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La tradizione del culto francescano in Campania

 

di Antonio La Gala

 

San Francesco, durante i suoi viaggi, passò anche per la Campania, dove visitò le prime piccole comunità di suoi seguaci che, in quegli anni, vi stavano nascendo.

Come avvenne per il resto della cristianità, la devozione per il Santo di Assisi durante i secoli crebbe, alimentandosi anche del culto dei vari santi dell’Ordine da lui fondato, appartenenti ai diversi rami in cui, nel tempo, l’originario albero del francescanesimo si andava articolando.

Fra le devozioni più sentite nella religiosità popolare campane, in particolare nell’area napoletana, occupano un posto privilegiato quelle per San Francesco e Sant’Antonio di Padova.

Queste due particolari devozioni sono testimoniate dall’uso esteso dei nomi Francesco e Antonio nelle famiglie napoletane e campane, nonché dal numero elevato di chiese e di conventi francescani e dalla infinità di cappelle ed edicole devozionali, edificate in onore dei due santi, in ogni luogo, nelle strade, nei cortili, negli aggregati urbani e nelle campagne. Senza parlare delle statue e dei quadri dei due santi presenti in tutte le chiese, di qualsiasi titolo od ordine, sempre onorate da numerosissime luci accese.

Inoltre, chiunque si soffermi ad osservare nei mercatini di antiquariato le raccolte dei “santini”, cioè di quelle piccole immagini sacre tascabili, che da secoli vengono distribuite presso i fedeli, accompagnandoli in tanti momenti della loro vita, costaterà il posto di rilievo che hanno i santi francescani.

Fra le altre testimonianze ricordiamo l’usanza, diffusa in passato, di vestire alla francescana i bambini, in particolare per devozione e riconoscenza a Sant’Antonio.

Questa usanza, pur risalendo a molti secoli fa, è sopravvissuta, presso i ceti meno abbienti, nei quartieri popolari, nei paesi e nelle campagne, fino a quasi metà Novecento. I fanciulli erano vestiti con un saio, con tanto di cappuccio e di cordone.

Il fervore religioso verso i santi francescani in passato veniva espresso anche nelle tavolette votive, toccanti testimonianze di fede, raccolte un po’ in tutti i santuari e, in misura rilevante, nel Santuario della Madonna dell’Arco.

In esse si può rilevare che i santi francescani sono stati invocati nelle circostanze più disparate, in contemporanea con la Madonna dell’Arco. Ad esempio in una tavoletta del Cinquecento un condannato a morte graziato e la moglie ringraziano la Madonna dell’Arco e Sant’Antonio, rappresentato in alto a destra, in ginocchio e con le mani giunte, per farsi intermediario con la Vergine.

In una tavoletta del secolo successivo viene mostrata una scena di tarantella, animata da un giovane guarito dal tarantolismo, in cui appaiono, assieme alla Madonna, San Francesco d’Assisi e San Francesco di Paola.

Questi sono solo alcuni esempi, perché i santi francescani, assieme peraltro ad altri santi, come San Giuseppe, San Gennaro, ecc. popolano moltissime tavolette in cui compaiono le eruzioni del Vesuvio, le imboscate dei briganti, le cadute da cavallo o dai carri agricoli e, in genere. tutte quelle situazioni in cui è naturale invocare l’aiuto del soprannaturale.

A conclusione di questa veloce e sommaria rievocazione di un aspetto così importante della vita dei nostri antenati, della nostra cultura, non solo popolare, esprimiamo rammarico nel costatare che le residue testimonianze di tanta devozione sembra non interessino quasi più nessuno, nemmeno a titolo puramente di documentazione storica, tant’è che esse, in concomitanza con l’affievolirsi del senso del religioso che le aveva prodotte, attraversano una fase di dispersione.

È troppo poco affidare le testimonianze di queste devozioni ai collezionisti dei “santini”, che frequentano i “mercatini delle pulci”, come, ad esempio, i santini sparsi (peraltro poco rispettosamente) sui gradini della scalinata sotto la Posta Centrale.

(Marzo 2021)

Miti napoletani di oggi.85

EVEMERISMO NAPOLETANO

 

di Sergio Zazzera

 

Evemero di Messene del Peloponneso è un mitografo, vissuto fra il IV e il III secolo a. C., sostenitore della dottrina, secondo cui gli dei altro non sarebbero, che uomini eccezionali, divinizzati dai loro contemporanei e dai posteri, proprio per tale loro eccezionalità.

Non si pensi, però, che tale fenomeno fosse peculiare dei suoi tempi: ancora oggi, infatti, a Napoli ci s’imbatte in episodi di “santificazione laica”, quanto meno, sconcertanti, ai principali dei quali intendo fare cenno qui di seguito.

1.- Totò. Del “Principe della risata” mi sono già occupato, per altro verso, da queste (web-)pagine. La considerazione “evemeristica” del personaggio dev’essere ravvisata, non tanto nelle manifestazioni di isterismo collettivo che ne accompagnarono il funerale napoletano, celebrato nella basilica del Carmine Maggiore, quanto in quello “finto” – a bara vuota –, svoltosi nel suo quartiere della Sanità e nella sua “santificazione laica”, mediante pseudoedicole devozionali: sarebbe stato preferibile – perché più serio – affidarne la memoria cittadina a monumenti, come quello del Rione Alto, e a quel museo, che non si sa se vedrà mai la luce.


