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UN’ESCURSIONE SUL VESUVIO

 

di Luigi Rezzuti

 


Fin da bambino mi ha intrigato questa montagna che fa da sfondo al golfo di Napoli.

Ricordo che, da piccolo, ero andato a fare una passeggiata con mia sorella e, vedendo da lontano il Vesuvio,  presi il capriccio di voler andare fin su al cratere.

Ci volle tutta la pazienza di mia sorella a convincermi che era troppo lontano e bisognava andarvi solo con l’autobus.

È trascorso più di mezzo secolo e sul Vesuvio non sono mai andato perché quella montagna mi ha fatto sempre paura, nel timore che si possa verificare, da un momento all’altro, il risveglio del vulcano  dormiente, ma  ancora attivo.


Da adulto ebbi modo di parlare con un mio amico geologo che mi disse che il problema non è quello di un eventuale terremoto bensì dello scoppio del Vesuvio il cui cratere è totalmente chiuso e quindi,  nel caso di un risveglio, sarebbe come aprire una bottiglia di champagne.

Il timore c’è sempre stato in me, ma la curiosità di andare fin sopra il cratere è stata forte e una domenica mattina presi l’auto e mi diressi a Portici per poi proseguire su, verso il Vesuvio.

In uno spiazzale parcheggiai l’auto e mi incamminai a piedi, insieme ad un gruppo di turisti.

Una bella scarpinata per i meno allenati, ma per tutti un incanto, un’emozione mai provata.


Raggiunsi a piedi la bocca, attraversando il Parco Nazionale del Vesuvio, che parte da quota 1000, nel comune di Ercolano.

La salita è caratterizzata da una serie di tornanti panoramici, si vede l’antico vulcano del Monte Somma e poi  l’Osservatorio Vesuviano.

Ho proseguito su un percorso immerso tra castagneti, noccioli e con un sottobosco di biancospini.

Superata una strettoia, sulle cui pareti sono evidenti le pomici, sono giunto ad uno spiazzale dove ho potuto vedere un pozzo di epoca borbonica per la raccolta dell’acqua piovana, restando incantato dai profumi e dai  colori della macchia mediterranea: il giallo delle ginestre e il rosso della valeriana.

Superata la macchia, ho visto il fiume di lava argentea, originatasi in seguito all’eruzione del 1944.

Scendere in parte nella bocca del cratere è stata un’esperienza emozionante che difficilmente dimenticherò.

È una camminata che si compie in base al proprio passo. Chi non è abituato, come me, ai percorsi in salita dovrà ogni tanto fermarsi, ma anche i sedentari  possono raggiungere la vetta.

L’escursione si è protratta quasi per un’intera giornata. Lungo il percorso ho potuto ammirare, tra l’altro, anche distese di vigneti e la coltivazione dei pomodorini del Vesuvio.

È stata un’escursione indimenticabile e consiglio a tutti di non perderla. È favolosa.

(Novembre 2017)

Caccia al tesoro

 

di Luigi Rezzuti

 


A chi non è mai capitato di non ricordare dove si è conservato un oggetto a cui si è particolarmente legati?

Sono molti gli oggetti che mi sono cari: una penna d’oro, che mi fu regalata dai miei genitori, un Rolex falso, acquistato sulla spiaggia da un “Vuò Cumprà”, un piccolo ventilatore, un ferma-cravatte d’argento, un massaggiatore a pile, una medaglia-ricordo per la partecipazione ad un torneo di bocce sulla spiaggia, in cui mi classificai all’ultimo posto e vari oggetti che mi ricordano diverse persone.

Ma in modo particolare sono legato ad una moneta antica, regalatami da mio nonno. Un giorno mi accorsi che non ricordavo più dove l’avevo conservata.

Nonostante tutti gli sforzi, non mi veniva in mente dove potesse stare.

Il che si spiega in quanto sono un tipo abbastanza distratto e disordinato. Per ritrovarla, riunii tutti i componenti della mia famiglia e organizzammo una vera caccia al tesoro.

Ognuno di noi scelse una stanza e iniziò la ricerca.

Fu una ricerca memorabile, che rimarrà impressa nella mia memoria.

Mio padre cominciò dal salotto, guardando negli scaffali della libreria e sul divano.

Evidentemente la ricerca non aveva dato i suoi frutti perché lo sentivo brontolare ad alta voce, come parlando a se stesso.

Corsi nel salotto e non vi dico come lo trovai: libri dappertutto, sparsi sul pavimento, e un pesante libro della Divina Commedia ai suoi piedi, mentre egli  si massaggiava un bernoccolo in testa.

Dante aveva fatto colpo su di lui!…

Nello stesso istante sentii un grido provenire dalla cucina. Anche mia madre era alla ricerca della moneta e, aprendo le ante dei mobili, aveva fatto cadere alcuni pacchi dalla dispensa.

Sul pavimento una polvere bianca e nera: farina e caffè erano sparsi per terra, dando l’impressione che fosse nevicato.

Volevo ridere, ma mia madre mi fulminò con uno sguardo. Aveva tutti i capelli bianchi, come la nonna…

Intanto mio fratello aveva concluso la ricerca nella nostra camera: sul letto erano sparpagliati calzini, mutandine, maglioni, pantaloni e quant’altro, come se ci fossero stati i ladri.

In casa sembrava fosse passato un tornado.

Improvvisamente, attraverso un flash della memoria, guardai sotto la fotografia del nonno, sul comodino della camera da letto dei miei genitori: la moneta era lì.

