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NAPOLETANI TENDENTI AL CIBO SANO MA GOLOSO   CAMPANI E NAPOLETANI SEMPRE PIÙ ATTENTI A UNO STILE DI VITA HEALTHY, MA NON MANCANO MOMENTI DI COCCOLE...
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BENEFICI E SVANTAGGI DEI COMPITI A CASA   di Annamaria Riccio   Il lavoro scolastico svolto a casa è sempre stato un punto nevralgico che ha investito...
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“La mappa non è il territorio”   di Gilda Rezzuti   L’essere umano, per sua natura, non può vivere in solitudine, ma deve, lungo il corso della sua...
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Belle Arti. Luci e ombre.   di Antonio La Gala   L’Istituto delle Belle Arti di Napoli, dopo decenni di peregrinazioni in varie sedi, approdò, negli...
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 La Sezione collinare Anpi “Aedo Violante”   di Marisa Pumpo Pica   Come nasce la Sezione collinare Anpi “Aedo Violante”? Nasce per moto...
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Mattia Preti, arte e omicidi   di Antonio La Gala   Mattia Preti, uno dei maggiori pittori del Seicento napoletano e italiano, è noto ai vomeresi...
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Il pittore Gaetano Ricchizzi   di Antonio La Gala   Figura singolare di uomo e di artista, Gaetano Ricchizzi, (Napoli 1879 - Napoli 1950), è fra i...
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L’architetto Adolfo Avena   di Antonio La Gala   Adolfo Avena è fra i protagonisti del mondo architettonico napoletano fra gli ultimi decenni...
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Meno male che il santo c’è   di Antonio La Gala           I recenti preoccupati commenti sul mancato miracolo di San Gennaro di metà dicembre,hanno...
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PROCIDA MARINARA   (Aprile 2022)
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Un rinnovato equilibrio

 

di Gilda Rezzuti

 

Sulla terra il cielo era terso, in una tiepida mattina dell’anno 3789. I mandorli iniziavano a fiorire, sui monti si scioglieva la neve e le prime giovani foglioline, come un manto di velluto verde, coprivano i prati.  Ancora una volta si osservavano i segni della primavera che incalzava e che, con il suo arrivo, annunciava anche la nascita di una nuova era.

Da sempre il ciclo delle stagioni non aveva subito nessun arresto, malgrado il danno evidente, verificatosi nell’ecosistema. Intorno, però, tutto l’ambiente era alterato: nell’aria c’era uno strano odore e l’acqua aveva un ignoto colore. L’unica cosa immutata rimaneva il susseguirsi delle stagioni, ma questa volta il processo si ripeteva in un panorama insolito, in un luogo nuovo. Infatti, lo scenario si presentava silenzioso e spettrale. Inquietante la contraddizione tra la primavera, simbolo di rinascita, che prepotentemente affermava la vita, e la quiete sinistra, intorno alla quale imperava la morte. Gli esseri umani e le altre creature viventi si erano estinti, l’habitat naturale, gravemente logorato, non era più adatto ad accoglierli. Unico responsabile della situazione era stato l’uomo. Animale razionale e creativo, con il potere di edificare e demolire, con la sua avidità, sete di controllo e dominio, aveva, invece, danneggiato irreversibilmente la sua “casa”. Si era spinto troppo in là, senza più la possibilità di tornare indietro e correggere il tiro. Era salito sempre più in alto su una scala barcollante, che inevitabilmente lo aveva fatto precipitare, disperdendone i pezzi distrutti, come avviene a fantocci di creta. Ora si potevano osservare, sulla superficie terrestre, solo le tracce di una civiltà scomparsa, i segni di un mondo vuoto, congelato, fermo come in una bolla, un regno sbiadito, che in un tempo lontano era stato colorata dimora dell’umanità.

In natura, però, nulla si distrugge ma tutto si trasforma e, ancora una volta, la generosa potenza generatrice offrì un’altra possibilità al pianeta. Un giorno, infatti, la terra, aiutata da energie sconosciute, poté darsi un nuovo assetto. Un’aura luminosa, intorno a corpi immateriali, delimitava il perimetro dell’essere e dell’essenza, apparteneva ad un esercito alieno che avanzava da ogni parte sul continente. L’originale e più consapevole intelligenza avrebbe fatto del territorio un luogo incontaminato, adatto ad ospitare una nuova progenie, più misurata ed evoluta.

Ebbe così inizio un’epoca diversa, in cui non esisteva più il tempo, né la memoria, ma solo la visione di un amore universale.

(Maggio 2024) 

LA FRITTATA

 

di Luigi Rezzuti

 

