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NAPOLETANA - Arte turca al CAM   Dal 18 novembre 2017 alle ore 18.00 presso il museo CAM si terrà Napoletana, a cura di Kani Kaya, mostra di 37...
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LA D’OVIDIO NICOLARDI, SCUOLA DI PACE E DI CAMPIONI   di Annamaria Riccio     Un altro anno scolastico si è concluso all’insegna di interessanti...
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Miti napoletani di oggi.62

L’EXTRACOMUNITARIO

 

di Sergio Zazzera

 

Il fenomeno dell’immigrazione, soprattutto dai paesi africani, è divenuto sempre più incalzante, nel tempo, e un gran numero di costoro si è radicato proprio a Napoli, città la cui gran parte della popolazione non si può dire che nuoti nell’oro. Ciò ha determinato una vera e propria “guerra tra poveri”, alimentata da una ben precisa parte politica, che vi trova un proprio tornaconto altrettanto ben preciso, instillando nell’opinione comune l’idea/mito dell’“extracomunitario che ruba il lavoro”.

Eppure, per abbattere il mito, è sufficiente guardarsi intorno. Una parte di costoro, infatti, svolge attività lecite – dalla collaborazione domestica all’assistenza ad anziani e ammalati, giusto per citare gli esempi più consistenti ed evidenti –, spesso in condizioni di soggiorno legale e altrettanto spesso nell’approfittamento da parte dei datori di lavoro, i quali istituiscono il rapporto “in nero”, in violazione di quel diritto all’equa retribuzione, che, oltre a essere riconosciuto dalla Costituzione, costituisce anche un dovere imposto, quanto meno ai cristiani, dal Catechismo di Giovanni Paolo II, che ha sostituito tale formula a quella della «frode nella mercede agli operai», prevista dal Catechismo di Pio X. Senza dire che le attività che costoro svolgono sono, per lo più, respinte, come sgradite, dall’offerta di manodopera locale, dal che discende che nessun “furto di lavoro” si verifica.

Un’altra parte degl’immigrati extracomunitari, poi, è evidente oggetto d’“importazione” neoschiavistica, mediante accordi con gli “esportatori” d’oltremare, da parte della criminalità organizzata, che ne programma anche la destinazione: è evidente, infatti, che l’uomo di colore che esercita la vendita ambulante di fazzoletti o di accendini di qualità scadente, al pari di quello che chiede l’elemosina ai cantoni delle strade, devono rendere conto al “caporale” al termine della giornata. Del resto, il personaggio Jeremy Pitchum non è affatto un’invenzione della fantasia di Bertolt Brecht, così, come non è affatto vero che il fenomeno della schiavitù sia relegato oggi soltanto all’interno del Continente nero: ormai, è cosa di casa nostra.
(Maggio 2018)

Ferdinando aveva due Sicilie

 

di Antonio La Gala

 

Perché i Borbone erano re di Due Sicilie, visto che esiste una sola Sicilia?

Per capirlo bisogna partire dall’anno 1139, quando i Normanni unificarono tutto il sud d’Italia, Sicilia compresa, in un solo Stato, chiamato Regno di Sicilia, perché aveva capitale Palermo.

Carlo d’Angiò nel 1282 perse la Sicilia, ribellatasi con i Vespri siciliani, conservando solo la parte continentale del regno, per cui da quell’epoca dovrebbe parlarsi di un regno di Napoli distinto da quello di Sicilia. Gli Angioini, però, sperando in una riconquista, pur dopo aver portato la capitale a Napoli, continuarono a chiamarsi Re di Sicilia, persino dopo che, nel 1372, con un trattato rinunciarono definitivamente all’isola.

Dopo i Vespri Siciliani la sola Sicilia era passata agli Aragonesi.

Quando Alfonso d’Aragona nel 1443 subentrò agli Angioini nel governo della parte continentale del sud d’Italia, riunì in sé, ma solo come persona, le due corone aragonesi dei due Stati diversi – quello di Palermo e quello di Napoli, chiamato ancora di Sicilia – e assunse perciò il titolo di Re delle Due Sicilie.

