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Un libro a Teatro   a cura di Marisa Pumpo Pica   Il giorno 20 maggio alle ore 19.30 Francesco Pinto, Direttore del Centro di produzione della Rai,...
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Miti napoletani di oggi.60 ELENA FERRANTE   di Sergio Zazzera   Ora dico una banalità. La storia e il mito sono entrambi prodotti dell’uomo: la...
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Juan José Arreola, BESTIARIO   di Luigi Alviggi     Un prologo violento, mezza paginetta, pare voler mandare a gambe all’aria l’intero genere umano e...
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MUTAVERSO TEATRO   Lunedì 26 novembre 2018, alle ore 11,00, nella Sala del Gonfalone del Comune di Salerno, si terrà la conferenza stampa di...
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SEGNALIBRO   a cura di Marisa Pumpo Pica   Fiori del mio campo, di Giovanni Baiano, Cosmopolis Edizioni Napoli   Uomo d’altri tempi, Giovanni...
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L'ARTICOLO 21 DELLA COSTITUZIONE     (Marzo 2019)
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IO E LA VALIGIA   di Luigi Rezzuti   Ero seduto davanti a quella valigia rigonfia, nella quale gli indumenti avanzavano tanto da “obbligarla” a non...
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CORI RAZZISTI IN TUTTI GLI STADI   di Luigi Rezzuti    E’ da quando Aurelio De Laurentiis, acquistò il titolo del fallimento del calcio Napoli, che...
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Convegno dell’Hortus Magnus ai Canottieri di Salerno: “La natura nell’arte pittorica tra scienza ed etica”    Quest’anno il consueto appuntamento con...
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PREMIO SALVATORE CERINO  
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Miti napoletani di oggi. 77

LA “SANT'ORSOLA” DI CARAVAGGIO

 

di Sergio Zazzera

 

Fiore all’occhiello della sede napoletana delle “Gallerie d’Italia”, nel Palazzo Zevallos di Stigliano, in via Toledo, è il Martirio di Sant’Orsola, dipinto dal Caravaggio nel 1610, su commissione del nobile Marcantonio Doria.

Le vicende della paternità dell’opera sono state un tantino romanzesche: emersa quasi dal nulla, alla metà del secolo scorso, dopo che se n’erano perse le tracce, l’opera fu sottoposta all’esame di Roberto Longhi – massima autorità nel panorama della storia dell’arte, all’epoca –, il quale la ritenne, tutt’al più, di mano di Bartolomeo Manfredi; e analoga posizione negativa fu assunta da Ferdinando Bologna. Poi, quasi per una sorta di nemesi storica, a partire da un quarto di secolo dopo, le ricerche di Mina Gregori (stilistiche) e di Vincenzo Pacelli (documentarie) – allievi, rispettivamente, dei due maestri sopra citati – dimostrarono, in maniera inconfutabile, la provenienza dell’opera dalla mano di Michelangelo Merisi.

Ma qui interviene il mito, poiché, già il 29-30 aprile 1923, dalle pagine del periodico Il Mezzogiorno, Ferdinando Russo dava atto della presenza nel Palazzo Doria d’Angri della «Sant’Orsola del Caravaggio» (corsivi miei). E, poiché gli articoli del poeta si avvalevano delle testimonianze contenute in manoscritti e memorie d’epoca, evidentemente, a nessuno, oltre che a lui, era passato per la mente di documentarsi, prima di formulare giudizi “mitici”.

(Febbraio 2020)

L’eruzione vesuviana del 1906

 

di  Antonio La Gala

 

Il 7 aprile del 1906, il giorno prima della Domenica delle Palme, il Vesuvio si ripresentò con una sua ennesima eruzione.

Di questa eruzione, oltre le cronache dell’epoca, abbiamo una testimone illustre: Matilde Serao, che visse quella vicenda con la passionalità che le era propria, recandosi sui posti quotidianamente e raccogliendo impressioni di orrore e dolore.

La lava di quella eruzione travolse Boscotrecase e minacciò Torre Annunziata, Somma Vesuviana, San Sebastiano, Ottaviano e San Giuseppe Vesuviano.

A Boscotrecase la pioggia di cenere durò ininterrottamente tre giorni e tre notti, facendo crollare molte case e causando quaranta vittime. Matilde Serao racconta che la lava si fermò a dieci metri dal quadro di Sant’Anna, la patrona del paese, portato in processione da una folla di fedeli. 

A Torre Annunziata, dove 30.000 persone (che costituivano i nove decimi della popolazione), avevano precipitosamente lasciata la città, la lava si fermò in prossimità del muro di cinta del cimitero, davanti al quadro della Madonna della Neve, patrona della città, anch’esso portato in processione da una folla di fedeli,

A Somma Vesuviana si fece vedere il re, a Ottaviano (o come si diceva allora Ottajano), comparve la duchessa d’Aosta. La Serao scriveva: “Qui rimase incolume fra tante sciagure, strano a dirsi, il palazzo avito dei principi di Ottajano, che domina ora solo e triste, tanto disastro”. Qualche decennio dopo da quel palazzo “solo e “tristo”, dominerà Raffaele Cutolo.