Mostrai il mio tesoro a tutti ed essi mi guardarono con facce truci. Quella fu la caccia al tesoro più strana, a cui ho partecipato, ma anche la più tragicomica.

(Novembre 2017)

GENNARINO DERUBATO DA UN BAMBINO

 

di Luigi Rezzuti

 

Gennarino sperava di godersi una stupenda mattinata sugli scogli di Mergellina, accompagnando la tintarella con qualche chiacchiera con le interessantissime zoccole del luogo (si riferisce ai roditori).

Era in attesa del bus alla fermata di piazza Carlo III, sfoggiava orgogliosamente una canottiera unta, un pantaloncino liso e una logora borsa a tracolla.

Le pie suore della vicina mensa dei poveri avevano più volte compassionevolmente provato a convincerlo a pranzare da loro.

Gli autobus che passavano erano tutti affollatissimi, così Gennarino fu costretto a rinunciare a salire su ben cinque autobus.

Vessato dal sole, si addormentò appoggiato ad un cassonetto della spazzatura.

All’improvviso fu destato dalle sguaiate grida, scaturite da un banale litigio tra due donne, mentre passava un gruppo di turisti giapponesi che, non comprendendo cosa stesse accadendo, continuavano a sorridere e a scattare foto.

In quel frastuono una signora, strattonandolo per la borsa, gli chiese “Giuvinò, ve pozzo chiedere nu piacere?” e gli indicò un bambino, abbellito amorevolmente da orecchini e tatuaggi, aggrappato alla sua gamba “ ‘O criaturo è curioso e vuole vedere un po’ nella vostra borsa cosa c’è. Ià, ce ‘o facite stu regalo a ’o criaturo?”, Gennarino balbettò una replica, ma la signora, a sostegno del valore istruttivo dell’esplorazione, gli citò Montessori, Jan Piaget, Abbott e Rosseau, insomma i mostri sacri della pedagogia a cui Gennarino non seppe dire di no.

Appagato del bene che stava procurando alla crescita del bambino, monitorava però, l’ ispezione, ma fu severamente redarguito dalla signora : “Giuvinò, ma se voi lo guardate, chillo ’o criaturo si emoziona, si intimidisce” Gennarino tentò di replicare, ma un’anziana donna, che sedeva comodamente e occupava con le borse della spesa gli altri posti, irruppe violentemente nella discussione : “Disgraziato, v’ ’a pigliate cu chist’ angiulillo! Ma che core tenite?”

Un anziano signore scattò dalla sedia per sostenere la signora: “Ma che ommo si, a signora una cosa sola  t’ha chiesto e manco ce a fai fà a stu piccerillo?” Anche i presenti inveirono con dure offese contro Gennarino, così, convinto di essere un mostro, permise al bambino di visionare indisturbato il contenuto della borsa.

Intanto la sua attenzione fu catturata da un ingombrante bazar, allestito sul marciapiede di fronte da una comunità di Rom, in cui erano esposti oggetti sudici, ma dal marcato sapore multietnico: un manichino reperito in qualche cassonetto di spazzatura a Forcella, borse, borselli, collanine, braccialetti tutti di provenienza cinese, erano alcuni tra i tanti oggetti acquistabili.

Il mercatino pareva molto apprezzato dai cittadini che osservavano attentamente la merce e contrattavano astutamente sul prezzo.

Gennarino si distrasse e si accorse che la signora col bambino non c’era più, chiese delucidazione ai presenti con cui aveva conversato poco prima.

“Giuvinò, i’ mo so’ arrivata, rispose la signora. Ma come?, pensò Gennarino, era la signora di prima e fu aggredito dal marito che disse: “Nun sapimm niente, nuje mo simmo arrivate, hai capito?” Gennarino si era accorto che nella borsa mancava il portafoglio, rivoltò la borsa illudendosi che potesse essersi sbagliato.

Disilluso, non gli restò altro da fare che rivolgersi al più vicino commissariato di polizia per sporgere la denuncia in quanto l’omertà regnava tra la gente.

(Luglio 2017) 

Un uomo pigro

 

di Luigi Rezzuti

 

Sono stanco, tanto stanco, sono stanco di essere stanco, non amo passeggiare, non amo fare shopping, mi annoio quando mia moglie mi dice di andare a fare la spesa.

Ogni volta che sono costretto ad uscire per andare in quella specie di negozietto di alimentari, sento la voce stridula della proprietaria che mi accoglie con un fastidiosissimo “Buon giorno, signore, da quanto tempo!…” che in realtà significa: “Perché non vieni tutti i giorni a fare la spesa qui?”.

Quel tono, così forzatamente gioviale, mi infastidisce. Mi sembra di essere preso per i fondelli.

Ma saranno affari miei dove vado a fare la spesa oppure no?.

Ogni volta che sono costretto ad andare lì, non faccio in tempo ad entrare che la sua voce mi innervosisce, quella falsa cortesia mi dà fastidio.   

È un negozietto piccolo piccolo che accampa pretese da “alimentari” mentre a me piacciono i supermercati. Essendo totalmente pigro, preferisco i supermercati dove trovo tutto, faccio la spesa e vado via senza dover girare da un negozio all’altro. Inoltre non sono costretto ad attraversare la strada.

Il negozietto di cui parlo è esattamente dall’altra parte della strada, proprio di fronte al mio palazzo.

Attraversare significherebbe tener conto di un sacco di fattori: le auto che vengono da destra e quelle che vengono da sinistra, scendere dal marciapiede, fare lo slalom fra le auto parcheggiate ed evitare quelle che tentano di investirmi.