Da ragazzo Arturo abitava in una traversa del Corso Garibaldi che congiungeva il corso con il Borgo di Sant’Antonio Abate. La sua casa era in una palazzina di tre piani, loro erano al primo piano. Di fronte c’era una famiglia di persone anziane, al secondo piano, abitava una giovane vedova che tutte le mattine, verso le otto, andava a lavorare in una dattilografia, in un ufficio del Tribunale di Napoli. Al secondo piano c’era la casa della nonna, dove, la sera, andavano a dormire le sue sorelle. La loro era una famiglia numerosa: suo padre, sua madre e cinque figli. Al terzo piano abitava un’insegnante con due gatti e, di fronte, una famiglia che aveva un negozio a Porta Capuana. Un giorno la figlia della giovane vedova ritornò a casa, aveva vissuto tutta La sua infanzia in un Istituto di Suore. Era una bella ragazza, aveva da poco compiuto diciotto anni, bruna, occhi scuri, un bel sorriso, alta, un bel fisico, si chiamava Andrea. Arturo la notò subito e subito si fece notare iniziando a farle la corte. Oltre a piacergli gli incuriosiva molto il fatto che fosse stata in un Istituto di Suore. Pensava che era una ragazza di sani principi morali, religiosa, senza grilli per la testa, insomma una brava ragazza. Non ci mise molto a conoscerla e frequentarla. Infatti tutte le mattine, quando  la mamma usciva per andare al lavoro, egli subito saliva al secondo piano, trovava la porta socchiusa, entrava e lì trovava Andrea sempre in sottoveste e subito  iniziavano a baciarsi e ad abbracciarsi. Fu un amore platonico, non andarono mai oltre ad un semplice bacio.  Una mattina, come al solito, la mamma uscì per andare al lavoro ed Arturo salì di corsa a casa di Andrea. Purtroppo, dopo qualche minuto, ritornò la mamma, aveva dimenticato dei documenti e li colse in flagrante. Arturo scappò di corsa, mentre la mamma diede un paio di schiaffi alla figlia. Poi scese a casa di Arturo, bussò alla porta, aprì la madre e lei, moltt preoccupata, le chiese di controllare suo figlio per evitare che salisse in sua assenza, tutte le mattine, dalla figlia. La madre di Arturo cercò di rassicurarla dicendole che erano due giovani ingenui e di buona famiglia. Lei rispose: “Signora, so bene che suo figlio è un bravo ragazzo, ma ho paura che, proprio perché sono tutti e due ingenui, possono fare la “frittata”. Per un attimo Arturo non capì cosa volesse dire “possono fare la frittata”, poi immediatamente dopo, capì e sorrise. Da quel giorno i due ragazzi si frequentavano solo in presenza della mamma di lei, uscivano per andare a fare una passeggiata o a vedere qualche film. Il controllo diventò severo, non si potevano più scambiare nemmeno un bacio ed allora decisero di riprendere gli incontri mattutini a casa della nonna di Arturo che, essendo molto anziana, era sempre a letto a riposare.

Trascorsero alcuni anni indimenticabili, poi arrivò il giorno che tra un bacio e l’altro, tra un abbraccio e l’altro, fecero la “frittata”. Erano troppo giovani e ingenui, seguirono giorni di ansia, di terrore, di preoccupazione, Andrea ebbe un ritardo di quindici giorni, poi fortunatamente qualche “santo” li perdonò, ma da quel giorno divennero molto più attenti. Poi, come capita, ogni cosa bella, purtroppo, ha una fine. Un giorno Andrea gli disse che la mamma aveva un compagno ed aveva deciso di trasferirsi a casa di lui, in un paesino in provincia di Napoli. Furono giorni tristi, erano due giovani perdutamente innamorati e non volevano accettare di separarsi. Il giorno dell’addio, ancora oggi, a distanza di alcune decine di anni, Arturo lo ricorda come una pugnalata al cuore. Era finito per sempre un gran bell’amore tra due adolescenti. Non si videro più, né si sentirono, all’epoca non esistevano i cellulari, ma ancora oggi Arturo ricorda di aver vissuto, in  un periodo della sua gioventù, un amore indimenticabile.

(Aprile 2024)

In campeggio ad Ischia

 

di Luigi Rezzuti

 