La duchessa d’Aosta, visitando poi San Giuseppe Vesuviano (è sempre la Serao che ce lo racconta), “s’inchinò sui cadaveri” estratti dalle macerie che “apparivano non sfracellati ma morti quasi per soffocazione, per asfissia e piamente pregò per essi”. Erano i cadaveri delle 200 persone che erano rimaste sepolte nel crollo di un oratorio mentre si stava svolgendo una funzione religiosa, e che non fu possibile soccorrere in tempo per le esalazioni del gas vulcanico. 

L’eruzione distrusse anche la famosa, e allora frequentatissima funicolare del Vesuvio, e la ferrovia costruita nel 1903 dagli inglesi Cook per far arrivare più comodamente i turisti alla stazione inferiore della funicolare, collegata alla stazione Pugliano/Resina della Circumvesuviana. La ferrovia, alla fine del 1907 era di nuovo in funzione; la funicolare riaprì nel 1909, rinnovata nel tracciato, negli impianti e nelle carrozze.

In occasione di quell’eruzione non mancarono episodi curiosi.

A Torre del Greco fu evitata un’ecatombe perché all’avvicinarsi della lava, un trombettiere a cavallo girò per il paese invitando tutti a fuggire, cosa che tutti fecero, affidando le case alla custodia dei soldati.

In più località alcuni si dettero a trafficare scatolette contenenti cenere del vulcano da vendere ai turisti, in qualche caso riempiendole con sabbia del mare invece della cenere.

L’eruzione toccò anche Napoli, dove crollò il mercato di Monteoliveto, seppellendo undici persone e ferendone una trentina.

A Napoli, come da collaudata tradizione, la città si rivolse a San Gennaro. La folla, atterrita, invase il Duomo, s’impadronì della statua del santo, e la portò in giro per la città. Si tramanda che, giunta la processione in via Tribunali, il cielo all’improvviso si rischiarò, cessò l’eruzione e riapparve il sole.

Lo sterminator Vesevo si calmò, e stette calmo per una quarantina d’anni. Le nostre generazioni le sta lodevolmente rispettando più a lungo.

(Febbraio 2020)

Parlanno ’e poesia

 

di Romano Rizzo

 

Nando Clemente

 Nando Clemente, degno continuatore della poesia classica napoletana, è stato un uomo dotato di una raffinatissima sensibilità, che ha saputo infondere in tutte le sue liriche, sempre ispirate a valori eterni di cui fu valido custode.

Nacque a Napoli il 10 settembre del 1921 e si dedicò con grande passione all’attività di decoratore che, forse, già gli consentiva di coltivare ed esprimere il suo amore per la bellezza e la sua continua ricerca della perfezione. Come è accaduto a molti, pur essendo attratto dalla grande Poesia, iniziò a mettere su carta quello che il cuore gli dettava, solo in tarda età, e conservò, per lungo tempo, gelosamente, i suoi scritti. L’occasione di declamarli la ebbe quando decise di presentarsi ad una delle puntate de La Tavola rotonda dei poeti di ieri, di oggi e di domani, trasmissione che si proponeva anche di portare alla ribalta nuovi talenti ed era curata, su Radio Antenna Capri, da Lello Lupoli.

La sua esibizione ebbe un grande successo e gli fece comprendere che era giusto continuare per questa via. Cominciò a frequentare diversi salotti e, in seguito, divenne conduttore egli stesso di un programma di poesia molto seguito su un’altra emittente, da solo o in compagnia di Gennaro Autoriello. La sua grande amabilità e la  semplicità furono le chiavi che ne consacrarono il successo e che salutarono il suo meritato ingresso nella èlite dei poeti di Napoli. Nel novembre del 1981 le edizioni 2000 di Napoli pubblicarono un volume delle sue poesie dal titolo “ ’E ppazzielle” con la dotta prefazione di Ottavio Nicolardi, che pose nel giusto risalto la peculiarità della poetica di Clemente, che riesce ad innestare, con grande naturalezza, nel genere classico le inconfondibili caratteristiche dei nostri tempi. Nicolardi aggiunse ancora che Nando Clemente ci regala sempre poesie pervase da una nuova forma di rassegnata tristezza, derivante dall’invecchiamento e dal conseguente isolamento. “ Ecco il marchio, il sigillo che Nando Clemente appone alle sue opere ed essendo, tale sigillo, personale e inconfondibile, diventa assai facile riconoscerne l’autore”.

