in luogo di “oppure”)? Da parte mia, la prima mi sembra un pleonasmo, meritevole del risparmio di fiato. Quanto alla seconda, mi si risveglia la nostalgia del mio triennio milanese di mezzo secolo fa: nel dialetto meneghino, infatti, l’interrogativo retorico “o no?” diventa “piuttost che no?”, che, però, una volta italianizzato, trasforma un’alternativa in una comparazione di tipo valoriale.

*   *   *

L’annunciata competizione elettorale USA fra Trump e Biden si presenta, ai miei occhi, come sospesa tra il mitologico e il wagneriano: come, cioè, il Götterdämmerung, il “crepuscolo degli dei”.

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E, sempre a proposito di USA, il lancio dall’aereo di generi alimentari alla popolazione affamata di Gaza ha tutto l’aspetto dell’attualizzazione di quella distribuzione, via terra (a tempi diversi, modi diversi), di polvere di uova e di piselli, di cioccolata e di sigarette alla popolazione napoletana, anch’essa affamata, da parte dei militari statunitensi, giunti nel capoluogo dopo lo sbarco a Salerno. Per intenderci: due maniere, apparentemente diverse, ma sostanzialmente uguali, di “lavarsi la faccia” (o, magari, la coscienza).

*   *   *

Scriveva Giuseppe Prezzolini, nella sua Storia tascabile della letteratura italiana (1976): «la Chiesa cattolica… è la sola monarchia che sia durata dalle origini a oggi in Italia». Ebbene, dopo quasi mezzo secolo, qualcosa mi sembra che sia cambiata, almeno nei fatti, dal momento che la monarchia, soprattutto se assoluta, assicura sempre al suo vertice una posizione d’intangibilità. Viceversa, oggi una quota consistente di ecclesiastici non si fa mancare le occasioni di critica dell’operato del “monarca assoluto”, ovvero del papa. Ma, forse, questo è il segno del fatto che il verticismo assicura sempre una buona libertà di azione, quanto più in basso si scende nella piramide.

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Passando, ora, al mondo dell’arte, cominciamo dalla Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto, insediatasi nuovamente in piazza Municipio. A me essa sembra il simbolo del mondo politico dei giorni nostri, nel quale il lancio degli stracci è diventato lo sport preferito.

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Due mostre, in corso a Napoli in questo momento, hanno attirato la mia attenzione, vale a dire, quella della Flagellazione di Cristo del Caravaggio, al Museo diocesano, e quella della Testa di Tito, alle Gallerie d’Italia. La prima di tali opere proviene dal Museo di Capodimonte, l’altra dal MANN; e sono proprio tali provenienze a rendermi più che perplesso, circa l’utilità delle due esposizioni. Finché, infatti, un’opera d’arte viene temporaneamente trasferita in una città diversa, l’utilità dell’operazione è da ravvisarsi nella possibilità, offerta a chi non può recarsi nella sede in cui essa dimora stabilmente, di poterla ugualmente ammirare. Viceversa, non riesco a immaginare altro senso dell’operazione compiuta nell’ambito della stessa città, se non quello di dirottare il pubblico (e gl’incassi) da una struttura museale all’altra.

*   *   *

Dulcis (ma non lo direi troppo) in fundo: la relazione positiva, emersa di recente, tra lo street artist napoletano Jorit e Vladimir Putin. Vero è che la qualità artistica è un valore che va apprezzato in sé, senza alcuna connessione con possibili ideologie (per tutti, valga la qualità dell’architettura del ventennio fascista); è innegabile, però, che il caso di specie è idoneo a risvegliare nelle menti il ricordo di figure, come Muzio Attendolo Sforza, Braccio da Montone e Giovanni delle Bande Nere. Intelligenti pauca.