Avevo diciotto anni e da diciassette, ogni anno, durante l’estate, andavo a villeggiare ad Ischia con la mia famiglia. Quell’anno chiesi ai miei genitori il permesso di andarvi, in campeggio,c on un mio amico.  Entrambi, pieni di entusiasmo, andammo subito al mercato e comprammo una tenda canadese, chiodi per il fissaggio, due materassini gonfiabili, una grossa torcia e delle aste per montare la tenda. L’ultimo giorno di luglio, sotto un sole cocente, ci imbarcammo dal porto di Napoli e sbarcammo sull’isola con due zaini pesanti sulle spalle. Essi contenevano quanto ci occorreva, ovvero la tenda, magliette varie, due costumi da mare e calzoncini corti. Ci recammo in un campeggio attrezzato ma, quando chiedemmo il prezzo per occupare uno spazio, scappammo via delusi. Avevamo portato con noi quindicimila lire per ciascuno e buona parte del nostro gruzzoletto sarebbe  servito solo per il fitto del posto in campeggio. Non ci perdemmo d’animo e ci incamminammo verso la spiaggia degli Inglesi, pensando di montare la tenda in un angolino. Mentre raggiungevamo la spiaggia, vedemmo un vigneto ed un contadino che raccoglieva grossi grappoli d’una. Ci fermammo e chiedemmo se potevamo  occupare un posticino per montare la tenda, per quindici giorni. Ci chiese, per il fitto, cinquemila lire, con la possibilità di poter mangiare quanta uva volevamo. In un batter d’occhi iniziammo a montare la tenda, poi raggiungemmo la spiaggia e qui, tutte le mattine, andavamo a lavarci in quanto non avevamo acqua nel vigneto. Pagando cinquemila lire per il fitto, ci rimanevano mille e seicento lire al giorno per la colazione, il pranzo, la cena, le sigarette e qualche svago. Ci rendemmo subito conto che quei soldi non sarebbero bastati per tutta la durata del nostro campeggio. Sulla spiaggia degli Inglesi c’era un lido balneare, con bar e ristorante, gestito da una famiglia, composta da padre, mamma e due giovani figlie. Iniziammo immediatamente a fare amicizia con le figlie del gestore. Erano due ragazze carine, della nostra età, forse anche un po' più giovani. Nel giro di due giorni eravamo fidanzati e questo  fidanzamento,   molto “interessato”, fu la nostra salvezza. La mattina andavamo sul lido e facevamo colazione gratis. A pranzo, se non un primo piatto caldo, ci portavano un’ insalatona e delle fette di pane. I genitori delle due ragazze erano sempre molto impegnati e non si accorsero che non pagavamo mai. Purtroppo mi venne in mente un’idea che compromise tutto. Proposi alle due ragazze di scappare di casa insieme a noi. Prendemmo appuntamento per la mezzanotte e, con grande meraviglia, si presentarono puntuali. Avevano con loro un gruzzoletto di danaro e qualche oggettino d’oro ma, quando capirono che era uno scherzo, la “pacchia” di mangiare gratis finì. Per i restanti giorni, al mattino, mangiavamo qualche grappolo d’uva e compravamo due sfilatini di pane al giorno che riempivamo, a pranzo, di pomodori e per cena di fichi, che ci procuravamo da una campagna vicina. Una sera decidemmo di andare in un locale da ballo. Il mio amico, però, non era d’accordo perché, giustamente, diceva: “Ma, senza ragazze, cosa facciamo, balliamo io e te da soli?”  Lo convinsi dicendogli che avremmo sicuramente trovato qualche ragazza libera nel locale. Erano le 21.00, entrammo nel locale da ballo quasi vuoto, data l’ora. Sedemmo ad un tavolino e ordinammo due birre. Qualche metro distante da noi c’erano due donne sole, avevano, forse, una cinquantina d’anni, mi alzai e andai al loro tavolo, proponendo di unirci tutti e quattro ad un solo tavolino. Le due anzianotte accettarono sorridendo, il mio amico ironicamente mi disse che così avremmo ballato con le “nonne”. Gli risposi: “Meglio queste che niente” Iniziai a corteggiare una di loro e fui subito seguito dal  mio amico con l’altra donna. Forse erano in cerca di avventure perché accettarono volentieri il nostro corteggiamento. Ballammo tutta la sera, fino a tarda notte e furono le due donne milanesi, in cerca di avventure, a pagare le consumazioni. Eravamo capitati proprio bene! In fondo avevano anche un bel corpo, l’unico problema per noi è che erano anzianotte, ma a quel punto importava poco. Diventammo, per forza di cose, anzi per fame… i loro “gigolò”. Tutte le sere ci incontravamo al locale da ballo e, immancabilmente, pagavano sempre loro, sia le consumazioni che le sigarette. Che bello! Era tutto gratis, ma in cambio offrivamo prestazioni amorose da ragazzi, se pur già smaliziati ed esperti. Purtroppo, le due milanesi ci salutarono. La loro vacanza era finita ed  era finita anche per noi, economicamente parlando. Un pomeriggio, non avendo nulla da fare, andammo a passeggiare lungo il corso principale di Ischia Porto, lo percorremmo avanti e indietro per più di due ore, poi, stanchi, decidemmo di acquistare due birre per andare a berle in pineta. Strada facendo, incontrammo due ragazze e le invitammo a bere con noi. Erano due commesse della Standa (di Napoli) ed erano venute per un giorno ad Ischia. Avevano l’ultimo traghetto alle 19,30 per fare ritorno a casa, ma tra una birra e l’altra, tra una barzelletta e l’altra e chiacchierando, riuscimmo a far perdere loro l’ultimo traghetto. Le ragazze erano preoccupatissime, non sapevano come avvertire i genitori della mancata partenza. Cercammo di calmarle consigliando loro di telefonare a qualche collega, che avrebbe potuto avvertire i genitori, rassicurandoli e comunicando che, comunque, le ragazze avrebbero pernottato a casa di un’amica che era  in villeggiatura ad Ischia. Fu una serata, anzi, una notte, indimenticabile. Altro che le due anzianotte milanesi. Erano due belle ragazze, di qualche anno più grandi di noi, simpatiche, divertenti, allegre e forse anche un po' birichine … Sotto la tenda canadese c’era lo spazio solo per due persone, quella notte eravamo in quattro. Ci stendemmo sui  materassini gonfiabili, usati da noi come lettini, ma, tra un movimento e l’altro… e per il poco spazio, si sgonfiarono tra l’ilarità di tutti. Per giunta si spense anche la torcia, forse ormai si era scaricata… e rimanemmo completamente al buio finché none uscimmo... a riveder le stelle… Che notte quella notte… Finita la nostra indimenticabile vacanza, tornammo a Napoli e andammo a  fare una buona “mangiata” in una trattoria a piazza Municipio. Ne avevamo proprio bisogno.

(Marzo 2024)

NEL MEZZO DEL CAMMIN DI NOSTRA VITA

MI RITROVAI IN UNA SELVA OSCURA

 

di Luigi Rezzuti

 

