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Parlanno ’e poesia.3   di Romano Rizzo    Non so se vi siete mai chiesto quali sono i motivi che inducono a preferire una poesia ad un’altra, un poeta...
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Luigi si comprò un nemico

 

di Alfredo Imperatore

 

La storia si svolge a Giugliano, in Campania, negli anni trenta del ventesimo secolo.

Il bullismo è stato ed è tuttora sempre presente tra gli operai, in un cantiere, tra i vari impiegati di un ufficio, ma specialmente a scuola fra gli alunni.

Sono generalmente i ripetenti, perché più grandi, a fare gli spavaldi e a “sfottere” i più gracili e i più sgobboni tra i compagni di classe.

La storia che andiamo a raccontare riguarda, però, un ufficio municipale, ove Luigi era impiegato. Tra essi vi era un dipendente grande e grosso che, come tutti i bulli, aveva preso di mira un impiegato di nome Giovanni, docile e mingherlino; il suo nome era Antonio, ma tutti lo chiamavano Totonno.

Non mancava occasione per prendere in giro il gracile collega, a volte dandogli anche qualche scappellotto sulla testa.

Al mattino, nella cosiddetta pausa caffè, se Giovanni si faceva portare, dal ragazzo del bar, un cornetto e un cappuccino, Totonno si divertiva, passandogli dietro le spalle, quatto quatto, a inzuppare la sua brioche nel caffellatte della sua vittima.

Protraendosi queste burle quasi quotidianamente, un mattino Luigi vide Giovanni rosso in volto e con gli occhi lucidi, in seguito all’ennesimo sopruso subìto; gli si avvicinò e gli disse: <Se mi dai mille lire, la prossima volta che Totonno ti sfotte, lo piglio a schiaffi>.

Quasi incredulo, Giovanni gli rispose: <Stamattina non ho le mille lire ma, se sei sincero, domani ti porto i soldi e poi vediamo>.

Il giorno seguente, manco a farla apposta, non successe niente. Ma Giovanni disse a Luigi: <Io porterò sempre con me le mille lire e, appena capiterà l’occasione e tu gli darai dei “paccheri”, io ti darò i soldi>.

Avvenne che un giorno Giovanni fosse molto raffreddato ed era venuto con una sciarpa che gli girava attorno al collo e alla bocca, lasciandogli scoperte le orecchie. Totonno furtivamente gli venne alle spalle e, piegando il dito medio sotto il pollice e lasciandolo velocemente, gli colpì un orecchio, facendogli molto male (in napoletano si chiama zàcchero).

Giovanni diede un grido di dolore, Luigi si avvicinò ai due e, rivolto a Totonno, gli disse: <Ma ‘a vuò fernì o no e turmentà a Giuvanno>. La risposta fu: <Fatti e cazzi tuoie>. Fu l’occasione propizia per Luigi di dargli due paccheri (ceffoni) molto sonori. Totonno, preso alla sprovvista, tra la meraviglia degli altri impiegati, non seppe dire altro: <Po’ ciò vedimmo a bascio> (Poi ce lo vediamo giù all’uscita> e se ne andò nella sua stanza.

Sta di fatto che Totonno, né quel giorno né gli altri, seppe affrontare Luigi e, come se non bastasse, la smise anche di tormentare Giovanni. Da allora Luigi e Totonno divennero nemci giurati e non si parlarono più.

Giovanni diede le mille lire a Luigi e questi gli disse: <Pe’ via toia, pe’ mille lire, me so’ accattato ‘nu nemico!> (Per colpa tua, per mille lire, mi sono comprato un nemico!).

 

Codicillo. Se ci ribellassimo ai prepotenti fin dall’inizio, con urla e qualche calcio negli stinchi, si taglierebbe dal principio la testa al toro, anche a rischio di buscarle, ma qoestp accadrebbe una volta per tutte!

(Luglio 2021)

E' ARRIVATA L’ESTATE

 

di Luigi  Rezzuti

 

Finita la scuola, è arrivata l’estate ed anche il giorno in cui Elsa e Lina rivedono il mare.

Finalmente, una domenica mattina, si parte alla volta della spiaggia di un lido balneare tanto agognato.

Si preparano le borse da mare con tutto il necessario: ciabatte, cappellini, asciugamani, teli da mare e le creme solari, per non scottarsi.

Da casa portano un contenitore pieno di frutta, già tagliata, cosparsa di limone per non farla annerire e conservata con cubetti di ghiaccio.

Alle otto di domenica mattina qualsiasi lungomare è bello come una cartolina.

Indossati i costumi, le ciabatte di plastica bucherellate per far uscire la sabbia, Elsa e Lina, con la famiglia, conquistano il loro pezzo di spiaggia.

Arrivato sulla spiaggia, il padre, con un secchiello, va a prendere l’acqua di mare per bagnare la sabbia e piantare l’ombrellone.

Le due ragazze si ungono di crema dalla testa ai piedi e iniziano a giocare a racchettoni sulla battigia, ma un’onda anomala, all’improvviso, le investe in pieno. Lina cade in acqua, beve ed è in palese difficoltà, per cui si mettono più distanti dalla riva e ricominciano a giocare.