(Marzo 2024)

«RIUNIRE CIÒ CH’È SPARSO».19

Considerazioni su avvenimenti e comportamenti dei giorni nostri

 

di Sergio Zazzera

 

Un capitolo dei Simboli della Scienza sacra di René Guénon è intitolato «Riunire ciò ch’è sparso», il che è ciò che tentai di fare, alcuni anni fa, sul periodico Il Brigante, provando a mettere insieme alcune considerazioni che facevo su avvenimenti di quel tempo, con la speranza di non avere messo troppa carne a cuocere. L’iniziativa s’interruppe giusto dieci anni fa; peraltro, essa aveva incontrato il gradimento di Marisa Pumpo Pica, che egregiamente dirige questa testata, il che m’induce a riprenderla in questa sede, conservando la numerazione consecutiva, rispetto a quella della serie precedente.

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L’indagine circa le responsabilità della “questione israelo-palestinese”, eufemismo che designa la realtà della guerra tra gli arabi di Hamas e gl’israeliani di Netanyahu, è più complessa – ma, forse, anche più semplice – di quanto non possa apparire; dunque, proviamo a compierla anche noi.

Yahweh, la divinità dell’ebraismo, è “il Dio degli eserciti”: soltanto il cattolicesimo postconciliare ha adottato la foglia di fico, che lo ha reso “il Signore Dio dell’universo”. A sua volta, il Jihād (sissignore, il sostantivo è di genere maschile) dell’Islām è vocabolo polisemico, tra i cui significati c’è quello di “guerra santa”, vale a dire, combattuta – sul modello di quella di Maometto per la conquista della Mecca (629-630) – contro gl’infedeli, tra i quali non v’è dubbio che, nell’ottica islamica, vanno annoverati anche gli ebrei.

Ciò posto, l’aggressione attuata da Hamas – organizzazione terroristica, che non può essere identificata con l’intero popolo palestinese – ai danni d’Israele ha costituito, sicuramente, una forma di Jihād, sferrata sotto l’egida di Allāh, divinità islamica, alla quale lo Stato aggredito non poteva reagire, che con le modalità ben note, attraverso l’intervento del proprio esercito, che Jahvè ha preso sotto la propria egida. A questo punto, non soltanto ogni considerazione circa la sproporzione tra offesa e difesa diventa vana, né è superfluo sottolineare il danno che Hamas ha causato al popolo palestinese, ma, addirittura, nell’iniziativa di Hamas medesimo dev’essere ravvisata quella che i penalisti definiscono “colpa con previsione”, se non finanche quello che sempre i penalisti definiscono “dolo eventuale”.

*   *   *

Il Governo attualmente in carica aveva esordito, ponendo al bando l’uso dei vocaboli stranieri, in luogo di quelli della lingua italiana. Riterrei utile, perciò, che il professor Giuseppe Valditara, ministro dell’istruzione (oltre che “del merito”!) spiegasse perché il nuovo corso di studi superiori, da lui annunciato e finora non ancora istituito, dovrebbe chiamarsi “Liceo del made in Italy”.

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Ci sono cafoni in tutti gli ambienti, anche in quelli apparentemente più “elevati”; perfino nel mondo della politica (ma di che cosa vogliamo meravigliarci?). e tra una consistente parte di tutti costoro è invalso l’uso di rivolgersi ai giornalisti, che li intervistano, dandogli del tu.

Signori (si fa per dire)! il giornalista è un professionista, ma, prima ancora, un uomo e, soprattutto come tale, merita rispetto. Torna appropriato, qui, il ricordo del mio Maestro, al tempo della mia collaborazione con lui, il quale stringeva la mano al bidello, prima che a noi, e una volta ci spiegò, con la sua nota saggezza: «Se faccio così, poi lui mi rispetta».

Quanto, poi, al “tu”, sono completamente fuori strada coloro che affermano che anche gl’inglesi danno dello you perfino al re. È vero; solamente, però, che lo you equivale al nostro “voi”, mentre in Albione si è perso l’uso del thou, seconda persona singolare del pronome personale: si ricordi, fra l’altro, il racconto di Edgar Allan Poe, Thou art the man (= Tu sei l’uomo - 1844). Dunque, in realtà, in Inghilterra i padri danno del voi finanche ai figli.

