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LA COLLINA DEL VOMERO   di Luigi Rezzuti   La magia del panorama, le grandi ville, le variopinte palazzine residenziali nell’elegante stile tardo...
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Andiamo a Teatro a cura di Marisa Pumpo Pica   Gli Ipocriti AL TEATRO DIANA     Al teatro Diana, da mercoledì 27 aprile, “Gli Ipocriti” presenta...
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Giardini di antiche ville in Campania

 

di Antonio La Gala

 

 

Spesso, nel visitare qualche antica villa napoletana o campana, restiamo colpiti dalla bellezza del giardino, oppure, per le ville maggiori, dai loro più o meno estesi parchi.

Limitandoci alle ville edificate o rifatte dalla fine del Settecento in poi, nella sostanza riscontriamo in esse due tipologie di sistemazione arboreo-floreale, molto spesso fra loro coesistenti: il giardino cosiddetto "all'italiana", di impianto geometrico, e quello cosiddetto "romantico all'inglese", dove si succedono viali tortuosi, fitte zone d'ombra, scoscendimenti, improvvisi squarci panoramici e dove l'insieme degli elementi naturali risulta arricchito, integrato e nobilitato da isolati e sparsi elementi architettonici.

Il primo giardino all'inglese realizzato in Italia sorse proprio in Campania, nel parco della reggia di Caserta, nel 1786, a cura di un giardiniere inglese, Andrew Graefer, un giardiniere reclutato da William Hamilton, plenipotenziario della Corona inglese presso i Borbone. La parte architettonica fu affidata a Carlo Vanvitelli, il figlio del più noto Luigi.

L'opera fu commissionata da Ferdinando IV e da Maria Carolina, per iniziativa soprattutto della regina, che voleva imitare il giardino all'inglese realizzato a Versailles dalla sorella Maria Antonietta, regina di Francia.

I lavori ebbero inizio nell'aprile del 1786, ostacolati dalla diffidenza dei vecchi giardinieri e dall'ostilità dei servitori della corte, convinti che la regina i soldi per il giardino li stesse sottraendo dai loro stipendi.

Nel giardino all'inglese di Caserta furono creati canali, laghetti, acquari, grosse aiuole, coffee-houses, tempietti e architetture anticheggianti e vi furono raccolte numerose piante rare ed esotiche.

Il giardino di Caserta fu il primo esempio di uno stile che cercava di coniugare il vero giardino all'inglese con i richiami del geometrico giardino all'italiana. Fu subito imitato per tutto l'Ottocento ed oltre, nella maggior parte delle ville della Campania, in mille soluzioni diverse, dettate dai contesti specifici, accentuando ora la componente inglese, ora quella italiana.

Un interessante esempio di una sistemazione arboreo floreale di un vasto parco è quello della "Villa Floridiana" eseguita attorno al 1820 da Antonio Niccolini, un architetto toscano alla Corte dei Borbone, ritenuto il maggiore architetto operante a Napoli nella prima metà dell'Ottocento.

La soluzione adottata dal Niccolini per il giardino della Floridiana ricalcava la moda di quel periodo nella sistemazione dei parchi delle ville importanti.

Egli cercò di armonizzare gli schemi della geometria classicistica, allora imperante, con l’andamento non geometrico della parte di collina su cui insisteva la villa.

Pur assecondando l'andamento naturale del terreno, riuscì ad adagiarvi, raccordati da viali tortuosi e scoscesi, ampi spazi verdi pianeggianti, fra cui una grande aiuola davanti alla facciata dell'edificio residenziale.

Per inciso ricordiamo che il parco della Floridiana è l'unico fra quelli disegnati dal Niccolini ad essere arrivato fino ai nostri giorni, sebbene con qualche rimaneggiamento, subìto per lo più nel corso dell'Ottocento.

L’immagine che accompagna questo articolo mostra un angolo del parco della Floridiana.

(Settembre 2021)

Il traìno

 

di Antonio La Gala

 

Fra i mezzi di trasporto collettivi, trainati da cavalli, che circolavano a Napoli e nei suoi dintorni nei secoli scorsi, un posto a sé spetta ad un singolare veicolo che ha ispirato pagine letterarie, dipinti e disegni d’autore, nonché foto tipo Alinari, ecc. 