Vincenzo Fasciglione mette in risalto la grande e non comune sensibilità del poeta, testimoniata anche dal fatto che, pur non avendo avuto figli, ne parla con toccanti accenti di commozione perché, come tutti i veri poeti, si immedesima negli altri e fa propri i loro sentimenti e le loro emozioni. Ne ricorda ancora la infinita bontà ed il grande senso dell’amicizia, qualità che lo fecero da tutti ritenere, oltre che un bravo poeta, una perla d’uomo.

Molto delicate, e spesso commoventi, sono anche le poesie che seguono e che spero riescano a dare l’idea della sua grandezza.

 

 

Cammenanno

di Nando Clemente

**

Nun te mmalincunì si ’e ffronne cadeno,

ncopp’a sta via sulagna e damm’’a mano

cammina a mme, quanto cchiù può vicino.

Fa cunto ca tenessemo vint’anne :

nun ridere, nun me sciupà stu suonno..

‘a povera ca ‘o viento ce ha menato :

pure accussì, si’ bella, pe st’uocchie mieje

tu si’ sempe chella d’’a primma vota

**

E si s’è fatta cchiù pesante

‘a via, fermammece nu poco,

cumpagna stanca mia

e fatte tenè mente :

tiene int’all’uocchie

‘a luce ‘e nu tramonto,

comme s’è fatto tarde

 dint’a niente!

**

Ma nun ce sta tramonto

 pe sti core,

che quanno ammore

 è ammore..

nun scura notte cchiù

 

 

’E ppazzielle

di Nando Clemente

 

Ogge, mettenno a pposto ‘o mezzanino,

pe mmiez’’e ccose vecchie e ffore mana,

chelle ca nuje chiammammo scartapelle..

aggio truvato tre o quatto ppazzielle

‘e quanno’e figlie mieje, criaturelle,

steveno tutte quanto attuorno a mme…

 

Chesto penzavo, ‘ncopp’ô mezzanino,

cu sti ppazzielle ca tenevo ‘mmano,

mentre tenevo ‘o triemmolo ‘int’’e ggamme

e ‘o ppoco ‘affanno..E che vuò ffà ? È ll’età..

Me ne so’ sciso che astrignevo ‘mmano

nu treno piccerillo piccerillo…

tutto ammaccato. Cu ‘a pacienza mia,

cu ‘o martelluccio ll’aggio adderezzato.

 

Pe ‘ncopp’’o giravite, ‘a goccia d’uoglio

è ghiuta dint’’a molla.. E, mme credite ?

doppo trent’anne e cchiù chesta pazziella

s’è mmisa n’ata vota a ffunziunà…

E ccammenava..e stu remmore ‘e corda

scetava ‘ncapa a mme cchiù ‘e nu ricordo..

penzavo quann’’a sera, tutt’’e ssere,

lietto pe llietto ‘e ghievo a ccummiglià ;

nu vaso, ‘o segno ‘e croce, na preghiera :

mo penzate a ddurmì, bell’’e papà…

 

Se ne so’ ghiute, nun ‘e vveco maje.

Mo vanno ‘e pressa, teneno che ffà :

nun trovano nemmanco nu minuto,

..nu minuto..pe mme venì a truvà !

E cche vuò ffà ? mm’’a piglio a nomme ‘e Dio.

Chillo ca s’è ffermato mo..songh’io..

songh’io ca mo nun tengo niente ‘a ffà.

E cchest’è ‘a vita ! E, cu ‘e ppazzielle lloro,

cu sti ppazzielle, mo..pazzèa..papà !!!

 

 

Tramonto

 di Nando Clemente

**

Te scri.vo e faccio ‘e te mille penziere:

                                              è tantu tiempo ca...nun me rispunne..

I’ te vurrìa scurdà, ‘nce aggio pruvato..

ma tengo sulo a te ‘ncopp’a stu munno..

**

Ê vvote chiagno. E nun me metto scuorno

‘e te dì chesti ccose, anema mia;

ma tu, ca nun me scrive e ca nun tuorne,

tu ll’hê ‘a sapè ca moro ‘e pucundria !

**

Forse è fernuto ‘o tiempo ‘e chist’ammore:

« Tutto se scorda » dice na canzona,

ma tu vallo a cunvincere stu core…

trovala tu, si può, na scusa bbona !

**

Dille ca ‘o suonno bello dura poco

e ca te sì scetata primm’e mme…

Dille ca tutto tene nu tramonto

comm’a chest’ora, mentre scrivo a te..

**

Ma, poco fa, ll’urdemo raggio ‘e sole

‘ncopp’a sta scrivania s’è ‘ntrartenuto,

ha pazzìato cu ‘o ritratto tujo…,

è addeventato d’oro e se n’è ghiuto.

**

Stammo a Settembre, s’è accurciat’’o juorno..

Settembre…i’ dico e quanno vuò turnà?

I’ spero ancora, ma, si guardo attuorno,

cadeno ‘e ffronne, stanche ‘e t’aspettà..