Una corona era quella della del regno dell’isola, l’altra era quella del regno continentale ma ancora chiamato di Sicilia, tolto agli Angioini

Alla sua morte (1458) l’unità di tutto il Sud, almeno sotto la stessa persona, si spezzò di nuovo, diviso fra isola e continente, in due diversi regni rimasti divisi anche nel periodo del viceregno spagnolo, fino a quando, quasi tre secoli dopo, Carlo III di Borbone riassunse in sé un’altra volta, lo scettro dei due regni, ma solo come persona, diventando pure lui Re delle due Sicilie, e conservando la reciproca autonomia dei due regni.

Con il congresso di Vienna del 1815 Ferdinando, ex Ferdinando IV come Re di Napoli ed ex Ferdinando III come Re di Sicilia, quando tornò a Napoli dopo le due fughe in Sicilia, prima cacciato dai Giacobini nel 1799 e poi dai Francesi napoleonidi nel 1805, riconosciuto re complessivo dello Stato che comprendeva tutto il sud, fu ribattezzato Ferdinando I Re delle Due Sicilie.

Trasversalmente alle accennate vicende di separatezza fra Napoli e Palermo, va notato che, in linea di massima, i Siciliani in passato mal sopportavano la dipendenza da Napoli nelle fasi storiche in cui ne dipendevano, circostanza che fece progettare a Garibaldi lo sbarco in Sicilia, per conquistare il Sud, piuttosto che lungo le meno distanti coste tirreniche. In effetti in Sicilia, a parte le perdenti sparatorie dell’esercito regolare borbonico, poté raccogliere truppe di entusiasti volontari isolani da aggiungere al manipolo dei Mille per marciare contro Napoli.

(Maggio2018)

Miti napoletani di oggi.61

IL "DIVARIO TRA LE CLASSI SOCIALI"

 

di Sergio Zazzera

 

 

Mai come a Napoli si è fatto registrare in maniera tanto marcata un conflitto tra quelle che si continua a chiamare “classi sociali”. Soprattutto negli ultimi tempi, poi, la sua estensione alle generazioni più giovani è dilagata a macchia d’olio: aggressioni, agguati, risse con ferimenti, costituiscono il pane quotidiano per i cronisti di “cittadina”.

Proprio traendo lo spunto da questi ultimi episodi, ma generalizzando il riferimento, di recente qualcuno ha voluto ricondurre l’origine di tale divario agli avvenimenti del 1799; ed è proprio questo il mito, dal momento che credo che tale origine debba essere retrodatata di un buon secolo e mezzo.


Che Vincenzo Cuoco medesimo avesse colto, all’esito del fallimento della breve stagione repubblicana di Napoli, l’errore di non avere coinvolto nella rivoluzione il popolo, è cosa fin troppo nota. Non dev’essere trascurato, però, il fatto che, già nel 1647 – vale a dire, ai tempi di Masaniello –, la “respublica dei togati”, cui avevano dato vita Giulio Genoino e il suo entourage, aveva strumentalizzato il ceto popolare, attraverso la sua “punta di diamante”, costituita da Tommaso Aniello d’Amalfi, del quale essa si era servita come longa manus, scaricandolo appena le cose si misero in un certo modo.

Mi sembra, dunque, che fin da quel più remoto momento il popolo napoletano (quello vascio) ne abbia avuto ben donde, per assumere certi atteggiamenti; i quali, tuttavia, rimangono in ogni caso assolutamente ingiustificabili.

(Aprile 2018)

L’antica chiesa di S. Gennariello

 

di Antonio La Gala

 

La chiesa più antica del Vomero è quella di S. Gennariello, in Via Cifariello, più nota come “Piccola Pompei”, dal quadro che sta all’interno, dipinto nel 1945 da un frate. Alla Vergine di Pompei è dedicata anche l’edicola esterna del 1946.

Per inciso, esprimiamo il modestissimo parere che la precedente intitolazione della strada in cui essa sorge, via S. Gennariello, era più storicizzata e più aderente, rispetto a quella attuale, che non presenta alcun legame tra lo scultore e la strada.

Le prime notizie certe che abbiamo di questa Chiesa risalgono ad un atto privato, databile attorno al 1.100 in cui, per indicare i confini di un terreno limitrofo, si legge che esso confinava “cum Ecclesia Sancti Januarii”.