2. Pino Daniele. Non v’è dubbio che il grande merito del musicista, prematuramente scomparso, sia stato quello d’innovare la musica napoletana, mediante composizioni che rivestono di note d’ispirazione americana i testi dialettali (diversamente da James Senese, che “napoletanizza” musiche dalla struttura autenticamente americana). Ciò non toglie che pretendere di collocare il suo enorme ritratto, progettato dall’artista Jorit, sulla facciata del palazzo delle Ferrovie, in piazza Garibaldi, opera di Pierluigi Nervi, avrebbe snaturato un’opera architettonica che, per quanto non sottoposta a vincolo, ha pur sempre una sua connotazione complessiva, alla quale qualsiasi commistione (foss’anche mediante un’opera di Leonardo o di Michelangelo) potrebbe soltanto nuocere.

3. Maradona. Anche del campione recentemente scomparso mi sono già occupato, per altro verso, da queste (web-)pagine. Individuo la sua esaltazione evemeristica negli episodi verificatisi nei giorni immediatamente successivi alla sua dipartita; e non tanto negli assembramenti nei pressi dello stadio, con deposizione di fiori, lumini e quant’altro possa assicurare, nell’immaginario popolare, il suffragio ai defunti, quanto, soprattutto, nella celere intitolazione a lui dello stadio medesimo, sostituendo il suo nome a quello di Paolo di Tarso. In proposito, si rifletta: gli assembramenti si sono svolti in assoluta violazione dei protocolli anticovid; l’intitolazione ha violato, a sua volta, la normativa sull’osservanza dei termini in materia. E mi si consenta di ricordare che a Milano gl’incontri di calcio si giocano nello stadio “Meazza - San Siro”: dunque, che cosa vi sarebbe stato di male a dare a Napoli uno stadio “Maradona - San Paolo”? Tanto più che il santo passò dalle nostre parti, per recarsi a Roma, a subire il martirio; il campione, viceversa, venne – e si fermò – per “fare soldi” (come si dice dalle nostre parti).

(Gennaio 2021)

Meno male che il santo c’è

 

di Antonio La Gala

 

 

      I recenti preoccupati commenti sul mancato miracolo di San Gennaro di metà dicembre,hanno fatto ricordare che i napoletani hanno sempre considerato e venerato il loro Patrono, San Gennaro, come un costante punto di riferimento nelle non poche loro difficoltà, un santo che da secoli assicura e promette la sua protezione. Tralasciando la vexata quaestio dal punto di vista teologico sul famoso miracolo, ci limitiamo a rilevare sull’argomento solo qualche curiosità storica.  

Nel Cinquecento, a Napoli, la venerazione per San Gennaro già vantava una tradizione millenaria, da quando agli inizi del V sec. i napoletani avevano traslato i resti del santo da Pozzuoli alle catacombe vicino Capodimonte. Quando, nel 1526, tanto per cambiare, Napoli visse un anno difficile, fra l’assedio dei Francesi e un’epidemia di peste, i napoletani invocarono proficuamente San Gennaro, facendogli poi voto di costruire una cappella in suo onore per custodire più degnamente le sue ossa, che, nei secoli precedenti, avevano girovagato più volte per vari luoghi di sepoltura.

Infatti nell’831, tranne le ampolle e il cranio, erano state spostate da Capodimonte a Benevento e,  circa tre secoli dopo, nel santuario di Montevergine, dove restarono fino a metà Quattrocento, quando gli Aragonesi le riportarono di nuovo a Napoli. 

Torniamo alla pestilenza del 1526.

Ricevuta la grazia, a gennaio dell’anno successivo, i napoletani, per sciogliere il voto, stipularono un atto notarile con il santo a proposito della cappella promessa nel voto. Si vede che, anche a quei tempi, l’esecuzione di opere pubbliche andava per le lunghe: i lavori per la costruzione della cappella del Tesoro di San Gennaro, decisi nel 1527, iniziarono nel 1608. Essi furono curati dalla Deputazione, un’apposita istituzione di natura comunale, deputata anche alla custodia del sempre più crescente Tesoro e a garantire l’intangibilità delle sacre ampolle e delle reliquie del santo.

Nel Seicento le cose a Napoli non andarono meglio del secolo precedente, anzi quello fu un secolo horribilis, fra 11 eruzioni (la più grave fu quella del 1631), tre terremoti, due carestie, la rivoluzione di Masaniello del 1647 e la grave epidemia di peste del 1656.

L’eruzione del 16 dicembre 1631, la peggiore dopo quella che seppellì Pompei nel 79 d.C., arrivò dopo ben 492 anni di riposo del vulcano, essendo la precedente  avvenuta nel 1139, cioè l’anno dell’ingresso a Napoli dei Normanni. L’eruzione del 1631 procurò, nella discesa della lava fino al mare, 18.000 morti e rappresentò uno dei momenti di maggiore rischio per la città, che, anche in quella occasione, trovò conforto nell’aiuto del suo santo, che ringraziò elevandogli una guglia in piazzetta Riario Sforza, opera di Fanzago.

Anche dopo la peste del 1656 i napoletani ringraziarono il santo, con la costruzione di un ospizio per i poveri, chiamato, appunto, San Gennaro dei Poveri.

