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SEGNALIBRO

a cura di Marisa Pumpo Pica

 

Napoli 3,0

Sguardi sulla città

di Mariacarla Rubinacci

Biblioteca dei Leoni, Castelvetrano Veneto, Treviso

 

Storie di donne - Storia di Napoli in questo piccolo libro di Mariacarla Rubinacci, semplice delicato ed accattivante anche nella sua veste tipografica, nella collana diretta da Paolo Ruffilli, poeta di forte spessore, del quale ho avuto modo, in passato, nel 2008, di presentare un libro di poesie, molto bello, “Le stanze del cielo”.

Storie di donne - Storia o anche Storie di Napoli, si diceva in apertura. Un intreccio magico perchè la magia della scrittura della Rubinacci fonde luoghi, storie e personaggi in un unico medaglione, che ben può definirsi romanzo,  anche se le storie, sono tre.

Tre donne, tre volti sulla scena, accanto a Napoli, vista come Sirena ammaliante, distesa ai piedi del “dominator Vesevo”, ma còlta anche nella pregnanza significativa del dedalo delle sue viuzze, dei vicoli e vicoletti, che rendono colorato il suo vissuto, dalle tinte più varie. Quella Napoli che, come scrive la nostra Mariacarla, “è un gioco d’azzardo, si vince e si perde, è un groviglio di contraddizioni, accoglie chi approda alle sue rive, ma delude anche, inducendo ad andarsene, quella Napoli sincera e schietta, verace come le sue vongole, tentacolare come i suoi polpi, monumentale come i suoi tesori” E infatti, in questo libro, in particolare nel secondo racconto, attraverso gli occhi della turista, Napoli è vista ancora nel fascino delle sue tradizioni e dei suoi beni culturali, in primis quelli delle “chiese dimenticate”, di cui si pongono in luce i tesori architettonici, accanto a sculture e dipinti, che fanno il vanto della città.

Lei, milanese, parla di Napoli e lo fa con accurata documentazione. Lei, milanese, parla di donne e lo fa col cuore. Donne senza frontiere, è il caso di dire. Di Napoli, dell’Irlanda, dello Sri Lanka.

Ed ecco emergere, da queste pagine, Assuntina la classica napoletana, descritta al di fuori e al di là di ogni stereotipo. Ha intrecciato i suoi sogni da adolescente con un progetto d’amore, cresciuto, come lei, troppo in fretta, per cui ha mandato all’aria i libri e lo studio e ha dovuto sposare “subbito subbito” il suo Peppino. E tuttavia, nonostante problemi e preoccupazioni, non ha rinunziato alla ricerca della felicità. È lì, seduta davanti casa, davanti al suo basso, ‘o vascio’, di cui sembra andar fiera, come va fiera della sua incipiente maternità. La pagina ci induce ad una breve riflessione sulla donna napoletana, che è e si sente essenzialmente mamma, soprattutto mamma, prima e più che compagna o moglie. E Assuntina, la giovanissima donna dai capelli corvini, lo dimostra già in quel suo accarezzarsi mollemente la pancia, che va ingrossandosi. In tale gesto, Mariacarla ha colto e sottolineato, con pochi tocchi, l’essenzialità di questa scelta di vita.

Tre donne, si diceva. Assuntina, Anya, Sherin. Tre sguardi sulla città, sguardi che partono da vissuti diversi, da angolazioni diverse, da luoghi diversi. Da Napoli, da Dublino, dallo Sri Lanka.

Da un racconto all’altro, una storia si chiude ed un’altra ha inizio, fino a rappresentare, nella circolarità della narrazione, la trama di un romanzo. Infatti il racconto su Assuntina si chiude con il luccichio di un flash. È il flash della macchina fotografica di Anya, la turista irlandese dalla chioma ramata, che ruba immagini della città. Il suo non è lo sguardo distratto del turista frettoloso. È uno sguardo critico dinanzi all’abbandono e al degrado in cui vengono lasciate le chiese sconsacrate e dimenticate, tesori inestimabili della città. Ma è anche uno sguardo commosso. “ Non sono qui per puntare il dito” dirà a Roberta, che l’accompagna nella visita dei luoghi caratteristici e dei beni architettonici di Napoli. Le immagini della sua macchina fotografica saranno un doino d’amore alla città.