Finita la partita a racchettoni, Elsa e Lina, soddisfatte, si sdraiano sui loro teli da mare, in attesa che arrivi l’ora di fare il bagno.

Intanto da lontano si intravede un palestrato sudatissimo, che fa la sua ginnastica mattutina.

Ha deposto le scarpe da ginnastica in riva al mare ed Elsa e Lina pensano di fargli uno scherzo, nascondendogli le scarpe sotto la sabbia.

Finita la ginnastica, il palestrato si guarda intorno per scoprire dove siano finite le scarpe.

Mai potrebbe sospettare di quelle due ragazze, stese al sole ad abbronzarsi, che ridono tra loro.

Il palestrato le vede ridere ma pensa che ciò dipenda solo dal fatto che la scena può essere buffa.

La mamma delle due ragazze in un istante si rende conto di come siano andate le cose.

Visto che il palestrato non riesce a trovare le scarpe da ginnastica evita di smascherare le figlie e le sembra giusto aiutare il giovane.

Trovate le scarpe, il ragazzo ringrazia la signora, la quale lo invita a mangiare un po' di frutta fresca, ma lui promette di ritornare verso mezzogiorno, dopo aver fatto una doccia calda.

Andato via il palestrato, la mamma riprende le figlie dicendo loro che certe cose non vanno fatte.

Le ragazze ridono e poi si tuffano in un mare calmo, nuotando fino alla boa.

È dalla boa, da quella ventina di metri dalla spiaggia, che le ragazze vedono arrivare il palestrato in versione beach che saluta la mamma con una stretta di mano.

Allora Elsa e Lina ritornano a riva e propongono al ragazzo di fare una passeggiata sulla spiaggia mentre i genitori restano a controllare borse, asciugamani e teli da mare.

Ai bagnanti non sfugge il trio, formato da un bel ragazzo palestrato e da due ragazze molto carine.

Ma non sfugge nemmeno ad una robusta signora che li aggredisce violentemente.

Apprendono dal ragazzo che la signora è la zia della sua fidanzata e che chiede spiegazioni di questa passeggiata con due belle ragazze.

Il palestrato inventa, al volo, che ha incontrato un signore che frequenta la sua palestra e che le ragazze sono le sue figlie e ha chiesto di accompagnarle per una passeggiata per evitare che qualche male intenzionato le possa infastidire.

Il palestrato non sa se vergognarsi di più del fatto che ha una fidanzata o del fatto che ha una zia così…

Una volta arrivati all’ombrellone delle due ragazze, saluta i genitori e va via.

Elsa e Lina ci rimangono male e, lontano dalle orecchie dei genitori, propongomo al palestrato di incontrarsi di nuovo il giorno dopo, per fare un bagno insieme.

(Giugno 2021)

UN GIORNO A CAPRI

 

di Luigi Rezzuti

 

Visitare Capri in un giorno è stato possibile in quanto la sua vicinanza a Napoli, Sorrento, Positano e Amalfi la rende perfetta per l’escursione di un giorno.

Capri è l’isola più popolata soprattutto durante il periodo estivo.

Per non trovare molta gente, siamo partiti durante la settimana, raggiungendo l’isola in aliscafo e, anche se non è la prima volta che sbarchiamo su questa isola, la sua magia è innegabile.

Non si può stare via da Capri più di un anno. Come si fa a non vedere la mitica piazzetta e i suoi colori? E poi, quando scendi dall’aliscafo, ti accorgi che il tuo cuore scoppia di gioia.

L’isola fu amata anche dalla famosa Rita Hayworth che, innumerevoli volte, ha passeggiato tra le sue stradine.

Nonostante le dimensioni possano sembrare ridotte, non è poi tanto piccola ed è divisa in due frazioni, Capri e Anacapri, che regalano panorami e strade incantevoli, fre limoni e fichi d’india.

Passeggiando a piedi per questo piccolo gioiello, vediamo una miriade di cartelli che invitano alla visita della Grotta Azzurra tramite tour organizzati.

La Grotta Azzurra  è sicuramente una delle attrattive più ambite di Capri  e, se la vacanza dura più di un giorno, è un’escursione che si può fare. Noi abbiamo  noleggiato una barca per un paio d’ore e siamo andati a vedere la Grotta Bianca, la grotta dell’Amore e la grotta Verde.

La Piazzetta è il vero cuore di Capri e, nel corso del tempo, è diventata la parte glamour dell’isola.

Molto affollata durante il giorno, ma,quando cala la sera, assume un’atmosfera completamente diversa.

I turisti, in visita per un giorno, vanno via al calar del sole, quando l’ultimo traghetto lascia l’isola.

Ed è allora che i personaggi famosi cominciano a fare capolino ai tavoli dei bar della piazzetta.

Quando cala la sera Capri diventa ancora più magica, tranquilla, pacata e decisamente romantica.