La mia buona volontà si esaurisce già con il dover uscire di casa, prendere l’ascensore, pigiare il pulsante, aspettare che arrivi giù, subire il sobbalzo finale, uscire dall’ascensore, trascinare la mia strepitosa vitalità fino al portone, uscire, lasciare il portone accostato per risparmiare la fatica di doverlo riaprire al ritorno, scendere lo scalino, camminare ….

Come si può pretendere che io affronti anche tutta la faccenda dell’attraversare e poi con quale incentivo? Con il “Buon giorno, signore, da quanto tempo!” Inoltre è anche vecchia e brutta la proprietaria. No, proprio no, sono scoraggiato in partenza.

Rimango da questo lato della strada, mi guardo un po’ intorno sperando di dover salutare il minor numero possibile di persone.

In ogni caso prendo fiato e comincio, passando davanti al bar “Buon giorno”, davanti all’edicola “Buon giorno”. Allungo il passo davanti a negozi poco simpatici e arrivo finalmente al supermercato, che ha di tutto e mi evita di andare in giro a far la spesa.

Prendo tutto quanto è scritto nella nota della spesa, preparatami da mia moglie, e affronto i cinquanta metri del ritorno.

Il ritorno è una tragedia: i negozianti mi vedono passare e i “Buon giorno”, che mi sono risparmiato all’andata, li devo intascare al ritorno.

Arrivo al portone di casa: è chiuso ... Maledetto, è chiuso, estraggo il mazzo di chiavi e, se sono  fortunato, al quarto o quinto tentativo, dovrei trovare quella giusta.

Apro, arranco verso l’ascensore. Quanto mi pesano quelle due buste colme! Prego che non ci siano incontri con i vicini con i quali sarei costretto a scambiare i soliti convenevoli.

Premo freneticamente il pulsante dell’ascensore, maledetto, è all’ottavo piano, sette, sei, cinque, quattro … tre … è una tortura aspettare che arrivi … due … uno … sono ormai allo stremo delle forze … Terra! Eccolo, apriti, apriti prima che arrivi qualcuno, apriti! Finalmente si apre e mi porta fino al quinto piano.

Un sobbalzo che mi distende la colonna vertebrale e sono davanti al mio appartamento, suono il campanello, mia moglie non lo sente suonare, chiavi nella toppa, giro, giro, si apre.

Sono salvo. Entro. Pochi passi, sistemo la spesa nel frigo, mi siedo, stanco, sul divano. Completo il mio approdo togliendomi le scarpe e sto per stravaccarmi sul divano quando arriva mia moglie che, finalmente, si è accorta del mio rientro e mi grida : “Non ti sei fatto dare dal fruttivendolo gli odori?” Non rispondo, sono stanco e adesso sapete anche quanta fatica mi costerebbe attraversare la strada e sentire anche “Buon giorno, signore, da quanto tempo!”       

(Giugno 2017)   

Un  nonno con la “fissa” per la caccia

 

di Luigi Rezzuti

 


Il  nonno di Marco aveva una sola grande passione, un solo grande capriccio, andare a caccia.

A dire il vero, non aveva una grande mira, infatti quasi mai riusciva a tornare a casa con qualche preda, dopo una giornata per i campi.

L’unica volta che riuscirono a mangiare un fagiano la nonna brontolò contrariata per essersi trovata in bocca un pallino di piombo, che per poco non le faceva saltare un molare.

In effetti in famiglia nessuno prendeva sul serio questa passione del nonno.

Marco pensava che alla fine il nonno, più di qualunque altra cosa, fosse  innamorato del fucile da caccia, che teneva sopra l’armadio in camera da letto, nonché dei suoi due cani, che si ostinava a voler allevare e addestrare, con il risultato che i due setter non puntavano mai alla preda e, quella volta che ci riuscivano, avevano la brutta abitudine di mangiarsela.

In casa,  sopra un comò ottocentesco, c’era una statuina di Capodimonte, raffigurante un cacciatore, contornato da lepri e da fagiani, e un  cane da caccia con la coda tesa.

Marco provò un immenso dispiacere quando la donna della pulizie,  spolverando sul comò, fece cadere la statuina.


Il nonno ci teneva moltissimo a vestirsi da cacciatore: tirava fuori dal guardaroba la “divisa” da caccia: giacca in loden marrone, cappello con piumetta, camicia scozzese, gilet “alla cacciatora” con chissà quante tasche e taschini, pantaloni di fustagno, scarponi e calosce, cartucciera doppia, mimetica, canestro a tracolla per porvi la selvaggina e guanti in pelle. Così vestito si ammirava compiaciuto allo specchio.

Dove andasse a caccia, Marco non lo sapeva, sapeva solo che partiva prestissimo, così abbigliato,  e tornava a sera inoltrata.

In questa casa di campagna c’era un bel giardino con un vigneto e il nonno vi aveva allestito un ampio recinto, dove teneva i suoi due cani.

Qualche volta li liberava, ma poi era difficile riprenderli mentre la nonna gridava: “Antò,  chiama i cani che fanno un disastro”.

La “fissa” del nonno erano i fagiani. Altre prede non lo interessavano più di tanto.

Con i cani aveva un rapporto quasi paterno, andava a portare loro il cibo, stava con loro, li portava fuori a scatenarsi, preparava la ciotola con il cibo e quasi parlava con loro.

Già da cuccioli cominciavano a capire cosa dovessero fare e che cosa ci si aspettasse da loro, o meglio cosa il nonno sperava avrebbero fatto.