Dopo Assuntina ed Anya, ecco Sherin, la rifugiata politica, che ha ancora negli occhi il bagno di sangue, prodotto dallo scontro tra il popolo srilankese e le organizzazioni terroristiche dei separatisti delle Tigri Tamil. Dolente, si allontana dallo Sri Lanka, la sua isola a forma di lacrima, temendo di doverne versare ancora altre di lacrime, ma sperando anche che ciò non accada a Napoli, città dell’accoglienza. È giunta qui con il marito, il suo Roshan, che la cinge protettivo, e con la figlioletta di appena tre anni, la piccola Shenaly, di cui si prepara a celebrare il battesimo. Tutto il vicolo si stringe intorno a loro, tra applausi, addobbi e musica:

“ suoni di melodie etniche si confondono con le parole di una canzone napoletana”, un mix sorprendente di affetto e solidarietà in una città dove Sherin sente di aver trovato la sua seconda patria. “Il vicolo è la loro casa, la città è la nuova patria”, annota l’autrice, e più avanti scriverà: “L’aria odora di mondo, colorato, variegato, nostalgico, poetico”.

In quest’ultimo racconto, Mariacarla mette il dito nella piaga, affrontando il tema difficile, doloroso e controverso degli immigrati e dei rifugiati politici. Nella storia di Sherin si celebra il rito dell’accoglienza, rito che, noi lo sappiamo bene, in alcuni casi, per la diversità delle persone, delle concezioni politiche e dei paesi, in molti casi diventa mito, utopia, perché difficile da realizzarsi. E qui, in questo racconto, Napoli fa da cerniera. Si pone, con la sua orgogliosa fierezza, con la millenaria civiltà del suo pensiero liberale, al centro del dibattito pro o contro l’immigrazione, rivendicando la sua secolare cultura della solidarietà e dell’accoglienza. Cultura della solidarietà e dell’accoglienza che appare evidente, nell’immagine del vicolo, che si stringe tutto intorno a questa giovane famiglia, per far festa e offrire doni alla piccola Shenaly. Il nodo del dibattito si scioglie in questo cerchio di umanità, nel calore di una terra amica, che racchiude insieme, in un vincolo di solidarietà, l’abitante del vicolo e l’extracomunitario.

Si è più volte detto che una canzone, uno spettacolo, uno scritto possono valere più di una guerra o di un trattato. Questo piccolo libro è un trattato di pace e di solidarietà fra Napoletani ed extracomunitari. E va ben oltre le tante parole che astrattamente si potrebbero pronunciare a favore degli stranieri che ospitiamo e delle forme di integrazione che andrebbero messe in campo in modo semplice e naturale, senza disposizioni di leggi o cavilli giudiziari.

Ma Mariacarla, “extracomunitaria milanese”, trapiantata a Napoli da molti anni per amore, come si è sentita nella nostra città? La risposta è una sola: ha preso carta, impugnato la penna a difesa di una città, che ormai sente anche sua, una città spesso non compresa o criticata al nord.

E sono nate queste bellissime storie di donne.

Mariacarla, dunque? Mariacarla è cittadina del mondo. È contemporaneamente Assuntina. Anya, Sherin.

Di Assuntina prende a prestito l’amore sanguigno, viscerale per la città, le sue passioni, i suoi sogni, le sue emozioni.

Di Anya, la turista irlandese, la curiosità, che la porta ad esplorare i suoi luoghi più caratteristici, le sue bellezze artistiche, come innanzi si diceva.

Di Sherin, l’amore dolente per questa sua seconda patria che, materna, le tende le braccia.

Tre donne. Tre storie. Tre sguardi.

Quello di Assuntina è lo sguardo fiducioso verso l’alto, verso quella “vrenzola” di sole, che illumina vicoli e vicoletti, ad indicare l’esigenza del riscatto sociale, fuori di ogni atavica, supina e statica rassegnazione.

Quello di Anya è lo sguardo commosso di chi sa che il degrado del patrimonio artistico avrà il suo momento di riscossa, che non potrà mancare.

Quello di Sherin è lo sguardo della sofferenza, sua personale e quella del suo paese, da cui ha dovuto fuggire per mettersi in salvo e cercare il lavoro e l’alba di una nuova vita. Sherin sa che Napoli, città dell’accoglienza, non potrà negare anche a lei questo dono.

Storie diverse, radici diverse, donne diverse, ma con un solo sguardo che le accomuna: lo sguardo della speranza, che illumina le pagine di questo libro.