Abbiamo lasciato la piazzetta per proseguire in via Camerelle che conduce al belvedere di Tragara. Da qui è stato possibile ammirare i faraglioni nella loro interezza: tre rocce, dalle altezze e dalle forme diverse, sulle cui cime si crede che un tempo venissero accesi dei fuochi di segnalazione.

Ci spostiamo, poi, nei meravigliosi Giardini di Augusto,  terrazze a picco sul mare che ospitano una grande quantità di fiori ornamentali.

A due passi dai giardini troviamo via Krupp, la regina delle strade di Capri, che collega i giardini di Augusto con Marina Piccola, dove ci siamo fermati per il pranzo.

Dopo pranzo, dalla piazzetta di Anacapri, abbiamo preso la seggiovia che porta al Monte Solaro. Di qui la vista su Capri, sui Faraglioni e sulla penisola sorrentina toglie il fiato.

Prima di far ritorno a Napoli, siamo andati a fare shopping in via Camerelle, dove abbiamo comprato una bottiglina di profumo Carthusia, il famoso profumo di Capri.

(Giugno 2021)

Una favola cinese

 

di Alfredo Imperatore

 

Mao-Tse-Men, il “ciglio di Budda”, così parlò: < Il servo dei servi che, alzando lo sguardo alle nobili e autorevoli vostre persone, onora la sua vista e la sua casa, vi ha chiamato a consiglio e giudizio. Che la vita serbi a lungo la felicità nostra e della nostra terra. Parlo con il cuore spezzato dal tradimento, davanti all’altare dei nostri grandi antenati. Voi ascolterete e giudicherete>.

I venerabili, intervenuti all’assemblea, rimasero in religioso silenzio, perché presi da una fortissima emozione, benché fossero uomini plasmati di granito e dall’anima forgiata di fatalismo.

Gli iperbolici draghi, raffigurati negli arazzi pendenti tutt’intorno alle pareti del salone delle riunioni, parvero animarsi e dalle forge dilatate sembrava che spirassero grosse lingue scarlatte, emettenti intensi lampi di luce.

La grande casa di Mao-Tse-Men era in alto a un lago tondo e dalle acque limpide, incastonato in una collina, chiamata il Colle dei mandorli, ove la primavera sembrava più lunga, con i mandorli sempre fioriti. In un alternarsi di gemme e sbocci, si dilettavano i meravigliosi petali rosei dei loro fiori, mischiandosi ai mirabili tappeti offerti dal caprifoglio, sorgenti dalla soffice terra odorosa.

Il fiore di loto, adorato dalle moltitudini di cinesi, si rispecchiava, insieme agli altri fiori di più basso rango, narcisisticamente, nell’azzurro del lago.

Anche la luna, sembrava posare più a lungo il suo sguardo sereno, su quello spazio privilegiato, offerto dalla collina col suo lago.

All’esterno dell’altura si estendeva la verde, sterminata pianura, con rade casette e, lontano, all’orizzonte, la sagoma imprecisa di una cittadella.

Sul lato interno, più orientale, di questa collina, al primo saluto del sole, si aprivano le porte di accesso della casetta di Lee-Tsi-Mey, figlia del grande sapiente, venerato come il “ciglio di Budda”; essa era posta al lato destro del grande edificio del padre.

Bella come un raggio di sole, lieve come il petalo di un mandorlo, buona come la rugiada ai suoi fiori prediletti. L’usignolo taceva se il canto di Lee-Tsi-May effondeva le sue note di dolcezza, a blandire tutte le cose d’intorno.

Quando, nelle inesplicabili controversie, le persone più importanti oppure i manovali e i contadini del Colle dei mandorli, chiedevano il consiglio del Saggio, si fermavano a mezza strada sui gradini della vecchia Pagoda, prima di ascoltare il suo illuminato parere.

Il vegliardo scendeva sollecito, quasi fino a loro, e sempre decretava con una norma infallibile ed efficace.

 

***

 

Gene-Sua-Pin, agente commerciale della S.O.T., succursale di Shanghai, aveva attraversato molti chilometri del fu Celeste Impero, per conto della sua società, onde giungere alla vecchia Pagoda.

Aveva trent’anni, era biondo, intelligente, forte, così armonicamente creato da sembrare un semidio.

Il successo negli affari, molti lo attribuivano più che alla sua capacità speculativa, al fascino della sua persona. Egli lavorava, si divertiva e viveva felice: ma il suo destino si doveva concludere sul Colle dei mandorli.

Nel breve periodo d’intrattenimento per definire una commissione con Mao-Tse-Men, un meriggio, mentre, tra una trattativa e l’altra, passeggiava attorno al lago, inaspettatamente gli capitò di vedere Lee-Tsi-May, uscire dall’acqua, vestita solamente dalla sua bellezza.

La figlia del “ciglio di Budda”, si accorse che Gene la guardava come abbagliato dal suo splendore e si arrestò senza paura di fronte al giovane sconosciuto, come l’avesse atteso durante le sue notti sognanti.

Per il breve tempo che Gene sostò alla Pagoda, s’incontrarono ogni giorno sulle rive del lago, per dissetare la febbre dei loro sensi, e i giorni della sua trasferta trascorsero e furono anche superati, senza che Gene se ne rendesse conto.