Una sera d’estate, quelle sere calde, dove veramente l’afa ti riduce ad essere senza voglie ed interessi, oppresso dalla canicola decido di andare a fare un giro in auto, tanto per rimanere un po' di tempo con l’aria condizionata e riprendermi un attimino. Dove vado, dove non vado, sono bastati due spifferi di aria fresca per farmi decidere di andare in un boschetto dove non ero mai andato perché troppo lontano dalla mia abitazione, quindi decido di andarci. Guido per quasi mezz’ora pensando se il mio abbigliamento fosse adeguato al posto. Ho nel baule dell’auto dei calzoncini corti, mi fermo in un piazzale dal quale parte un sentiero che finisce in un boschetto adiacente, la zona è molto tranquilla c’è qualche auto posteggiata ma nessun movimento di esseri umani. Rimango in auto per qualche minuto, arriva un’auto, scende una donna molto alta e magra, indossa una minigonna, ha i capelli a caschetto neri, si guarda un po’ intorno, poi si dirige sicura verso il sentiero scomparendo nel bischetto. Un’altra auto passa vicino alla mia guardando dentro, si ferma un po' più in là, scende un uomo molto grasso, avrà sui cinquant’anni, si accende una sigaretta, fa due tiri, la butta, la spegne schiacciandola col piede e si incammina nel bosco. Qualcuno esce dal bosco, risale in auto e se ne va. Arriva un Suv di lusso, scendono un uomo in giacca e cravatta, sui cinquant’anni e una donna molto elegante e piacente, almeno così sembra, poco più di quarant’anni, ridono e scherzano ad alta voce, sembrano molto a loro agio. Restano vicino all’auto alcuni minuti e poi anche loro si inoltrano chiacchierando nel boschetto. A questo punto, attendo ancora un minuto poi prendo a camminare nel buio della notte tra i rami e i cespugli, cammino senza trovare traccia di alcun essere vivente, ad un cero punto sento un vociare provenire da poco lontano, risate sguaiate, schiamazzi di gente che sembra stia divertendosi. Cammino in direzione della festicciola, ormai ci sono, tra la vegetazione abbastanza fitta c’è uno spiazzo dove l’erba è e schiacciata dal continuo transitare di chi si avventura nella selva, la donna, col vestito rosso, ride sguaiata attorniata da un gruppetto di uomini e donne mentre l’uomo che l’accompagnava guarda appoggiato ad un albero. Guardo ma preferisco proseguire nel mio esplorare questo posto. Mi inoltro ancora di più nella boscaglia e qualche metro più in là noto quella donna con la minigonna. Mi sembra che amoreggia con il grassone. Vado oltre e mi inoltro ulteriormente nel bosco che sembra farsi più fitto, curioso di vedere cosa mi riserva ancora questo posto. Cammino per qualche minuto ma non trovo nulla di nuovo, sto quasi per tornare indietro quando vengo preso dalla strana sensazione di essere seguito. Mi fermo e volutamente volto le spalle nella direzione in cui potrebbe giungere il mio inseguitore, anzi faccio di più, mi fermo, non devo aspettare troppo tempo che un uomo alto, con pochi capelli, mi sorride per rassicurarmi e prosegue il suo cammino. Mi sono inoltrato parecchio bel bosco, sono molto lontano dal parcheggio, dopo un aio di minuti rallento e riprendo normalmente a camminare verso l’uscita dal bosco, nessuno mi sta seguendo e non incontro nessuno. Sono quasi al parcheggio che nel frattempo si è quasi svuotato, quando a pochi passi dall’auto mi accorgo di non avere con me il marsupio con le chiavi dell’auto. E adesso cosa faccio? devo averlo smarrito nel bosco, torno sui miei passi guardando per terra per quello che si poteva vedere con il buio pesto che era sceso dopo che la luna era stata coperta da una nuvola. Con qualche difficoltà ritrovo finalmente il mio marsupio con le chiavi dall’auto e rivedo il grassone e la donna con la minigonna che fanno ritorno verso il parcheggio. Il grassone mi saluta: “Ciao! Cosa fai qui tutto solo?” gli spiego il perché sono tornato indietro e che probabilmente non ci tornerò più perché per me è un posto molto scomodo da raggiungere. All’improvviso il grassone tira fuori un coltello a serramanico e mi obbliga a dargli il mio portafogli se voglio fare ritorno a casa, gli consegno il portafogli e mi lascia andare. Mi incammino ancora tutto impaurito verso il parcheggio, ho fortunatamente il mio marsupio e le chiavi dell’auto, il cielo si sta già schiarendo, sembra quasi albeggiare, ma che ora si sarà fatta?

(Settembre 2023)

IN UN PAESINO SPERDUTO DI MONTAGNA

 

di Luigi Rezzuti

 


Quello che sto per raccontare non esce da una bella penna di un autore di storie romantiche, ma dalla realtà, che, in fatto di storie, sa come superare di gran lunga ogni più fervida fantasia. Tanti anni fa, in un paesino sperduto sulle montagne dell’Avellinese, una ragazzina, appena adolescente, sta vivendo i primi batticuori per un ragazzo di poco più grande di lei. I due si conoscono appena, egli la segue in bici quando lei, accompagnata dalla madre e dalle sorelle, ogni giorno raggiunge la sarta da cui prende lezioni di cucito. Si guardano, nulla di più è concesso a quel controllo serrato e severo. Egli, da ragazzo innamorato, cerca, come può, di catturare immagini di lei e impressionarli su fotografie, su cui, poi. appone dei pensieri in libertà. Lo stesso fa su fogli di carta che conserva gelosamente e su di  essi scioglie tutta la poesia di un amore puro e dolce, che trattiene dentro di sé. Ma intanto qualcuno coglie i segni di quel sentimento appena nato e il padre di lei gli intima di abbandonare immediatamente ogni aspettativa. La loro è una famiglia troppo povera per pensare di dare la ragazza in moglie a uno che non se la passa certamente meglio. E così lei, col cuore infranto, dirà a quel ragazzo che continua a seguirla ogni giorno, di dimenticarla per sempre, se non vuole che suo padre intervenga più duramente. Lui obbedisce, perché l’unica cosa che non vorrebbe è farle del male, e parte. Va  a cercare lavoro a Milano. Lì troverà una donna che diventerà sua moglie e madre dei suoi figli. Lei, dopo qualche tempo, sposerà un uomo con cui vivrà un’intera vita di felicità ed amore. Passano gli anni, alcune decine, sessanta, per la precisione, quando lui, da vedovo, torna al paese. Chiede di lei, non l’ha dimenticata, scopre che è rimasta vedova da poco, e allora chiede il suo numero di telefono e un giorno, domato il cuore che batte forte, la chiama. Lei è titubante, forse all’inizio neppure se ne ricorda e, comunque si fa coraggio e accetta di incontrarlo. Il tempo ha trasformato i loro corpi, ha inciso rughe sui loro volti, ne ha scolorito i capelli, ha appesantito gli sguardi, ma ha lasciato intatta quell’emozione che, molti e molti anni prima, era stata bruscamente interrotta. E, in più, per lei il tempo aveva in serbo una sorpresa del tutto inaspettata: un pacchetto di scatti che la ritraevano ancora così giovane e bella e, sul retro, le parole che lui non aveva potuto rivolgerle, i sentimenti che non aveva potuto esprimerle. Le aveva custodite gelosamente, perché, nel più profondo del suo cuore, non aveva mai smesso di pensare a lei. Preso atto del fatto che questa volta non avevano nessun valido motivo per opporre un diniego né di attendere ancora così tanto a lungo, dopo che ognuno aveva attraversato un’intera vita, fatta di   mille altre cose. La difficoltà adesso diventa quella di superare il senso del pudore che di per sè non contemplerebbe che, alla soglia degli ottant’anni, si torni a vivere le passioni di un’adolescenza. Lui, nonostante tutto, mostrava ancora la pazienza di aspettare che in lei maturasse la scelta di seguirlo in un paesino poco distante da quello in cui ha vissuto in questi anni, per sperare di poter percorrere assieme tutti i passi che la vita intende ancora concedere loro. Pochi, rispetto a quelli che in realtà avrebbe desiderato, ma per sempre meglio di niente. E’ premuroso e la raggiunge spesso, la porta a cena fuori e l’accudisce come può. Pare addirittura che, quando lei è stata operata alle cataratte, anziché con il convenzionale e scontato mazzo di fiori, lui si sia presentato al suo capezzale con un cesto ricco di tutte le prelibatezze del suo orto, coltivate con la stessa dedizione che ancora rivolge a lei. Ormai in paese tutti conoscono la loro storia e anche il figlio di lei sarebbe felice di saperla in compagnia di un uomo che la ama profondamente, solo che, per ora, quel senso di pudore è più forte e le impedisce di cedere alla tentazione di raggiungerlo. Ma è felice: chi la conosce giura di leggerle sul suo volto un guizzo di rinnovata allegria e di vitalità che solo un amore impermeabile al tempo e allo spazio poteva restituire. Ed è tutta qui la magia di questa storia nella luce, bella e radiosa, che infonde ai suoi ottuagenari protagonisti. L’emozione di sapere che da qualche parte, neppure troppo lontano, si stia consumando una storia così romantica, a dispetto di tutte quelle in cui il senso vero dell’amore viene quotidianamente mortificato e svilito.