Il libro di Mariacarla Rubinacci è stato da noi presentato tempo addietro ma, per una défaillance della memoria, non recensito in questa nostra rubrica. Lo facciamo soltanto ora, scusandoci  con l’autrice per il ritardo nella pubblicazione. (Marisa Pumpo Pica)  

(Gennaio 2018)

SEGNALBRO

 

a cura di Marisa Pumpo Pica

 


Frammenti di vita, di Salvatore Bova, Cosmopolis Edizioni Napoli

La lunga consuetudine con la produzione poetica di Salvatore Bova ci induce a rinviare il lettore alle nostre varie presentazioni, prefazioni e recensioni, in occasione della pubblicazione dei suoi scritti precedenti.

Qui, soltanto alcune veloci osservazioni, per sottolineare l’ampiezza di un percorso, che ha portato il poeta ad approfondire ed arricchire le proprie riflessioni sulla vita, per giungere ad una poesia pensosa e, talvolta, sofferta. Un versante ripido, tutto in salita, lungo il quale l’autore guarda da ogni parte, in lungo, in largo, in alto, in basso, fino a scendere negli abissi di un mondo malato, in cui sembrano dominare, incontrastate, la malvagità, la corruzione, le miserie degli uomini. Dinanzi a siffatto scenario, non resta che volgere lo sguardo in alto, verso quel cielo, al quale tutti tendiamo con trepidazione e forse anche con consapevole angoscia.

Un velo sembra calare su queste nuove poesie di Salvatore Bova.

È la malinconia dei ricordi giovanili? 

È la tristezza per la fugacità del tempo, che scorre via, veloce ed ingrato?

È il rimpianto di amori lontani, ormai scomparsi all’orizzonte, sognati e non più gioiosamente vissuti, specchio di un passato, che si allontana inesorabilmente dalla cruda realtà di ogni giorno?

Sì, è tutto questo certamente, ma anche qualcosa di più, come innanzi accennavamo. In questa sua nuova silloge, infatti, appare costante, quasi martellante, la messa in evidenza della malvagità dell’uomo, dell’innocenza sfruttata, dell’infanzia tradita, della prevaricazione del più forte sul più debole ed indifeso.

Sui nostri mali l’autore si sofferma spesso, come uomo e come poeta, qui, come in altre precedenti pubblicazioni. Le tematiche sociali e quelle che ruotano intorno all’amore, alla solidarietà, all’amicizia, sono espresse in forma accorata e contrastante. Alle liriche dolci, soffuse d’amore, dal ritmo cadenzato e musicale, si alternano poesie dai toni forti, e talvolta crudi, che sembrano cadere come tuoni dall’alto su un’umanità che, nella corruzione e nel male, ha smarrito se stessa e la propria identità.

La condanna si fa aspra e violenta, nella difesa dei diseredati e degli oppressi. Una condanna che non risparmia nessuno, che ci impone di non dimenticare le nostre responsabilità di esseri umani, destinati a non perderci fra le brutture di questo mondo, quanto piuttosto a tendere gli occhi in alto, verso la patria celeste, di cui dobbiamo renderci meritevoli, sfuggendo alle insidie del male. Una condanna, un monito, un insegnamento in una poesia che vuole essere messaggio, ma non messaggio precostituito, artificioso ed astratto, quale mai deve essere  il fine della vera poesia, bensì  messaggio del cuore. Di un uomo all’altro uomo, perché ciascuno sappia ascoltare, intendere e  condividere.

L’esperienza religiosa, sorretta da una fede viva, profondamente sentita, si traduce in quella forza poetica, che, come abbiamo già evidenziato altrove, è animata dall’ansia del riscatto. E il riscatto non può venire che dalla fede nel divino. È solo questa fede, infatti, che può spingerci sul terreno fertile dell’azione, trasformandosi, in impegno sociale ed umano, consentendoci di farci superare ansie, dolori e senso di solitudine, per avvicinarci gli uni agli altri e meritare, in tal modo, l’amore e il sostegno del Padre celeste.