Nel Settecento il numero delle eruzioni fu superato: se ne contarono 19, numero anch’esso superato nell’Ottocento, quando se ne contarono 26 (in media una ogni 4 anni), sebbene meno tragiche di quella del 1631.

Una delle prime eruzioni del Settecento fu quella del 31 luglio 1707: mentre la città festeggiava la fine della dominazione spagnola e la venuta del suo nuovo padrone - gli Austriaci - le case tremarono e il Vesuvio cominciò improvvisamente ad eruttare fiamme, fumo e lapilli.

Anche in questa occasione San Gennaro mostrò la sua benevolenza.

Nella città in  preda al terrore, una processione uscì dalla Cattedrale, poco prima di mezzanotte, capitanata dall’arcivescovo Pignatelli e dal nuovo viceré, stavolta austriaco, conte di Martinitz. La statua del santo fu trasportata a Porta Capuana, di fronte al Vesuvio. Si narra che, dopo pochi minuti, l’eruzione cessò, il cielo si schiarì e apparvero le stelle. Fu allora eretto, vicino alla chiesa di Santa Caterina a Formiello, un monumento al santo, che non è quello che si vede oggi, perché è stato rifatto nel 1793.

Il Vesuvio si ripresentò l’8 agosto 1779. Quando il giorno successivo l’eruzione s’intensificò, una processione portò una statua del santo fino al ponte della Maddalena. Narrano i cronisti che l’eruzione cessò quasi per incanto.

Il Settecento vulcanico nei primi anni dell’Ottocento dette il cambio eruttivo al nuovo secolo. E fu di nuovo San Gennaro a porre rimedio, perdonando uno sgarbo dei napoletani, che in quella occasione dovettero pensare che chi lascia il santo vecchio per il nuovo, sa il santo che lascia ma non sa quello che trova.

Infatti,poco prima di un’eruzione di inizio Ottocento, i napoletani avevano licenziato San Gennaro dall’incarico di patrono e lo avevano sostituito.

Perché lo avevano esonerato? Che aveva combinato?

Quando nel 1799 Napoli cadde in mano ai Francesi e ai Giacobini, il santo fu chiamato alla resistenza contro l’invasore. I preti addetti avevano assicurato che il primo sabato di maggio il santo, per protesta contro i Francesi, non avrebbe fatto il miracolo. Poiché, però, il popolo credeva che un’assenza del miracolo comprometteva la prosperità della città, scoppiarono tumulti.

Alle otto di sera di quel sabato di maggio, quando una turba di gente inferocita cominciava a diventare pericolosa per l’ordine pubblico, i Francesi intimarono al santo, armi in pugno, di fare il miracolo.

Non glielo intimarono direttamente, anche perché essi, figli della Rivoluzione, dei Lumi e devoti solo alla Ragione, con i santi avevano rotto i rapporti. Si rivolsero, come si fa in diplomazia, a intermediari, agli addetti ai lavori, al prete che doveva officiare la cerimonia, concedendogli dieci minuti per fare accadere il miracolo, allo scadere dei quali sarebbe stato fucilato.

Forse non sentendosela di far fucilare il poveretto, il santo fece il miracolo.

Apriti cielo. I napoletani lo accusarono di aver fatto un endoserment agli occupanti. Accusato di collaborazionismo con il nemico, fu destituito dall’incarico di patrono, sostituito,  e una sua scultura fu gettata in mare.

Quando, poco dopo, partiti i Francesi, si presentò un’altra eruzione, i napoletani, delusi dai santi neoassunti, si pentirono, e ritenendo che solo San Gennaro, secondo tradizione, sarebbe riuscito a fermare la lava, mandarono dei sub a recuperare la statua del santo. Ma non fu trovata. Intanto la lava avanzava. In zona Cesarini venne in aiuto un’altra statua del santo, portata in processione sul ponte della Maddalena, che andò incontro alla lava a braccia spalancate.

Al fermarsi della lava, gli ingrati napoletani, pentiti come la Maddalena del ponte omonimo, reintegrarono il santo nelle sue secolari funzioni di sperimentato protettore. I Borbone fecero erigere, in ricordo dell’evento e per ringraziamento, una guglia vicino alla chiesa di Santa Maria di Portosalvo.

Chi lascia il santo vecchio per il nuovo….

(Gennaio 2021)

Miti napoletani di oggi.84

IL TURISMO

 

di Sergio Zazzera

 

Che il turismo sia una delle più redditizie risorse economiche dell’Italia intera, è un postulato che non necessita di dimostrazione; che, però, il modus in rebus di oraziana memoria debba pur sempre trovarvi applicazione, è un principio da non accantonare mai – e neppure sottovalutare –.

Fatta questa premessa, diamo uno sguardo a Napoli – che, poi, è ciò che, in questa sede, più c’interessa –.

Proprio le motivazioni economiche hanno contribuito a determinare l’accoglienza positiva del turismo, soprattutto dagli ultimi anni a questa parte, benché un’altra motivazione particolarmente incisiva sia ravvisabile nell’apporto che esso è in grado di fornire alla valorizzazione del patrimonio culturale, che per la nostra città ha una dimensione di tutto rispetto.