Il nonno aveva preparato una specie di palla di stracci, i due  cani dovevano imparare ad agguantarla  e riportarla a lui.

Spesso accadeva che i due cani si accanissero sulla palla di stracci e per gioco la sventravano e per quel giorno i due cani disobbedienti venivano rinchiusi nel recinto.

Alla fine, insisti, insisti, qualcosa questi cani impararono e quindi finalmente il nonno poteva portarli con sè a caccia, all’apertura della stagione venatoria.

In una di queste stagioni di caccia si aggiunse un particolare imprevisto: un terzo cane.

Un’amica della nonna, infatti,  aveva acquistato un barboncino e, recatasi a trovare i nonni nella casa di campagna con il cagnolino di nome Miki, si accorse che l’animale non voleva più fare il cane di compagnia, amava troppo la libertà.

In realtà Miki aveva scoperto la sua vera natura di cane, curioso di odori e, appena poteva, scappava per aggirarsi per la campagna.

Al momento del rientro in città, Miki non si fece trovare, venne cercato dappertutto, dalla soffitta alla cantina, nel granaio e nelle conigliere.

“Senti, Clara – disse il nonno – Miki non si trova. Lascialo qua e, se si farà vivo, te lo riporterò”. La signora accettò e ripartì per Napoli.

Miki, più arruffato che mai, si presentò a casa alle 22, con la lingua di fuori.

Iniziò così la vita di campagna di Miki, che, a differenza dei due cani del nonno, era lasciato sempre in libertà.

Ogni tanto scompariva e rincasava tardi, intanto il pelo ricciuto cresceva e non glielo tagliava nessuno.

Accadde che un pomeriggio, verso la metà di settembre, il nonno decise di fare una passeggiata per i campi insieme a Miki.

Non lo portava mai fuori assieme agli altri due cani, perché Miki era talmente vivace che i due cani da caccia cominciavano ad inseguirsi per gioco e tutti e tre andavano a sporcarsi nelle pozzanghere.

Il nonno quella volta, scoprì una cosa eccezionale, il barboncino afferrava i fagiani con le zampe anteriori e non li mollava più.

Al ritorno a casa, dalla passeggiata in campagna, egli esordì dicendo che Miki era un cane da caccia di primissimo ordine.            

Raccontò, infatti,  che, mentre trotterellava al suo fianco, il barboncino aveva visto un movimento furtivo tra le pannocchie ed era partito a razzo.

Inoltratosi nel campo, si ra buttato, poi,  femmina di fagiano e la teneva ben stretta con le zampe.

L’uccello per liberarsi lo aveva beccato tra gli occhi ma il cagnolino non aveva mollato la presa.

Un mattino, quasi all’alba, il nonno armato e vestito di tutto punto, s’incamminò verso il bosco con i due cani, ancora legati al guinzaglio.

Il nonno e i due cani non erano ancora spariti dalla vista della casa che dal cancello, a tutta velocità, Miki li raggiunse e cominciò a spiccare dei salti di gioia e a girare intorno agli altri due cani.

Il nonno, esausto, liberò i guinzagli ai tre cani che si diedero alla macchia, ma quella sera portò a casa, per la prima volta, una lepre e due fagiani, catturati da Miki con l’aiuto, successivo, in seconda battuta, dei due setter.                                         

(Maggio 2017)

Come fu creata Eva

 

di Luigi Rezzuti

 

 

Fu tutta colpa della depressione di Adamo, il quale, non essendo contento di trovarsi nel Paradiso terrestre, da bravo figlio unico, viziato, restava indifferente a tutto ciò che lo circondava, dimostrandosi insoddisfatto e infelice.

Il Padre, dopo aver cercato a lungo la causa di tanta malinconia, giunse alla conclusione che Adamo era triste perché non aveva una compagna.

Convocato d’urgenza lo staff della Creazione, fu presa la fatale decisione: Adamo avrebbe avuto una compagna.

La soluzione più facile sembrò il prelievo di un organo di Adamo, che non fosse indispensabile al giovane, e si orientarono su una sua “costoletta”, da cui partire per la creazione della compagna.

Una costola di Adamo sarebbe stata più che sufficiente a creare un essere inferiore all’originale, un essere plasmabile, condizionabile, soggiogabile, sopprimibile. E, per di più, col pollice verde, poiché Adamo aveva una particolare predilezione per le mele, frutto finora agognato ma non consumato poiché in  giardino vi  era un solo melo, che si dimostrava restio ad attecchire e ad offrire i suoi frutti, nonostante Adamo lo blandisse con gli occhi e “sbavasse”, smaniando all’idea del pomo che un giorno avrebbe colto e mangiato.

L’intervento sarebbe avvenuto durante la pennichella del giovane che, avendo il sonno pesante, non avrebbe avuto bisogno di anestesia, anche perché, per non deturpare il “gioiello” della Creazione, si sarebbe ricorsi ad un chirurgo cinese che di solito operava senza l’uso del bisturi, riducendo al minimo il danno estetico…

Giunto il momento, il chirurgo si avvicinò al giovane e restò perplesso, consapevole delle difficoltà, dovute alla numerosissima presenza degli angeli, accorsi ad assistere all’insolito spettacolo.

Nel timore di non riuscire ad effettuare un prelievo, che non lasciasse alcun segno debilitante, decise all’istante di penetrare nel cervello di Adamo per prelevare un po’ di corteccia cerebrale.

Gli eventuali segni dell’intervento sarebbero stati mascherati dai riccioli di Adamo.