Anche in questa nuovo libro, il mondo, con i suoi splendidi scenari naturali, viene cantato con versi suggestivi, quasi a volere invitare tutti gli uomini a cogliere l’orma del divino nella natura, ritrovando in essa, nell’albero maestoso che svetta al cielo, come nell’esile filo d’erba, appena emergente dal prato - entrambi da amare e rispettare - le radici della solidarietà, che sola ci permette di superare dolori ed angosce, così frequenti nella nostra vita. Dalla natura all’uomo, attraverso l’orma del divino, il passo è breve per riscoprire quella forza del cuore, che può condurci verso il superamento del dolore, ma anche del male, delle ingiustizie, dell’odio.

In tale ottica, siamo lieti di consegnare questo libro alle stampe e all’attenzione dei  lettori.

(dalla Nota dell’editore Marisa Pumpo Pica)

(Febbraio 2017)

SEGNALIBRO

 

a cura di Marisa Pumpo Pica

 


Fiori del mio campo, di Giovanni Baiano, Cosmopolis Edizioni Napoli

 

Uomo d’altri tempi, Giovanni Baiano.

Affabile, riservato, tutto cuore e sentimento, ma anche razionale e rigoroso. Il rigore, esercitato per anni, nel lungo percorso della carriera militare, giunta all’apice, ha improntato tutta la sua vita e caratterizzato i rapporti con gli altri. Animato da viva cordialità e sensibilità nei confronti di tutti, è disponibile e generoso con gli amici.

Fiero delle sue origini contadine, mai rinnegate, ha tratto da esse quell’attaccamento alla terra tutta, e non soltanto alla sua, quella difesa ad oltranza del mondo vergine della natura, presente in ogni suo scritto, in prosa ed in poesia, in cui si è  sempre coraggiosamente battuto per un mondo -  in tutti i sensi - più sano.

Ma c’è un cuore che pulsa e batte forte, sotto la rude scorza dell’uomo, nato e cresciuto in campagna, a diretto contatto con alberi, rovi ed uccelli, e poi volato via per migrare, come rondine ( o aquila?), verso cieli lontani, portando nel becco i fiori della sua vallata, che ora ci vengono restituiti come “Fiori del mio campo.”

C’è un amore forte, sentito, per questi luoghi a lui cari, non ci stancheremo mai di ripeterlo, un amore viscerale, che sostanzia la sua poesia e che le brume del Nord, dove lo ha portato ad approdare la vita, non sono riuscite a soffocare. Questo amore riemerge ad ogni verso, specie là dove centrale  è la sua terra, quella terra che sembra non essere più la verde collina dell’infanzia, ma il centro del mondo. E queste  valli prosperose, centro del mondo e centro del suo mondo, occupano anche una posizione di primo piano nel  suo cuore e nella sua poesia. 

E accade, allora, che il ritorno alla masseria delle Cesinelle sembra configurarsi, a volte, come il ritorno di coloro che “han  bevuto profondamente ai fonti / alpestri chè sapor d’acqua natia rimanga nei cuori esuli a conforto / che lungo illuda la lor sete in via. / Rinnovato hanno verga d’avellano” Sì, anche Giovanni Baiano ha rinnovato la sua verga. Giorno dopo giorno la sua poesia muta e si ravviva di luce sempre nuova, nel variare di rime e di libri, fin qui già tanti.

Il riferimento ai poeti del passato e alle loro immagini è appena sorto spontaneo in noi, come sorge sicuramente spontaneo in chi legge il poeta Baiano

Ad un orecchio attento, infatti,  è possibile cogliere nei suoi versi l’eco lontana di tutta la tradizione classica. E tradizionale e classica, nei ritmi e nelle forme, appare la sua poesia.

La masseria delle Cesinelle, le piante secolari, i ciliegeti, le  distese di verde tra spine e rovi, gli splendidi fiori  multicolori, sembrano palpitare nelle sue rime, dando ad esse colore, calore e vita.

Animano la sua poesia la casa, i luoghi d’infanzia e taluni personaggi, indimenticabili nella loro narrazione poetica, come quella ’Ngiulinella, un concentrato di sofferenza e di sventura, che fa battere forte il nostro cuore, stringendolo in una morsa di angoscia.

Gli amori lontani che, fin dall’infanzia, hanno segnato il suo anmo, (’o primm’ammore, ’ a ’nnammuratella mia,  ’o primmo vaso) sono ricordati con viva e sentita partecipazione.

E le donne, quale posto occupano le donne nel cuore di un uomo come Giovanni Baiano, sempre galante e gentiluomo, sempre oltremodo sensibile al fascino femminile?