Però – e qui viene il mito, cioè (non dimentichiamolo mai) il falso linguaggio – la configurazione autentica della città (quella, cioè, che, applicando il pensiero di Marc Augé, la fa configurare come un “luogo”) è offerta dalla presenza dei suoi abitanti e, più particolarmente, dalla fruizione da parte loro di quel patrimonio. Il rischio, dunque, è che il turismo possa indurre i servizi in genere (beni culturali, trasporti, commercio, strutture ricettive) a indirizzarsi, per le già ricordate ragioni economiche, soprattutto verso il soddisfacimento delle esigenze del turista, a danno della popolazione residente. Per intenderci, il ritorno economico per la città resterebbe riservato a pochi, a detrimento di molti.

(Dicembre 2020)

Miti napoletani di oggi.83

IL “BASSO”

 

di Sergio Zazzera

 

Fino anche ai primi decenni del secolo scorso, nei palazzi signorili di Napoli era consuetudine che il proprietario – solitamente, un nobile – riservasse a sé e alla propria famiglia il primo piano (detto, per l’appunto, “piano nobile”), mentre i piani superiori erano dati in affitto a famiglie “borghesi” e i terranei, sia interni che esterni al cortile, a famiglie del “proletariato”. Erano, questi – e soprattutto quelli esterni – i “bassi” (‘e vasce). 

A proposito: qualcuno si è chiesto mai perché il bucato sia sciorinato ad asciugarsi davanti al vascio da coloro che vi abitano? e perché costoro usino sedervisi davanti a discorrere con i vicini, durante le calde serate estive? possibile che nessuno si sia avveduto che il “basso”, per la sua conformazione, è privo di terrazzo o anche di semplice balcone? Dunque, il suo balcone o il suo terrazzo è proprio quel tratto di strada che vi si dispiega davanti e che perciò è comunemente destinato a quegli usi. Forse, anzi, è proprio per questo che il vasciajuolo che lo abitane esce e vi rientra senza mai salutare coloro che rimangono, tanto egli è abituato a considerare la strada come la prosecuzione di quella sua (pseudo)casa. Ed è forse questa anche la ragione per la quale non di rado gli spazi antistanti all’ingresso di questi vani, benché di proprietà comunale, vengono recintati e pavimentati proprio come un balcone o un terrazzo. E qualcuno si provi a parcheggiare l’auto rasente il tratto di muro che separa due “bassi”: nessuno gli dirà nulla, se abita in uno di essi; sarà tollerato, pur con grande fastidio, se la sua casa si trova nei pressi; ma se è un estraneo, sarà una fortuna per lui essere invitato a spostarsi di là: solitamente, infatti, si attende ch’egli si allontani per tagliargli le ruote («T’è piaciuto ‘e stà’ lloco? e lloco staje buono!»): alle rampe di Monte Echia ho potuto leggere e fotografare sul muro accanto a un “basso” una significativa scritta del seguente tenore: «Non / parcheciare (sic) / pericolo di morte / pistola, / capite».


E ora viene il mito. In conformità del dettato del regolamento comunale d’igiene e di polizia sanitaria del 1889, infatti, accanto all’ingresso dei “bassi” fu apposta l’iscrizione: «Terraneo non destinabile ad abitazione». Si sa, però, come a Napoli, da una parte, ciò che si dice è cosa diversa da ciò che si fa, e dall’altra ’a nicessità rompe ‘a legge – secondo quanto recita il proverbio – e non v’è dubbio che, se non fossero spinti dalla necessità, i malcapitati abitanti di quel luogo sceglierebbero di stare di casa altrove, anziché in quei miseri tuguri, ubicati per lo più in vicoli, anche ciechi, non già perché privi di spuntatora, ma perché poco o per niente illuminati, tanto di giorno dal sole, quanto di notte dalla luce elettrica, al punto che la visibilità è nulla.

(Novembre 2020)

Il Vomero greco-romano

 

di Antonio La Gala

 

Un luogo comune che riguarda il Vomero è che la collina vomerese sia un luogo “senza storia” e che, prima dell’edificazione di fine Ottocento, “non c’era niente”.

Il Vomero, invece, fa parte di quelle antiche località periferiche, poi inglobate nella città di Napoli, che hanno vissuto, in modi diversi, la storia della città assieme a vicende di storia propria, di cui conservano, bene o male, testimonianze.

Per molti può destare sorpresa sapere che il Vomero può vantare una storia più che bimillenaria, un suo “periodo greco-romano”. Infatti è ragionevole ipotizzare che sulle colline napoletane la storia si affacci con i Greci, come per il resto della città.

Ai primi marinai greci che si addentrarono nel golfo di Napoli, il profilo delle colline appariva come un susseguirsi di pareti, molto più impervie e accidentate di quanto ci appaiano oggi, in un’alternanza di tufo giallo e di verde brullo, da cui scendevano irruenti acque piovane.

Una volta sbarcati nella nuova terra, come usavano fare quando occupavano un nuovo sito, essi dettero ai luoghi nomi che ricordavano la loro patria. La boscosa altura dei Camaldoli la dedicarono ad Hera (la dea dei boschi); l’altura di San Martino la riservarono a Zeus. Già erano interessati al Vomero, magari in un primo tempo da lontano, ma lo elessero subito come il loro nuovo Olimpo.

La Neapolis greca, pur avendo funzione di centro commerciale e di smistamento dei prodotti dell’entroterra campano, rimase entro la cerchia delle mura.