Così rincuorato, annaspò con le mani nella riccioluta chioma del giovane e poi giù… Quindi, con voce imperiosa, gridò: “Apriti … Sesamo …”

Ma fu alle magiche parole: “Sin … Sala … Bin …” che tutti i presenti trattennero il respiro, non credendo ai propri occhi…

Dal capo del giovane, invece della materia cerebrale, cominciò a venir fuori quello che in realtà, da sempre, aveva occupato quel posto e, fra le mani del chirurgo, si aggrovigliò una splendida chioma bionda, che s’infoltiva sempre più … fino ad incorniciare un volto bellissimo.

La nuova creatura era molto più bella dell’originale, Adamo, che, per giunta, da quel momento, non ebbe più neanche una parvenza di cervello.

Il chirurgo si rese conto che, per mano sua, stava nascendo un capolavoro insuperabile.

La chioma bionda cresceva… cresceva, ma a dire la verità, era una crescita esagerata, che presto lasciò il posto solo all’immaginazione, perché coprì completamente il corpo che si andava formando e che si intuiva meraviglioso.

Subito il chirurgo, preso da premurosa pudicizia, si affrettò a cogliere una foglia di fico e la pose dove ritenne più opportuno, fra le proteste del pubblico presente.

A tali schiamazzi, Adamo finalmente si svegliò, si stropicciò gli occhi, li sgranò mettendo a fuoco la nuova arrivata e, dando forza alla sua baldanza, tipicamente giovanile, urlò: “ E vvai!!!” e levò verso l’alto dei cieli un braccio e … tutto se stesso, per ringraziare il Padre!!!

Così fu creata Eva.

(Aprile 2017)

All’asilo dalle suore

 

di Luigi Rezzuti

 

Ogni volta che Enrico si trovava davanti a quel muro scrostato, non poteva fare a meno di fermarsi e gettarvi uno sguardo, soprattutto a quella scaletta a chiocciola che ancora era lì.

Era la sua scuola materna, anzi il suo asilo, come si chiamava a quei tempi.

Un edificio grande, grigio, nudo, proprio sulla strada. Ora è un magazzino di articoli per l’agricoltura, ha cambiato un po’ il suo aspetto, ma la struttura è rimasta quella.

A lui non  piaceva andare all’asilo e la mamma lo mandava poco.

I bambini avevano il grembiulino nero e un fiocco azzurro mentre le bambine indossavano quello a quadrettini bianco e rosa.

Enrico ricorda ancora, con angoscia, il modo in cui si chiudeva il pesante portone grigio dietro di lui, quando la mamma lo accompagnava all’asilo,.

La suora lo accoglieva con amore, mentre egli si girava a salutare la mamma con gli occhi pieni di lacrime. Poi il grosso e pesante portone si chiudeva e lì, dentro quelle fredde mura,  si sentiva in prigione.

Un salone enorme, finestroni alti e grandi, panchine addossate alle pareti, piccoli attaccapanni, dove mettevano i loro cappottini.

Erano in tanti e stavano tutti seduti e composti nei lor banchetti. Quindi, la preghiera, un pò di salti, giochi, disegni e plastichina. I banchetti erano di legno nero. a due posti. La maestra era suor Marta, in abito religioso, nero. Piccola, mingherlina, stizzosa, sempre in movimento, voce stridula, li metteva in fila e li conduceva nella sua aula, al piano superiore, a cui si accedeva dal cortile, attraverso una bellissima scala a chiocciola, di ferro.

Salivano piano piano, con prudenza, per non scivolare su quei gradini triangolari e traforati, ed era bello, una volta arrivati in cima, guardare giù chi ancora stava ai primi gradini.

Aveva qualcosa di magico e di fantastico, quasi di misterioso, quella scaletta. Sotto di essa, lungo il muro, una fontanella: l’acqua era freschissima..

Il grande cortile era coperto di ghiaia ma vi erano quattro enormi gelsi, che offrivano ombra negli assolati pomeriggi primaverili e di inizio estate.

Tutto intorno, un muro. che confinava, da un lato, con il cortile di una casa signorile e silenziosa, e dall’altro, con l’orto delle suore, il cui accesso era severamente vietato.

Ogni tanto il pallone andava al di la del muro. I bambini ignoravano cosa ci fosse, non riuscivano neppure ad arrampicarsi per vedere oltre, erano troppo piccoli, ed immaginavano un giardino proibito, nascosto, ombroso.

Il pallone non ritornava mai indietro e questo accresceva ancor più la loro curiosità infantile.

Quante corse e quanti giochi tra quei maestosi gelsi: le belle statuine, a nascondino, a mosca cieca, e così via!

Quanti ricordi… la polvere del ghiaino, le scivolate, il sole, le risate, le grida, le gavette di alluminio per bere quell’acqua limpida e fresca della fontanella, che la suora  dava loro con parsimonia, per non sprecarla, e li invitava a bere piano piano per non far gelare lo stomaco!…

C’era una luce speciale in quel cortile dell’asilo, forse per il tanto sole o forse erano loro che avevano negli occhi quella luce.

A mezzogiorno, tutti in sala a pranzare: lunghe tavolate enormi, basse, disposte in mezzo al salone, alla loro portata, e lì si sedevano vocianti ed affamati.

Qualcuno portava da casa il cestino, con dentro il pranzo, preparato dalla mamma, e la merenda per il pomeriggio.

Enrico non ha bei ricordi del cibo dell’asilo: pastasciutta col pomodoro, stracotta e dal formato grande, oppure una brodaglia, chiamata minestrone, sempre con pasta grande.