**

Ah, si stasera ‘o viento me purtasse,

comm’a na fronna morta, ‘mbraccio a tte

e tu pe sempe st’uocchie me ‘nzerrasse

e po cercasse pace a Ddio pe mme !

………………………………………………

Scusa ‘a scrittura, ca me tremma ‘a mana;

‘ncopp’a sta scrivania ‘nce veco a stiente..

Me so’ scurdato pure ‘e appiccià ‘o llume..

Comm’è scurata notte… dint’a niente !!

(Febbraio 2020)

Via Martucci. Una nobile signora d’altri tempi

 

di Antonio La Gala

 

L’ampia zona “bene” del Rione Amedeo conserva i segni del suo sviluppo urbanistico di fine Ottocento, architettonicamente rivolto a ceti borghesi medio-alti, ma oggi significativamente ibridato, soprattutto nella sua parte commerciale, alla contemporaneità, ancorché di livello alto. 

Nel percorrere una via di questo Rione, via Giuseppe Martucci, si ha, invece, l’impressione di essere, ancora oggi, nella Napoli signorile di fine Ottocento. Questa via, infatti, conserva una compostezza borghese d’altri tempi, forse con qualche venatura nostalgica un po’ decadente, come si conviene ad un’anziana distinta signora.  

La via presenta (cosa in genere rara per le città che ibridano storia e attualità), una coerente, dignitosa omogeneità architettonica, dovuta alla quasi contemporaneità di tutta la sua edificazione, che, essendo avvenuta con l’elevazione di fabbricati signorili di ampio volume, non ha reso poi conveniente la loro sostituzione con gli anonimi condominii, del secondo Novecento, con cui, spesso, la speculazione edilizia ha sostituito edifici, talvolta pregevoli, ma di dimensioni modeste.

Via Martucci è nata nell’ambito della creazione del nuovo “Rione Amedeo”, elaborato negli anni Settanta dell’Ottocento, un piano di edilizia residenziale per l’emergente ceto borghese. La via venne tracciata come collegamento di piazza Amedeo con la chiesa di Santa Maria in Portico, cioè come un prolungamento dell’attuale via Crispi, e quindi con la sua stessa denominazione di allora: Corso principe Amedeo.

L’edificazione della via iniziò verso la fine degli anni Settanta e agli inizi degli anni Novanta la via era quasi tutta completata, tranne la zona ad angolo con piazza Amedeo, su cui sorgerà, nel 1925-26, il palazzo Cottrau- Ricciardi.

Il Rione Amedeo, Parco Grifeo, la Floridiana e Villa Lucia, sono stati costruiti sul terreno di proprietà dei duchi di Gravina, un parco esteso dalle spalle della Riviera di Chiaia fino a via Cimarosa al Vomero, su cui sorgeva un superbo palazzo. Agli inizi del ‘600 una duchessa Gravina, rimasta vedova, convertì il palazzo nel convento dei Padri Lucchesi di Santa Maria del Portico e, accanto, vi costruì (1632-33) la chiesa con quel titolo, nonché un noviziato, donando di fatto ai Lucchesi l’intera proprietà Gravina.

Detto noviziato, sebbene abbia ingresso in via Crispi, riguarda da vicino via Martucci perché vi incombe, scenograficamente, alle spalle della sottile striscia di suolo su cui (civico 69), prima del 1896-97, fu aperta su via Martucci la sala per concerti “Romaniello”, diventata  nel Novecento cinema Amedeo, a cui oggi sono subentrate altre realtà per lo svago.

Via Martucci si apre, ad angolo con piazza Amedeo, con due interessanti edifici. Sulla destra, in piazza Amedeo 8, nel 1925-26, l’impresa Cottrau-Ricciardi ha costruito l’edificio disegnato dall’architetto liberty Giulio Ulisse Arata. Sull’altro angolo, attorno al 1910, è sorto l’edificio liberty che ospita l’albergo Pinto-Storey.

All’altro estremo della via, alla sommità di una rampa (civico 35), fra il 1879 e il 1896, sorse Villa Quintieri, su un basamento neoclassico.

Al civico 50 c’è una cappella serotina di Maria SS. del Buon Consiglio, del 1886; al civico 62 una lapide ricorda la medaglia d’Oro della guerra 1915-18, Alberto Verdinois.

Infine una curiosità: sui gradini Amedeo è stata ambientata una scena di un film cult in cui dialogavano, sotto la pioggia, Massimo Troisi e Lello Arena.

(Gennaio 2020)

Miti napoletani di oggi.76

“CERTE” MOSTRE

 

di Sergio Zazzera

 

E' stata allestita, di recente, nella sede napoletana delle Gallerie d’Italia (Palazzo Zevallos-Stigliano - via Toledo, 185), la mostra “David e Caravaggio”, che vorrebbe approfondire la dipendenza stilistica dell’artista neoclassico francese Jacques-Louis David da Michelangelo Merisi, il pittore italiano, forse, più celebre di tutti i tempi.