(Luglio 2023)

UN RICORDO INDIMENTICABILE

 

di Luigi Rezzuti

 

Questo non è un racconto d’amore, ma solo un ricordo che porterò per sempre nel mio cuore.

Avevo 18 anni quando, per la prima volta, vidi lei, bella, impossibile, solare, aveva un sorriso stupendo.

Da quel primo giorno, non l’ho più dimenticata. Pomeriggi interi a spiarla, per ore ed ore, ad aspettarla davanti a quel vicolo dove si riuniva con le amiche. Ogni volta che arrivava i miei occhi si illuminavano, diventavano lucidi per la gioia, il cuore impazziva e andava a mille, ma lei non si accorgeva di niente e a me andava bene così, mi bastava vederla ogni sabato, mentre entrava in pizzeria dove io e i miei amici ci riunivamo.

La guardavo, senza farmi notare. Era bella, forse troppo bella per me.

Ricordo ancora ogni sabato in lacrime perché volevo andare a dirle tutto, ma non ci riuscivo anche se i miei amici mi davano coraggio, mi rassicuravano, mi spronavano. Io, come al solito, non riuscivo nemmeno a dirle: “Ciao”. Forse questa è l’unica cosa che rimpiangerò per tutta la vita, rimpiangerò quel maledetto giorno in cui la vidi entrare per l’ultima volta nella pizzeria con il suo stupendo sorriso ed io, troppo imbarazzato, scappai via.

Dopo tante promesse, fatte anche con i miei amici, ci fu il momento di avvicinarmi e provare a conoscerla.

Beh… scappai via, ero ingenuo, stupido, timido, ma forse era solo destino.

Fu così che quella stessa sera lei perse la vita in un incidente col motorino.

Quello è stato il giorno più brutto della mia vita. Oggi, dopo una cinquantina di anni circa, il mio cuore batte ancora per lei, batte ancora quado passo davanti a quel vicolo dove, però, non riesco a girarmi perché so che non la rivedrò mai più, sorridente come sempre.

Ora sto bene, non sono triste perché so che lei è qui con me, ogni giorno le parlo, so che lei mi guarda, ancora sorridente, di lassù.

E vorrei dirle solo una cosa che non le ho mai detto o, forse, non ho mai avuto il coraggio di dirle: “Antonella, sei stata il mio primo colpo di fulmine. Non ti dimenticherò mai, non dimenticherò mai la gioia che provavo vedendoti sorridere, rimarrai sempre con me Non costa niente sognare, no? Non ti dico addio perché un giorno, forse ci rincontreremo. Quindi, ciao, Antonella. Un bacio. Tuo per sempre”.

(Maggio 2023 - Gli articoli vengono riprodotti quali ci sono pervenuti)

MUSTAFA’

 

di Luigi Rezzuti

 

Mustafà sta qua, Mustafà sta qua.

Con questa voce si fa strada pian piano, sulle spiagge del litorale di Formia, la possente figura di Mustafà, con la sua colorata mercanzia di palloni, scarpette da mare, giochi da spiaggia.

Lo chiamo perché mi si sono rotte le pianelle di gomma.

Ora, è di tradizione mercanteggiare con gli ambulanti, invece, io che tendo ad avere sempre lo sconticino nel negozio elegante, senza ottenere che un’alzata d’occhi schifiltosa della commessa, con gli ambulanti, per principio, non tiro mai sul prezzo e, quando Mustafà mi chiede otto euro, gliene do dieci e lo fermo mentre sta per cercare i due euro di resto.

E per non offenderlo gli dico che no, il resto è per un caffè.

Mustafà non mi ringrazia, allarga ancora di più il suo sorriso biascicando, quasi a se stesso, qualcosa sulla giornata cominciata bene per aver venduto a dieci euro una cosa da otto. Il che significa che in quella giornata venderà tante cose.