È il “corrìcolo”, vocabolo non traducibile, perché il termine più vicino, “calesse”, non lo identifica completamente. Esso è conosciuto anche con un altro nome: traìno.

Il corricolo-traìno era una specie di grande calesse con due grosse ruote; aveva due cavalli, invece di uno, e non sempre trasportava un paio di persone, ma spesso ne trasportava molte di più, ammucchiate una sull’altra.

Era usato specialmente per spostamenti fuori città. “O zampugnaro nnammurato” della canzone omonima, per venire a Napoli, dove incontrò la bella signora, “partette d’Avellino ncoppa a nù traino”.

Alessandro Dumas padre, quando venne a Napoli, nel 1835, rimase così impressionato dai corrìcoli, che dette il titolo “corrìcolo” al suo reportage sul viaggio in terra campana.

Dumas annotava che il corrìcolo-traìno non procedeva “al passo, ma al triplo galoppo e il carro di Pluto che rapiva Proserpina non era più ratto del corrìcolo che solca le strade di Napoli facendo sprizzar scintille dal selciato di lava e sollevando nugoli di cenere. (…….) Talvolta succede che il fantastico congegno, sovraccarico com’è, passa su una pietra smossa e si rovescia: allora tutta la carrozzata si sparge sugli orli della strada, ognuno lanciato secondo il suo maggior o minor peso”.

L’idea di correre sconsideratamente ed ammucchiati su un mezzo di trasporto precario su due ruote non è scomparsa con la scomparsa del corricolo. Lo si è sostituito con il motorino.

(Luglio 2021)

La caduta del Forte di Vigliena

 

di Antonio La Gala

 

Uno degli episodi militari che portarono alla caduta della Repubblica Partenopea del 1799, fu la distruzione del Forte di Vigliena.

Esso era sorto agli inizi del Settecento e costituiva un’isolata difesa sul lato orientale della città.

Era una costruzione di forma pentagonale, meglio attrezzata per la difesa verso il mare su cui prospettava con mura chiuse, fiancheggiate da bastioni e cannoni di grosso calibro, puntati verso il litorale.

Il Forte di Vigliena visse il suo momento di gloria - e di sangue - nel giugno del l799, quando le truppe del cardinale Ruffo, provenienti dalla Calabria, puntarono verso l’espugnazione di Napoli, per cacciarne i giacobini repubblicani.

Il forte, uno degli ultimi ostacoli per la presa della città, era difeso da 150 rivoluzionari della Legione Calabrese Repubblicana, comandati dal prete calabrese Antonio Toscano.

Allo spuntare dell’alba del 13 giugno fu assaltato dagli uomini di Ruffo: verso l’una di notte, quando questi già erano penetrati nella roccaforte, saltò in aria la polveriera.

Un fulmineo, intenso chiarore squarciò il buio della notte, accompagnato da un fortissimo boato. Nell’esplosione morirono tutti, vinti e vincitori, affratellati anche nella morte, visto che si trattava, da una parte e dall’altra, di combattenti quasi tutti provenienti dalla Calabria.

Gli studiosi non sono concordi se attribuire lo scoppio ad un errore dei difensori che, dopo aver minato il forte, non fecero in tempo ad uscirne, oppure a un deliberato gesto del comandante  Toscano o, infine, all’infuriare della battaglia.

Non è facile dire veramente come andarono le cose. A qualcuno è sembrata apologetica verso i giacobini la versione di Pietro Colletta, secondo la quale il prete Antonio Toscano, comandante della guarnigione, animato dallo spirito degli Eroi delle Termopili o emulo di Pietro Micca, quando si rese conto che il forte era stato conquistato dagli avversari, si trascinò eroicamente, benché gravemente ferito, fino alla polveriera, dandole fuoco, per distruggere i nemici che vi erano penetrati.

Ferdinando, il re restaurato dalla vittoria del cardinale Ruffo, fece restaurare anche il forte, che poi, di fatto, è stato fatto sparire, definitivamente, alle soglie dei nostri giorni, dal disinteresse per le memorie storiche e dall’incuria.

(Giugno 2021)

Miti napoletani di oggi.88

IL CARRO-ATTREZZI

 

di Sergio Zazzera

 

Nato per gl’interventi di soccorso stradale (anche chi scrive queste righe ha dovuto farvi ricorso in più di qualche occasione), il carro-attrezzi fu adottato, già nella seconda metà del secolo scorso, da diversi Comuni, come mezzo per la rimozione di veicoli che causavano intralcio alla circolazione (leggi, in maniera particolare: sosta in seconda o, magari, anche terza fila).