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Come si sarebbe dovuta attendere ogni persona avvezza a guardare oltre il proprio naso (che, come dice mio figlio, non è neppure quello di Cyrano de Bergerac), giunti alla scadenza del secondo mandato, fissato dalla legge come limite massimo di eleggibilità, presidenti di Regione e sindaci, affezionati alla loro poltrona, premono – e protestano –, perché sia consentito loro di aspirare al terzo. Ciò mi ricorda le modalità della transizione delle città italiane, tra Medioevo e Rinascimento, dall’esperienza dei Comuni a quella delle Signorie, nelle quali fu stabilizzata e divenne ereditaria la premiership (sì, se l’inglese lo usa il ministro, voglio usarlo anch’io) dei Capitani, fin allora eletti dal popolo dei primi. Dunque, honi soit (come sopra: comincio a prenderci gusto) che pensa che la storia non si ripeta.

*   *   *

Le premesse per il gemellaggio tra il Vomero e Appenzell, città della groviera, si stanno consolidando, tra voragini già aperte e altre ventilate (se non altro) dai geologi. Mi piacerebbe sapere che cosa ne penserebbe Georges Ivanovič Gurdjieff, il filosofo armeno, maestro di René Guénon, che ho citato in apertura dell’articolo, dal momento che fra i cardini del suo pensiero c’è la formula “come sopra così sotto”, sia pure riferita all’intero Universo.

*   *   *

Il napoletano non sarà una lingua (non è vero che tale lo abbia definito l’UNESCO) e potrebbe non essere neanche un dialetto – in un mio recente volumetto l’ho definito “parlata” –, però è innegabile che esso abbia un suo corpus di regole grammaticali e sintattiche, al pari della lingua italiana; e, quanto a quest’ultima, la violazione di quelle regole da parte degli studenti ha sempre subìto le impietose sottolineature rosse e blu da parte dei professori. Viceversa, la violazione delle regole del napoletano da parte di Geolier, cantante (?!) esibitosi al recente festival di Sanremo, ha incontrato l’assoluzione per opera finanche di qualificati docenti: unica voce di spessore, levatasi a protestare, è stata quella di Maurizio De Giovanni, presidente (ora dimissionario) del Comitato scientifico per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio linguistico napoletano della Regione Campania.

Ricordo che, alcuni anni fa, Aldo Oliveri tentò di accreditare un sistema di “lessigrafia” del napoletano, molto simile al modo in cui è scritta la canzone sanremese di Geolier, ma fu contestato da un folto manipolo di studiosi – tra i quali, modestamente, anche il sottoscritto –, intervenuti alla presentazione; e ricordo, in particolare, la violenta filippica del compianto Raffaele De Novellis.

Bene, non mi sarebbe dispiaciuto che altrettanto fosse accaduto oggi; ma, viceversa – De Giovanni a parte –, nessuno si è fatto sentire; io stesso lo sto facendo soltanto ora, che mi se n’è presentata l’opportunità.

Bene, sono stufo di dover leggere frasi, che sembrano scritte in polacco (quattro o cinque consonanti di seguito, senza una sola vocale) e, viceversa, vorrebbero esserlo in napoletano: non bastavano i manifesti pubblicitari e quelli funebri, ora ci si mette anche la canzone.

Bene, dal Nord d’Italia hanno protestato contro Geolier, non per il modo di scrivere (suo e degli altri ben sei autori!) il testo della canzone in sé, ma per contestare la presenza di Napoli e della sua “parlata” al festival. Allora, mettiamola così: voglio prenderla come una ipotesi di eterogenesi dei fini.