Lo osservo che si allontana lanciando la sua voce di richiamo, col suo carico che sembra non pesargli nella mattina canicolare, con il sole negli occhi e il sorriso che gli illumina il volto, nerissimo, incorniciato da una barba bianca.

Mustafà avrà certo i suoi problemi: chissà da dove viene, dove abita, in quale luogo ha familiari cui mandare i pochi soldi che arrabatta.

Eppure sprigiona una serenità antica, quella dei tempi in cui non ci si poneva troppi problemi e non si era pressati da troppe aspettative: quando si “campava” la vita giorno per giorno, moneta su moneta, assaporandone il gusto ora dolce ora amaro.

Forse tutti noi dovremmo provare a gridare ogni tanto il nostro nome come un richiamo (Luigi sta qua, Danilo sta qua) che sintetizzi il senso primario ed essenziale della vita. Esserci ancora, malgrado tutto.

Con la mercanzia che ognuno di noi ha la capacità di offrire a  se stesso e agli altri, accompagnati da un sorriso, che ha il potere di illuminare il cammino.

(Aprile 2023)

RICORDI DI GIOVENTU’

 

di Luigi Rezzuti

 

Trovo curioso come un semplice odore ti faccia rivivere dei momenti della vita ormai sepolti nella memoria, dove i ricordi rimangono sopiti e impolverati. Sono in coda alla cassa del supermercato, gli anni cominciano ad essere molto di più di quelli che vorrei avere e di quelli che mi sento in realtà, sono l’ultimo di una fila di quattro carrelli, e dietro di me c’è giusto lo spazio per passare ed andare nelle corsie. Una ragazza che ostenta il suo ciuffo in modo irrispettoso nei miei confronti, visto che i capelli ne ho ben pochi ormai, mi   passa alle spalle, e in un stante, mi sale su per le narici, annebbiandomi la realtà del momento e facendomi tornare indietro di sessant’anni almeno. Avevo da poco compiuto vent’anni, avevo la patente da poco e una Fiat seicento, un vecchio cartoccio. Dicevo, ero giovane e pieno di capelli, spensierato e con i problemi dei ragazzi medio di quell’età, volevo solo crescere più velocemente, andare a lavorare, potermi divertire e non avere il pensiero dei pochi soldi che mi davano i miei genitori. Volevo divertirmi con giovani fanciulle, ero giovane e spensierato. Quante volte ci siamo strusciati sulla ragazza che ci precedeva in una qualsiasi cosa, come ad esempio quella per il guardaroba nelle discoteche? Fatto sta che una volta sono stato io oggetti di strusciamento, proprio in una discoteca, proprio in coda ai guardaroba, era una ragazza che avevo guardato in precedenza. Ho sentito una presenza importante alle ie spalle, la ragazza era un po' più alta di me, bionda, fisico asciutto e die occhi verdi, la sentivo premere contro le mie spalle, superato l’imbarazzo iniziale, la mente ha cominciato a viaggiare, ho pensato di girarmi all’improvviso e baciarla, oppure a prendere la sua mano con la mia. La cosa ormai era in dirittura d’arrivo, e una volta consegnato il mio giaccone, prima di entrare ho potuto guardare per la prima volta la ragazza che stava dietro di me, e che per buoni dieci minuti non ha ceduto di un millimetro la sua posizione. Mi sono girato, e come una folata di vento, visto che era stata aperta la porta della discoteca per far entrare altri ragazzi come noi, sono stato ammaliato da un sorriso disarmante, due occhioni verdi, una ragazza decisamente bella, vestita con dei jeans, una maglietta bianca e due tacchi a spillo. Prima uno sguardo nei suoi occhi, poi sul suo corpo e poi di nuovo nei suoi occhi, un sorriso ebete sul mio viso, un sorriso malizioso sul suo. Una volta entrato nel locale, ho cercato la mia compagnia di amici, con i quali ho trascorso le prime due ore alternando il ballo in pista a code interminabili al bancone del bar e piccole pause sul divanetto, ma della ragazza nessuna traccia. Il Dj stava proponendo gli utimi dischi di Tenco e sarebbe passato a qualcosa di più soft per quelle nuove coppie entrate che non aspettavano altro che poter avere un po' di tranquillità.  Il mio sguardo ha vagato per tutta la discoteca e finalmente l’ho vista, le ho sorriso, mi si è avvicinata e mi ha sussurrato qualcosa di incomprensibile all’orecchio, mi ha preso per mano e tirato verso il bar, la musica era ovattata, le orecchie tappate, i sensi in subbuglio, ricordo i pochi secondi passati a guardarci che sono sembrati un’eternità in quel momento, le nostre bocche che si sono unite, accompagnate dal desiderio covato tutto il pomeriggio. Ritornando al pomeriggio in questione, una volta che ci siamo ripetutamente baciati, siamo usciti, tra gli sguardi torvi dei miei amici. Quant’anni passati in qualche istante, la ragazza della discoteca quella tra le corsie del supermercato sono scomparse. Faccio coda alla cassa adesso è il mio turno, appoggio quelle poche cose che ho nel carrello sul nastro e aspetto che la cliente che ho davanti finisca di imbustare la sua spesa, la guardo, è una bella donna poco più alta di me, un bel sorriso, due occhi verdi come il mare, le sorrido, mi sorride, le faccio l’occhiolino, mi fa l’occhiolino anche lei, si sistema e se ne va, cerco di fare il più veloce possibile e nel frattempo cerco di non perdere la direzione che ha preso all’uscita, mi catapulto fuori dal supermercato e la cerco, mi sfreccia davanti con lauto, che ho già visto da qualche parte, faccio mente locale, certo l’ho vista nel parcheggio sotto casa mia, la mente corre come un vortice cerca di farmi vedere delle immagini, ne seleziono alcune, le persone si somigliano tutte, quegli occhi verdi non si possono non ricordarli uno sforzo ancora, ecco è lei, abita vicino casa mia, l’ho vista due volte a passeggio colcane, ma non sono poi così fisionomista con le persone, ma con le automobili si, la sua poi si riconosce perché è un modello particolare e soprattutto la targa con i tre numeri uguali, è venuta ad abitare da poco. Ecco l’ho riconosciuta sei la ragazza della discoteca, chissà che non riallaccio i rapporti dopo quarant’anni.

