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LA PRIMAVERA  E’ ALLE PORTE   di Luigi Rezzuti   Se qualcuno ci chiede “Quando inizia la primavera” siamo abituati a rispondere il 21 marzo, ma non...
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Infanzia di Giambattista Vico   di Antonio La Gala   In passato si credeva che Giambattista Vico fosse nato nella piazza dei Girolamini e lì, nel...
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Miti napoletani contemporanei.81

LETTERE AL DIRETTORE

 

di Sergio Zazzera

 

Una rubrica di “Lettere al direttore” è presente in ogni quotidiano e/o periodico che si rispetti, non soltanto a Napoli; qui, però, essa assume un carattere mitico, che mi sembra assente altrove.

Aprite qualsiasi giornale napoletano: vi troverete lettere concluse sempre dalle stesse firme, il cui contenuto, per di più, non sempre trova una giustificazione. Ci si lamenta di tutto e di tutti; si raccontano episodi che si stenta a credere realmente accaduti; si plaude a comportamenti tenuti da persone che, forse, non conoscono neanche sé stesse. Sembra quasi di leggere quei messaggi di Whatsapp, dei quali tanti nostri amici c’inondano di primo mattino, soltanto per augurarci il buongiorno (e fin qui non possiamo che ringraziarli) o per raccontarci la solita barzelletta antica e stupida (dal che sarebbe meglio che si astenessero).

In buona sostanza, ci si trova di fronte a un rito, con la sua connotazione d’inutilità, che l’antropologia gli attribuisce; e si sa come la reiterazione del rito sia produttiva del mito.

Un sospetto mi sorge: che non siano proprio i direttori, che, per riempire in qualche modo gli spazi destinati alla posta, sollecitano i loro amici – sempre gli stessi – a scrivere loro qualcosa, purché scrivano?

(Agosto 2020)

La chiesa della Cesarea

 

di Antonio La Gala

 

“La Cesareaè il primo tratto di via Salvator Rosa che sale verso il Vomero dopo piazza Mazzini (il personaggio del monumento che s’incontra nella piazza non è Mazzini ma Matteo Renato Imbriani), tratto comunemente così chiamato in ricordo di un potente notabile del Seicento della zona, Annibale Cesareo, che nel 1602 fondò la Chiesa di Santa Maria della Pazienza, detta comunemente Chiesa della Cesarea,che troviamo poco dopo la piazza, salendo, sulla sinistra, facente parte di un complesso che comprendeva anche un ospedale.

Lungo la Cesarea, nello spazio di poche centinaia di metri, nel Seicento, oltre detta chiesa, si addensarono altre fabbriche religiose, fra cui evidenziamo la Chiesa della Trinità alla Cesarea e il Convento di San Francesco di Sales.  

La Chiesa di Santa Maria della Pazienza è così denominata per la presenza nell’area presbiterale di una tavola ad olio di ignoto manierista, che ritrae per l’appunto la Madonna della Pazienza. 

Fu fondata da quell’Annibale Cesareo che a cavallo fra Cinque e Seicento a Napoli andava fondando chiese un pò dappertutto. Il Cesareo la finanziò nel 1601, dopo aver abbandonato il finanziamento del convento e chiesa di Santa Maria della Libera, per disaccordi con i religiosi di quel convento.

Per la chiesa della Cesarea, oltre a una forte somma, il Cesareo mise a disposizione un suolo di sua proprietà, posto tra l’allora nuova strada dell’Infrascata (oggi via Salvator Rosa), e un’antica mulattiera, per realizzare un Istituto per la cura spirituale delle anime (la chiesa) e per quella del corpo di infermi (l’annesso ospedale).

La posa della prima pietra di chiesa e ospedale avvenne nel 1602, con lavori inizialmente affidati a Domenico Fontana, che però poco dopo (nel 1607), morì.

La costruzione del tempio terminò attorno al 1636 ed esiste documentazione di numerosi e significativi interventi successivi, protrattisi anche nel Settecento, secolo a cui risalgono molte delle tele di argomento sacro che si trovano all’interno del tempio.

Inizialmente, per interessamento del potente Cesareo, il complesso chiesa-ospedale

godette di una larga autonomia rispetto alle autorità clericali e civili della città, fino a che, in occasione degli espropri del primo Ottocento, l’ospedale fu annesso al Reale Albergo dei Poveri, e la chiesa, nel 1876, entrò anch’essa sotto la giurisdizione dell’Arcivescovo di Napoli, ed eretta a parrocchia nel 1933.

Il Cesareo fondò questa chiesa con l’intesa di trovarvi una importante sepoltura, cosa che non aveva ottenuto dai domenicani di Santa Maria della Libera.

E in effetti qui ha trovato sepoltura in un bel monumento scolpito dal noto scultore Michelangelo Naccherino, visibile in vicinanza dell’altare maggiore, a sinistra.    

 

All’esterno la chiesa presenta un’impronta tardorinascimentale, chiusa da un frontone triangolare e affiancata da un campanile e con una incavatura posta sopra il portale dove c’è una statua della Vergine con Bambino, datata 1638.

L’interno è a navata unica con cappelle laterali molto profonde, e vi sono esposte, diffuse in vari punti della chiesa, numerose tele di soggetti sacri, opere di buoni artisti, fra cui Giovani Battista Lama, il maggior autore presente nel tempio, e Lorenzo De Caro.