Erano serviti non su un piatto, ma in una specie di scodella, tristissima da vedere.

Il sapore non era certo da far leccare i baffi e a lui pare ancora di sentire nell’aria quell’odore  caratteristico di mensa.

La cuoca si chiamava Assuntina, una donnina che già allora pareva vecchia. Cucinava e puliva. Il suo regno era la cucina, situata in quella parte dell’edificio, impossibile da entrarci.

Un’altra particolarità, densa di mistero: gli appartamenti delle suore.

Puntualmente, ad una certa ora del pomeriggio, attraverso la sala passava, inquietante come un fantasma, suor Mercede. Solito abito nero, alta, magra, pallida, altera, arcigna, mai una parola, con un vasetto di fiori freschi in mano, da portare nella chiesetta, immediatamente adiacente l’asilo.

Aveva il compito di curare l’altare, non guardava nessuno, appariva e scompariva.

Enrico vide solo una suora in quell’asilo, bella e giovane, suor Agnese. Rimase pochi mesi. Era molto alta, sorridente, solare, dolce nei lineamenti. Quando camminava sembrava volasse.

Studiava musica e, nei momenti liberi, suonava il pianoforte. Era davvero bello stare ad ascoltarla.

Aveva portato aria nuova e  subito divenne la loro preferita.

Un’altra figura, che Enrico ricorda con una leggera amarezza, era un uomo povero e malandato, di nome Giuseppe, che, all’ora di pranzo, veniva a chiedere da mangiare.

La suora gli apriva il portone, lo faceva  sedere in un angolo e gli dava una scodella di minestra o di pasta.                                                                             

Se ne stava silenzioso. chiuso in se stesso, in disparte, sguardo un po’ torvo.  Mangiava e poi andava via a girovagare ed elemosinare per il paese.

Ai bambini incuteva paura e lo guardavano sospettosi.

Poi, finalmente, alle 17, arrivavano le mamme a prenderli, per riportarli a casa.

Che sollievo quando si riapriva quel grosso e pesante portone grigio e comparivano i visi sorridenti delle mamme! Enrico, appena vedeva la mamma le correva incontro col suo cappottino e col suo cestino e la mamma lo sollevava in alto, prendendolo in braccio.

Un altro giorno era finito. Non pensava più all’indomani. Finalmente a casa a giocare in libertà…

(Marzo 2017)

L’OSTERIA DEL CONTADINO

 

di Luigi Rezzuti

 


L’osteria del contadino era una semplice casupola in mezzo ai campi. Chi non la conosceva, poteva pensare a un capanno per gli attrezzi.

Da più di cinquant’anni Giorgio gestiva questo bar-cucina, che consentiva a chi passasse  in quella zona di fermarsi a mangiare un piatto di fettuccine col  sugo del ragù, che bolliva sul fuoco dal giorno precedente.

Certo, durante la settimana era difficile che qualcuno si fermasse all’ Osteria del Contadino, però, il sabato e la domenica Giorgio si rallegrava nel vedere i clienti arrivare.

L’osteria era aperta dall’inizio della primavera fino all’autunno inoltrato, poi chiudeva, con i primi freddi, e Giorgio poteva stare un po’ tranquillo con la sua famiglia.

Davanti all’osteria c’era un ampio spazio per il parcheggio delle auto e tutto intorno c’erano le stalle con le mucche, gli asini e i maiali e, in  un ovile,  pecore e galline.

Egli aveva costruito, con piccoli tronchi d’alberi, una sorta di negozio-bancarella, dove  esponeva e vendeva verdure, olive, olio, zucche e frutta della sua campagna.

Fu grande la sorpresa di Giorgio quando, un giorno, da lontano, vide un grosso autobus con targa straniera avvicinarsi e fermarsi nel parcheggio e da esso scendere un arzillo autista, che non superava la sessantina e, con lui, una cinquantina di turisti tedeschi.

Restò impalato sull’uscio  ad asciugarsi le mani con uno straccio, che ogni oste tiene a portata di mano.

L’autista, un italo-tedesco, nativo della provincia di Avellino, chiese subito qualcosa da bere, mentre i turisti si incamminavano a visitare la campagna e a vedere quella bancarella, dove Giorgio esponeva i prodotti della sua terra.

Giorgio chiese all’autista se gradiva un buon  bicchiere di vino, ma l’autista rispose che, da quando guidava, non aveva mai bevuto bevande alcoliche e optò per un’aranciata.

Poi prese a raccontare: “In trent’anni alla guida di questi autobus non ho mai toccato un solo bicchiere di vino, la società mi avrebbe licenziato in tronco”. “Caspita! Trent’anni di guida…quanta strada avete fatto!” replicò Giorgio.

“Ho portato in giro per l’Europa tanti turisti, loro sì che, a pranzo e a cena, bevono senza ritegno, tanto poi li riporto io in albergo”.

L’autista continuò col dire che amava la campagna e che, durante i suoi viaggi, cercava sempre di andare in aperta campagna, alla ricerca di trattorie o agriturismi, dove gustare cibi genuini, che difficilmente si possono trovare nelle grosse metropoli.

L’oste lasciò l’autista sorseggiare la sua fresca aranciata e si affrettò ad andare in cucina per preparare il pranzo.

Intanto i turisti tedeschi, dopo  aver curiosato nella campagna, iniziarono a prendere posto nella sala da pranzo.