La chiesa subì trasformazioni radicali nel 1513 e, di minore entità, alla fine del Seicento. Nel 1771, chiesa e dintorni passarono ai monaci cistercensi, che vi costruirono una loro casa di campagna, considerata l’allora gran quiete circostante e la salubrità dell’aria. A fine Settecento, i Cistercensi dettero al tempio l’aspetto attuale. La chiesa, a pianta centrale sotto una cupola bassa, sebbene sia di piccole dimensioni, presenta all’interno un certo senso di movimento. I monaci furono estromessi,  una prima volta, da Murat, nel 1807. Dopo la restituzione, la Chiesa e il convento, nel 1821, passarono ai frati minimi conventuali e la Chiesa divenne parrocchia succursale della chiesa di S. Maria del Soccorso all’Arenella, all’epoca unica parrocchia per il Vomero e l’Arenella. Nel 1866 essa fu sottratta nuovamente ai frati che, dopo varie peripezie, fra cui il riacquisto della chiesa nel 1920, sono tornati ad esserne padroni, con i minori Antoniani.

Nel 1884 divenne parrocchia del Vomero ed in tale veste vi si trasferirono nel 1897 i reperti provenienti dalla demolizione dell’antica cappella Vacchiano di Antignano, dedicata a S. Gennaro, fra cui una Testina di marmo, forse del Quattrocento, che fu collocata all’esterno, sulla porta centrale, fino a quando, nel 1941, fu trasferita nel monumentino di piperno che sta vicino alla Basilica di Via S. Gennaro al Vomero.

Nel 1974 il tempio subì rilevanti trasformazioni e, nel 1976, il sotterraneo, usato per tanti secoli come cimitero, fu adibito a sala per riunioni.

La Chiesa conserva tele, arredi, sculture ed oggetti vari, databili dal Settecento a metà del Novecento, una lapide marmorea, datata 1707, proveniente  dalla demolizione della Cappella Vacchiano, e una lapide, datata 1513, forse di epoca successiva, che attesta che una pietra posta lì vicino è la pietra su cui furono deposte le spoglie di S. Gennaro durante la sosta del corteo ad Antignano, nel corso della traslazione da Pozzuoli a Capodimonte.

Sulla facciata, a sinistra, in basso, una pietra recuperata di epoca romana, esposta al pubblico vandalismo, testimonia l’antichità della chiesa.

(Marzo 2018)

Miti napoletani di oggi.60

ELENA FERRANTE

 

di Sergio Zazzera

 

Ora dico una banalità. La storia e il mito sono entrambi prodotti dell’uomo: la prima, della sua azione; il secondo, del suo pensiero.

Perché la dico, è presto spiegato: da alcune settimane, il periodico L’Espresso sta pubblicando una serie d’interventi di scrittori e critici letterari sul “fenomeno” Elena Ferrante; fenomeno, sul quale i pareri espressi sono i più disparati. Uno di essi, però, mi ha colpito, in maniera particolare, perché è quello col quale avverto maggiore sintonia.

Si tratta dell’intervento di Paolo Di Paolo, il quale, in estrema sintesi, stigmatizza il fatto che la scrittrice (o lo scrittore?) si celi dietro una sorta di muro – o di paratia –, che impedisce di conoscerne la reale identità.

Ecco, dunque, emergere il mito, che (absit iniuria verbis) è la trasposizione contemporanea di quello di Pulcinella, vale a dire, di un personaggio che si nasconde dietro a una maschera. Ora, non voglio dire che ad averne determinato il successo sia stata proprio questa sorta di mistero, ma non mi sentirei di escludere che il suo contributo essa lo abbia dato, se non altro, a quella parte di pubblico ch’è più disposta a subire il “fascino dell’ignoto”.