Tra i Comuni che se ne dotarono vi fu anche Napoli e i proventi degl’interventi incrementarono le entrate della cassa comunale. Poi, a un bel momento, i carri sparirono e si disse che il loro invecchiamento li aveva resi inutilizzabili.

Ora, da alcuni giorni, il servizio è stato ripristinato dal Comune di Napoli, con l’impiego di un parco di venticinque veicoli, tre dei quali sostano in piazza degli Artisti: e a dare l’idea del mito è proprio il verbo (“sostano”) che ho adoperato. Tutt’intorno alla piazza, quando sono passato io, c’erano auto in sosta selvaggia, proprio sotto agli occhi dei conducenti dei carri-attrezzi, i quali se ne stavano, beati, a discutere fra loro, in attesa di non si capisce che cosa. Ditemi, dunque, se non è falso linguaggio affermare – come fa il Comune di Napoli sul suo sito Internet (https://www.comune.napoli.it/verificarimozione) – che «sono operativi i carri attrezzi pronti a intervenire in tutte le zone di Napoli per contrastare i fenomeni delle doppie file e della sosta selvaggia (corsivi miei), per impedire i parcheggi nelle aree pedonali o su posteggi e scivoli per le persone con disabilità».

(Giugno 2021)

La Galleria Vittoria

 

di Antonio La Gala

 

Le librerie e le bancarelle di Napoli espongono numerosi libri, di vario livello, che raccontano i fasti dei maggiori teatri antichi della città (il San Carlo, il San Carlino, il Fiorentini, il Bellini, il Mercadante, ecc.), spesso riciclando le stesse informazioni nel copiarsi a vicenda.

Ma nello scenario dello spettacolo napoletano del passato esistevano pure altre sale, rimaste meno note.

Il periodo d’oro delle sale da spettacolo fu quello della bella époque, a cavallo fra Ott e Novecento, in cui, accanto ai veri e propri teatri, grandi e piccoli, sorsero alcune strutture sui generis che, assieme a rappresentazioni teatrali, ospitavano anche altri tipi di spettacoli.

In questo articolo vogliamo ricordare, fra queste “sale” diverse, la Galleria Vittoria, un edificio costruito in forma circolare al Chiatamone, dove poi, negli anni Sessanta del Novecento, dopo i dovuti adattamenti, troveremo il quotidiano “Il Mattino”.

Inizialmente il locale era chiamato “Diorama”. In esso si succedevano, formando un giro, teloni con vedute di paesi lontani.

In un secondo momento il Diorama fu trasformato nel “Circo delle Varietà”, in cui si esibivano soprattutto, come si diceva allora, le chanteuses.

Il Circo divenne famoso, in particolare, per una danzatrice che agitava con grazia ampi veli su cui si proiettavano bellissimi disegni fantasmagorici a colori, una novità assoluta perché i giochi di luce erano creati dall’illuminazione elettrica, cosa che fece scoprire l’importanza della luce elettrica sui palcoscenici come elemento di spettacolo. La ballerina si chiamava Loje Fuller, denominata la “Regina delle luci”.

Il pubblico seguiva lo spettacolo stando seduto ai tavolini dove venivano servite consumazioni varie.

Un numero che ebbe successo era quello in cui nella sala si accendevano lentamente alcuni fuochi d’artificio, assieme al sorgere di melodie.

Successivamente il locale fu acquistato da un tedesco, Sigismondo Stern (quello che aprì nella Galleria Umberto una birreria, facendo conoscere a Napoli la birra “bavarese”).

Stern trasformò il locale nel Teatro Verdi, in cui si alternavano spettacoli di prosa e di musica.

Non staremo ad elencare i nomi degli artisti che si esibirono sul suo palcoscenico, perché oggi, a nostro avviso, direbbero poco alla maggioranza di chi ci legge.

Ricordiamo solo che una delle umili maschere del teatro, cioè gli assistenti accompagnatori in sala, fu Vincenzo Russo, l’autore di grandi canzoni napoletane, fra cui “I’ te vurria vasà”.