Lee gli offriva la sua anima incontaminata e il corpo divino, mentre Gene ricambiava con tutta la sua baldanza e la sua virilità.

Gene improvvisamente si rese conto di aver oltrepassato di molto il tempo datogli per la sua missione e, senza avere la possibilità di salutare i suoi clienti, repentinamente partì, come dicevano gli antichi romani insalutata ospite.

Mao-Tse-Men, messo al corrente dalla figlia per l’illecito comportamento dell’agente commerciale, da quel giorno non conobbe più il sonno, finché i suoi fedeli, girando in lungo e in largo per Shanghai, non gli riportarono il fedifrago, dopo averlo drogato.

I venerabili, che erano stati convocati per emettere il loro giudizio, chiesero tre giorni di riflessione e si ritirarono, come in una specie di conclave. Trascorso il periodo richiesto, il vegliardo tra loro, lesse la sofferta sentenza:

<Avendo noi, valutato attentamente e accuratamente il peccaminoso comportamento dell’agente Gene-Sua-Pin, che ha inusitatamente approfittato dell’ospitalità del sacro maestro Mao-Tse-Men, lo condanniamo alla seguente pena: deve essere recluso per la durata di tre anni, in una piccola dimora, sita in un luogo diametralmente opposto alla casetta di Lee-Tsi-Mey. Solo allo scadere del 1095esimo giorno, potrà uscire dalla detenzione e scivolare sull’acqua cristallina del lago, fino a raggiungere a nuoto la sponda di fronte; soltanto allora potrà congiungersi con Lee-Tsi-Mey, e potranno vivere felici e contenti per il resto dei loro giorni>.

Le successive, sfarzose nozze eliminarono ogni precedente dissapore. La S.O.T. creò una grossa succursale anche sul Colle dei mandorli, di cui Gene-Sua-Pin fu nominato Direttore generale, ampliando i successi che aveva sempre ottenuto nei precedenti affari.

(Giugno 2021)

Quell’avventura di una notte di 50 anni fa

 

di Luigi Rezzuti

 

Il mondo si divide fra quelli capaci di avere l’avventura di una notte e quelli che, invece, non ce la fanno.

Non perché non riescono ad andare a letto con una donna appena incontrata ma perché il giorno dopo non riescono ad impedirsi di sognare che, da quelle poche ore trascorse insieme, nasca qualcosa.

Sandro non era di quelli che riuscivano a vivere una notte d’amore e poi, il giorno dopo, pensare ad altro, senza colpo ferire.

L’avventura di una notte può diventare un ricordo da tenere in serbo per tutta la vita.

Ed è questa la storia di Sandro, 70 anni, sposato e felice, che però, di tanto in tanto, digita su Google un nome e un cognome: quelli della ragazza con la quale ha avuto la sua prima volta, cinquant’anni fa.

Una prima volta speciale, perché lei era fidanzata e fra loro c’è stata solo l’avventura di una notte, l’ultima notte delle vacanze, con il fidanzato di lei, che dormiva nella sua camera.

Quando Sandro racconta la sua storia si emoziona come se quella notte d’amore fosse accaduta il giorno precedente.

Ricorda tutto, nei minimi particolari: quella serata in gruppo, il primo bacio, tornando in hotel, il saluto in atrio, lei che, a sorpresa, pochi minuti dopo, bussa alla sua porta. Sembra quasi un romanzo, eppure è tutto vero, anche se ammette che per lui quella notte è stata come un sogno, quasi non ha capito ciò che gli stava capitando.

Ha scoperto di non essere fatto per le avventure di una notte.

Sarà perché era la sua prima volta o perché è uno di quelli che, il giorno dopo, non fanno a meno di sognare ad occhi aperti?

Lui però non si è limitato a sognare: prima che lei lasciasse la stanza per tornare dal fidanzato le ha chiesto il numero di telefono.

E ancora oggi, di tanto in tanto, prova a cercarla on line.