Ebbene, io non appartengo a quella parte di pubblico: non leggo la Ferrante, perché m’interessa la storia, non il mito, se non quando (e non è il nostro caso) esso spiana la strada alla storia. Né mi si obietti che sono tanti gli scrittori (e non soltanto essi) che ricorrono allo pseudonimo, ch’è cosa assolutamente diversa: si sa, infatti – e per citare uno degli esempi più conosciuti – che la reale identità di Aldo Palazzeschi è quella di Aldo Giurlani o che quella di Vincenzo Cardarelli è quella di Nazareno Caldarelli. Si tratta, però, in entrambi i casi – al pari di tanti altri –, di personalità che non hanno celato il loro volto dietro a una maschera. Eppure, il loro successo lo hanno ugualmente ottenuto.

(Marzo 2018)

Parlanno 'e poesia

 

di Romano Rizzo

 

Antonino Alonge

(Palermo, 20 settembre 1871 - Milano, 13 agosto 1958).

Poeta e giornalista, visse a Napoli solo gli anni dalla fanciullezza alla gioventù, ma può essere, senz'altro, considerato napoletano d'adozione...perchè anche da lontano non dimenticò mai Napoli e ad essa dedicò la sua produzione poetica.

Come giornalista lavorò al Don Marzio, al Mattino, al Giornale di Sicilia, a l'Ora, infine al prestigioso Corriere della Sera.

A soli 17 anni pubblicò la sua prima raccolta di poesie dal titolo “Cusarelle”, in cui la prima poesia dallo stesso titolo, funge da prefazione. In essa l'autore paragona i suoi versi a " mbolle 'e sapone" ed invita il lettore a " lassarle vulà!". Dopo essersi trasferito a Milano, nel 1934, dedicò a Napoli, sua città adottiva, il secondo volume di versi dal titolo “Pennellate Napoletane”, in cui inserì di nuovo come prefazione la poesia “Cusarelle” ed aggiunse alcune sue validissime riflessioni e considerazioni sulla poesia dialettale.

Nel 1952, infine, sempre alla sua amata e lontana città, dedicò il suo ultimo libro dal titolo " Aria di Napoli" impreziosito da una lettera di consenso di Benedetto Croce. In questo volume, oltre ai suoi versi, pubblica una " Scorribanda nostalgica " in cui, con il suo accattivante stile, illustra con garbo ed eleganza i suoi rapporti con la poesia napoletana del suo tempo e riassume le sue esperienze da giornalista, vissute con Scarfoglio ed Albertini.

I suoi versi in napoletano che ricevettero le lodi ambitissime di Ferdinando Russo e Roberto Bracco, meritano, a parere di chi scrive, la sua collocazione tra le più alte espressioni della poesia napoletana, come spero possa testimoniare la poesia che segue, garbatamente scherzosa.

 

 ’O marito ce vuleva

(di Antonino Alonge)

 

 Mmiez’a ll’albere cchiù belle

ce n’era uno int’’o ciardino

chino ’e sciure a mazzetielle,

tutte russe, a fforma ‘e stelle,

ogne sciore nu rubbino!

Credo fosse int’a ll’estate,

pecchè, po, venuto vierno,

ncopp’’e rame già sfrunnate,

ce crescevano ’e ggranate,

verde ’a fora e ’a dinto ’o ’nfierno!

 E, si buono ce penzate,

è succieso ’a stessa cosa

pure a vvuje, gioja d’’o frate,

pecchè vuje, dint’a ll’estate,

me parivano na rosa.

Po’, ve site mmaretata

e cagnasteve nu poco;

quanno ’a rosa è spampanata,

se capisce, è cchiù priggiata,

bella e ardente comm’’o ffuoco.

 Na resella malandrina,

cierti mmosse ammartenate,

’a sciurdezza ’e na riggina

e ’a ducezza ’e ll’uva spina

si redite e si…parlate…

Site fatta pe ffà ammore!

(E ’o marito è comm’a uno

ca è trasuto add’’o trattore,

isso ‘a dinto e i’ stongo fore,

isso magna e i’ sto dijuno!)

Si, però, tenite a mmente,

si ve tratta malamente

e ss’avesse ’nsuperbì..

vuje..teniteme presente

ca i’ so’ pronto a vve servì!!

(Marzo 2018)

La Posillipo di Virgilio

 

di Antonio La Gala

 

 

Il grande poeta Publio Virgilio Marone ebbe il primo contatto con Napoli quando decise di studiare presso il filosofo epicureo Sirone, nel cui hortus posillipino rimase fino al 42 a.C.