Anch’esse al centro del suo cuore e del suo canto, quando, fin dall ’infanzia, come attesta una sua poesia, questo cuore ha avvertito i primi palpiti d’amore. 

Le sue liriche, infatti, cantano l’amore, l’amore sognato, perduto, rimpianto, che tutto coinvolge.

I sentimenti che  ne derivano sono ricercati, ripensati e rivissuti con delicata, commossa rievocazione, nella ricca gamma di tematiche intimistiche.

Accanto ad esse trovano posto altre problematiche, come quelle “ribellioni sociali”, che conferiscono ai suoi scritti un’impronta forte e rilevante, del tutto particolare.

Al termine della lettura delle liriche e dei libri di Giovanni Baiano, ci siamo chiesti: Che cosa è mai la poesia? Moto del cuore? Bisogno di comunicare? Desiderio di colmare un vuoto? Di vincere la solitudine? Tanti e tanti altri interrogativi come questi ci possiamo porre quando leggiamo un libro di poesie e potremmo tentare tante.e tante altre risposte,

Nel caso di Giovanni Baiano la poesia è tutto questo, insieme: un mix sorprendente di cuore ed immaginazione, ma anche di ragione e ricerca dell’altro.

Il pensiero, come il cuore e l’immaginazione, vaga, infatti, qua e là, tra emozioni, ricordi, rimpianti e sembra trovar quiete e placarsi nell’espressione lirica, anche là dove essa si fa eco di tutti gli affanni di un’esistenza intensa, in cui il dolore non manca, anzi rende, talora, sofferta la sua poesia. La solitudine, le pene, il fardello degli anni gravano sul verso, rendendolo interprete di ogni nostro sentire e, soprattutto, dell’umana sofferenza. Eppure, anche allora la poesia lancia una corda di salvataggio al suo autore e lo incita a non arrendersi  al peso degli anni e di una vita intensamente vissuta (come recita una sua lirica). Lo invita ad una presa di coscienza di tutto questo per una meditazione accorata su quei valori che, soli, possono salvare l’uomo e dare un senso alla sua esistenza. Valori, cone l’amore, l’amicizia, gli affetti familiari, la difesa della natura, non possono essere ignorati e, dunque, vanno celebrati con pienezza di sentimento e grande consapevolezza.

Al riguardo, ci sia consentito rivolgere, da queste pagine, un encomio solenne ad un uomo che, da anni e per anni, ha combattuto e va combattendo una guerra coraggiosa per la difesa della sua terra e a sostegno di quei valori e di quegli ideali che traspaiono anche in questo libro, che siamo ben lieti di pubblicare.

(dalla Nota dell’Editore Marisa Pumpo Pica)

(Dicembre 2016)

SEGNALIBRO

a cura di Marisa Pumpo Pica

 

Monos

di Antonio Di Nola - Oèdipus Edizioni

 

Spesso siamo portati a pensare che la poesia e la scienza debbano percorrere strade, destinate a non incontrarsi mai. Un pregiudizio come tanti, superato brillantemente dal libro di Antonio Di Nola Qualche volta le due strade, quanto meno, s’incrociano. È il caso di  “Monos” (poesie), postfazione di Antonietta Gnerre, edizioni Oèdipus, presentato nei giorni scorsi presso la Nuova libreria internazionale, (piazza Malta – Salerno). Relatori i professori Rino Mele e Sebastiano Martelli.

Libro di esordio in poesia,  questo di Di Nola e la cosa può sorprendere soprattutto se si pensa al contesto professionale da cui l’autore proviene. Egli è, infatti, ordinario di Logica Matematica e direttore del Dipartimento di Matematica dell’Università degli Studi di Salerno. Studioso di rilevanza internazionale, si occupa di semantica algebrica della logica della vaghezza. Suoi scritti compaiono, tra l’altro, sulla rivista delle edizioni tedesche Springer verlag.

Ma veniamo al libro. “Monos”, in greco uno solo, un titolo significativo che, senza dubbio, nelle intenzioni dell’autore  vuole sottolineare la singolarità di ogni essere vivente dell’ universo, mentre il ricorso alla forma poetica intende rappresentare un tentativo di esprimere aspetti dello spirito, che non si possono raggiungere con la scienza o con la matematica.