Che rapporti ebbero i Greci di Neapolis con i Greci collinari “fuori le mura”? Quando? Noi, almeno documentatamente, non sappiamo niente.

Per la scarsissima densità abitativa della collina, i greco-vomeresi non ci hanno lasciato ricordi, ma sappiamo che il Vomero, trovandosi situato fra gli insediamenti greci dell’area flegrea e la greca Neapolis, era per sua natura zona di transito fra Greci, divisi dall’altura di Posillipo, i quali attraversavano la collina lungo primitivi percorsi per via di terra, creati dal continuo calpestio, alternativi a quelli per via di mare, percorsi che i Romani in epoca imperiale unificarono e sistemarono in una solida strada, molto importante perché collegava, per via di terra, il gruppo di strade che, da Roma, si avviavano verso Napoli, facenti capo a Pozzuoli, con la città già urbanizzata, Neapolis.

Chiamarono questa strada “Via Puteolis-Neapolim per colles” (via da Pozzuoli a Napoli attraverso le colline), una comunicazione che è stata determinante per lo sviluppo insediativo del Vomero, perché ha propiziato lungo il suo percorso, nei punti in cui avvenivano scambi oppure i viandanti si fermavano, la nascita di aggregati abitativi (esempio: Antignano), che costituiranno il tessuto storico del quartiere collinare: la matrice degli insediamenti della collina. 

 I Romani, subentrati ai Greci nel 326 a.C., chiamarono la collina vomerese Paturcium, nome che, secondo Ovidio, deriva da Patulcius, un soprannome del dio Giano: fatto scendere dal Vomero Giove, vi fecero salire Giano.

In questa nuova realtà in cui Neapolis entrava in rapporto più stretto con i suoi dintorni, la collina vomerese, per la sua posizione rispetto alla città, si trovava a svolgere una doppia funzione: ancora quella di zona di collegamento con l’area flegrea e inoltre quella di area di apertura verso le campagne a nord della città.

Come si presentava la collina in periodo romano?

Nella campagna al di fuori del centro abitato, cioè nell’ager prossimo alla città (quindi anche sulle colline), dove la popolazione viveva di agricoltura, limitata alle esigenze dell’autoconsumo (orti, colture di cereali, vite), i Romani stabilirono i Praedia, case suburbane che combinavano abitazione di campagna e fattoria, entità autosufficienti, più vicine alle masserie che a ville.

Il Vomero era un sito panoramico, come Posillipo, ma non vi abbiamo rinvenuto tracce o notizie documentate di sontuose ville come quelle di Posillipo.

Nei secoli di presenza romana l’atmosfera generale della collina e la vita quotidiana dei suoi abitanti non doveva essere molto diversa da quella contadina. L’alimentazione era quella del proprio orto, che forse offriva ai contadini qualcosa in più del pasto abituale dei poveri che vivevano nella città, per i quali consisteva in una brodaglia di cereali, conditi con aglio e cipolla.

Per la scarsissima densità abitativa anche il vomereseromano” non ci racconta molto di sé, se non qualche traccia lungo la via per colles.

In definitiva Greci e Romani, comunque, ci hanno lasciato quanto basta per contraddire il luogo comune che il Vomero è un luogo “senza storia”.

(Ottobre 2020)

Miti napoletani di oggi.82

I LUOGHI COMUNI

 

di Sergio Zazzera

 

Male intendendo il significato della locuzione, nel cortile di un condominio, nei pressi di Port’Alba, alcuni anni fa fu collocato un cartello con la scritta: «è vietata la sosta nei luoghi comuni».

In realtà, il luogo comune, oltre che il tópos aristotelico, è anche una frase fissatasi in una determinata forma e, quindi, ripetuta meccanicamente e banalizzata, il che val quanto dire uno stereotipo, una frase fatta. Come tale, perciò, esso è sintomo di non veridicità e, dunque, è ascrivibile a pieno titolo alla categoria del mito: del resto, non a caso, qualche autore (come Pietro Janni, Miti e falsi miti. Luoghi comuni, leggende, errori sui Greci e sui Romani, Bari 2004; Alessandro Raggi, Il mito dell’anoressia. Archetipi e luoghi comuni delle patologie del nuovo millennio, Milano 2014), dopo avere titolato il proprio saggio in termini di “mito”, lo sottotitola in termini di “luoghi comuni”.

In passato, mentre Mark Twain proclamava la propria avversione nei confronti di questi ultimi, c’è stato chi (come Orlando Pescetti, Proverbi italiani, raccolti, e ridotti sotto a certi capi, e luoghi comuni per ordine d’alfabeto, Verona 1603, e Gustave Flaubert, Dictionnaire des idées reçues, Paris 1913) ne ha tentata una qualche catalogazione, il che mi sollecita a individuarne almeno alcuni di quelli napoletani, tuttora in voga.

‘O paese d’’o sole: così si esprimeva Libero Bovio, nei versi della canzone musicata da Vincenzo D’Annibale. Ebbene, si dia, di tanto in tanto, un’occhiata alle previsioni del tempo; e, soprattutto, al risveglio mattutino si lanci uno sguardo al di fuori della finestra. E non soltanto d’inverno.

Hadda passà’ ‘a nuttata: è la battuta conclusiva della eduardiana Napoli milionaria. Correva l’anno 1945; dunque, ne sono trascorsi ben settantacinque. Ma questa nuttata quando vuole passare?