Quando poi il poeta, in occasione dei contrasti civili che in quel periodo agitarono la vita politica dei Romani, perse le proprietà nella sua natìa Andes, vicino Mantova, distribuite da Ottaviano ai suoi sostenitori, decise di stabilirsi nella villa di Sirone, con la famiglia.

In seguito la villa divenne sua. In quella circostanza scrisse: “…piccola villa che fosti di Sirone, e tu campiello che per quel tuo padrone rappresentavi la ricchezza, io vi raccomando me stesso e questi che son con me ch’io sempre amai…”.

Il soggiorno in quell’angolo di paradiso, affacciato sul mare e baciato dal sole, non spense in lui la nostalgia del luogo natio, ma gli accese la fantasia di poeta. Fu nel periodo napoletano che pubblicò le “Ecloghe”, che lo lanciarono come poeta sull’affollata piazza di Roma e presso Mecenate.

A Roma gli fu donata una bella casa all’Esquilino, ma Virgilio, a cui era rimasta nell’animo la campagna, preferiva vivere nella sua casa di Posillipo, dove fra il 37 e 30 a.C., compose i quattro libri delle “Georgiche”.

Quando Augusto, che si trovava ad Atella per curare un mal di gola, sentì Virgilio recitargli i versi di quest’opera, rimase così entusiasta che lo nominò poeta dell’Impero e gli ordinò di scrivere un poema che magnificasse l’Impero romano. Nacque così l’”Eneide”.

Per verificare sul campo i luoghi descritti in questo suo poema, Virgilio prese a girarli.

Si recò allora in Grecia, ma qui si ammalò e nel viaggio di ritorno morì, a Brindisi, il 21 settembre del 21 a. C. Prima di morire dispose che il suo corpo fosse portato a Napoli.

La leggenda racconta che dettò anche la famosa epigrafe “Mantua me genuit…tenet nunc Partenope”.

La tradizione popolare vuole che la casa e la tomba di Virgilio si trovassero in un luogo detto “La Gajola”, dove alcuni ruderi vengono indicati come “la scuola di magia di Virgilio”. Qui notiamo che su “Virgilio mago”, nel Medio Evo, a Napoli circolavano molte leggende e si riteneva che più volte fosse intervenuto per risolvere situazioni difficili della città.

Riteniamo di scarsa attendibilità l’ubicazione della tomba del poeta vicino alla Cripta Neapolitana, nel parco virgiliano di Piedigrotta, perché a quei tempi quel luogo era destinato alle sepolture di massa di gente comune ed è poco credibile che Virgilio, uomo che godeva di alto prestigio e dell’amicizia dei potenti, fra cui addirittura dell’imperatore, fosse disperso fra quelle sepolture umili.

In ogni caso un epigramma di Marziale ci fa sapere che casa e tomba di Virgilio furono acquistate da Silio Italico.

(Marzo 2018)

Miti napoletani di oggi.59

LE INAUGURAZIONI

 

di Sergio Zazzera

 


28 marzo 2011: al Vomero, in località Cacciottoli, si svolge, con grande solennità, la cerimonia di presentazione (quasi una inaugurazione) del parco agricolo urbano del Gasometro (nella foto), intitolato a Carmine Minopoli, agronomo vomerese suicidatosi quando gli fu espropriato il terreno a monte di via Tasso. Da quel momento, del parco non si è saputo più nulla.

14 marzo 2015: a Ponticelli ha luogo la cerimonia d’inaugurazione della prima unità dell’Ospedale del Mare. Soltanto in epoca recentissima l’importante struttura sanitaria ha cominciato a funzionare e si è tuttora in attesa dell’apertura completa.

24 gennaio 2018: alla Riviera di Chiaja si inaugura la stazione “San Pasquale” della linea 6 della Metropolitana, finora non raggiunta dai treni della linea stessa.