Questa chiesa ha ospitato anche Padre Pio. Infatti il santo frequentò questa chiesa, celebrando anche Messa, dal 5 settembre al 6 ottobre 1917, quando era assegnato come militare alla decima Compagnia di Sanità, allora accasermata nell’ex convento di San Francesco di Sales.

Dai brevi cenni qui esposti emerge che la Cesarea è un luogo che, passandovi, meriterebbe maggiore attenzione per le sue testimonianze storiche e artistiche, attenzione che, è comune esperienza, invece viene necessariamente rivolta a superare le costanti difficili situazioni del traffico veicolare. 

(Agosto 2020)

Miti napoletani di oggi.80

PIAZZALE TECCHIO

 

di Sergio Zazzera

 

Dopo via Cimarosa, tocca ora a piazzale Tecchio la sorte della pretesa (mitica, naturalmente) d’immutabilità della toponomastica. La proposta del sindaco di Napoli (una volta tanto!) di reintitolare il piazzale a Giorgio Ascarelli ha incontrato l’opposizione di un vasto movimento di opinione, che va da un comitato di residenti di Fuorigrotta fino all’autorevole Società napoletana di storia patria; opposizione motivata, in via principale, col disagio che ne deriverebbe agli abitanti, perfino all’atto della ricezione della corrispondenza (sic). Poi, la soluzione individuata sarebbe quella di battezzare piazza Ascarelli lo spazio antistante lo stadio, lasciando la denominazione di piazzale Tecchio a tutta la parte residua; soluzione, questa, che mi sembra assolutamente insoddisfacente e mi spiego.

Giorgio Ascarelli (nella foto), giovane imprenditore napoletano di etnia (per favore, non dite “razza”) ebraica, morto ad appena 36 anni, è stato il fondatore della s.s.c. Napoli (sì, quella che quest’anno ha vinto la Coppa Italia); a lui fu intitolato lo stadio che sorgeva a Ponticelli e che le limitate dimensioni, durante il secolo scorso, fecero dismettere, così che il ricordo di lui rimane affidato, se non altro, soltanto alla sua tomba, nel Cimitero israelitico. A sua volta, Vincenzo Tecchio, avvocato e parlamentare della famigerata “era fascista”, è stato il fondatore della Mostra d’Oltremare, che apre i cancelli proprio sul piazzale che, perciò, fu a lui dedicato. Due figure, dunque, che si collocano, rispettivamente, dalla parte dei perseguitati e da quella dei persecutori.

Ciò non avrebbe potuto giustificare, però, a mio avviso, la pretesa né della conservazione del toponimo, né della sua sostituzione: da una parte, infatti, la storia esige che sia conservata la memoria sia del “bene”, che del “male” (semplifico, giusto per richiamare le due categorie proprie del manicheismo); dall’altra, non è giusto che la memoria del fondatore della squadra – che gioca i suoi incontri proprio su quel piazzale – cada nel dimenticatoio o, alla peggio, si radichi altrove. In entrambi i casi, infatti, daremmo vita a un mito.

La soluzione che avrei proposto io sarebbe la seguente. È un dato di fatto che il piazzale Tecchio contende a piazza Garibaldi e a piazza Municipio il primato dell’ampiezza a Napoli, estendendosi dalla stazione F.S. di Fuorigrotta fino allo Stadio San Paolo. Ed è un altro dato di fatto che esso ospita, da una parte, la “creatura” di Tecchio e, dall’altra, l’attuale “casa” della “creatura” di Ascarelli. Per di più, l’irregolarità della sua forma è tale che, tracciando un ideale segmento di retta dallo spigolo meridionale della stazione fino all’edificio del C.N.R. contiguo allo stadio, si viene a individuare uno spazio, antistante alla Mostra d’Oltremare, che potrebbe continuare a essere intitolato a Tecchio, mentre tutto il residuo potrebbe essere ribattezzato piazza Giorgio Ascarelli. Se si riflette, anzi, sulla prima di tali aree insistono soltanto i cancelli della Mostra e l’albergo/ex-Palazzo dei congressi, con il che non si determinerebbe neppure il ventilato disorientamento degli abitanti e dei portalettere, poiché non sarebbe necessario modificare la numerazione civica. Sono sicuro che, per tal modo, si darebbe maggiore evidenza a un esponente di punta della categoria dei perseguitati dal regime, piuttosto che a un amico dei loro persecutori.

(Luglio 2020)

L’abbandono dei Vergini

 

di Antonio La Gala

 

I quartieri napoletani compresi fra via Foria e le alture di Capodimonte sono nati come borghi abusivi fuori le mura della città, quando, soprattutto in epoca vicereale, l’abnorme crescita della popolazione si riversò fuori la città murata, nonostante che le numerose, severe e reiterate “prammatiche” spagnole, lo vietassero.

Quest’area era già stata zona di espansione della città, a partire dall’epoca greco-romana, ma nel ruolo di necropoli esterna alla città, come testimoniano le catacombe e le sepolture che vi sono sorte (le catacombe di San Gennaro, di San Gaudioso alla Sanità, di San Severo, le Fontanelle, ecc.).