Giorgio portò subito degli antipasti a base di formaggi vari, prosciutto, capicollo, salame dolce  e piccante, olive nere e bianche, delle  piccole ricottine di latte di pecora di sua produzione, dei bocconcini di mozzarella, bruschette, condite con pomodorini, aglio e basilico, pane casareccio in quantità e molti boccali di vino locale, che i tedeschi bevevano con piacere.

Poi, dopo circa un’oretta, portò in tavola le famose fettuccine al sugo di ragù e, mentre i turisti mangiavano voracemente, accese la brace con dei rametti secchi e della carbonella, ponendovi sopra delle salsicce, cosciotti di pollo e costolette di capretto.

L’autista e tutta la comitiva di turisti gustarono molto questo pranzo preparato da Giorgio che, alla fine, offrì ad ognuno caffè e grappa di sua produzione.

La comitiva salutò il contadino riprendendo il viaggio. Per il nostro oste quella  fu una giornata indimenticabile e, a fine giornata, provò grande soddisfazione sia per l’affluenza dei clienti che per la novità di aver ospitato dei turisti tedeschi.

(Febbraio 2017)

DON ANTONIO CAFIERO

 

di Luigi Rezzuti

 

 

Don Antonio Cafiero era nato e vissuto nei Vergini, un quartiere di Napoli. Amava Napoli e il Napoli. Era un napoletano D.O.C.

Ne parlava con passione del suo Napoli, la sua squadra del cuore, un ideale, un sogno.

Il Napoli per lui era la bandiera del Meridione, il  simbolo di un popolo di grande cultura e dignità.

Amava il Napoli ma non lo interessavano tanto le tattiche, gli schemi, le formule calcistiche. In campo non andavano i calciatori nè i moduli. In campo andava il Napoli.

Per lui non era tanto importante partecipare ma vincere.

Una domenica mattina la moglie aveva cucinato la genovese e proprio quel giorno c’era l’incontro di calcio Napoli-Genoa e il Napoli perse in malo modo.

Per la disperazione, per il dispiacere, non ci pensò nemmeno un secondo, aprì il balcone e buttò giù in strada tutta la genovese, cucinata con tanto amore dalla moglie.

Amava il Napoli Don Antonio Cafiero e coinvolgeva tutti nella favola del pallone.

Sedeva spesso, d’estate al tavolo di un bar, in piazzetta, e subito intorno a lui si faceva gruppo: parlava a  raffica, solo ed esclusivamente del suo Napoli mentre tutti  lo ascoltavano con grande attenzione.

Si racconta che la mattina della domenica, quando il Napoli giocava in casa, spalancava balconi e finestre della sua casa, in piazza, e faceva sventolare una grande bandiera del Napoli.

Don Antonio Cafiero amava il Napoli ma non aveva mai imparato alcuna formazione a memoria.

Morì prima che il Napoli vincesse il suo primo scudetto, ma in molti dissero che sarebbe morto comunque per questo evento.

Don Antonio Cafiero era morto prima, si prima della vittoria calcistica del suo Napoli, ma nessuno di loro se n’era accorto.

Era morto prima, perché si muore quasi sempre prima che un vero sogno si realizzi.

(Gennaio 2017)

TOTONNO ’E  QUAGLIARELLE

 

di Luigi Rezzuti

 

Totonno ’e quagliarelle era un personaggio di altri tempi, un uomo tutto di un pezzo, un napoletano D.O.C., un personaggio unico, intelligente, abile nel commercio e consumato giocatore di carte.

Il “Cavaliere”, così lo chiamavano nel quartiere, sulla testa portava un parrucchino, che ogni tanto sistemava, e tutti i giorni indossava sempre lo stesso vestito, ormai malandato e sgualcito, un papillon al collo e un paio di occhialini sul naso.

Era considerato un grande giocatore di poker. In gioventù, infatti, aveva frequentato le sale da gioco napoletane, dove, a suo dire e stando al parere di quelli che avevano assistito alle sue giocate, aveva tenuto testa ai più abili e smaliziati giocatori della metropoli campana, riuscendo a vincere anche ingenti somme di  danaro.

Il cavaliere gestiva, proprio nel centro storico di Napoli, un bar, frequentato da un gran numero di clienti, che vi venivano attirati, non solo dai modi sempre affabili del proprietario, ma anche dalla sua capacità di  venire incontro alle esigenze dei clienti, nei modi più svariati.

La pasticceria e gelateria era stata impiantata, con  personale qualificato, in via San Gregorio Armeno, un quartiere popolare di Napoli.

Poi, in breve tempo, grazie alla sua spiccata intelligenza, era riuscito ad impadronirsi di tutti i segreti e si era messo a preparare dolci e gelati da solo, riuscendo anche a creare delle specialità, che erano il suo vanto e il suo orgoglio.

Totonno ’e quagliarelle era anche un grande tifoso e appassionato di calcio. Aveva fatto installare, su una parete del bar, un grosso televisore e tutte le volte che giocava la squadra del suo cuore, il “Napoli”,  i clienti andavano ad assistere alla partita, previo il pagamento di una consumazione.

A Natale e a Pasqua, il bar era pieno di panettoni di ogni tipo e marca, di colombe e di cassette di liquori.

In occasione di queste festività, organizzava delle vere e proprie campagne di vendita, tipo “Prendi due e paghi uno”. Inoltre a chi acquistava il panettone, o la colomba, a Pasqua,  regalava anche un bottiglia di spumante.