Vide Napule e po’ muore: oggi – e già da qualche tempo –, vuoi per cause naturali (leggi, per tutte: inquinamento), vuoi per cause umane (leggi: criminalità organizzata), c’è il rischio che il momento della visione e quello della dipartita possano coincidere o, magari, che il secondo possa addirittura prevenire – e, quindi, vanificare – il primo.

Sole, pizza e amore: così cantavano il Quartetto Cetra e Aurelio Fierro nel 1964. Ora, quanto al primo, si ribadisce il concetto più sopra espresso; quanto alla seconda, Napoli è piena di pizzerie, ma quelle realmente di qualità non abbondano affatto; quanto al terzo, infine, già nel 1955 Nino Taranto cantava ‘A bonanema ‘e ll’ammore (e figuriamoci oggi).


Ma che bellu ccafè: sul’a Napule ‘o ssanno fa’: così cantava già Domenico Modugno nel 1958 e così ha parafrasato Fabrizio de André nel 1990. Anche qui, però, vale quanto si è detto a proposito della pizza; e, poi, anche a Venezia, qualche decennio fa, Zanin, quando apriva le sue porte in Campo San Luca, sapeva ben reggere la concorrenza.

Potrei andare anche oltre, ma, memore del fatto che nei luoghi comuni la sosta è vietata, mi affretto ad allontanarmene.

(Ottobre 2020)

Miti napoletani contemporanei.81

LETTERE AL DIRETTORE

 

di Sergio Zazzera

 

Una rubrica di “Lettere al direttore” è presente in ogni quotidiano e/o periodico che si rispetti, non soltanto a Napoli; qui, però, essa assume un carattere mitico, che mi sembra assente altrove.

Aprite qualsiasi giornale napoletano: vi troverete lettere concluse sempre dalle stesse firme, il cui contenuto, per di più, non sempre trova una giustificazione. Ci si lamenta di tutto e di tutti; si raccontano episodi che si stenta a credere realmente accaduti; si plaude a comportamenti tenuti da persone che, forse, non conoscono neanche sé stesse. Sembra quasi di leggere quei messaggi di Whatsapp, dei quali tanti nostri amici c’inondano di primo mattino, soltanto per augurarci il buongiorno (e fin qui non possiamo che ringraziarli) o per raccontarci la solita barzelletta antica e stupida (dal che sarebbe meglio che si astenessero).

In buona sostanza, ci si trova di fronte a un rito, con la sua connotazione d’inutilità, che l’antropologia gli attribuisce; e si sa come la reiterazione del rito sia produttiva del mito.

Un sospetto mi sorge: che non siano proprio i direttori, che, per riempire in qualche modo gli spazi destinati alla posta, sollecitano i loro amici – sempre gli stessi – a scrivere loro qualcosa, purché scrivano?

(Agosto 2020)

La chiesa della Cesarea

 

di Antonio La Gala

 

“La Cesareaè il primo tratto di via Salvator Rosa che sale verso il Vomero dopo piazza Mazzini (il personaggio del monumento che s’incontra nella piazza non è Mazzini ma Matteo Renato Imbriani), tratto comunemente così chiamato in ricordo di un potente notabile del Seicento della zona, Annibale Cesareo, che nel 1602 fondò la Chiesa di Santa Maria della Pazienza, detta comunemente Chiesa della Cesarea,che troviamo poco dopo la piazza, salendo, sulla sinistra, facente parte di un complesso che comprendeva anche un ospedale.

Lungo la Cesarea, nello spazio di poche centinaia di metri, nel Seicento, oltre detta chiesa, si addensarono altre fabbriche religiose, fra cui evidenziamo la Chiesa della Trinità alla Cesarea e il Convento di San Francesco di Sales.  

La Chiesa di Santa Maria della Pazienza è così denominata per la presenza nell’area presbiterale di una tavola ad olio di ignoto manierista, che ritrae per l’appunto la Madonna della Pazienza. 

Fu fondata da quell’Annibale Cesareo che a cavallo fra Cinque e Seicento a Napoli andava fondando chiese un pò dappertutto. Il Cesareo la finanziò nel 1601, dopo aver abbandonato il finanziamento del convento e chiesa di Santa Maria della Libera, per disaccordi con i religiosi di quel convento.

Per la chiesa della Cesarea, oltre a una forte somma, il Cesareo mise a disposizione un suolo di sua proprietà, posto tra l’allora nuova strada dell’Infrascata (oggi via Salvator Rosa), e un’antica mulattiera, per realizzare un Istituto per la cura spirituale delle anime (la chiesa) e per quella del corpo di infermi (l’annesso ospedale).

La posa della prima pietra di chiesa e ospedale avvenne nel 1602, con lavori inizialmente affidati a Domenico Fontana, che però poco dopo (nel 1607), morì.

La costruzione del tempio terminò attorno al 1636 ed esiste documentazione di numerosi e significativi interventi successivi, protrattisi anche nel Settecento, secolo a cui risalgono molte delle tele di argomento sacro che si trovano all’interno del tempio.

Inizialmente, per interessamento del potente Cesareo, il complesso chiesa-ospedale

godette di una larga autonomia rispetto alle autorità clericali e civili della città, fino a che, in occasione degli espropri del primo Ottocento, l’ospedale fu annesso al Reale Albergo dei Poveri, e la chiesa, nel 1876, entrò anch’essa sotto la giurisdizione dell’Arcivescovo di Napoli, ed eretta a parrocchia nel 1933.