In epoca vicereale, lungo i percorsi che in quest’area (la valle dei Vergini e contigua valle della Sanità), congiungevano la città murata ai luoghi di sepoltura, iniziarono a insediarsi abitazioni abusive, alcuni complessi conventuali e, successivamente, specialmente nel Settecento, residenze aristocratiche.

Sono gli insediamenti che oggi troviamo lungo il percorso che da Porta San Gennaro, scavalcata via Foria, dopo essersi diramato in due brevi strade, si riunifica e sfocia nel largo dei Vergini, dopo il quale, il percorso si dirama ancora in due vie: via Arena alla Sanità e via Cristallini.

In questo articolo osserviamo più da vicino ciò che troviamo attorno a questo “largo”, cioè il cosiddetto “borgo dei Vergini”.

L’antichità di presenze nel borgo è testimoniata dal rinvenimento, nell’area fra via dei Vergini, vico Tretta, i Cristallini e Santa Maria Antesecula, ad una decina di metri di profondità, di ipogei funerari di età ellenistica, sotto forma di camere scavate nel tufo, talvolta con pareti decorate da bassorilievi o affreschi.

In effetti in quell’area, prima della nascita del borgo, si erano sviluppati vasti nuclei cimiteriali di tombe gentilizie, allineate lungo i percorsi di collegamento con la parte della città interna alle mura, tombe spesso scavate nelle pareti tufacee scoscese in cui  questi percorsi correvano, cioè avevano l’ingresso  al livello del terreno di allora.

Nei secoli successivi, l’accumularsi di detriti trasportati dalle numerose e disastrose alluvioni (le cosiddette “lavedei Vergini”), è andato coprendo il fondo dei percorsi e le tombe che vi si aprivano, affondandone l’ingresso, trasformandole in tombe ipogee. Alcune di esse sono state scoperte, recentemente, per caso, durante qualche scavo sotto alcuni fabbricati; altre sono rimaste inesplorate (e lo rimarranno per sempre), sotto altri fabbricati.

La denominazione del luogo, “I Vergini”, deriva dal fatto che fra i nuclei sepolcrali di età classica, vi era nell’area detta poi dei Vergini, quello della fratria degli Eunostidi, adoratori di Eunosto, nume del misogenismo, i quali pare facessero voto di castità, dando così la denominazione al luogo, tant’è che la denominazione declina Vergini al maschile: “I Vergini”.

In età cristiana il sorgere di catacombe e connesse basiliche, conferirono all’area un carattere sacrale, che favorì il sorgere di complessi conventuali e assistenziali, motivo per cui, nello spazio di poche decine di metri, nel borgo dei Vergini troviamo ben quattro chiese: la chiesa di Santa Maria della Misericordia o Misericordiella ai Vergini, già esistente nel Cinquecento; la quasi contigua chiesa di Santa Maria Succurre Miseris, sorta nel Trecento; la chiesa di Santa Maria dei Vergini, le cui origini risalgono al 1326, e la vicina chiesa della Missione dei Padri di San Vincenzo dei Paoli dove incontriamo Luigi Vanvitelli, qui chiamato ad ampliare, dal 1756 al 1764, il complesso esistente, sistemando fabbriche già costruite da altri nei decenni precedenti.

Nel primo Settecento, nella fioritura dell’ultima fase del barocco, il rococò, Ferdinando Sanfelice, il più grande architetto napoletano di quello stile, fra il 1723 e 1726 impreziosì il borgo dei Vergini con due delle sue più riuscite creazioni: il palazzo dello Spagnuolo, in via dei Vergini e palazzo Sanfelice, in via Arena della Sanità. 

Tenendo conto di quanto fin qui esposto, possiamo ben dire che il borgo dei Vergini, con le sue memorie di età classica, i suoi conventi, le sue chiese, i suoi palazzi aristocratici, costituisce un luogo particolarmente ricco di storia; racchiude un patrimonio storico, artistico, culturale, il quale meriterebbe ben altra visibilità, promozione e conservazione di quelle che la città gli ha sempre riservate e che gli riserva tuttora. Cioè nessuna, ma abbandono e offese collettive quotidiane.

Non per ripetere uno dei luoghi comuni che riguardano non laudativamente la nostra città (che gli ipercampanilisti esorcizzano come malevoli pregiudizi), si potrebbe ben dire: “se questo patrimonio stesse a un’altra parte…”.

La figura che accompagna questo articolo mostra la facciata di Santa Maria dei Vergini.

(Luglio 2020)

 

 

Credenze napoletane (2)

 

’A bella ’mbriana e ’o munaciello

 

 

di Alfredo Imperatore

 

Ritornando alla superstizione, come già detto, noi napoletani e meridionali in genere, in questo campo di credenze irrazionali, non ci facciamo mancare nulla e, a fronte della cattiva janara, abbiamo contrapposto la ‘mbriana, anzi, per l’esattezza ’a bella ’mbriana, colei che è apportatrice di buoni auspici nelle nostre case. In sostanza, una fata benefica, in contrapposizione alla janara, che è una strega malefica.

L’etimologia è latina: meridianam, sottinteso horam, cioè l’ora meridiana, che in genere è quella più luminosa. Quindi ‘a bella ‘mbriana è apportatrice nelle nostre case del buon evento, praticamente è il nostro nume tutelare.