*   *   *

È pacifico che, da Democrito, almeno fino a Ernst Cassirer, al linguaggio è stato sempre riconosciuto carattere convenzionale, vale a dire, che la sua comprensione non necessita dell’intervento d’intermediari, fatta salva l’ipotesi di dialogo tra soggetti allofoni. È altrettanto pacifico che quello dell’arte sia un linguaggio, per di più, universale, vale a dire, che la necessità d’intermediazione rimane esclusa in ogni caso.

Da tutto ciò discende la considerazione che l’affannarsi dei cosiddetti “critici d’arte”, per spiegare il significato di certe opere di autori contemporanei, solitamente con l’impiego di circonlocuzioni ancor meno comprensibili di quelle opere, è da considerare del tutto superfluo. Con il corollario che quelle non sono opere d’arte. E sia chiaro che non lo dico io, bensì Jean Clair, accademico di Francia; e scusate se è poco.

(Febbraio 2024)

Chiesa della Madonna Assunta in via San Giacomo dei Capri 

 

di Antonio La Gala

 


Nel 1962 le suore Passioniste che erano allocate nelle stanzette di un conventino vicino alla cappella ottocentesca della Madonna del Carmine di via San Giacomo dei Capri 20, trasmigrarono in un nuovo complesso religioso, composto da vari edifici (il ritiro delle suore, un centro scolastico, una chiesa), che troviamo nella stessa via San Giacomo dei Capri, più in alto, con ingresso attraverso una rampa, al civico 78.

Contestualmente, nel 1962, fu aperta al culto l’annessa Chiesa dedicata alla Madonna Assunta. Il passaggio dal conventino al nuovo complesso e il trasferimento della sacra Pisside è così raccontato da un testimone dell’epoca: “Caldo pomeriggio di autunno 1962. Una processione Eucaristica attraversa lentamente la stretta e ripida stradina di allora una folla di cittadini genuflessi e un gran numero di padri Passionisti e di Sacerdoti locali che accompagnavano le suore, ricoperte con un lungo velo nero, che pregando e cantando, scortano il sacerdote che stringeva al petto, sotto il rituale baldacchino, la sacra pisside con le Ostie consacrate per il trasferimento del ‘Gran Bene’ dal vecchio al nuovo monastero”.

Le suore Passionistefanno parte dell’Istituto della Religione della S. Croce e Passione di Gesù Cristo, fondato da San Paolo della Croce che nel 1771 aprì a Tarquinia il primo monastero di Claustrali Passioniste (il ramo femminile) della Congregazione.

La Chiesa della Madonna Assunta in cielo è a navata unica, coperta da una volta a botte, e ha un’abside semicircolare. Dell’arredo sacro interno segnaliamo un statua di San Paolo della Croce, fondatore dei Passionisti, un quadro dell’Assunta (che dà il nome alla chiesa), sull’altare maggiore, copia dell’Assunta di Tiziano; sugli altari laterali sono raffigurati Santi e Sante Passionisti. Il simbolo dei Passionisti raffigurato sul pavimento della chiesa lo notiamo anche all’ingresso del complesso.

Le suore di questo convento furono protagoniste nel marzo del 2015 di un divertente episodio in occasione della visita di Papa Francesco a Napoli, raccontato da Antonio Rungi  in un articolo de “Il Mattino” del 24 marzo 2015, intitolato “Le Monache passioniste che hanno abbracciato Papa Francesco”: “Le immagini in diretta Tv, le interviste e questa sera anche il Tg1 della Rai hanno portato le monache passioniste del Convento di San Giacomo dei Capri in Napoli al centro e all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, per il gesto spontaneo di affetto e rispetto che hanno fatto nei confronti di Papa Francesco, nella sua visita a Napoli, il 21 marzo scorso. Scena vissuta nel Duomo di Napoli, all’inizio dell’incontro del Papa con i sacerdoti e i religiosi, lì convenuti. È la madre  Giuliana, […] a raccontarlo.

(Febbraio 2024)

Chiesa di Santa Maria della Rotonda

 

di Antonio La Gala

 


La chiesa di Santa Maria della Rotonda si trova al Vomero, nel collegamento fra via Saverio Altamura e via San Giacomo dei Capri, in via Undici Fiori del Melarancio.