Con il trascorrere degli anni il teatro chiuse e l’edificio passò ad un operatore economico, che lo trasformò in un insieme di esercizi commerciali di buon tono, fra cui una elegante e rinomata sala da thè, negozi di abbigliamento, di oggettistica e di fiori. Cioè, si direbbe oggi, in una Galleria Commerciale, che, nelle piante degli anni Trenta del Novecento, troviamo indicata come Galleria Vittoria.

Nella figura che illustra questo articolo vediamo, in un cartellone pubblicitario dell’epoca, la danzatrice Loje Fuller, la “Regina delle luci”.

(Giugno 2021)

Il Medio Evo del Gambrinus

 

di Antonio La Gala

 

Il Gambrinus è una delle "glorie" riconosciute della nostra città. Anche le personalità più autorevoli che visitano Napoli non rinunciano a farvi una capatina per il caffé. Ciò conferma e perpetua la sua fama di Caffé più rappresentativo della città.

Sembra perciò inverosimile che nel suo passato ci sia stata una chiusura, una parentesi, pur se, all’epoca, qualcuno scrisse: “certo nessuno rimpiange il Gambrinus, e sarebbe inopportuno anche il più modesto elogio funebre”.

Anche il Gambrinus, quindi, ha attraversato un suo Medio Evo.

Nei primi giorni dell’agosto 1938, infatti, il locale (come recitava la stampa quotidiana), “ridotto a trascinare una vita grama che aveva fatto dimenticare il suo passato pieno di animazione e di vita”, chiuse, dopo che “tutti i tentativi fatti per infondere al locale una nuova vita riuscirono vani e non fecero che snaturare il carattere signorile del locale, screditandolo”.

Con poco rispetto per pensionati e forestieri, la pubblicistica dell’epoca si doleva che il Gambrinus “era ridotto a ritrovo di funzionari in pensione (sic!) e di qualche provinciale di passaggio”.

Probabilmente la vita anche degli altri Caffé dell’epoca doveva essere sofferta. Un redattore coevo, commentando la chiusura del locale, scriveva che “col trasformarsi delle abitudini e il moltiplicarsi dei Circoli e dei bar, i Caffé hanno perduto la fisionomia particolare che ognuno aveva un tempo. La vita moderna non consente più le lunghe soste nelle botteghe da caffé e la gente ha troppa fretta e non è più consentito oziare e perder tempo”.

Eppure il passato del Gambrinus era illustre: nella seconda metà dell’Ottocento era il ritrovo più elegante di Napoli. Prima di intitolarsi al re della birra, si chiamava “Gran Caffé d’Europa”.

Nel 1890 ne assunse la gestione Mariano Vacca, che volle decorarlo artisticamente, affidandone l’incarico ad Antonio Curri, fantasioso architetto decoratore, che chiamò a collaborare i migliori pittori e scultori locali dell’epoca. Curri ideò i motivi decorativi in cui furono incastonate le pitture a pastello e ad acquarello di artisti di primo livello, tanto per citare solo qualcuno, come Gaetano Esposito, Vincenzo Migliaro,Vincenzo Volpe, Atttilio Pratella, Salvatore Postiglione, Vincenzo Caprile; Pietro Scoppetta, Francesco Casciaro, Vincenzo Irolli, Francesco Paolo Michetti, Eduardo Matania. Le statue che adornavano le sale erano opera di Vincenzo Alfano, Saverio Sortini, Giuseppe Renda, Francesco De Matteis. Gli stucchi erano di Salvatore Cepparulo.

Il Gambrinus per decenni diventò il centro della vita cittadina, uno dei simboli più celebrati della bella èpoque napoletana. Nelle prime ore del pomeriggio si animavano i tavolini dei politici; più tardi comparivano professori universitari e accademici. La sera il locale assumeva un aspetto mondano ed era gremito di ufficiali di cavalleria del reggimento allora di stanza a Napoli, di signore in abito da sera e della gioventù salottiera. Una saletta a parte era riservata quasi esclusivamente ad artisti e letterati. A tarda sera nel Gambrinus si riversava il pubblico elegante che usciva dal San Carlo, intrattenendosi fino a tardi per commentare gli spettacoli.

Tanta gloria, con il trascorrere del tempo, diventava sempre più ricordo del passato, fino alla chiusura, quando i suoi locali furono trasformati in un’Agenzia del Banco di Napoli.