È possibile trovare a Napoli, nella via San Gregorio Armeno, famosa strada dove si producono e si vendono pastori per presepi d’ogni tipo, dai personaggi classici e moderni, ove la fantasia degli artisti pastorali spazia tra figure storiche, artistiche e politiche d’ogni genere, anche la bella ‘mbriana. Essa per lo più è raffigurata in una statuetta che, da un lato, mostra l’aspetto di una fata coperta da un velo e assorta a pregare, dall’altro, girandola mostra le sembianze di un fallo, antico simbolo di prosperità, in auge specialmente tra le matrone romane.

In passato, ma anche al giorno d’oggi, tra le persone di una certa età, quando le vicende in una casa non vanno per il verso giusto, la si invoca, per auspici di buona fortuna, gridando: <Hué, bella ‘mbrià scétate! (svegliati) >.

D’altro canto, così come abbiamo ideato due entità femminili, una apportatrice di bene (‘mbriana) ed un’altra di male (janara), abbiamo concepito anche un “essere” maschile che però racchiudesse in sé la buona e la cattiva sorte.

A questo personaggio è stato dato il nome di munaciello, cioè piccolo monaco, attorno al quale sono nate numerose leggende popolari.

Si racconta che nel XV secolo, sotto il regno di Alfonso d’Aragona, un nobile giovane, ma squattrinato, tale Stefano Mariconda, s’innamorò di una fanciulla a nome Caterina Frezza, figlia di un ricco mercante di panni, che lo ricambiò di grandissimo affetto. Quest’amore fu contrastato con ogni forma di tormento da ambedue le  famiglie, tanto che si può dire che i due giovani mangiassero veleno e bevessero lacrime.

Il giovane Stefano, pur di amoreggiare con Caterinella, notte tempo, saliva per una ripida scala sul tetto di una casa e scavalcando terrazzo per terrazzo, arrivava al terrazzino ove l’aspettava la trepidante innamorata. Ma in una notte molto profonda, mentre tra i due giovani “si schiudeva la celestiale beatitudine del paradiso”, mani ignote afferrarono Stefano alle spalle e lo precipitaronogiù, nella via.

Caterinella, allora, pazza di dolore, si ricoverò in un monastero di monacelle e, dopo alcuni mesi dette alla luce un bimbo piccino piccino, pallido e dagli occhi smarriti. Le brave monache acconsentirono che la mamma tenesse il neonato nel monastero.

Purtroppo, il bimbo, negli anni, crebbe pochissimo, praticamente fu un nano. Le suore gli facevano indossare un abito nero e bianco da piccolo monaco, e gli fecero due cappucci, uno nero e uno rosso, per cui la gente incominciò a chiamarlo ‘o munaciello e, come spesso accade, le persone cattive lo deridevano e lo sbeffeggiavano.

A poco a poco si iniziò a spandere la voce che quel piccolo esserino avesse in sé qualcosa di sovrannaturale e la superstizione arrivò a tal punto che, quando il ragazzo portava il cappuccio rosso, era di buon augurio, ma quando metteva quello nero era di cattivo auspicio. Pertanto, se accadeva qualcosa di buono era merito del munaciello e, viceversa, se non si potevano trovare dei soldi che erano scomparsi o qualche persona si ammalava, oppure nei casi di supposta infedeltà del marito o della moglie o anche di semplice tentazione, la colpa era certamente da attribuire a lui, che portava scompiglio nelle menti o turbamenti nei cuori.

Purtroppo, un brutto giorno, Caterinella morì, e le monache, da allora, incominciarono a impegnare il figlio nei lavori più umili e gravosi dell’orto, finché una sera, ‘o munaciello scomparve per sempre e, tra le varie ipotesi sulla sua sparizione, si sospettò anche che il diavolo lo avesse portato via per i capelli.

A tutt’oggi, per molti avvenimenti che non possiamo spiegarci o che ci appaiono sfortunati, diamo la colpa a fugaci e invisibili apparizioni del munaciello. Così, ad esempio, quando giochiamo al lotto e le estrazioni evidenziano numeri vicini a quelli giocati da noi, è stato un “dispetto” del munaciello. D’altronde, le fanciulle innamorate si mettono sotto la sua protezione, affinché non venga scoperto qualche loro vecchio segreto.

In buona sostanza, il nostro munaciello è un folletto che tormenta le persone come un bambino viziato e capriccioso, ma sa anche rincuorarle come un bambino apportatore di gioia e felicità.

La morale della favola è che, tra false credenze e verità reali, possiamo inserire il vecchio adagio: <Non è vero... ma ci credo!>.

(Luglio 2020)

Credenze napoletane (1)

Riti e superstizioni

 

di Alfredo Imperatore

 

Se c’è una credenza che accomuna tutte le persone, nei vari angoli della terra, essa è la superstizione che spesso, in molti popoli, anticamente, ma anche al giorno d’oggi, coesiste con riti pseudo-religiosi. Infatti, nei momenti di maggiore difficoltà della vita, le persone si dimostrano non solo più rispettose e osservanti dei canoni religiosi, ma, nel contempo, diventano più attente ad evitare iettatori (oggi si preferisce dire “persone che portano sfiga”) e influssi malefici vari.