(Marzo 2023 - Gli articoli vengono riprodotti quali ci sono pervenuti)

 LA NAVE CHE AFFONDO’ IN UN MARE DI STRACCI

 

di Luigi Rezzuti

 

Quella lettera sembrava le bruciasse le dita. Assuntina, una popolana napoletana l’aveva letta una decina di volta per capire quello che le faceva scoppiare il cuore. Portava la data del 3 marzo 1892 e Vincenzino l’aveva spedita da Civitavecchia.

Sto caricando balle di stracci - scriveva – poi dovremo fare scalo a Cagliari e finalmente a Genova. Rimarrò a bordo ancora una settimana ma dopo verrò a casa. Aspettami” Quando Vincenzino le aveva parlato degli stracci, mesi prima, Assuntina si era molto stupita.“Credevo sapessi – le spiegò Vincenzino – li stendono a terra negli uliveti e, marcendo diventano un ottimo concime per gli alberi”Assuntina era troppo felice, Vincenzino arrivava a casa e, se avesse mantenuta la promessa, tra due si sarebbero sposati.Lui era il comandante della nave, anche se era giovane per quel compito, doveva ancora compiere Trentacinque anni.Gli armatori della nave, lo avevano imbarcato non appena aveva completato gli studi al Nautico, era cresciuto sulle loro navi ed era diventato il comandante più giovane della compagnia, ed Assuntina ne era molto orgogliosa.Guardava il mare e l’orizzonte non appena ne aveva l’occasione pur sapendo che non avrebbe potuto vedere la nave, perché non sarebbe sicuramente passata li davanti prima di due mesi e Assuntina, dalla sua casa al borgo marinaro, non l’avrebbe potuta avvistare con anticipo che le avrebbe permesso di arrivare al porto in tempo per lo sbarco del suo amato.

La sera del 6 aprile decise di andare a dormire prima del solito, non voleva rischiare di essere ancora a letto mentre la nave sfilava sul lungomare di Napoli. Non riuscì ad addormentarsi, sentì il campanile battere le ore anche dopo a mezzanotte, poi, finalmente il sonno ebbe ragione sula sua eccitazione.

Il sole era appena sopra l’orizzonte che Assuntina era già in piedi. Si affacciò alla finestra, era una giornata meravigliosa come soltanto aprile sapeva offrire, il mare era calmo e splendeva sotto il sole. Le condizioni migliori, pensò, perché la nave potesse avvicinarsi a terra. “La mia nave fa tranquillamente gli undici nodi – le aveva spiegato Vincenzino con orgoglio – ma, ad elica ferma, posso andare più piano”Lei non aveva capito molto ma non le importava. Si allontanò dalla finestra, doveva decidere quale vestito indossare al suo arrivo ma non ebbe dubbi, doveva scegliere il più bello, quello della festa.

Alle 10,00 non riuscì più a rimanere in casa, Vincenzino stava per sbarcare, uscì dal portone nel vicolo e si avviò sul lungomare. Arrivò in un grosso spiazzo e decise di fermarsi. Il tempo sembrava essersi fermato ma erano le 11,00 quando avvistò un filo di fuma all’orizzonte. Quella nave non poteva essere che quella di Vincenzino. Ad un certo punto si accorse che finalmente puntava a terra. si, poteva essere Vincenzino anzi, doveva essere lui. Vedeva la prua che spingeva una corona di spuma bianca ma non riusciva a leggere ancora il nome. La nave era nera con una striscia rossa proprio come le aveva spiegato Vincenzino e soprattutto si avvicinava a vista d’occhio ma non aveva la prua verso il porto ma verso ponente. Assuntina comprese che il suo amore aveva deciso di sfilare proprio davanti a lei e, per questo, avrebbe dovuto virare per far vedere la fiancata sinistra. La grande nave nera era sempre più vicina tanto che riuscì a vedere il nome a grandi lettere bianche che spiccavano ai due lati della prua. Scrutò la tolda e lo vide, Vincenzino era sull’aletta di sinistra con una bella giacca blu da comandante e, con una mano sventolava un fazzoletto bianco mentre teneva un binocolo con l’altra. Assuntina sollevò le braccia mentre lacrime di felicità scendevano sul suo volto. “Vincenzino! Vincenzino” gridò mentre piangeva. Il suo grido si infranse contro un rumore di ferraglia che la turbò. E neppure riuscì a capire se proveniente dalla nave che continuava a muoversi verso ponente, mentre Vincenzino la guardava con il binocolo. La nave rallentò e si inclinò vistosamente, vide il suo fidanzato correre sul ponte inclinato e scomparire all’interno della timoneria. Notò la prua spostarsi verso il largo mentre quel rumore sinistro ed inquietante continuava a stridere nelle sue orecchie e la nave era sempre più inclinata. “Possibile che abbia urtato uno scoglio?” Si domandò Assuntina che, pochi attimi prima era passata dall’eccitazione allo sgomento “No, no, non può affondare proprio adesso”. La nave, intanto, aveva virato e sembrava dirigersi verso il largo con la poppa rivolta a terra. Ma, ad un certo punto, si fermò di colpo, Assuntina cercò di capire, prima c’era stato l’urto contro il basso fondale passando davanti al lungomare, poi Vincenzino aveva cercato di portare la nave verso il largo per evitare danni più gravi. La ciminiera assurdamente inclinata lasciava ancora andare del fumo nero. La poppa stava sprofondando sempre di più mentre veniva calata una sola scialuppa. Si vedevano uomini salire su quella barca, doveva essere l’equipaggio al completo altrimenti avrebbero messo in acqua anche l’altra scialuppa. Vincenzino aveva capito che la sua nave era persa e aveva dato l’ordine di abbandono. Sulla scialuppa carica di marinai, diventati naufraghi, misero i remi in acqua e cominciarono ad allontanarsi dalla nave   con la tolda ormai vicina all’acqua. Assuntina, però, si tranquillizzò quando vide il suo Vincenzino a bordo della scialuppa che si dirigeva verso l’approdo più vicino. Un’esplosione e poi un rombo la fecero sobbalzare e distogliere la sua vista dalla scialuppa, l’acqua aveva ormai circondato il fumaiolo che continuava ad eruttare quel denso fumo nero. La nave sembrava sussultare in un’assurda agonia e, con l’ultima esplosione scomparve. Al suo posto, a pelo d’acqua c’erano alcune balle di stracci colorati. Finalmente Vincenzino sbarcò e Assuntina si lanciò tra le sue braccia per baciarlo.