Il Cesareo fondò questa chiesa con l’intesa di trovarvi una importante sepoltura, cosa che non aveva ottenuto dai domenicani di Santa Maria della Libera.

E in effetti qui ha trovato sepoltura in un bel monumento scolpito dal noto scultore Michelangelo Naccherino, visibile in vicinanza dell’altare maggiore, a sinistra.    

 

All’esterno la chiesa presenta un’impronta tardorinascimentale, chiusa da un frontone triangolare e affiancata da un campanile e con una incavatura posta sopra il portale dove c’è una statua della Vergine con Bambino, datata 1638.

L’interno è a navata unica con cappelle laterali molto profonde, e vi sono esposte, diffuse in vari punti della chiesa, numerose tele di soggetti sacri, opere di buoni artisti, fra cui Giovani Battista Lama, il maggior autore presente nel tempio, e Lorenzo De Caro.

Questa chiesa ha ospitato anche Padre Pio. Infatti il santo frequentò questa chiesa, celebrando anche Messa, dal 5 settembre al 6 ottobre 1917, quando era assegnato come militare alla decima Compagnia di Sanità, allora accasermata nell’ex convento di San Francesco di Sales.

Dai brevi cenni qui esposti emerge che la Cesarea è un luogo che, passandovi, meriterebbe maggiore attenzione per le sue testimonianze storiche e artistiche, attenzione che, è comune esperienza, invece viene necessariamente rivolta a superare le costanti difficili situazioni del traffico veicolare. 

(Agosto 2020)

Miti napoletani di oggi.80

PIAZZALE TECCHIO

 

di Sergio Zazzera

 

Dopo via Cimarosa, tocca ora a piazzale Tecchio la sorte della pretesa (mitica, naturalmente) d’immutabilità della toponomastica. La proposta del sindaco di Napoli (una volta tanto!) di reintitolare il piazzale a Giorgio Ascarelli ha incontrato l’opposizione di un vasto movimento di opinione, che va da un comitato di residenti di Fuorigrotta fino all’autorevole Società napoletana di storia patria; opposizione motivata, in via principale, col disagio che ne deriverebbe agli abitanti, perfino all’atto della ricezione della corrispondenza (sic). Poi, la soluzione individuata sarebbe quella di battezzare piazza Ascarelli lo spazio antistante lo stadio, lasciando la denominazione di piazzale Tecchio a tutta la parte residua; soluzione, questa, che mi sembra assolutamente insoddisfacente e mi spiego.

Giorgio Ascarelli (nella foto), giovane imprenditore napoletano di etnia (per favore, non dite “razza”) ebraica, morto ad appena 36 anni, è stato il fondatore della s.s.c. Napoli (sì, quella che quest’anno ha vinto la Coppa Italia); a lui fu intitolato lo stadio che sorgeva a Ponticelli e che le limitate dimensioni, durante il secolo scorso, fecero dismettere, così che il ricordo di lui rimane affidato, se non altro, soltanto alla sua tomba, nel Cimitero israelitico. A sua volta, Vincenzo Tecchio, avvocato e parlamentare della famigerata “era fascista”, è stato il fondatore della Mostra d’Oltremare, che apre i cancelli proprio sul piazzale che, perciò, fu a lui dedicato. Due figure, dunque, che si collocano, rispettivamente, dalla parte dei perseguitati e da quella dei persecutori.

Ciò non avrebbe potuto giustificare, però, a mio avviso, la pretesa né della conservazione del toponimo, né della sua sostituzione: da una parte, infatti, la storia esige che sia conservata la memoria sia del “bene”, che del “male” (semplifico, giusto per richiamare le due categorie proprie del manicheismo); dall’altra, non è giusto che la memoria del fondatore della squadra – che gioca i suoi incontri proprio su quel piazzale – cada nel dimenticatoio o, alla peggio, si radichi altrove. In entrambi i casi, infatti, daremmo vita a un mito.

La soluzione che avrei proposto io sarebbe la seguente. È un dato di fatto che il piazzale Tecchio contende a piazza Garibaldi e a piazza Municipio il primato dell’ampiezza a Napoli, estendendosi dalla stazione F.S. di Fuorigrotta fino allo Stadio San Paolo. Ed è un altro dato di fatto che esso ospita, da una parte, la “creatura” di Tecchio e, dall’altra, l’attuale “casa” della “creatura” di Ascarelli. Per di più, l’irregolarità della sua forma è tale che, tracciando un ideale segmento di retta dallo spigolo meridionale della stazione fino all’edificio del C.N.R. contiguo allo stadio, si viene a individuare uno spazio, antistante alla Mostra d’Oltremare, che potrebbe continuare a essere intitolato a Tecchio, mentre tutto il residuo potrebbe essere ribattezzato piazza Giorgio Ascarelli. Se si riflette, anzi, sulla prima di tali aree insistono soltanto i cancelli della Mostra e l’albergo/ex-Palazzo dei congressi, con il che non si determinerebbe neppure il ventilato disorientamento degli abitanti e dei portalettere, poiché non sarebbe necessario modificare la numerazione civica. Sono sicuro che, per tal modo, si darebbe maggiore evidenza a un esponente di punta della categoria dei perseguitati dal regime, piuttosto che a un amico dei loro persecutori.