Questo il suo racconto: “La mia storia risale a una cinquantina di anni fa, avevo 20 anni quando ebbi la mia prima storia di una notte, che era anche la mia prima volta in assoluto. A ripensarci ora sembra quasi un sogno, oppure la trama di un libro rosa. Ero in vacanza con un mio amico e nel nostro hotel c’erano molti ragazzi della nostra età tra cui anche una coppia di fidanzati molto simpatici. Avevamo dato vita ad un bel gruppo e uscivamo spesso tutti insieme. Anche l’ultima sera, prima di ripartire. Ma lui, il fidanzato, era stanco e andò a letto presto mentre lei rimase a far baldoria con il resto del gruppo. Era una serata strana, la ricordo benissimo: l’ultima sera di una vacanza ha sempre un’atmosfera particolare, forse perché si sa che non ci si rivedrà più. Io sarei tornato nella mia città, lei nella sua. Forse, proprio il fatto di sapere che non ci sarebbero state altre occasioni, mi diede il coraggio. Ero timido e impacciato ma, non so come, tornando in hotel, presi coraggio e provai a baciarla. A quel punto eravamo da soli, perché tutti gli altri, anche il mio amico e compagno di stanza, erano andati in discoteca. Continuammo a baciarci e, come in sogno, non osai chiederle niente e andai nella mia camera. Per me la serata era finita, ero emozionato e felice. Ma, pochi minuti dopo, sentii bussare alla porta … era lei. Io l’abbracciai in modo goffo e impacciato, non sapevo cosa fare. Fu lei a dirmi: “Se vuoi fare l’amore, dobbiamo farlo bene.” E si spogliò. Per me era la prima volta, ma non ero nervoso, ero come drogato, eccitatissimo, sia fisicamente che mentalmente. Quasi non mi rendevo conto di quello che mi stava accadendo e non ricordo neanche le sensazioni che provai, il mio corpo era come estraneo a me stesso. Ripeto, come se stessi vivendo un sogno. Quella notte, per me, durò un tempo indefinito, non saprei dire a che ora lei andò via per tornare nella sua camera, dal fidanzato. Potevano essere passate poche decine di minuti o delle ore. Io, a quel punto, ero innamorato perso, al punto tanto che, al ritorno dalle vacanze, non seppi rassegnarmi e cominciai a chiamarla. Un giorno andai anche a trovarla senza preavviso. Per lei, però, era finito tutto o, meglio, non era mai cominciato niente, ero stato solo un’avventura. Per me, invece, questa esperienza è stata fondamentale, nel bene come nel male. Nel bene perché, a cinquant’anni di distanza, ricordo ancora benissimo quella notte e. come mi ha chiesto lei, ho mantenuto il segreto fino a pochi mesi fa, quando finalmente ho avuto il coraggio di confessare tutto anche al mio amico dell’epoca, che non sapeva nulla. Nel male, perché, per un paio d’anni, rimasi a terra, ancora preso da lei. E quando trovai una ragazza non fu facile fare l’amore senza la paura di essere lasciato subito dopo. La mia prima volta non l’ho dimenticata e, negli anni, ammetto di aver cercato quella ragazza. Però su face book non c’è né ho trovato sue foto sul web.

(Marzo 2021)

La vendetta

 

di Alfredo Imperatore

 

Il marchese Antonio De Franciscis aveva un grande negozio per la rivendita di tappeti, a Palermo. e un magazzino, a Casablanca, per la loro raccolta da vari paesi dell’Africa settentrionale.

I tappeti sono prodotti in diverse zone della Terra e i più pregiati sono quelli persiani, famosi per i loro disegni, i tessuti (seta, lana e a volte anche con fili d’oro), i colori e il numero di nodi; i più pregiati ne possono avere anche più di ventimila per decimetro quadrato.

Dietro la produzione dei tappeti, però, vi è un ampio sfruttamento di mano d’opera delle ragazzine dai 7-8 fino ai 13-14 anni. Questo è il lasso di tempo in cui le bimbe, con le loro piccole mani, riescono ad annodare il più velocemente possibile, perché, poi, man mano che crescono, si ingrandiscono, conseguentemente, anche le dita, per cui la velocità dell’annodamento dei fili di trama dell’ordito, lentamente diminuisce ed esse vengono subito licenziate per essere sostituite da altre adolescenti più piccole. Tale forma di sfruttamento infantile è presente ovunque questi manufatti sono prodotti.

Ritorniamo al marchese De Franciscis: egli aveva tra i suoi piazzisti, un collaboratore di nome Alberto, che conduceva sempre con sé, nei frequenti viaggi, in aereo o con traghetto, tra Palermo e il magazzino di Casablanca.

Qui aveva una dipendente marocchina, di nome Atina, musulmana come quasi tutti i suoi conterranei, ma un po’ più evoluta rispetto alle sue connazionali, perché non portava quel foulard che copre la testa e le spalle, lasciando scoperto solo il viso o addirittura solo gli occhi, e che, a seconda della forma che assume tra le varie popolazioni, è chiamato hijab, al amira, shayla, khimar, chador, niqab, burqa, e chi più ne ha più ne metta.

Il compito di Amina era di accogliere e contrattare, con i diversi fornitori, il prezzo dei vari tappeti, da quelli più economici, con nodi più grossi, a quelli più pregiati, manufatti con moltissimi piccoli nodi.

Ad ogni persona capitano dei giorni favorevoli (molto rari), e altri sfortunati: i cosiddetti giorni “no”. Infatti, quando giunse il momento in cui il marchese, insieme ad Alberto, doveva andare in Marocco, pareva che tutti i numi si fossero messi contro; era incappato proprio in un giorno “no”.

Sciopero degli aerei, fermi tutti i traghetti, per cui, dopo aver girovagato in lungo e in largo, dové ricorrere a un privato, pagando un caro prezzo per imbarcarsi insieme ad Alberto.

Non poteva rimandare il viaggio, pena la perdita di un’importante commessa che Amina gli aveva assicurato, in quanto era venuto un facoltoso commerciante, che aveva promesso una grande quantità di tappeti ad un prezzo molto concorrenziale. Ma, una volta giunto al negozio, ebbe l’amara sorpresa: il venditore non si era presentato.