Il mito: innanzitutto, la prossimità di tutti questi episodi a consultazioni elettorali ne lascia intendere chiaramente la finalità. D’altronde, poi, la definizione del verbo «inaugurare», fornita dai vocabolari, corrisponde a «solennizzare con cerimonia civile, o civile e religiosa insieme… l’apertura all’uso di un’opera pubblica e sim<ili>». Dunque, più falso linguaggio di così…

(Febbraio 2018)

Miti napoletani di oggi.58

IL CORTEO FUNEBRE

 

di Sergio Zazzera

 


Un mattino qualsiasi di un giorno qualsiasi, in una strada qualsiasi di un quartiere qualsiasi di Napoli – e neppure dei più popolari (il Vomero, per esempio) –: un corteo funebre rallenta notevolmente il traffico veicolare.

Manifestazioni del genere erano vietate, già oltre quarant’anni fa, con ordinanza sindacale, a Milano (dove vivevo all’epoca), ma a Napoli si perpetuano tuttora, con la ripetitività del rito, che sicuramente ha natura di rito di passaggio e che, com’è noto, genera il mito. Già, ma, in questo caso, qual è il mito?

Si pensa, comunemente, che l’accompagnamento del defunto abbia una finalità di suffragio, accelerandone il raggiungimento del Paradiso. Finalità che, viceversa, la religione cristiana (Catechismo della Chiesa cattolica, § 1032 = Compendio, § 211) limita alle preghiere, messe, elemosine, indulgenze e opere di penitenza. Evidentemente, nessuno ha pensato alle imprecazioni di coloro che rimangono bloccati nel traffico; imprecazioni che producono, sicuramente, l’effetto contrario, di rallentare quel raggiungimento.

N. b.: l’immagine che illustra queste righe non si riferisce all’episodio qui richiamato.

(Gennaio 2018)

Miti napoletani di oggi.57

LA "CASA DI TONIA"

 

di Sergio Zazzera

 

Dal 2010, al civico n. 12-g di via Santa Maria degli Angeli alle Croci, a ridosso dell’Orto botanico, per volontà del cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, è in funzione la “Casa di Tonia”, che prende il nome dalla signora Tonia Accardo, la quale donò all’Archidiocesi di Napoli l’immobile nel quale essa ha sede. Si tratta di una struttura di oltre 2.500 metriquadrati, accreditata e convenzionata con il Comune di Napoli e definita nel sito ufficiale Internet (www.casaditonia.it) «il progetto più ambizioso della Fondazione in Nome della Vita», che consiste in una comunità di accoglienza di tipo residenziale, capace di ospitare, per l’intero anno, sei nuclei familiari (gestanti e madri con figli), abbisognevoli di allontanamento dal proprio contesto, a causa di violenze, o per problemi di carattere socio-ambientale, o ancora per la necessità di proteggere il minore e/o sostenere (per il profilo pedagogico e/o per quello psicologico) la madre, relativamente soprattutto alle funzioni genitoriali e alla relazione madre-bambino, o infine perché si tratta di soggetti senza fissa dimora.

Messa in questi termini, l’iniziativa si presenta sicuramente meritevole di apprezzamento positivo; ma, allora, in che cosa consiste il mito? Ebbene, a fronte della necessità d’impegnare capitali di consistenza non indifferente, per adattare la struttura alle finalità alle quali è stata destinata, la Curia di Napoli aveva, già da prima, la disponibilità della seicentesca villa Donzelli, in via Montedonzelli, all’Arenella, affidata alle Suore di Gesù Redentore, che vi gestiscono la comunità-famiglia “Paradiso dei bambini”, assolutamente sottoutilizzata – a detta di quanti hanno avuto modo di frequentarla o visitarla –, rispetto alle sue potenzialità ricettive (si tratta di un complesso di dimensioni non inferiori a quelle della “Casa di Tonia”, dotata di un ampio giardino). Viene da chiedersi, dunque, se, piuttosto che crearne un duplicato, non fosse preferibile potenziare la struttura già esistente, facendola funzionare a pieno regime, e impegnare i capitali spesi per quella nuova, per far fronte ad altre iniziative, parimenti benefiche, viceversa rimaste trascurate.

(Dicembre 2017)

I Cacciottoli

 

diAntonio La Gala

 


Questo toponimo denomina sia la Salita, che da Corso Vittorio Emanuele porta al Vomero, sia un'estesa zona attorno alla parte terminale superiore della salita. Esso ricorda il nome di una famiglia di Procida, Cacciuottoli, che, nel Seicento, prese dimora in questi luoghi del Vomero, facendovi erigere un palazzo, poi diventato proprietà dell' Ordine monastico dei Pii Operai, oggi demolito, e di una “casina” di controversa individuazione.        