Per fortuna dei posteri, cioè noi, le Sovrintendenze si preoccuparono della conservazione delle opere d’arte che si trovavano nello storico Caffé, vigilando sui lavori di adattamento dei locali.

Le pitture, le sculture e gli stucchi, che nel frattempo erano andati degradandosi, furono restaurati. I grandi specchi furono conservati, nascosti da pannelli di stoffa.

Ciò ha consentito, appena se ne è presentata l’opportunità, di restituire il locale alla sua antica e gloriosa funzione di ritrovo di prestigio, conservando la fisionomia originaria, seppure ovviamente aggiornata ai nuovi tempi. Dopo la riapertura del 1952, sono scomparsi gli ufficiali di cavalleria, i Migliaro e i Pratella. Ma il ricordo di quel mondo, in quelle sale, ci viene rievocata dalle figure incorniciate dagli stucchi che ci guardano mentre sorseggiamo un caffé.

(Aprile 2021)

Miti napoletani di oggi.87

COVID-19: UN RITO DI PASSAGGIO

 

di Sergio Zazzera

 

Arnold Van Gennep teorizzò i riti di passaggio, definendoli «cerimonie il cui fine è… far passare l’individuo da una situazione determinata a un’altra anch’essa determinata». Le specie più comuni di essi sono quelle legate alla nascita, al matrimonio, alla morte, all’iniziazione, ma ne esistono numerose altre, e la loro struttura consta di tre fasi: separazione (fase pre-liminale), transizione (fase liminale, caratterizzata da un momento di angoscia, di fronte a un’esperienza mai vissuta prima, e da un culmine, costituito dall’evento centrale del rito), reintegrazione (fase post-liminale).

Ora, un rito di passaggio è venuto ad affermarsi in conseguenza della pandemia da Sars-Cov2 – o Covid-19 – in atto, vale a dire, la vaccinazione.

Attesa da tutti, appena arrivata ha visto la fuga di un’elevata percentuale di persone, preoccupate eccessivamente da pericoli, più o meno uguali a quelli di numerose altre attività e vicende umane della quotidianità, dalle quali, pure, nessuno fugge. Un esempio per tutti: la paura dell’aereo è molto diffusa, ma muore più gente negl’incidenti di auto.

Siamo, dunque, di fronte a un vero e proprio rito, del quale vale la pena individuare le fasi:

a) separazione. All’arrivo nel luogo di somministrazione, soprattutto i più anziani (come chi scrive) sono, per lo più, accompagnati da qualcuno, al quale è vietato l’accesso. Potrebbe sembrare questo il segno della separazione, la cui sostanza vera e propria, in realtà, è costituita dal lasciare fuori tutti i non-vaccinandi.  

b) transizione. Mentre si passa ai punti d’identificazione e di registrazione, ci si domanda: chissà quale vaccino m’inoculeranno; chissà dopo come mi sentirò: tutti evidenti sintomi di angoscia. Angoscia che, almeno per qualcuno, si fa più incisiva al momento del culmine, alla vista dell’ago (che, poi, penetra nel braccio, senza che ci se ne accorga), e ancora di più quando, terminata l’inoculazione, si è invitati a trattenersi in una sala per un quarto d’ora (e che cosa potrebbe accadermi? Ma poi non accade nulla).

c) reintegrazione. Dopo il quarto d’ora, si può finalmente uscire, tornare in strada, nel mondo, fra la gente – anche quella dalla quale, poco prima, eravamo stati separati –, però immunizzati (o, almeno, così si spera).

Concludo, rispondendo all’interrogativo che molti si staranno ponendo: ma questo è un mito napoletano o non, piuttosto, un mito universale? Risposta: è l’uno e l’altro, nel senso che tutto ciò avviene in ogni angolo dell’Universo; a Napoli, però, l’angoscia che connota la fase di transizione è accentuata da una serie di comportamenti, e non credo di essere l’unico ad essermici imbattuto. Il foglio dell’informativa è consegnato senza l’accompagnamento di una sola parola, né una sola parola esce dalla bocca del medico o dell’infermiere. Nella sala “del quarto d’ora”, poi, facevo una considerazione: se dovessi sentirmi male, sarò esposto soltanto alla “pubblica fede”, vale a dire, al buon cuore delle altre persone che attendono il trascorrere del tempo e che si spera che lancino l’allarme: avrò, forse, qualche problema di vista, ma non mi sembra di avere notato in quell’ambiente la presenza di personale.