La superstizione, d’altronde, entra con forza nella “commedia umana” che il medico, più d’ogni altra persona, è chiamato ad affrontare nella sua quotidiana attività, in quanto molti pazienti hanno la fissazione di ritenere che i propri malanni dipendano da circostanze esterne.

Invero, la superstizione consiste proprio nell’attribuire a persone, animali, cose ed eventi naturali delle proprietà assolutamente immaginarie, che possano addirittura influire sul corso degli accadimenti. A questo atteggiamento, che potremmo definire psico-patologico, non sfuggono, ovviamente, i napoletani e i i meridionali in genere, che anzi, come si addice al loro carattere, rispondono ancor più alle sollecitazioni psico-fisiche.

Esiste una corposa sapienza su come difendersi dal malocchio e dalle malìe in genere, che va dalle cantilene ai gesti più o meno scomposti, tra cui primeggiano le corna. Fin dai tempi degli antichi Romani, le matrone avevano l’abitudine di portare un anello-amuleto all’indice e al mignolo di una mano, per cui, estendendo queste dita e piegando le altre tre, si riproducevano, fin da allora, le corna, che avrebbero avuto effetto benefico per chi le faceva, e malefico per coloro ai quali erano dirette. Nihil novi sub sole.

Un altro gesto scaramantico, molto diffuso, è rappresentato dallo sfregare (grattare) i testicoli. Il testicolo, dal lat. testiculum, diminutivo di testis, per i nostri antichi avi, significava sia testicolo che testimone e, in campo sessuale, era considerato testimone della virilità. Che i testicoli fungessero da testimoni è attestato anche dall’usanza di antiche popolazioni, come ad es. gli Israeliti, i quali, quando giuravano, ponevano una mano sui genitali, quasi fossero un simbolo del loro onore.

Le streghe in napoletano si chiamano janare, la cui etimologia è controversa: per alcuni il lemma proverrebbe dal nome della divinità pagana Diana; per altri, e forse più verosimilmente, dal latino ianua = porta, perché esse sarebbero una specie di Befane che entrano nelle case passando al di sotto della porta, con l’unica differenza che, invece di portare doni, portano disgrazie.

Esiste in natura un’erba sempreviva, chiamata semprevivum tectorum, che cresce sui tetti delle case e, col tempo, smuove le tegole, procurando danni; in napoletano è detta: ogna de janara (unghia di janara).

Ma chi erano le streghe? Nella credenza popolare erano delle creature di sesso femminile, con aspetto di vecchie, brutte e ripugnanti, dotate di poteri magici e malefici.

Già il diritto romano contemplava il reato di stregoneria, che era punito con la condanna a morte. Poi, anche il cristianesimo, specie con sant’Agostino, che elaborò una fortunata dottrina, secondo la quale la riuscita delle operazioni magiche era dovuta all’aiuto dei dèmoni, perseguitò alcune di quelle presunte streghe, che altro non erano che povere donne, anziane e malandate.

Verso la metà del sec. XII, si fece strada l’idea che le streghe si riunissero in diversi luoghi per compiere i loro magici riti, chiamati “sabba”. Sarebbero stati dei convegni settimanali che, nella credenza medievale, le streghe avrebbero svolto di sabato per mettere a punto le loro stregonerie. In Italia, queste riunioni si sarebbero tenute presso il Passo del Tonale e il Noce di Benevento. È probabile che, da questa credenza, sia scaturito il nome del famoso e prelibato liquore “Strega”, prodotto a Benevento.

Agli inizi del XIII secolo, con l’istituzione del tribunale dell’Inquisizione, la “caccia alle streghe” fu legalizzata e si ebbero i primi processi e le prime condanne al rogo, che era la forma di supplizio cui erano assoggettati gli eretici.

Col tempo, l’attività dei tribunali, sia ecclesiastici che laici, si andò intensificando con l’accrescersi della persuasione che fossero assolutamente reali i poteri malefici delle streghe, ottenuti tramite un patto col diavolo.

Per l’individuazione delle streghe si adoperava una tecnica estremamente facile: bastava identificarne una, sottoporla ad atroci torture affinché rivelasse i nomi delle sue consimili, e lei, pur di farla finita, dichiarava due o tre nomi di conoscenti, parenti, amiche o nemiche che fossero. Queste, a loro volta, venivano arrestate, torturate perchè confessassero e rivelassero altri nomi di pseudo-streghe, e così via, per poi essere mandate, comunque, al rogo. In tal modo, diverse migliaia di persone furono crudelmente immolate sull’altare della crassa imbecillità.

A tal proposito, mi sovviene ciò che lessi nel libro <Kruscev ricorda> circa le “purghe staliniane”, iniziate nel 1934 con il pretesto dell’uccisione di Sergei Mironovic Kirov. Nel libro, Kruscev riferisce che, verso chiunque fosse caduto in sospetto, Beria era solito dire: “Sentite, lasciatemelo per una notte e gli farò confessare di essere il re d’Inghilterra.”

 (Nel prossimo numero: «’A bella ’mbriana e ’o munaciello»)

(Giugno 2020)

Miti napoletani di oggi.79

VIA CIMAROSA

 

di Sergio Zazzera


 

Con Aldo Masullo, spentosi il 24 aprile scorso, se n’è andato un altro tassello del mosaico culturale napoletano contemporaneo: lo avevo incontrato l’ultima volta, verso la fine del 2019, nella sede dell’Accademia Pontaniana, e ne avevo apprezzato la lucidità, ancora alla sua età, a dispetto delle – pur comprensibili – condizioni fisiche.