Come la chiesa di San Giovanni Battista dei Fiorentini, anch’essa ha ereditato il titolo e qualche arredo da una chiesa abbattuta, di origine antichissima, del centro della città.

Infatti si trattava di una chiesa costruita attorno al 350 d.C. su un tempio pagano recuperato dai fedeli cristiani,presumibilmente di forma circolare, denominata “Ecclesia Sanctae Mariae ad Rotunda”, proprio per la sua forma. Alle origini era una delle sette diaconie della nascente chiesa napoletana.

Tracce del tempio pagano emersero nel corso della sistemazione della zona alta di via Mezzocannone operata dalla Società del Risanamento, demolendo l’estremità orientale del palazzo Casacalenda, tra il largo San Domenico Maggiore e via Mezzocannone. Sotto questa estremità dell’edificio vennero  alla luce due vecchie colonne scanalate su basi quadrangolari delimitanti un vano d’ingresso dove sorgeva - fino al suo abbattimento avvenuto nel 1770 per la costruzione del palazzo Casacalenda - la citata Ecclesia Sanctae Mariae ad Rotunda

Dopo l’abbattimento del 1770, la cura parrocchiale di Santa Maria della Rotonda peregrinò per varie chiese, finché non le fu assegnata nel 1808, come sede stabile, la chiesa di san Francesco delle Monache sita in via Santa Chiara, erroneamente a lungo chiamata di Santa Maria della Rotonda. Questa chiesa fu sostanzialmente distrutta nel bombardamento aereo del 4 agosto del 1943, assieme alla vicina chiesa di Santa Chiara. Oggi alcune sue reliquie si trovano distribuite fra vari musei cittadini.

La posa della prima pietra di una nuova chiesa da costruirsi al Vomero con lo stesso titolo di quella scomparsa finora raccontata, fu posata dal cardinale Marcello Mimmi il 25 aprile 1954; i lavori di costruzione cominciarono nel 1958 e si sono svolti fino al 1961. Il tempio fu aperto al culto già come sede parrocchiale il 16 agosto 1961.

Il tempio fu progettato da Ferdinando Chiaromonte, che si ispirò al tempio originario abbattuto nel 1770, conferendogli, come cifra caratteristica, una forma circolare, richiamata, all’interno da un matroneo che circonda l’aula liturgica.

Nella torre campanaria del campanile alto 40 metri, funzionano tre campane di diversa grandezza, dedicate a San Gennaro, a San Michele e alla Madonna di Pompei.

Fra gli arredi va evidenziata una statua ad altezza naturale della Madonna con Gesù Bambino, posta nel 1980, anch’essa proveniente da una chiesa demolita del vecchio centro storico.

Nel terreno su cui nel 1958 cominciò la costruzione della chiesa non c’era il collegamento fra via Castellino e via Altamura, ma il terreno si estendeva dalla chiesa fino ai palazzi che la fronteggiavano. Dopo che vi sorse la chiesa, il Comune recuperò la striscia di terreno utile per realizzare il collegamento Castellino-Altamura, poi denominato via Undici Fiori del Melarancio, una denominazione che ricorda un triste episodio avvenuto il 26 aprile 1983, quando undici ragazzi vomeresi ("i Fiori"), alunni della vicina scuola media D’Ovidio, che si trovavano su un autobus in gita scolastica, rimasero uccisi in un incidente stradale avvenuto nella galleria del Melarancio, vicino Firenze. La lapide apposta sulla recinzione della chiesa ricorda l'episodio e i nomi dei ragazzi.

Ricordiamo i primi parroci che si sono avvicendati nella guida della parrocchia. Primo parroco Antonio Assante; da ottobre 1968 Don Franco Mercurio; dal 1978 Mons. Enrico Cirillo; da ottobre 1988 Salvatore Fratellanza.