Nella mostra il raffronto è istituito fra La morte di Marat del primo e la Deposizione nel sepolcro del secondo, delle quali, però, sono esposte, rispettivamente, una replica eseguita dagli allievi e una copia realizzata da Tommaso De Vivo (1824).

Ed ecco il mito, con la premessa che il discorso dev’essere ritenuto applicabile a qualsiasi altra esposizione ispirata agli stessi criteri. Pur a fronte, infatti, di quanto teorizzato da Walter Benjamin (L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Arte e società di massa, 1955), è legittimo dubitare dell’utilità di un siffatto genere di allestimenti espositivi, che offrono alla vista un “prodotto” (brutto vocabolo, ma non saprei quale altro adoperare) nel quale l’impronta personale dell’autore dell’opera originale è diluita da quella dell’esecutore della copia/replica. Il che, poi, è tanto più valido, quanto maggiore è la distanza cronologica fra l’originale e la copia/replica medesima; distanza che può avere determinato la formazione di nuove tecniche – stilistiche, ma anche materiali –, idonee a influire sul nuovo “prodotto”.

Nel caso in questione, poi, la mostra è completata dalla presentazione di altre opere di David, questa volta in originale, nonché da riproduzioni di dipinti suoi e del Caravaggio, le cui dimensioni sono state sensibilmente ridotte, il che consente di coglierne, pur se in maniera limitata, soltanto le analogie compositive. E, forse, a voler essere benevoli, potrebb’essere soltanto questa – e nessun’altra più – l’unica utilità di allestimenti del genere.

(Gennaio 2020)

Invisibili in una classe separata

 

di Antonio La Gala

 

Il Vomero visse il ventennio fascista né più né meno di come lo visse il resto della città, la quale aderì pressoché totalmente al regime. Il consenso era dovuto a vari fattori. Le gerarchie cattoliche locali non potevano non appoggiare un uomo inviato dalla Provvidenza. Le conquiste coloniali, il movimento delle navi nel porto, alimentavano la speranza di diventare (come recitava il bigliettino di battesimo della Mostra d’Oltremare), la capitale del Mediterraneo. Inoltre urbanisticamente la città si andava trasformando, presto e bene, dando lavoro all’unica industria locale, l’edilizia, e molti erano lieti del fatto che i treni viaggiassero in orario.

Le foto vomeresi dell’epoca, quelle della processione di Pasqua, mostre d’arte, prime Comunioni e funerali, sono piene di fez, gambali, divise, centurioni, gente fisicamente insignificante romanamente impettita, attempati camerati travestiti da improbabili guerrieri, tutti marionette del regime.

Cambiato il clima, affondata la nave, pare che sulla nave vomerese non ci sia stato mai nessuno. Anzi al Vomero la nave non c’era stata proprio. Scomparsa assieme a sciarpe littorie, distintivi, attestati, giornali, documenti e foto. Una provvidenziale amnesia collettiva, all’unanimità, ha archiviato tutto. La narrazione vomerese ricorda solo le Quattro Giornate.

E ritengo che nessun vomerese (o quasi), sappia che in collina si consumarono anche nefandezze legate all’applicazione delle leggi razziali, nefandezze temperate, e molte disinnescate, dalla ricchezza di umanità del carattere dei vomeresi.

Due esempi di nefandezze avvenute.

Quasi alla fine di via Sanfelice, in contiguità con la villa di Scarpetta, nello stesso periodo in cui sorse la villa del commediografo, sorse Villa Herta, quella in cui spicca il classicismo delle colonne dell’atrio. In questa villa fra il 1910 e il 1914 il proprietario, uno scienziato svizzero, impiantò, nei livelli sottostanti la villa, un istituto vulcanologico, un centro allora all’avanguardia nel settore. Ma lo scienziato svizzero aveva un gravissimo difetto, non era ariano, ma “addirittura” di razza ebraica: dovette levare mano ed emigrare.

Il secondo esempio è addirittura odioso.

Nel settembre del 1938, il ministro Bottai decretò l’esclusione dall’insegnamento in tutti i tipi di scuole di “persone di razza ebraica”, sia docenti che discenti.

Per quanto riguardava le iscrizioni di alunni ci furono due esperimenti unici in Italia: a Trieste e a Napoli.

A Trieste la comunità ebraica formò delle scuole autonome, con propri insegnanti, che funzionarono fino ai rastrellamenti tedeschi.

A Napoli, nella scuola Vanvitelli, il direttore (a cui va il nostro apprezzamento), per far studiare anche i bambini ebrei, riuscì ad ottenere l’istituzione di una classe speciale in cui includere bambini ebrei di tutte e cinque le classi. Per formare la classe i bambini dovevano essere almeno 10, ma quelli che rientravano come età erano nove. Il direttore (lodevolmente) infilò allora anche un bimbo più piccolo del dovuto.