L’idea d’intitolargli lo spazio antistante alle scale di via Cimarosa, dove egli amava soffermarsi durante le sue passeggiate, ha determinato la nascita di una sorta di “partito di opposizione”, che motiva la propria avversione col fatto che l’articolazione unitaria di via Cimarosa – da via F. P. Michetti a via Aniello Falcone – ne risulterebbe interrotta, dando luogo anche a una forma di “crisi d’identità” nei residenti del posto, abituati a dire di abitare in via Cimarosa.

Invito, perciò, il gentile (e paziente!) lettore a fare con me quattro passi attraverso la città, in cerca d’illustri precedenti.

Parto proprio dal Vomero, con via Bernini, che, lungo il suo percorso da via Cimarosa (proprio) a piazza Fanzago incontra piazza Vanvitelli, la più ampia del quartiere.

Poi mi trasferisco altrove: corso Umberto, che da piazza Garibaldi a piazza Bovio attraversa piazza Nicola Amore, e corso Garibaldi, che da via Marina a piazza Carlo III s’imbatte in ben quattro di esse: piazza Guglielmo Pepe, piazza Garibaldi, piazza Principe Umberto e piazza Volturno.

Mi si dirà che in tutti questi casi la numerazione civica delle piazze è autonoma, rispetto a quella della strada, mentre nel caso di via Cimarosa essa rimarrebbe immutata, pur con la variazione della toponomastica. E, allora, vi invito a venire con me in piazza Quattro Giornate, che era un tratto di via Gemito e che, pur dopo aver cambiato denominazione, ha conservato la numerazione di palazzi e botteghe.

Ora, posso capire anche che il buon Masullo possa essersi reso antipatico a taluni (magari, suoi ex-allievi, bocciati, sicuramente perché impreparati), ma celare tale antipatia dietro le motivazioni di cui sopra è falso linguaggio, cioè mito.

(Giugno 2020)

Miti napoletani di oggi.78

“MANI SULLA CITTA'”

 

di Sergio Zazzera

 

La formula “mani sulla città” richiama alla mente, in maniera immediata, l’omonimo film di Francesco Rosi; in realtà, però, gli episodi riconducibili a tale etichetta sono stati anche altri.

Innanzitutto, la nascita del Vomero contemporaneo – prima rione (1984-85), poi quartiere (1912) – vi è perfettamente sussumibile, sotto due aspetti che ne svelano il mito. Il primo di essi è quello del riciclaggio: la piemontese Banca Tiberina, infatti, nel chiedere l’autorizzazione del progetto di urbanizzazione della collina vomerese, si proponeva d’investire nell’operazione il danaro dell’ex-Regno delle Due Sicilie, confluito nelle casse di quello di Sardegna, poi divenuto d’Italia. Il secondo, a sua volta, è quello della speculazione: con l’inclusione, infatti, di tale progetto in quello, più ampio, del Risanamento di Napoli, si pretendeva di far considerare destinati alla popolazione di “miserabili”, colpita dallo “sventramento” della città, quegli edifici di edilizia umbertina e quei villini Liberty, che quella povera gente non avrebbe potuto permettersi, non soltanto di acquistare, ma neppure di prendere in locazione.

Quello narrato dal film di Rosi è il secondo episodio di “mani sulla città” e costituisce un coacervo di miti, poiché riassume in sé quello del sindaco Achille Lauro, eletto nel 1952, e del suo entourage, fatto di speculatori, non di rado improvvisatisi costruttori edilizi, dismettendo le loro bancarelle di stracci americani a Pugliano. E l’episodio fu connotato da una filosofia ispirata al principio do ut des del diritto romano, nel senso che il sindaco elargiva licenze edilizie a costoro, in cambio dei pacchetti di voti che essi gli assicuravano.

Un terzo episodio, ancora, è quello degli anni 70-80 del secolo scorso, che diede luogo alla nascita, fra l’altro, del Rione Alto, al cui cospetto via Cilea diventa assimilabile alla 5th Ave. di New York. E qui la filosofia ispiratrice fu l’omologo inverso di quella degli anni di Lauro, poiché furono i costruttori – sia professionisti, che improvvisati – a offrire alle formazioni politiche di riferimento i pacchetti di voti, in cambio delle concessioni edilizie.

Poi, esauritosi il suolo edificabile, si è cominciato a mettere le “mani sotto la città”, con l’operazione – tuttora in atto – di realizzazione di parcheggi interrati, ceduti in godimento, a titolo oneroso, ai privati, per 99 anni, proprio come i loculi cimiteriali: e qui, infine, il mito consiste nel far sentire gli “acquirenti” proprietari di qualcosa, che, viceversa, rimane in proprietà del concedente.

(Maggio 2020)

Il “Serraglio” del Vomero

 

di Antonio La Gala

 

A Napoli la parola “Serraglio” rievoca l’Albergo dei Poveri di piazza Carlo III perché, per un certo tempo, quell’edificio, fra i tanti usi a cui è stato adibito, ha avuto anche quello di ospitare, di “serrare”, di “recludere” (perciò è noto anche come “Reclusorio”), elementi socialmente pericolosi, in specie giovani.