Alla fine di quelle che egli chiamava le sue “campagne”, i clienti più affezionati gli chiedevano come fosse andato quel Natale o quella Pasqua e Totonno ’e quagliarelle rispondeva col sorriso sulle labbra e con gli occhi che gli brillavano per la gioia: “Di Totonno ’e quagliarelle ce n’è uno soltanto, gli altri sono dei dilettanti e queste campagne le posso fare solo io”.

Aveva da poco tempo compiuto ottant’anni, sembrava essere in gran forma, sia fisica che mentale, ma se ne andò improvvisamente, in una mattina di luglio, per un infarto, lasciando un gran vuoto nel cuore dei tanti clienti che lo stimavano e gli  volevano bene.

(Dicembre 2016)

IL ROLEX RUBATO

 

di Luigi Rezzuti

 

Williams, un giovane di nazionalità inglese, dopo aver superato l’esame di laurea con ottimi voti, si concesse una vacanza a Napoli per visitare le bellezze del golfo: Ischia, Capri e Procida e, successivamente, recarsi in costiera sorrentina ed amalfitana.

Atterrato con l’aereo a Capodichino prese alloggio in un lussuoso albergo sul lungomare di Napoli.

La mattina successiva si imbarcò direttamente da Mergellina con il primo aliscafo per Procida, dove andò a visitare l’ex penitenziario, la Chiaiolella e Vivara e si fermò a pranzo presso una caratteristica trattoria del porto.

Essendo l’isola poco estesa, offre poco ai turisti e, quindi, Williams rientrò a Napoli per poi imbarcarsi, il giorno successivo, per Ischia, dove rimase due giorni, per visitarla quasi tutta.

Per prima cosa andò a visitare il famosissimo Castello Aragonese, poi si recò a visitare la Chiesa del Soccorso di Forio d’Ischia, la baia di San Montano e S. Angelo.

Dopo due giorni, trascorsi  a gironzolare per Ischia, ritornò in albergo a Napoli per imbarcarsi il giorno dopo per Capri, il gioiello del golfo.

Giunto sull’isola prese la funicolare e raggiunse la famosa piazzetta di Capri. Qui,  attraverso le viuzze piene di negozi e di turisti, raggiunse Tragara ed ammirò dall’alto i suggestivi faraglioni.

Williams, però, prima di partire per Napoli, aveva dimenticato i consigli degli amici e dei parenti e aveva tenuto al polso l’orologio d’oro, regalatogli dai genitori come premio per la laurea.

Al ritorno da Capri, la prima passeggiata fu in direzione di Spaccanaoli dove, a San Gregorio Armeno, potette ammirare le botteghe degli artigiani, intenti a costruire presepi e preparare pastori.

Dopo una breve pausa per gustare la famosa sfogliatella e un buon caffè nello storico bar Scaturchio, si recò ad ammirare la Cappella San Severo e la magia del Cristo Velato, restando incantato davanti a quell’opera d’arte.

All’uscita si avvicinò a due ragazzi, di bell’aspetto e ben vestiti, per chiedere loro, in un italiano approssimativo, il percorso per andare a visitare la Chiesa di Santa Chiara.

In  una  frazione di secondi, uno dei due ragazzi gli sfilò dal polso il Rolex con un gesto preciso e fulmineo.

Gli scippatori, dopo il furto, si eclissarono a velocità olimpionica nei vicoli che circondano piazza San Domenico Maggiore.

Williams, vedendo un’auto della polizia, che vigilava in permanenza Piazza del Gesù Nuovo, si recò di corsa a sporgere la denuncia di furto.

L’agente di polizia con fare quasi annoiato approntò il verbale, però, con scarsissima diplomazia ed educazione, insinuò che queste denuncie quasi sempre sono delle truffe degli stessi turisti raccontando che essi, prima di mettersi in viaggio per Napoli si rivolgono ad  un’ agenzia assicuratrice per stipulare una polizza contro il furto di gioielli e dell’orologio costoso che portano abitualmente al polso, generalmente un Rolex d’oro, e quindi dopo una denuncia di furto le compagnie assicuratrici pagano perché subire uno scippo in questa città non provoca sospetti.

Poi concluse dicendo che non era facile recuperare la refurtiva perché, quasi sicuramente, l’orologio era finito nella zona degli orefici dove confluiscono gli scippatori. Questi, poi, si liberano della refurtiva vendendola a qualche ricettatore del quartiere, che acquista l’oggetto rubato per rivenderlo a sua volta.

Williams restò ammutolito e rattristato per non aver dato ascolto ai consigli degli amici e dei parenti e non solo per questo. Rimase indignato ed esterrefatto dalle insinuazioni del poliziotto.

Ritornò, quindi,  in albergo e, chissà per quale miracolo, dopo circa un’ora ricevette una telefonata dal commissariato di zona che gli comunicava il ritrovamento dell’orologio e l’arresto dei due scippatori.

Williams restò piacevolmente stupito e rimase in attesa del commissario, il quale giunse direttamente in albergo, sul lungomare, con la refurtiva ritrovata.

Il commissario restò a parlare con lui in un inglese passabile, Williams lo invitò al bar dell’albergo a bere un buon whiskey e, dopo qualche ora di conversazione, i due si scambiarono gli indirizzi di posta elettronica con l’invito, da parte di Williams al commissario, di andare a Londra come suo ospite.

Finalmente, dopo tante emozioni e una notte tranquilla, il giorno dopo Williams noleggiò un’auto e se ne andò     a visitare la costiera sorrentina e quella amalfitana. Ma non mise più il Rolex d’oro al polso.                                                                     

(Novembre 2016)

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