La sua rabbia fu fortissima e, poiché era un accanito fumatore, incominciò ad accendere una sigaretta dopo l’altra. Poi disse ad Alberto che poteva andare a spasso per la città, mentre lui si sarebbe intrattenuto ancora un po’ nel negozio.

Rimasto solo con Amina, pensò bene di recuperare il tempo perduto, iniziando a fare le “coccole”, che solitamente si scambiavano. Vi era, infatti, tra i due, “una tenerezza reciproca” e, dopo le prime effusioni, si passava, solitamente, a rapporti più avvincenti.

Il giorno “no” continuò a farsi sentire, giacché la sua impiegata ritenne che fosse giunta l’occasione propizia per chiarire ciò che, da diverso tempo, aveva in animo di dirgli. Lo pose, infatti, dinanzi ad un aut aut: o la sposava o cercava altrove il suo divertimento.

La giornata era iniziata male e stava per finire peggio. Il marchese non volle sottostare a questa imposizione e, con grande meraviglia di se stesso, solitamente calmo e riflessivo, rispose molto bruscamente e sgarbatamente, per cui, obtorto collo, dové rinunziare ai suoi propositi e la lasciò

sbrigativamente, per ritornare nell’albergo che era il suo punto di appoggio nei viaggi a Casablanca. Giunse tanto stanco da buttarsi, vestito com’era, sul letto.

La stanchezza era prevalentemente spirituale, dinanzi alla contrarietà di quella brutta giornata che non gli aveva permesso di raggiungere nessuno dei suoi obiettivi. Era anche prostrato fisicamente, e quasi intossicato dalla nicotina, per essere andato ben oltre i quattro pacchetti di sigarette che normalmente fumava ogni giorno.

Il sonno lentamente lo stava prendendo, dovuto anche alla brezza del vicino mediterraneo, quando entrò nella stanza Alberto. <Come mai hai impiegato tanto tempo per venire?> gli chiese distrattamente il marchese. <Ho girovagato un po’ per la città e poi sono passato per il negozio e, poiché non ti ho trovato, sono ritornato qui>. Questa fu la risposta del collaboratore, ma la realtà era ben diversa.

Giunto al negozio del marchese, aveva trovato Amina in lacrime, sola ed avvilita. Le si era avvicinato per confortarla e, man mano che la ragazza spiegava il motivo della sua tristezza, egli aveva incominciato a consolarla sempre più teneramente, tenendola stretta a sé, finché l’abbraccio non divenne ancora più forte e, con esso, maggiore il sollievo della ragazza.

Amina, tra l’altro pensò, che, tutto sommato, Alberto era da preferirsi ad Antonio, per cui volle essere rincuorata più di una volta. Alla fine, mentre Alberto si era ricomposto e stava per uscire, lo tirò per un braccio, lo guardò fissamente negli occhi e gli disse: <Ué, statti zitto!>. Antonio, sornione, le rispose: <Hai dimenticato che sono di Palermo?>. La donna, dubbiosa, replicò: <E questo cosa significa?>. E lui: <Significa che i siciliani non vedono, non sentono e non parlano!>.

(Febbraio 2021) 

PAURA DEL DENTISTA

 

di Luigi Rezzuti

 


E’ una paura comune, immotivata, profonda e, per certi versi, freudiana. Vincerla si può, se è successo a me, potete farcela tutti. Non mi sono mai piaciute le persone “senza paura”. So bene che non esistono, lo dico con la presunzione di chi ha percorso un pezzo di strada sufficiente per poterlo affermare. Non condivido frasi come queste: “Io non mi spavento di nulla, tanto la vita, gira gira, ha un destino segnato”.

Da piccolo, per esempio, avevo paura dei cani o che mia zia partisse e non tornasse più. Per me era una tragedia, lei era la mia baby sitter a tempo pieno. Poi sono cresciuto e le mie paure si sono adeguate a tante cose e agli anni che passavano.

Una paura cardine della mia vita, resta il dentista. Ammettetelo, state pensando che siamo in tanti. Chi non teme questa persona infagottato di verde, con la mascherina perennemente in faccia al punto da non decifrare mai i reali lineamenti (di che colore sono gli occhi del vostro dentista?), per non parlare della  suo personale eau de toilette che sa di colluttorio, ammonio e anestetco. Bene, io sono certo che la mia paura del dentista sia la più grande paura che esiste. Sono fuggito a gambe levate, ho disertato non so quanti appuntamenti. Mi sono sottoposto a una serie di panoramiche, pensando: “Intanto inizio così, poi passeremo ai fatti concreti”. Mi sono fatto venire febbri, sincopi, bronchiti, virus intestinali e ogni foggia di “sticchi e stacchi” pur di non accomodarmi sulla fantomatica poltrona. Poi, però, la vecchiaia ha lasciato sulla mia bocca un marchio di fabbrica. Vi risparmio i dettagli. Occorreva intervenire perché, scherzi a parte, i denti non sono un complemento da arredo, non sono un segno estetico e uno scontato strumento di masticazione. Sono molto di più. Vi dico che, tra i tanti problemi odontoiatrici, vi era anche un’infezione cronica a una gengiva. Un dentino era risalito fin sulla gengiva, aveva fatto lì la sua casetta e vi lascio immaginare i dolori: mascella gonfia, infezioni frequenti e molto altro.