Non molti sanno che la parola “Serraglio”, fino a qualche decennio fa, circolava anche al Vomero, ma per indicare un qualcosa di completamente diverso.

      Infatti, dove oggi si erge un moderno fabbricato, appena dopo Villa Belvedere, in vico Cimarosa, fino agli anni ’50 del Novecento esisteva un singolare edificio, chiamato appunto “Serraglio”, vecchio e fatiscente, di forma ellittica, a due piani, che ospitava nell’ampio cortile interno a piano strada, non pavimentato e sporco di ogni cosa, lavatoi e "bassi", abitati per lo più da lavandaie, in promiscuità fra persone ed animali, e presentava miseri abituri su una balconata al piano superiore.

      La denominazione “Serraglio” sembra ricordare che, in passato, vi venivano ricoverati, rinchiusi, “serrati”, animali vari (pecore, capre, equini), oppure, secondo altri, che ancora prima ospitava una specie di zoo in cui erano custoditi gli animali, anche feroci ed esotici, che venivano portati nella vicina Floridiana per dilettare i reali o i loro ospiti. 

      L’indecenza dell’edificio era vivacemente denunziata già dalla stampa dell'anteguerra, con forti appelli alla demolizione.

Sulla stampa degli anni Trenta abbiamo trovato segnalata la necessità di abbatterlo, perché “nell’attività che attualmente viene svolta per conferire alla città l’aspetto più ridente e lindo che sia possibile raggiungere, i pochi agglomerati di vecchie casupole antigieniche, stridono fortemente e vanno, quindi, al più presto eliminati”, e sostituiti con “ridenti casette popolari.

 Il Serraglio vomerese fu abbattuto a metà Novecento, lasciando uno spazio su cui è sorto l’edificio di via Belvedere 15. Erano gli anni in cui l’edificazione avveniva in maniera disordinata, in spregio a ogni buona regola urbanistica e di decoro, spregio che, nel nostro caso, ha lasciato sul luogo del Serraglio uno spazio informe e disordinato.

Del Serraglio non siamo riusciti a trovare alcun documento fotografico. L’unica preziosa testimonianza che ne abbiamo è un bel dipinto del pittore Rosario Muriano, che alleghiamo a questo articolo.

(Aprile 2020)

 

Parlanno ’e poesia

 

di Romano Rizzo

 

Ernesto Ascione.

Ernesto Ascione, apprezzato ed affermato nell’arte della fotografia, solo in tarda età si decise a dare alle stampe alcune delle tante composizioni che, per anni, aveva gelosamente conservato in un cassetto. Bussò alla porta della famosa poetessa e scrittrice Silvia Voltan e le chiese di leggere le poesie del suo primo libro, “Erba ca pogne”, che aveva intenzione di dedicare “A quelli che più amo: gli onesti!” e di curarne la prefazione. La Voltan un po’ a disagio per la richiesta che partiva da un distinto signore di 70 anni, accettò.

A questo primo libro, che vide la luce nel 1953, seguì “Chiaroscuro”, nel 1954, sempre con la prefazione della Voltan. Nel biennio 1957/1958, Ascione pubblicò, poi, “Ritratti all’aperto”, “Acquetinte”, “Mezzetinte”, “Scorci Napoletani” e “Ritratti e paesaggi”, preziosi volumetti in cui raccolse quasi tutto ciò che aveva composto in vari anni e custodito gelosamente. In tutte queste opere vengono messi in bella mostra i colori e la spontanea freschezza della sua poetica, che risulta sempre intimamente connessa alla vita di tutti i giorni.

Nel 1964, infine, fu dato alle stampe il suo ultimo lavoro che, insieme alla riproposizione di poche sue poesie già inserite nelle precedenti raccolte, conteneva anche composizioni, scritte in epoca più recente e forse maggiormente ricche di una speciale carica di umanità.

Per la grande scorrevolezza e musicalità dei suoi versi e per la grande maestria nel ritrarre fatti e persone, gli fu assegnata la definizione di poeta-fotografo o, meglio, di fotografo-poeta da vari critici e studiosi.

Di carattere schivo e riservato, non frequentò salotti né congreghe… Ciò nonostante, alcune sue poesie sono state incluse nella raccolta “Sentimento e fantasia”, curata da Giovanni Sarno, e trasmesse dalla RAI; altre sono state inserite nella raccolta “Acene d’oro” di Salvatore Maturanzo ed altre ancora nello scritto “L’oro di Napoli” di Paolo Scarfoglio, pubblicato su Il Mattino dello 8 Aprile del 1957. Le sue liriche, permeate da una quasi filosofica visione della vita, che sembra, a volte, sfociare nella rassegnazione, evidenziano, a ben vedere, tante amare verità.

Di lui la Voltan ha scritto: “Nelle sue liriche sono presenti, nelle giuste dosi, le caratteristiche peculiari della poesia napoletana colore ambientale, sentimento e arguzia.”  Renato Cannavale, prefatore di quasi tutti gli altri suoi lavori, commenta: “Non c’è lirica di Ascione che non sia rivestita da una larvata tristezza…

Quella di chi contempla le cose che ha amato con ardore giovanile e che ancora ama, col rimpianto di non esserne più un attore ma un semplice spettatore!”