(Aprile 2021)

Risanamento fine Ottocento e conservazione delle memorie storiche.

 

di Antonio La Gala

 

Gli imponenti interventi edilizi, attuati a fine Ottocento nel vecchio cuore storico di Napoli, nell’ambito del Risanamento urbanistico e igienico della città dopo il colera del 1884, comportarono lo sventramento di buona parte dell’antico centro che i secoli avevano tramandato in uno stato di gravissimo degrado, soprattutto igienico. Tuttavia, come è ovvio, questa parte vecchia, proprio perché tale, custodiva parti considerevoli della memoria storica della città. Abbatterla per risanarla significava anche disperdere memorie secolari che vi si erano sedimentate, raccontate dalle chiese, dagli edifici, dai luoghi, dai loro nomi.

Gli interventi del Risanamento erano così radicali che il rischio che scomparisse per sempre, e del tutto, il ricordo di interi momenti della storia cittadina, era una realtà, soprattutto perché gli interventi andavano a sconvolgere i quartieri Porto, Pendino, Mercato e Vicaria, i più antichi, i più ricchi di storia, cioè la zona portuale e intere zone della Napoli Angioino-Aragonese-Vicereale.

Purtroppo, a quell’epoca, ancora non era maturata quella sensibilità verso la conservazione del passato, che a noi oggi sembra del tutto scontata.

Ad esempio, nel 1861, Marino Turchi auspicava la demolizione dei vecchi muri dei chiostri e della “incomoda sporgenza della Croce di Lucca”. Nel 1873 la Sezione di Architettura degli Scienziati, Artisti e Letterati scriveva che Castel dell’Ovo “non ha più ragion di essere in piedi. Forse per qualcuno potrebbe avere solo valore il desiderio di ricordare”.

Anche gli storici ed eruditi, a cominciare da Bartolomeo Capasso, che presiedeva la commissione comunale per la salvaguardia dei monumenti, nonché gli intellettuali che, dal 1882 in poi, dettero vita alla rivista “Napoli Nobilissima”, pur lavorando molto sul versante della ricerca filologica sulle vestigia antiche della città, nei fatti sposavano in pieno l’ideologia demolitrice del Risanamento.

Gli intellettuali si chiusero a ingaggiare puntigliose battaglie per conservare isolatamente questa o quella chiesa, spostare o no, qua oppure là, un portale, e cose simili. Cioè badarono alla salvaguardia di frammenti della città, ma non alla conservazione dell’insieme.

A parziale giustificazione va, però, ricordato che le condizioni igieniche delle zone interessate dalle antichità erano così spaventose che anche nelle menti migliori prendeva il sopravvento l’idea che era necessario far piazza pulita delle “pietre vecchie”.

Bartolomeo Capasso, ad esempio, scriveva: “La Napoli antica è condannata a sparire. I supportici, che accavalcando le vie, impediscono all’aria e alla luce di liberamente diffondersi in quelle, si tolgono, i fondaci ove la gente si ammucchiava in luridi covili, si aprono, e finalmente i vichi stretti e tortuosi, si allargano in dritte strade, fiancheggiate da comode case e magnifici palagi”.

La Matilde Serao del “Ventre di Napoli”, criticando l’aspetto estetico dei nuovi edifici, tuttavia li accettava per come essi erano perché, precisava, occorreva vederli “con gli occhi ancora offesi della sozzura antica della Napoli morente” Da questo contrasto fra le esigenze del Risanamento e della conservazione delle vestigia storiche della città, emerge ancora una volta la contraddittorietà di una città in cui la storia ha sedimentato e intrecciato situazioni e problemi in un connubio inscindibile e inestricabile di miseria e nobiltà.

(Marzo 2021)

Miti napoletani di oggi.86

IN TEMPO DI COVID-19

 

di Sergio Zazzera

 
 

La premessa è sempre quella della reiterazione del rito che produce il mito; e questa volta l’applicazione del principio è fatta al tempo del Covid-19, nuova manifestazione della locuzione medioevale tempore pestis.