L’istituzione della pluriclasse speciale consentiva ai bambini di studiare, ma a condizione di essere invisibili: dovevano entrare e uscire da un ingresso secondario di via De Mura, in orari sfalsati rispetto ai coetanei “ariani”, entrare prima degli altri e uscire dopo; saltavano la ricreazione e dovevano usare servizi separati.

La maestra della classe speciale era anch’essa ebrea e sulle pagelle era costretta a scrivere “razza ebraica”.

Questo episodio e questa classe sono ricordati da una lapide apposta nell’ingresso della scuola.

(Dicembre 2019)

Miti napoletani di oggi.75

IL PRESEPE

 

di Sergio Zazzera

 


Se torno, ancora una volta, sul tema del Presepe, ciò è dovuto, essenzialmente, alla pubblicazione della Lettera apostolica Admirabile signum, di Papa Francesco, avvenuta il 1° dicembre scorso a Greccio.

Non è mai superfluo ricordare, in premessa, che il Presepe napoletano traspone in un ambiente partenopeo la scena della Natività, quasi che l’evento si fosse verificato in uno dei quartieri popolari della città. In proposito, il Pontefice scrive: «Spesso i bambini – ma anche gli adulti! – amano aggiungere al presepe altre statuine che sembrano non avere alcuna relazione con i racconti evangelici», ma la sua mente corre al pastore, al fabbro, al fornaio, ai musicisti, alle donne che portano le brocche d’acqua, ai bambini che giocano, che rappresentano, tutti, «la santità quotidiana, la gioia di fare in modo straordinario le cose di tutti i giorni, quando Gesù condivide con noi la sua vita divina».

Viceversa, il fenomeno “mitico”, che da diversi anni, ormai, si è radicato a Napoli è quello di collocare sulla scenografia presepiale, fra le altre, le statuine di personaggi del mondo dello spettacolo, dello sport e della politica, forgiate dagli artigiani (o artisti?) di San Gregorio Armeno.

Ebbene, Tommasino Cupiello – il Nennillo eduardiano – criticava aspramente il fatto che il padre avesse realizzato la cascata del Presepe di casa – che è «una cosa religiosa» – con l’impiego dell’«interoclìsemo» – vale a dire, il clistere. Ma, diciamocelo pure: quanto dissacrante può essere ritenuta la soluzione escogitata da Luca Cupiello, a fronte della presenza della statuina dell’onorevole X o dell’attrice Y sul Presepe di famiglia?

(Dicembre 2019)

Miti napoletani di oggi.74

IL “CAFFE' SOSPESO”

 

di Sergio Zazzera

 

Che Napoli sia diventata, già da almeno un secolo e mezzo, la “patria” del caffè(-bevanda, poiché quelle della materia prima rimangono la penisola araba e il Brasile) è un dato ormai più che sufficientemente acquisito: non dico a Parigi, ma neppure a Milano o a Torino hanno un’idea di che cosa sia il caffè (quello vero, s’intende).

Negli ultimi tempi, poi, è tornata di moda la pratica, tutta napoletana, ispirata alla terza Virtù teologale, del “caffè sospeso”, vale a dire, della tazza di caffè pagata e lasciata a disposizione di chi non sia in grado di pagarsela: guarda caso, questo “ritorno di fiamma” è coinciso proprio con l’esplosione della crisi economica. Peraltro, sul modello del caffè, in questi ultimi tempi si è affermata pure la pratica della “pizza sospesa”, il cui funzionamento è assolutamente identico.

Ora, a voler individuare in tutto ciò il mito, credo che sia necessario porsi nell’ottica del beneficiario di questa piccola liberalità, piuttosto che in quella dell’offerente: chi, infatti, si sentirebbe di escludere l’esistenza di soggetti che – al pari dei lavoratori in nero che beneficiano del reddito di cittadinanza –, pur potendo pagarsela da sé, consumino a scrocco la tazzina di caffè, che sarebbe stata destinata a un loro simile meno fortunato?

(Novembre 2019)

La Vesuviana di Domenico Rea

 

di Antonio La Gala

 