Salvatore Maturanzo dice di lui: “Ascione è il poeta che fotografa la poesia delle cose e con poesia descrive le varie espressioni del sentimento”. Infine, sulla Gazzetta della fotografia, a firma A. V., leggiamo: Ascione non è soltanto un artista della fotografia, molto apprezzato, ma è anche un poeta dalla facile e succosa espressività, tutta napoletana. A mio parere (e spero che le poesie che seguono riescano bene a rappresentarlo) Ernesto Ascione è il poeta della schiettezza e della spontaneità, che si fa leggere con grande trasporto da chi trova qualcosa di sé nei sentimenti che egli sa ritrarre con mille sfumature.

 

Matenata d’està

di Ernesto Ascione

 

 Na rezza ‘nterra, sta pe spuntà ‘o sole

e comm’è prufumata Margellina;

tèneno ll’uocchie ‘e suonno ‘e varcajuole,

quant’erba ‘e mare spasa p’’a banchina.

 

Che matenata chiara! Trase estate,

quanta caniste ‘e sciure p’’a riviera;

nu vennetore ‘e ceveze annevate

appoja ‘e panare e fa na macchia nera.

 

Nu sciore pe ogne testa, a tutt’’e ccase,

luceno ‘e llastre, a nu barcone ‘nchiuso

‘o primmo sole azzecca ‘o primmo vase

e va a scarfà nu core friddigliuso..

 

Appriparano ‘e puoste ‘e fruttajuole,

jesce d’’o furno na carretta ‘e pane…

migliar’’e aucielle fanno ciente vuole

e a San Pascale sonano ‘e ccampane!

 

 

Primm’ammore

 di Ernesto Ascione

 

Era nu juorno ‘e vierno, tiempo asciutto,

trasettemo int’’a villa a mano a mano.

e tu, dicenno: “‘O friddo comm’è brutto !”

a me, po, t’accustaste chianu chiano..

 

Po, ce assettajemo addò ce sta ‘a funtana

d’’e ppaparelle e..nun facenno caso

a ll’uocchie ‘e ll’ate, sott’’a tramuntana,

tu me ‘nfucaste ‘a vocca cu nu vaso.

 

Tanno, ire na guagliona ‘e sidice anne

e i’ nu guagliunciello ‘e diciassette.

Ma comme vola ‘o tiempo ! Sperde e spanne

tanti ccose d’’o munno e…ce sperdette.

 

 

Puteca ‘e rrobba vecchia

 di Ernesto Ascione

 

Puteca ‘e rrobba antica, dint’’o scuro,

quanta ricorde tiene zuffunnate..

Veco cierti ritratte appis’ô muro:

songo uommene ‘e nu tiempo ca è passato.

 

Veco nu tondo cu nu pere zuoppo;

n’acquasantiera ‘attone, ddoje carselle

c’’o tubo ‘e vrito e ‘o cuppulicchio a‘ncoppa;

nu pumo ‘e lietto, ‘a frangia cu ‘e ppapelle.

 

Po, veco na pultrona, na cajola,

chella d’’e pappavalle ‘e cierti ccase

d’’a nubbiltà ‘e na vota; na cunzola;

dduje persunagge ‘e gesso senz’’e nase…

 

È rrobba vecchia che n’ha canusciute

pene e delizzia..Mo..nun conta cchiù!

Chiste so’ piezze ‘e vita e, annascunnute,

puteca ‘e rrobba vecchia, ‘e tiene tu!!

(Aprile 2020)

Miti napoletani di oggi. 77

LA “SANT'ORSOLA” DI CARAVAGGIO

 

di Sergio Zazzera

 

Fiore all’occhiello della sede napoletana delle “Gallerie d’Italia”, nel Palazzo Zevallos di Stigliano, in via Toledo, è il Martirio di Sant’Orsola, dipinto dal Caravaggio nel 1610, su commissione del nobile Marcantonio Doria.

Le vicende della paternità dell’opera sono state un tantino romanzesche: emersa quasi dal nulla, alla metà del secolo scorso, dopo che se n’erano perse le tracce, l’opera fu sottoposta all’esame di Roberto Longhi – massima autorità nel panorama della storia dell’arte, all’epoca –, il quale la ritenne, tutt’al più, di mano di Bartolomeo Manfredi; e analoga posizione negativa fu assunta da Ferdinando Bologna. Poi, quasi per una sorta di nemesi storica, a partire da un quarto di secolo dopo, le ricerche di Mina Gregori (stilistiche) e di Vincenzo Pacelli (documentarie) – allievi, rispettivamente, dei due maestri sopra citati – dimostrarono, in maniera inconfutabile, la provenienza dell’opera dalla mano di Michelangelo Merisi.

Ma qui interviene il mito, poiché, già il 29-30 aprile 1923, dalle pagine del periodico Il Mezzogiorno, Ferdinando Russo dava atto della presenza nel Palazzo Doria d’Angri della «Sant’Orsola del Caravaggio» (corsivi miei). E, poiché gli articoli del poeta si avvalevano delle testimonianze contenute in manoscritti e memorie d’epoca, evidentemente, a nessuno, oltre che a lui, era passato per la mente di documentarsi, prima di formulare giudizi “mitici”.

(Febbraio 2020)

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