Il rito (anzi, i riti): Lungomare (e non soltanto) invaso da pedoni, molti dei quali privi di mascherina e non distanziati; ristoranti, bar e baretti affollati da avventori, anche qui senza l’osservanza delle distanze e senza l’uso della mascherina (come si può sorbire il caffè con la mascherina? = ogni scusa è buona); occupazione delle scuole per protestare contro la d.a.d. (una volta tanto, un acronimo non anglofilo, corrispondente a “didattica a distanza”).

Il mito: l’intenzione più evidente è quella di esorcizzare la pandemia; un’esorcizzazione da “Trionfo di Bacco e Arianna” di lorenziana memoria («chi vuol esser lieto, sia», anche se, questa volta, del “doman” si può dire che vi siano elevatissime probabilità di “certezza”). Una considerazione, in particolare, va fatta, però, a proposito della protesta degli studenti, i quali per decenni hanno occupato le scuole con i pretesti più diversi, con la reale finalità di ostacolare le attività didattiche: ebbene, ora, in maniera quanto mai singolare, protestano per ottenere il contrario.

Come che sia, tutti questi comportamenti non fanno altro che aggravare la situazione sanitaria, già di per sé tutt’altro che leggera; e il nucleo essenziale del mito è proprio questo.

(Marzo 2021)

La tradizione del culto francescano in Campania

 

di Antonio La Gala

 

San Francesco, durante i suoi viaggi, passò anche per la Campania, dove visitò le prime piccole comunità di suoi seguaci che, in quegli anni, vi stavano nascendo.

Come avvenne per il resto della cristianità, la devozione per il Santo di Assisi durante i secoli crebbe, alimentandosi anche del culto dei vari santi dell’Ordine da lui fondato, appartenenti ai diversi rami in cui, nel tempo, l’originario albero del francescanesimo si andava articolando.

Fra le devozioni più sentite nella religiosità popolare campane, in particolare nell’area napoletana, occupano un posto privilegiato quelle per San Francesco e Sant’Antonio di Padova.

Queste due particolari devozioni sono testimoniate dall’uso esteso dei nomi Francesco e Antonio nelle famiglie napoletane e campane, nonché dal numero elevato di chiese e di conventi francescani e dalla infinità di cappelle ed edicole devozionali, edificate in onore dei due santi, in ogni luogo, nelle strade, nei cortili, negli aggregati urbani e nelle campagne. Senza parlare delle statue e dei quadri dei due santi presenti in tutte le chiese, di qualsiasi titolo od ordine, sempre onorate da numerosissime luci accese.

Inoltre, chiunque si soffermi ad osservare nei mercatini di antiquariato le raccolte dei “santini”, cioè di quelle piccole immagini sacre tascabili, che da secoli vengono distribuite presso i fedeli, accompagnandoli in tanti momenti della loro vita, costaterà il posto di rilievo che hanno i santi francescani.

Fra le altre testimonianze ricordiamo l’usanza, diffusa in passato, di vestire alla francescana i bambini, in particolare per devozione e riconoscenza a Sant’Antonio.

Questa usanza, pur risalendo a molti secoli fa, è sopravvissuta, presso i ceti meno abbienti, nei quartieri popolari, nei paesi e nelle campagne, fino a quasi metà Novecento. I fanciulli erano vestiti con un saio, con tanto di cappuccio e di cordone.

Il fervore religioso verso i santi francescani in passato veniva espresso anche nelle tavolette votive, toccanti testimonianze di fede, raccolte un po’ in tutti i santuari e, in misura rilevante, nel Santuario della Madonna dell’Arco.

In esse si può rilevare che i santi francescani sono stati invocati nelle circostanze più disparate, in contemporanea con la Madonna dell’Arco. Ad esempio in una tavoletta del Cinquecento un condannato a morte graziato e la moglie ringraziano la Madonna dell’Arco e Sant’Antonio, rappresentato in alto a destra, in ginocchio e con le mani giunte, per farsi intermediario con la Vergine.

In una tavoletta del secolo successivo viene mostrata una scena di tarantella, animata da un giovane guarito dal tarantolismo, in cui appaiono, assieme alla Madonna, San Francesco d’Assisi e San Francesco di Paola.

Questi sono solo alcuni esempi, perché i santi francescani, assieme peraltro ad altri santi, come San Giuseppe, San Gennaro, ecc. popolano moltissime tavolette in cui compaiono le eruzioni del Vesuvio, le imboscate dei briganti, le cadute da cavallo o dai carri agricoli e, in genere. tutte quelle situazioni in cui è naturale invocare l’aiuto del soprannaturale.