Mi decido: devo andare! Faccio un’indagine on line, leggo una serie di curricula, sguinzaglio i miei migliori informatori ed eccolo, lo scelgo. Ha pure lo stesso mio nome, non può essere un caso. Primo appuntamento: visita generale, esami diagnostici. La mia bocca è un mezzo disastro. Il dottore mi spiega subito che l’odontoiatria non esegue chirurgie facili sol perché pratica piccoli tagli. Mi parla in maniera molto franca, mi spiega l’iintervento, gli arnesi.

Mi illustra tutto e mi rassicura come se fossi un bambino. Fatto sta che, passo dopo passo, percorro un cammino lungo quasi un anno (e ancora non del tutto concluso). L’altro giorno il momento clou, il grande giorno, quello che :“dottore la prego, questo intervento la prossima volta e poi la prossima volta ancora”. Si deve scollare la gengiva e cacciare via sia il dentino innestato in profondità, sia quella diavoleria dal nome strano, che mi provoca un’infezione cronica alla radice del dente. Farmi aprire una gengiva alla ricerca di un maledetto dente e dell’infezione che ci sta dietro mi terrorizza. Poi, dulcis in fundo, un paio di punti di sutura, Noooo”. Mi dicevo questo ed altro a poche ore dall’appuntamento.

Il grande momento è arrivato: “Luigi, chiudi gli occhi, collabora e pensa ad altro” Già. Ad altro. Ho pensato e ho compreso che alcune paure vanno arginate. Ho riflettuto su timori superati col tempo, anche solo osservando i miei genitori. Dei cani aveva paura mia madre.

Mentre riflettevo il dentista aveva finito ed aveva fatto tutto in un tempo che non ho calcolato. Non ho provato dolore, panico, fastidio. Il dottore mi ha detto che quella piccola azione di coraggio mi arrecherà tanti e più benefici. Alla fine della seduta io e il dottore ci siamo stretti la mano e ci siamo fatti i complimenti a vicenda. Nella vita le grandi vittorie si celebrano anche se so bene che dal dentista non ho compiuto alcun gesto eroico, ma ho sicuramente superato un grande e non plausibile blocco, costruito dalla mia mente.

(Gennaio 2021)

UNA NOTTE AL CASINO’

 

di Luigi Rezzuti

 


Ettore era un vecchio pensionato che percepiva una pensione di 620 euro al mese.

Nel tempo, con grossi sacrifici, era riuscito a risparmiare qualche soldino accumulando, così, un tesoretto di 500 euro.

Un giorno Ettore venne a conoscenza che ogni mese un’agenzia di viaggi, organizzava un pullman per pensionati in cerca di fortuna al casinò in Slovenia.

Prenotò anche lui il viaggio. Prima sosta del pullman dei nonni che vanno a giocarsi la pensione nell’area di servizio sulla Venezia-Trieste.

Per scaldarsi le mani … tutti acquistano il “gratin” ma l’avventura deve ancora cominciare e sul pullman extralusso c’è allegria.

Davanti c’è una notte al casinò sognando che la pallina della roulette si fermi sul numero scelto, che la slot machine si metta a suonare e annunci ai giocatori vicini, pieni di invidia, che hai vinto centomila euro, che il banco del poker ti regali una scala reale.

“Bisogna usare la testa- ammonisce uno di loro – altrimenti ti puoi fare del male, ma se non superi il budget che ti puoi permettere, se quando perdi non ti metti a raddoppiare la posta fino a quando non sei rovinato, allora ti puoi anche divertire”.

“Io sono qui – racconta un altro – per la prima volta. Con soli 200 euro ti offrono la cena, ti fanno entrare al casinò e in fin dei conti, sarà un sabato sera diverso”.

L’organizzatore del pullman racconta: “Dall’Italia arrivano tantissimi pullman all’anno, siamo arrivati, a tutti buona fortuna, no, non si dice così, al massimo in bocca al lupo”.

Un vecchietto dice: “Quando giochi, ti offrono anche da bere gratis”.

A un tavolo ci sono due coppie che per la prima volta sono venuti a vedere cosa succede qui.

In un altro tavolo, gli habitué. Non hanno molta voglia di parlare, sono molto concentrati, in fondo, si tratta di soldi e ognuno si deve fare gli interessi suoi.

Qualcuno afferma: “Guardi, qui si gioca e si perde quasi sempre. Se qualcuno vince, lo dice a tutti. Se perde, dice che ha pareggiato. Ma poi, in confidenza, sai che qualcuno si è rovinato davvero. Se perdi 500 euro in una sera è un bel dramma e poi sappiamo che queste cose sono successe e succedono. Ma noi veniamo qui con tot soldi e cerchiamo di non perderli tutti”.

Il casinò è un labirinto di slot machine, sembra davvero il paese dei balocchi.