Domenico Rea era un frequentatore della Circumvesuviana e nelle sue opere ci ha lasciato alcune osservazioni su quella ferrovia. Le riconosceva un ruolo positivo nel far conoscere fra loro le popolazioni campane. A fine Ottocento, quando nacque la ferrovia, a Napoli gli abitanti di una zona non conoscevano quelli di un'altra zona. A maggior ragione, osserva Rea, non si conoscono fra loro i Campani. La Vesuviana, osserva,mescola gente di ogni estrazione ed ogni provenienza. (...) Napoli è un mito da visitare, da esplorare, da impossessarsi (...) è ancora la capitale della civiltà, del commercio, dell'istruzione. (...) Prima della Vesuviana soltanto i figli dei ricchi e i possessori di mezzi di trasporto relativamente veloci potevano andare a Napoli ad ascoltare le lezioni dei maestri che allora insegnavano all'Università. Per molti la Vesuviana è la conquista di uno spazio, di una maggiore libertà di agire. Un esempio: un uomo o una donna possono avere un amante e andarlo a vedere, senza sorveglianza, nel coacervo napoletano, senza doverlo dividere con la curiosa gente del villaggio o del paese nativo. (...) La Vesuviana non ha l'osticità del treno delle Ferrovie dello Stato, non viene da lontano, dal mistero, dall'imprevedibile, non è un enorme minaccioso convoglio di ferro. La Vesuviana rispetto alle carrozze delle FS è più semplice. Le vetture rosse e gialle somigliano ai trenini dei bambini. Su di esse si entra, si sale e si scende come in un tram.  (...) E' difficile trovare altro tratto sul globo che nella sua breve lunghezza presenti la riunione di tante svariate bellezze".

Nelle pagine in cui Rea rievoca il mondo della Vesuviana del periodo fra le due guerre leggiamo: "E' il periodo più glorioso e felice della Vesuviana. A Pompei Valle dove c'era una stazioncina simile all'illustrazione di un libro delle fiabe. L'arrivo dalla curva di Poggiomarino era come l'apparizione di una bandiera volante. Stazioncine come quella di villa dei Misteri o di bellavista somigliavano a villette costruite su poggi ridenti. Ricordavano le case pompeiane"

Le carrozze non erano massicce e ferrose (come quelle dei treni normali), ma sembravano dei salottini. La gente, che ad ogni fermata saliva ad ondate, si riconosceva, si salutava, parlava. Andare in Vesuviana era come andare in gita e in vacanza. Nelle vetture, fornite di loggette come piattaforme di un treno del far West, era facile incontrare il giovane Enrico De Nicola, l’onorevole Silvio Gava e il giovanissimo Michele Prisco. All’alba si vedeva la gente più vivace: operai, contadini, commercianti, sensali, pescivendoli vocianti; più tardi studenti e professori con nascite e rotture di amori, e poi, ecco l’ora dei professionisti, dei principi del Foro, medici, commercialisti. Si vedevano i più bei turisti, americani e inglesi, con denti e occhiali d’oro”.

Rea frequentò la Vesuviana anche negli anni della guerra. Così egli ricorda quei viaggi.

"Si raggiungevano le stazioni di Scafati o di Pompei con il tram, quando c'era, o a bordo di carrette come nei tempi antichi e poi ci si aggrappava, proprio a grappoli, ai treni diretti a Napoli. Viaggi avventurosi con improvvise fermate e ritardi. Arrivati a Napoli sotto la stazione si veniva spruzzati da DDT dai soldati delle truppe alleate per debellare tifo, colite amebica, vaiuolo, malattie diffuse a Napoli e provincia. La bella, luminosa stazione che aveva segnato un momento di moda nella Napoli del primo Novecento, era diventata promiscua, un poco devastata come una bella donna invecchiata di colpo. Fuori c'era l'abisso, il precipizio, Napoli, che non fu mai sé stessa come in quegli anni".

Chi sa cosa scriverebbe oggi Rea di una Vesuviana stabilmente assaltata da branchi di teppisti, che seminano terrore fra il personale, fra i pacifici lavoratori pendolari e i “bei turisti”, esterrefatti, non abituati a costumanze simili.

(Novembre 2019)

Miti napoletani di oggi.73

LA SOFFERENZA

 

di  Sergio Zazzera

 

Il mito della sofferenza, al giorno d’oggi, non è patrimonio esclusivo del popolo napoletano, al quale, tuttavia, appartiene in maniera particolare. Il suo approfondimento richiede, però, che si parta dalla configurazione ch’esso ebbe nel mondo antico.


Prometeo, che aveva modellato il primo uomo nel fango, dopo che Atena gli ebbe trasfusa la forza vitale, rubò il fuoco a Zeus, per animarlo. Il padre degli dei, perciò, lo punì, facendolo incatenare a una roccia del Caucaso, dove, tutti i giorni, un avvoltoio gli divorava il fegato, che ricresceva durante la notte, perché la punizione durasse in eterno. In realtà – almeno secondo la versione di Luciano di Samosata –, il perdono di Zeus e la conseguente liberazione dalla tortura, a un certo momento, arrivarono.


Penelope, insidiata dai Proci, durante l’assenza del marito Ulisse, promise loro che avrebbe scelto chi di essi avrebbe sposato, quando avesse terminato il lavoro di tessitura di una tela. Tale lavoro, però, si svolgeva durante il giorno, mentre di notte ella disfaceva la parte realizzata, in maniera tale, che il tessuto non sarebbe stato mai completo. Sappiamo, poi, che a porre fine alla situazione provvide Ulisse medesimo, al suo ritorno, mediante l’eliminazione fisica degli stalkers della moglie.