A conclusione di questa veloce e sommaria rievocazione di un aspetto così importante della vita dei nostri antenati, della nostra cultura, non solo popolare, esprimiamo rammarico nel costatare che le residue testimonianze di tanta devozione sembra non interessino quasi più nessuno, nemmeno a titolo puramente di documentazione storica, tant’è che esse, in concomitanza con l’affievolirsi del senso del religioso che le aveva prodotte, attraversano una fase di dispersione.

È troppo poco affidare le testimonianze di queste devozioni ai collezionisti dei “santini”, che frequentano i “mercatini delle pulci”, come, ad esempio, i santini sparsi (peraltro poco rispettosamente) sui gradini della scalinata sotto la Posta Centrale.

(Marzo 2021)

Miti napoletani di oggi.85

EVEMERISMO NAPOLETANO

 

di Sergio Zazzera

 

Evemero di Messene del Peloponneso è un mitografo, vissuto fra il IV e il III secolo a. C., sostenitore della dottrina, secondo cui gli dei altro non sarebbero, che uomini eccezionali, divinizzati dai loro contemporanei e dai posteri, proprio per tale loro eccezionalità.

Non si pensi, però, che tale fenomeno fosse peculiare dei suoi tempi: ancora oggi, infatti, a Napoli ci s’imbatte in episodi di “santificazione laica”, quanto meno, sconcertanti, ai principali dei quali intendo fare cenno qui di seguito.

1.- Totò. Del “Principe della risata” mi sono già occupato, per altro verso, da queste (web-)pagine. La considerazione “evemeristica” del personaggio dev’essere ravvisata, non tanto nelle manifestazioni di isterismo collettivo che ne accompagnarono il funerale napoletano, celebrato nella basilica del Carmine Maggiore, quanto in quello “finto” – a bara vuota –, svoltosi nel suo quartiere della Sanità e nella sua “santificazione laica”, mediante pseudoedicole devozionali: sarebbe stato preferibile – perché più serio – affidarne la memoria cittadina a monumenti, come quello del Rione Alto, e a quel museo, che non si sa se vedrà mai la luce.


2. Pino Daniele. Non v’è dubbio che il grande merito del musicista, prematuramente scomparso, sia stato quello d’innovare la musica napoletana, mediante composizioni che rivestono di note d’ispirazione americana i testi dialettali (diversamente da James Senese, che “napoletanizza” musiche dalla struttura autenticamente americana). Ciò non toglie che pretendere di collocare il suo enorme ritratto, progettato dall’artista Jorit, sulla facciata del palazzo delle Ferrovie, in piazza Garibaldi, opera di Pierluigi Nervi, avrebbe snaturato un’opera architettonica che, per quanto non sottoposta a vincolo, ha pur sempre una sua connotazione complessiva, alla quale qualsiasi commistione (foss’anche mediante un’opera di Leonardo o di Michelangelo) potrebbe soltanto nuocere.

3. Maradona. Anche del campione recentemente scomparso mi sono già occupato, per altro verso, da queste (web-)pagine. Individuo la sua esaltazione evemeristica negli episodi verificatisi nei giorni immediatamente successivi alla sua dipartita; e non tanto negli assembramenti nei pressi dello stadio, con deposizione di fiori, lumini e quant’altro possa assicurare, nell’immaginario popolare, il suffragio ai defunti, quanto, soprattutto, nella celere intitolazione a lui dello stadio medesimo, sostituendo il suo nome a quello di Paolo di Tarso. In proposito, si rifletta: gli assembramenti si sono svolti in assoluta violazione dei protocolli anticovid; l’intitolazione ha violato, a sua volta, la normativa sull’osservanza dei termini in materia. E mi si consenta di ricordare che a Milano gl’incontri di calcio si giocano nello stadio “Meazza - San Siro”: dunque, che cosa vi sarebbe stato di male a dare a Napoli uno stadio “Maradona - San Paolo”? Tanto più che il santo passò dalle nostre parti, per recarsi a Roma, a subire il martirio; il campione, viceversa, venne – e si fermò – per “fare soldi” (come si dice dalle nostre parti).

(Gennaio 2021)

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