La Salita Cacciottoli è una delle cosiddette “salite”, cioè quei percorsi pedonali che, dalla parte bassa della città, s'inerpicano nella direzione di San Martino. Quella dei Cacciottoli costituisce un percorso che proviene dalla zona di Sant'Antonio ai Monti (una zona a valle di Corso Vittorio Emanuele, a poche centinaia di metri da piazza Mazzini), e dopo aver sottopassato un ponte sotto via Girolamo Santacroce, segue (fra alazzoni, immondizia, festoni di rovi), il confine della ex Villa Genzano-de Majo, per poi sbucare vicino piazza Leonardo. Non usando più la salita, per la certezza  di farvi incontri spiacevoli, non sappiamo se oggi, oltre che per discarica, essa serve ancora anche come percorso.

Da piazza Leonardo, qualche decina di metri dopo aver intersecato il sovrastante Viale Raffaello, la salita si biforca: da una parte sale ancora, finendo sotto Via Bonito, e da un'altra parte diverge verso uno spazio generosamente denominato "piazzetta" (piazzetta Cacciottoli), da dove, attraverso un osceno passaggio, prosegue con il nome di vico Cacciottoli, alla fine del quale raggiunge via del Torrione, che in passato portava direttamente a San Martino.

Il passaggio fra piazzetta e vico Cacciottoli merita una notazione. Prima delle nefandezze urbanistiche del secondo Novecento, alla confluenza fra la piazzetta e il vico, s'incontrava un palazzo gentilizio (Villa Cangiano) in cui c’era una Cappella della Vergine Addolorata. Oggi la configurazione di questo punto, dopo la sostituzione della villa con un condominio, ha dell’incredibile: sotto il condominio è stato ricavato il passaggio fra piazzetta e vico sotto forma di un angusto e oscuro androne. Inoltre, schiacciata da un balcone di cucina, è stata ricavata, a mò di box-garage, con tanto di lapidi, la cappella di Villa Cangiano.

La parte vomerese, attraversata dalla salita, in passato era rinomata per la sua ricca vegetazione. Fu trascurata dalla prima urbanizzazione di fine Ottocento, per cui, a metà Novecento. vi si incontravano ancora case antiche, masserie e stalle. In vico Cacciottoli, dove oggi c'è un garage, c'era un ricovero per gli equini e un maniscalco. Alcuni ricordano che i contadini di quelle terre fittavano le corde alle lavandaie per stendere i panni.  Fra palazzetti e case antiche si potevano incontrare ancora masserie e anche stalle.

Fra i nomi di ville di tempi migliori, troviamo, disseminate lungo il percorso, le Ville Saccone, Esperia, Fattorusso e Andreina.

In corrispondenza di piazzetta Cacciottoli, nell'Ottocento troviamo due masserie scomparse: la Carpellini e la Langerot, rispettivamente ubicate subito prima e subito dopo la piazzetta, salendo.

Vico Cacciottoli ha conservato l’andamento del percorso preesistente alle trasformazioni urbanistiche del secondo Novecento, sebbene il suo aspetto originario sia stato sfigurato dalle cortine degli edifici recenti. Vi è stridente il contrasto fra la tristezza delle nuove case con l'atmosfera vivace delle vecchie costruzioni superstiti che le fronteggiano.

Il vico Cacciottoli, attraverso una scalinata scende e si congiunge con via San Gennaro ad Antignano, tagliando, all'altezza del distributore di benzina, viale Michelangelo.

Di fronte alla scalinata le piante antiche riportano un corto vicoletto Cacciottoli, che oggi manca all’appello.

In definitiva possiamo concludere osservando che oggi la zonaha totalmente perso l’aspetto suggestivo che la caratterizzava in un tempo non tanto lontano; la qualità prevalente delle costruzioni e gli intrecci dell’assetto viario creato nel secondo Novecento hanno dissacrato questo luogo, prima suggestivo.

(Dicembre 2017)

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