Centrale è la tematica del tempo. Ciascun istante di vita va valorizzato, saremmo tentati di dire “isolato”, per essere vissuto come  monos, appunto, uno solo, qui ed ora, nel flusso  incessante ed ininterrotto  di sensazioni, immagini ed interessi culturali. La poesia di Di Nola, come appare a lettura ultimata, è una poesia di ricerca, nella quale ogni parola è posta sul banco si prova dell’esprimibile, per esplorare, fino al limite, le possibilità della lingua di farci cogliere ciò che è escluso dal linguaggio matematico e scientifico, che è linguaggio compiuto ma “esclusivo”, ovvero esclude, in quanto parla solo delle cose di cui può parlare, e su tutto ciè che resta ed è oltre, non può che tacere. Per questo tipo di ricerca e di riflessioni occorreva la lingua della poesia che, oscillando tra Scilla e Cariddi, si libera dalle maglie della ragione e dagli incagli del senso comune, per proiettarsi in tutte le direzioni, non solo del dire possibile, ma anche di quanto è soltanto concepibile, e perfino dell’ineffabile. Termine ultimo di questo lavoro di ricerca e di riflessione, dunque, il significato, l’essenza stessa dell’esistere, nel tempo e con il tempo. Uno scavo nella propria identità, attraverso i vari livelli dell’io. Le verità e le conclusioni, cui perviene l’autore, non sono e non potrebbero essere consolatorie, ma rappresentano il desiderio, intenso e tragico, di comprendere l’uomo e l’esistere, esigenza profonda che si trasforma in lucida, amara consapevolezza dei percorsi dolorosi e difficili della vita.

Una poesia di pensiero e di riflessione filosofica, si diceva, con improvvisi flash, dettati dal vissuto quotidiano. Sono annotazioni veloci, riflesso indubbio di quella sintesi asciutta, che caratterizza il linguaggio dell’uomo di scienza e del matematico. Sono note stringate quasi lapidarie  e tuttavia arricchite da quella spiritualità, al confine tra sogno e realtà, propria dell’immaginario poetico. Esse trattano diversi temi. Primo fra tutti, il tempo: “ Il tempo è legno / troppo tenero / per intagliare / le nostre ambizioni”; quindiil razzismo:” “non si direbbe ma sono caucasico. Il beduino è mio fratello,la capra, sorella di entrambi”; e poi la morte “Ha fatto ciò che ordina la vita. Diligentemente, ha vissutoinutilmente”; infine l’amore “Sei apparsa in lacrime nel buio della sera. Ora vedo solo le tue spalle di mandorla bruna”. Non manca il paradosso: “vedo solo chi non c’è, atterrito dal paradosso fingo di non vedermi.”

Questi accenni vogliono essere soltanto un piccolo esempio delle sue annotazioni in versi ed un imput alla lettura e alla riflessione sui temi più incalzanti. Curiosità ed interesse ci spingeranno ad andare avanti, per far nostre altre pagine del libro. La poesia, infatti,  è l’ oltre, è profondità, sentimento, abbandono alle parole, che costruiscono un percorso del cuore.

Un libro da leggere, dunque, ma anche da approfondire, allo scopo di trovare la chiave di lettura in noi stessi, E, in noi stessi, la cifra dell’esistenza.

(Maggio 2016)

SEGNALIBRO

 

a cura di Marisa Pumpo Pica

 

Le stagioni di una vita

di Emilia Menini e Guido Parmegiani

Cosmopolis Edizioni Napoli

 


Questo libro nasce dall’amore.

È l’amore di una coppia che si cimenta in una prova letteraria particolarissima.

L’uomo scruta nel proprio passato, a ritroso negli anni. Turbato, guarda dietro la lastra dei ricordi…

La donna annota sul foglio bianco, che si arricchisce di palpiti e di emozioni.

Le emozioni di lui, che annaspa tra le memorie, dando il via alla narrazione, si mescolano e si confondono con quelle di lei, che procede spedita nella versione letteraria, condividendo in pieno il suo stato d’animo

E ci piace immaginarli mentre i loro occhi brillano alla luce dei ricordi e le loro mani idealmente si sfiorano, nell’intreccio della narrazione e della scrittura.   

Un tumulto di sentimenti, lungo le stagioni di una vita.