Circa un secolo e mezzo dopo, un certo comandante “Schettino” per fare l’inchino urtò quel “cazzo di scoglio!” e la nave da crociera affondò miseramente. Da quel giorno lo scoglio che aveva generato l’agonia della nave di Vincenzino ebbe un nome “‘O scoglio d’’a munnezza” che rimandava a quel suo carico di stracci e a quell’assurdo naufragio.

(Gennaio 2023)

Buon Natale

 

di Mariacarla Rubinacci

 

Natale 1920. Natale 1921. sono ormai un ricordo lontano, archiviato, chiuso in uno sgabuzzino come una cosa usata ma che non serve più. Quasi non c’è memoria di cosa si sia fatto, pur chiamandole festività. Beh, certo, ci si riferisce a coloro che non hanno subito dolorose conseguenze, per molti, al contrario, il ricordo ancora piange nel silenzio.

Oggi, Natale 2022, è tornato tutto “normale”. La Normalità veste le vetrine luccicanti, i Panettoni straboccano, offerte regalo fanno l’occhiolino alla tredicesima in arrivo, una visita nell’agenzia di viaggi lì sotto casa mette in moto fantasie esotiche. Si sta decidendo il colore dell’albero, Rosso? Blu? Oro? Tutto uguale, tutto allegro, tutto come sempre è stato, tutto normale.

Ma all’improvviso…..Batapum…. uno scossone scuote la mente, gli occhi si riempiono di fango, la morte allunga le sue mani. La frana nell’isola di Ischia travolge l’entusiasmo, fiumi di fango entrano nelle ossa, la disperazione accomuna le sensibilità.

Allora impelle una domanda, che cosa sia la normalità tanto bramata.

E’ il terreno dove il Bene e il Male, il Bello e il Brutto, la Gioia e il Dolore, si danno battaglia, e trasformano la vita in una competizione, dove però non ci sono vincitori, ma nemmeno vittime. E’ l’Humanitas che cammina, guarda avanti e si volta poco. Lo sguardo si allunga, ma chiude gli occhi per non vedere cosa si è lasciato alle spalle. Domani sarà Natale, domani si mangerà una fetta di panettone, domani si spera che torni la normalità di una casa. FORZA ISCHIA.

Buon Natale a tutti.

(Dicembre 2022)

L’IDRAULICO

 

dI Luigi Rezzuti

 

L’idraulica per noi non ha misteri (semmai, forse, il contrario).

Lavandino del bagno intasato, l’acqua ristagna o scende a fatica.

Mia moglie mi convoca perché è convinta che ci sia qualcosa che ostruisce il deflusso.

Forse un piccolo oggetto finito dentro. Basterebbe provare a togliere l’impedimento.

“Mi serve un uncinetto” mia moglie mi procura un uncinetto che però è troppo corto per raggiungere l’eventuale impedimento.

“Mi servirebbe un ferro più lungo” mia moglie mi procura il ferro più lungo.

“Ma non ha l’uncino” dico a mia moglie

“Per forza non è un uncinetto è un ferro più lungo” risponde mia moglie.

“Ok, lego l’uncinetto al ferro”

“Ma se la corde si slega perdiamo anche l’uncinetto li dentro” obietta mia moglie in versione ancora razionale.

“No, faccio un nodo che non si slega” rispondo

Fatto il nodo procedo rimestando col ferro ma è caduto l’uncinetto.

“Lo avevo detto, io, che non reggeva” dice mia moglie

“No, no, il nodo ha retto, solo che è scivolato” rispondo

 A questo punto a mia moglie si accende una lampadina perché quanto a genialate va forte anch’ella: “Prendi una piccola calamita attaccala al ferro nella speranza che l’uncinetto a sa volta sia attratto dalla calamita” suggerisce mia moglie.

Mentre mi accingo all’operazione “recupero relitti” mi sovviene che il ferro è di ferro, ma l’uncinetto è di alluminio.

Infatti la calamita si è staccata dal ferro e mo sta là a tenere compagnia all’uncinetto.

Apo il rubinetto per assistere al disastro totale ma… prodigio! l’acqua defluisce che è una bellezza. Forse la calamita esercita un’azione magnetica respingente sull’acqua…

“Boh! L’idraulica ha delle ragioni che la ragione non conosce….

Adesso abbiamo lo scarico del lavandino intasato di ferraglia, perciò ora siete avvisati: se vi serve una coppia di idraulici sapete a chi rivolgervi. Non assicuriamo la competenza, ma in inventiva andiamo fortissimi.

Prezzi modici, sconti per comitive.

(Dicembre 2022)

BilerChildrenLeg og SpilAutobranchen