La prima riflessione è che la finalità comune a entrambe le vicende è quella di cagionare al “nemico” una sofferenza (fisica, a Prometeo; morale, ai Proci) senza limiti di tempo, sebbene una differenza tra i due episodi emerga, con immediatezza. L’azione della divinità, infatti, si svolge di giorno, perché l’intento di provocare patimento sia palese; quella della donna, viceversa, si svolge di notte, perché la sua intenzione rimanga occulta: del resto, diversamente da lei, la divinità, nella sua onnipotenza, non ha da temere rappresaglie.

Bene, ma tutto ciò che cosa c’entra con l’attualità?

Oggi il mondo politico (benché non soltanto quello napoletano) soffre di un delirio di onnipotenza, per cui, pur nella sua condizione umana, non teme ritorsioni e, anzi, sa (o, almeno, crede di sapere) come prevenirle o affrontarle, per cui non si fa scrupolo di cagionare sofferenza alla popolazione, anche alla luce del giorno. Quanto al caso Napoli, in particolare, si pensi alle difficoltà che la p. a. crea, in tema di circolazione stradale, di eliminazione di barriere architettoniche, di funzionamento dei trasporti pubblici, di resa dei servizi; e, forse, sarà il caso di fermarsi.

(Ottobre 2019)

Villa Regina al Vomero 

 

di Antonio La Gala

 

Le residenze, che in età vicereale cominciarono ad insediarsi sulla collina vomerese, si svilupparono secondo schemi liberi e bene inseriti nei luoghi in cui sorgevano, sfruttandone soprattutto le doti panoramiche, come ad esempio la scia delle numerose splendide ville che si andò stendendo lungo il crinale collinare panoramico rivolto verso il Golfo, affacciato come un balcone sulla città, che da piazzetta Santo Stefano, lungo strada Santo Stefano e strada Belvedere, porta a Villa Belvedere, creandovi la più alta concentrazione di ville  sorte in quel periodo.

Fra le più antiche ville di questo crinale va ricordata Villa Regina, in via Belvedere, di cui la più antica notizia risale al 1579.

La villa prende il nome dalla famiglia dei duchi della Regina, un cui componente, il magistrato Giacomo Capece Galeota (1617-1680), come altri notabili dell’epoca, dopo aver abbandonato le cariche pubbliche, si ritirò in questa sua tenuta di campagna, ad imitazione di Cincinnato, come recita una lapide incisa sull’architrave di una stanza della villa, villa che fece restaurare nel decennio1668-1677.

Due scudi di marmo scolpiti sull’ingresso della dimora, oggi scomparsi, indicavano l’unione della famiglia Capece Galeota, con quella dei Caracciolo Rocco Candelio Stuart, due illustri famiglie napoletane che si erano unite nel Cinquecento.

Sotto l’aspetto architettonico la villa presenta la facciata principale  (caratterizzata da una successione di aperture, sormontate da cornici alternativamente a timpani e ad arco, tipiche del periodo rinascimentale), sul cortile interno, essendo quello, all’epoca della costruzione, il lato dell’edificio più pregiato perché affacciato sul panorama e non quello su via Belvedere, allora poco più di un viottolo, sul quale si apriva lo spazio semicircolare destinato al giro delle carrozze per entrare nella proprietà, spazio ancora esistente (al civico 131).

Oltre all’edificio e al parco, assieme a piccoli particolari interni, si conservano anche il portale d’ingresso in piperno, la cui forma testimonia la natura seicentesca del riassetto dell’edificio.

Questa villa, in seguito, non farà parlare di sé, né vi cambierà la casata proprietaria, che si estinguerà a inizio Novecento, con la morte dell’ultimo discendente dei duchi della Regina, Carlo Capece Galeota, considerato pure l’ultimo fedelissimo dei Borbone, l’ultimo legittimista borbonico.

Alla sua morte, egli lasciò la villa a un Istituto religioso, un orfanatrofio, appartenente alle Suore di Nostra Signora del Buon Pastore, che vi si trasferirono dal 1922 e che modificarono l’assetto dell’edificio, aggregandovi altri corpi di fabbrica.

Fra le altre successive utilizzazioni della villa ricordiamo la sede della scuola elementare Andrea Belvedere, dal 1969 al 2011, quando le suore furono sfrattate per morosità. Dopo due anni d’abbandono, nell’aprile del 2013 l’edificio fu occupato da famiglie indigenti. Nel corso delle utilizzazioni scolastiche la cappella gentilizia è stata trasformata in una palestra.

Per inciso annotiamo che Andrea Belvedere è un pittore del ‘600, solo casualmente omonimo della via che ospitava la scuola.

(Ottobre 2019)

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