Ad un’infanzia, non proprio serena, anzi piuttosto introversa e difficile, dove il dolore fa già capolino qua e là, segue un’adolescenza ricca di hobby, di interessi, di piccoli trucchi, segni inconfondibili di quell’ “arte di arrangiarsi”, tipicamente napoletana. Quindi la giovinezza, con le sue  avventure galanti, la comitiva degli amici e le iniziali esperienze lavorative, le più varie e le più diverse, prima che la maturità gli additi e gli insegni il percorso di vita che lo porterà ad essere un self made man dei nostri giorni, che deve tutto solo a se stesso.

Anche sul piano politico viene narrato l’entusiasmo giovanile per quel credo e quella ideologia, il fascismo, che si respiravano nell’aria al tempo degli avvenimenti di cui si racconta nel libro.

Poi, la conversione al partito liberale, per rendersi conto, infine, che il suo cuore, in virtù delle esperienze affettive, spirituali e morali, aspirava a quella giustizia sociale che egli, come tanti. in quegli anni, intravedeva nella dottrina di Marx fino a dichiararsi, oggi, socialista-marxiano, piuttosto scettico nei confronti del sistema, nel quale, bene o male, bisogna comunque ritrovarsi e “scegliere il meno peggio”, in conformità del momento storico che si attraversa.

Esperienze felici, accanto a momenti particolarmente dolorosi, si alternano nella narrazione, sul filo della memoria.  

Guido racconta ed Emilia annota, con qualche chiarimento, un piccolo commento qua e là, stringato e veloce, così che il lettore possa capire e non giudicare, perché la vita va compresa e non giudicata, compresa nei suoi fremiti, nei suoi sussulti, nelle difficoltà di tutti i giorni, che ci formano, pur nella fragilità delle nostre esistenze.

Un procedere a zig zag, nel lavoro e nella vita, prima di imboccare la strada giusta e poter dire alla fine: “Ce l’ho fatta! Ho di che sentirmi soddisfatto. Non devo nulla a nessuno, ma tutto a me stesso. Sono riuscito ad assicurare la tranquillità economica a me e alla miia famiglia.”

Un libro apparentemente semplice, come la forma stessa in cui è scritto, ma che risulta di estremo interesse quale spaccato di una società e di un momento storico. L’analisi di una vita, nelle sue sfaccettature più varie, tra quelle gioie e quei dolori che ci arricchiscono e ci segnano, rendendo però anche la vita di ognuno di noi, quella e non altra, inconfondibile nei suoi momenti più diversi.

Analisi di una vita che va riconosciuta come nostra perché alimentata dai nostri sogni ed affrontata con coraggio e con fiducia in noi stessi, nella responsabilità delle nostre scelte personali.

È la storia di un self made man, dicevamo in apertura, la storia di un bambino cui è venuto meno il sostegno affettivo, spirituale e morale del padre, ma al quale, in compenso, non è mai mancata la tenerezza di un dolcissimo amore materno, insostituibile e valido, che lo ha sorretto sempre nelle difficoltà della vita e lo ha reso veramente uomo.

Dopo un’infanzia piuttosto desolata, tra paure, turbamenti ed ansie inespresse, vissute nel silenzio del proprio cuore, un’adolescenza fervida di sogni e di speranze ed una giovinezza avida di successi, che lo hanno reso sicuro di sé e pronto ad affrontare la vita nel lavoro, nel matrimonio, nella famiglia, con una moglie affettuosa e solerte, sempre al suo fianco, e due splendide figlie, cui il libro è dedicato.

Guido Parmegiani potrebbe essere ognuno di noi, incarnando la gioventù napoletana di anni difficili e lontani, ma anche sorprendentemente felici, nella semplicità e nella freschezza delle piccole cose, di cui sapevamo godere.

Gli espedienti innocenti per guadagnare qualcosa fin da piccolo, le difficoltà nel lavoro, la goliardìa spensierata di conquiste facili e di avventure galanti, prima che l’amore vero bussi alla porta, sono raccontati da Emilia Menini in una forma sobria, accurata ed incisiva.

In tempi di grandi difficoltà all’interno  delle famiglie, abbiamo ritenuto importante dare vita all’esperienza letteraria singolare di questa coppia di coniugi che, con passione e con fierezza, si raccontano. Sì, si raccontano entrambi. Il racconto di Guido s’intreccia, a doppio filo con la vita di Emilia, per cui questo libro non poteva che essere scritto a quattro mani e nessuno, più di Emilia, avrebbe potuto dare uguale forza alla narrazione.

 (dalla Nota  dell’Editore Marisa Pumpo Pica)

(Ottobre 2016)

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