(Gennaio 2024)

Parrocchia di Nostra Signora del Sacro Cuore

 

di Antonio La Gala

 

 

A metà di via Simone Martini, in una breve traversa cieca, in via Scala, fra i palazzi del “Parco Mele”, troviamo la parrocchia di Nostra Signora del Sacro Cuore, realizzata su un suolo donato nel 1955 alla diocesi, assieme ai soldi per realizzarla, dalla signorina Anna Maria Mele, proprietaria di una grande area nella zona.

La costruzione del tempio iniziò nel 1957, fu ultimata alla fine del 1961 e la chiesa fu aperta al culto all’inizio dell’anno successivo. È stata ristrutturata nel 2001. Le anime curate dalla parrocchia sono circa 25.000. Il primo parroco fu Antimo Sodano, a cui subentrò don Filippo Strofaldi dal 1985 al 1993, quando gli successe Michele Schiano.


La chiesa è a pianta rettangolare, presenta una navata centrale affiancata da sei arcate laterali per ognuno dei due lati. All’interno, le strutture semplici in cemento armato, la sobrietà decorativa dell’arredo sacro, le pareti disadorne e la particolarità cromatica della fioca illuminazione che viene dalle finestre, creano una raccolta atmosfera suggestiva. L’abside semicircolare è dominata dalla statua della Vergine tra due angeli. Negli altarini laterali vi sono alcune tele che raffigurano San Gennaro, il Sacro Cuore di Gesù, la Madonna di Pompei, Santa Rita, Sant’Antonio e San Ciro.

Le immagini che accompagnano questo articolo raffigurano l’interno e l’esterno della chiesa visti nel 2021.

(Dicembre 2023)

Chiesa della Madonna del Buon Consiglio di via Girolamo Santacroce

 

di Antonio La Gala

 

La Chiesa parrocchiale della Madonna del Buon Consiglio sorge nella curva che si trova pressoché a metà di via Girolamo Santacroce, inserita, da un lato, fra disordinate salite che portano a labirinti di condominii e il Parco Viviani dall’altro lato.

Fu edificata dai Padri Agostiniani a partire dal 1952, e aperta al culto nel 1954, l’anno della proclamazione dell’anno Mariano.

Il culto della Madonna del Buon Consiglio a Napoli è piuttosto diffuso, come dimostra che questo titolo compare in sette parrocchie della Diocesi. Un’altra chiesa in collina con questo titolo la troviamo a Piazza Canneto. È un culto che risale a secoli fa, e parte da un dipinto che raffigurava la Vergine, che per vie miracolose dall’Albania giunse in Italia, dove gli Agostiniani ne diffusero il culto.

Le origini della chiesa si allacciano all’acquisto fatto nel 1882-83 dall’Ordine Agostiniano della villetta del duca di Sassinoro sperduta nel verde della campagna, a cui si accedeva da una scalinata, rimasta uguale fino ai giorni nostri, chiamata “gradini Sassinoro” o anche “via Cupa vecchia a Sassinoro”, che inizia da corso Vittorio Emanuele e sbuca fra alcuni condominii che danno su via Girolamo Santacroce.

In un solo anno i Padri Agostiniani ingrandirono la villa, allora chiamata “Villa Neno Driscoll”, posero un’edicola sacra all’ingresso dedicata alla Vergine, ne fecero una casa religiosa che dedicarono alla Madonna del Buon Consiglio, sede di noviziato, e costruirono una chiesetta, anch’essa dedicata alla Madonna del Buon Consiglio.

Nel 1936 un agostiniano così descriveva il convento di salita Sassinoro: “Da questo convento si domina tutta la città. Mare, cielo, terra, tutto immerso nella splendida luce, e un’aria purissima, olezzante di profumi che ristora e ricrea. In mezzo ad un campo coltivato ad agrumi sorge la nostra chiesa [non quella attuale n.d.r.], d’intorno tralci di vite pendono a foggia di festoni dagli alberi”.