(Luglio 2020)

L’abbandono dei Vergini

 

di Antonio La Gala

 

I quartieri napoletani compresi fra via Foria e le alture di Capodimonte sono nati come borghi abusivi fuori le mura della città, quando, soprattutto in epoca vicereale, l’abnorme crescita della popolazione si riversò fuori la città murata, nonostante che le numerose, severe e reiterate “prammatiche” spagnole, lo vietassero.

Quest’area era già stata zona di espansione della città, a partire dall’epoca greco-romana, ma nel ruolo di necropoli esterna alla città, come testimoniano le catacombe e le sepolture che vi sono sorte (le catacombe di San Gennaro, di San Gaudioso alla Sanità, di San Severo, le Fontanelle, ecc.).

In epoca vicereale, lungo i percorsi che in quest’area (la valle dei Vergini e contigua valle della Sanità), congiungevano la città murata ai luoghi di sepoltura, iniziarono a insediarsi abitazioni abusive, alcuni complessi conventuali e, successivamente, specialmente nel Settecento, residenze aristocratiche.

Sono gli insediamenti che oggi troviamo lungo il percorso che da Porta San Gennaro, scavalcata via Foria, dopo essersi diramato in due brevi strade, si riunifica e sfocia nel largo dei Vergini, dopo il quale, il percorso si dirama ancora in due vie: via Arena alla Sanità e via Cristallini.

In questo articolo osserviamo più da vicino ciò che troviamo attorno a questo “largo”, cioè il cosiddetto “borgo dei Vergini”.

L’antichità di presenze nel borgo è testimoniata dal rinvenimento, nell’area fra via dei Vergini, vico Tretta, i Cristallini e Santa Maria Antesecula, ad una decina di metri di profondità, di ipogei funerari di età ellenistica, sotto forma di camere scavate nel tufo, talvolta con pareti decorate da bassorilievi o affreschi.

In effetti in quell’area, prima della nascita del borgo, si erano sviluppati vasti nuclei cimiteriali di tombe gentilizie, allineate lungo i percorsi di collegamento con la parte della città interna alle mura, tombe spesso scavate nelle pareti tufacee scoscese in cui  questi percorsi correvano, cioè avevano l’ingresso  al livello del terreno di allora.

Nei secoli successivi, l’accumularsi di detriti trasportati dalle numerose e disastrose alluvioni (le cosiddette “lavedei Vergini”), è andato coprendo il fondo dei percorsi e le tombe che vi si aprivano, affondandone l’ingresso, trasformandole in tombe ipogee. Alcune di esse sono state scoperte, recentemente, per caso, durante qualche scavo sotto alcuni fabbricati; altre sono rimaste inesplorate (e lo rimarranno per sempre), sotto altri fabbricati.

La denominazione del luogo, “I Vergini”, deriva dal fatto che fra i nuclei sepolcrali di età classica, vi era nell’area detta poi dei Vergini, quello della fratria degli Eunostidi, adoratori di Eunosto, nume del misogenismo, i quali pare facessero voto di castità, dando così la denominazione al luogo, tant’è che la denominazione declina Vergini al maschile: “I Vergini”.

In età cristiana il sorgere di catacombe e connesse basiliche, conferirono all’area un carattere sacrale, che favorì il sorgere di complessi conventuali e assistenziali, motivo per cui, nello spazio di poche decine di metri, nel borgo dei Vergini troviamo ben quattro chiese: la chiesa di Santa Maria della Misericordia o Misericordiella ai Vergini, già esistente nel Cinquecento; la quasi contigua chiesa di Santa Maria Succurre Miseris, sorta nel Trecento; la chiesa di Santa Maria dei Vergini, le cui origini risalgono al 1326, e la vicina chiesa della Missione dei Padri di San Vincenzo dei Paoli dove incontriamo Luigi Vanvitelli, qui chiamato ad ampliare, dal 1756 al 1764, il complesso esistente, sistemando fabbriche già costruite da altri nei decenni precedenti.

Nel primo Settecento, nella fioritura dell’ultima fase del barocco, il rococò, Ferdinando Sanfelice, il più grande architetto napoletano di quello stile, fra il 1723 e 1726 impreziosì il borgo dei Vergini con due delle sue più riuscite creazioni: il palazzo dello Spagnuolo, in via dei Vergini e palazzo Sanfelice, in via Arena della Sanità. 

Tenendo conto di quanto fin qui esposto, possiamo ben dire che il borgo dei Vergini, con le sue memorie di età classica, i suoi conventi, le sue chiese, i suoi palazzi aristocratici, costituisce un luogo particolarmente ricco di storia; racchiude un patrimonio storico, artistico, culturale, il quale meriterebbe ben altra visibilità, promozione e conservazione di quelle che la città gli ha sempre riservate e che gli riserva tuttora. Cioè nessuna, ma abbandono e offese collettive quotidiane.

Non per ripetere uno dei luoghi comuni che riguardano non laudativamente la nostra città (che gli ipercampanilisti esorcizzano come malevoli pregiudizi), si potrebbe ben dire: “se questo patrimonio stesse a un’altra parte…”.

La figura che accompagna questo articolo mostra la facciata di Santa Maria dei Vergini.

(Luglio 2020)

 

 

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