Negli anni Trenta del Novecento, quando nacque via Girolamo Santacroce e attorno a questa strada si sviluppò urbanisticamente la zona, cominciò ad essere richiesta l’edificazione di una chiesa; quando poi si sviluppò l’ulteriore crescita del dopoguerra, l’apertura di un nuovo tempio divenne improrogabile. Furono gli Agostiniani ad aprirla nel loro territorio, quella di cui qui stiamo parlando, vendendo nel contempo, nel 1950, parte del restante territorio a un’impresa edilizia che l’utilizzò per realizzare condominii.

A ridosso della vecchia casa dei marchesi di Sassinoro, l’ex villa Driscoll, costruirono l’attuale Chiesa della Madonna del Buon Consiglio, aperta al culto a Pasqua 1954, e divenuta parrocchia nel 1955.

La chiesa è un edificio “d’autore”, essendo stata progettata da Ferdinando Chiaromonte nel 1952, mentre stava sorgendo il confinante parco residenziale di via Santacroce 19 progettato dallo stesso Chiaromonte.

L’esterno, rivestito di travertino, presenta forme elementari, prive di decorazioni. L’interno custodiva sull’altare un’immagine della Madonna del Buon Consiglio dipinta nel Settecento, venerata nel convento agostiniano di San Carlo alle Mortelle. Quando nel 1866 il convento fu soppresso, il padre Vicario dell’Ordine la portò con sé. Custodita per 20 anni, fu poi esposta alla venerazione nel 1885 nella chiesetta costruita ai gradini Sassinoro. Nel 2004 l’immagine fu rubata dalla nuova chiesa, sostituita da una copia.

La cappella del fonte battesimale è ornata da un Crocefisso dell’Ottocento. Numerose le statue devozionali dell’arredo sacro interno, fra cui quella di Sant’Agostino.

(Novembre 2023)

I Gesuiti a Napoli

 

di Antonio La Gala

 

I Gesuiti dopo il 1767 ebbero una vita difficile in Europa, dopo che molti stati europei iniziarono a sopprimere il loro Ordine.

A Napoli a espellere la Compagnia di Gesù ci pensò Bernardo Tanucci, a novembre 1767, dopo analogo provvedimento adottato da Spagna e Portogallo. Uno dei motivi principali della soppressione di Tanucci era l’incameramento dell’enorme potere economico raggiunto dai Gesuiti da quando, a metà Cinquecento, erano venuti a Napoli.

Riammessi nel 1804, ne furono nuovamente espulsi nel 1806 dal governo francese. Rientrati dopo la caduta di Napoleone, furono di nuovo dispersi dalla venuta di Garibaldi, per rientrare definitivamente nel 1900.

Uno dei compiti principali dell’Ordine era l’istruzione delle classi dirigenti.

A tale scopo a Napoli nel 1552 fondarono il Collegio Napoletano, che offriva un servizio scolastico gratuito di buon livello. Due anni dopo il Collegio si stabilì nei locali dell’ex Palazzo Carafa in via Paladino, assumendo la denominazione e la funzione di Collegio Massimo, cioè scuola di rango universitario. Nella risistemazione degli edifici in quell’area, con abbattimenti e ricostruzioni, sorse il vasto complesso attorno al Cortile del Salvatore che ancora oggi, dopo secoli, conserva l’antica funzione d’istruzione nell’ambito dell’Università Federico II.

A Napoli, alla fondazione del Collegio Massimo seguì la fondazione della Casa Professa, del Noviziato e di quattro Collegi.

Le Case Professe erano comunità di Gesuiti che avevano come missione l’apostolato sacerdotale (predicazione, confessioni, ecc.).

Quella napoletana nacque nel 1579 con sede provvisoria in via San Biagio dei Librai; nel 1584 si trasferì nel Palazzo Sanseverino, che i Gesuiti acquistarono e trasformarono nella Chiesa del Gesù Nuovo. Attualmente una parte dell’antica Casa Professa ospita una scuola (la Pimental Fonseca) e il resto è utilizzato dai Gesuiti per le loro attività, fra cui la biblioteca.

Il Noviziato era un seminario per gli aspiranti Gesuiti istituito nel 1587 nei locali oggi occupati dalla scuola militare Nunziatella.

I Collegi aperti a Napoli nel Seicento (dopo il Collegio Massimo del Cinquecento), furono quattro.

Uno dei quattro Collegi, il Collegio dei Nobili, fondato da un marchese nel 1626 per la formazione di giovani aristocratici, che ne affidò la direzione fin dall’inizio ai Gesuiti, che lo gestirono fino al 1767. Aveva sede in via Nilo, oggi parte degli edifici universitari di via Mezzocannone.

L’immagine che accompagna questo articolo presenta il “Cortile del Salvatore”.

(Ottobre 2023)

Porta Reale, una porta girovaga

 

di Antonio La Gala

 

In via Toledo, sulla facciata di palazzo De Rosa, ad angolo con via Cisterna dell’Olio, sono apposte due lapidi. Una di esse ci ricorda che da quelle parti esisteva una porta d’ingresso alla città inserita nella cinta difensiva muraria realizzata nel Cinquecento da don Pedro, appunto, de Toledo.

Era una porta sobria, non decorata, ma recante sul fornice lo stemma di Carlo V, un’aquila a due teste, simbolo che ritroviamo sulla facciata di Castel Capuano e sull’ingresso del castello di sant’Elmo.

L’ubicazione vicino a palazzo De Rosa era l’ultima posizione di una porta che nei secoli “è andata camminando” per Napoli, assecondando l’allungamento del decumano inferiore verso est.

Infatti la sua antenata più antica era la greco-romana Porta Cumana, che si trovava dalle parti di S. Domenico Maggiore, ed era il “capolinea” della strada che collegava Neapolis con Pozzuoli, con l’area flegrea e Cuma. 

Nella seconda metà del Duecento gli Angioini, nel sistemare la zona dell’allora costruenda santa Chiara, di fatto determinarono un allungamento del decumano inferiore (via Capitelli), e una crescita d’importanza della strada, che si è andata poi arricchendo di conventi, fra cui primeggia quello di S. Chiara, e di palazzi di potenti personaggi. 

In conseguenza di questa variazione la Porta Cumana fu spostata in un punto non meglio precisato fra l’attuale piazza del Gesù Nuovo e palazzo Maddaloni, cambiandole il nome in Porta Reale.

In età vicereale, nel 1537, a seguito della costruzione di via Toledo, la porta fu spostata ancora, dove troviamo la lapide, con il nome di Porta Reale Nuova. Poiché stava nelle vicinanze (come ci ricorda la toponomastica), delle cisterne per la conservazione dell’olio, veniva anche chiamata Porta dell’Olio. Stava però anche vicino alla chiesa dello Spirito Santo, e perciò era detta pure Porta dello Spirito Santo.

Con l’intensificarsi del traffico la porta cominciò ad essere di grave intralcio “troppo angusta e presso che deforme; e soprattutto incapace del continuo passaggio delle carrozze, de’ carri e delle some, il che dava origine a scandalosi disordini derivanti dalla strettezza dell’uscita e dalla sfrenata licenza della plebe”.

Nel 1775 fu abbattuta. Dopo quaranta giorni ininterrotti di intenso lavoro (bisognava far fuori anche le costruzioni che le erano cresciute attorno), la via Toledo fu riaperta il 29 maggio in occasione di una corsa di cavalli.

La statua di San Gaetano che la sormontava fu spostata sulla vicina e più nuova Portalba, dove oggi continuiamo a vederla.

L’immagine che accompagna questo articolo mostra la Porta Reale vista da Micco Spadaro nel 1656.

(Giugno 2023 - Gli articoli vengono riprodotti quali ci sono pervenuti) 

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