Su ogni macchinetta la cifra promessa al momento: 9,038 euro, 16,372 euro …

Ogni clic costa da 1 euro a 2 euro, ma per perdere un euro ti bastano pochi minuti.

Mai credere a un giocatore, sia pure dilettante, che dice di avere perso 100 euro, adesso mi faccio una giocata al Bingo e poi basta.

Ma lo vedi un’ora più tardi alla roulette dove la giocata e di 2 euro e la massima di 200.

Quasi tutti italiani, le migliaia di giocatori nei saloni del casinò, a loro non si fa mancare nulla.

La partite Roma – Napoli sugli schermi, e poi l’invito all’arena per la sfilata di moda.

Appuntamento alle 2 nella grande hall e qui nessuno parla.

Dialoghi sottovoce: “Come ti è andata?”, “Parliamo di altro”, “Andiamo via proprio adesso che la macchinetta buttava bene?”

E’ nottefonda, quasi l’alba, tutti sul pullman, mentre continuano ad arrivare le auto di lusso dall’Italia, con i boys che aprono la portiera e vanno a portare l’auto nel parcheggio.

Non c’è nebbia, solo una leggera pioggerellina.

All’arrivo dei pensionati in cerca di fortuna un uomo cattivo, vedendo arrivare il pullman davanti al casinò dice: “Ecco la corriera dei polli”.

(Novembre 2020)

Sulla battigia

 

di Alfredo Imperatore

 

Luciana dell’Angelica, a più di un lustro dalla menopausa, conservava, nella perfezione delle sue forme snelle e armonicamente modellate, nell’epidermide bruna, soffice e vellutata, nel volto senza rughe e negli occhi neri, tutta la freschezza della ormai lontana pubertà.

Quando la sua piccola mano nervosa fendeva, con moti brevi e incisivi, l’aria davanti a sé, nel fervore della sua oratoria calda e stringata, non si sapeva se ammirare di più la dialettica martellante o la musicalità tonale della voce appassionata.

Si era soggiogati, avvinti e costretti senz’altro ad assentire alle conclusioni delle sue tesi, che, con novità di perfette sillogistiche argomentazioni, sviluppava sull’orditura robusta della sua chiara intelligenza e della sua enciclopedica cultura.

Le sue liriche, nate dall’animo sereno, nella sua norma di concezione, materiatesi poi in una regola di vita, unitesi inconsapevolmente così da formare un’entità sola: l’essenza, la sostanza e le sensazioni della sua individualità psico-fisica; insieme cantavano non sui metri fissi della prosodia, ma sulla libera e immensa orchestra delle infinite vibrazioni del suo animo musicale.

Tutta la gioia di vivere la sua vita, microcosmo inconfondibile nel cosmo universale: gli astrali misteri, i palpiti di ogni creatura, l’acqua e la terra stessa, in un susseguirsi di rivelazioni e d’interpretazioni, proiettavano nel suo pensiero verità nuove che, nelle sue parole e nei suoi scritti, si offrivano all’attonita ammirazione degli uomini, con una chiarità solare.

In Luciana dell’Angelica, donna vera nella materialità corporea, si erano spenti, se pure erano mai vissuti, gli impulsi del sesso. Era sempre stata pura, ma senza fatica, senza travaglio di rinunzia, quasi fosse stata la sua entità naturale, differenziata nella specie umana, come attratta nei vortici di una forza ignota e riplasmata, con un processo di formazione nuovo, in un tipo ideale di donna.

L’amore, come affezione o come appetito, non l’aveva mai conquistata, nonché sfiorata.

Eppure, quante volte, le brame mascoline l’avevano avvolta in vampe di lussuria, che il suo corpo flessuoso e vibrante disvelava alle concupiscenze di ardori inesausti!

Quanto spesso alte menti e nobili cuori, avevano vagheggiato rispondenza e accoglienza! Ella passava indifferente, come la salamandra tra le fiamme, nei vulcani dei desideri, che il mondo le accendeva intorno.

La sua carne, nella purità incontaminata, non soffrendo e non gioiendo, si saturava di perfezione e gli anni la rendevano più desiderata.

Nella sua arte e nella sua bellezza quasi si trasumanava.

“Luciana - le aveva detto, sul finire dell’inverno, la sua amica signora D’Arsi - spero che nell’estate verrai a farmi visita a Capri.”

L’isola è unica nel grigio-perla dell’aria, nell’ultima ora di sole ferragostano, sui declivi della collina che si rispecchiano nelle chiare acque al verderame di Marina Piccola; gli alberi e i fiori quietano l’affanno della calura, sofferta nell’attesa della propiziatrice ombra serale.

Giunta l’estate, Luciana dell’Angelica, mantenne la promessa fatta all’amica D’Arsi, e si recò nell’Isola Azzurra.

Quivi, un pomeriggio, Luciana, stando supina sull’arenile di Villa D’Arsi, col capo appoggiato al tronco di un’acacia odorosa, rileggeva l’ultimo volume delle sue liriche, ancora fresco di tipografia, sentendosi parte del tutto, parte della natura stessa.

Silenzio di membra e cose stanche tutt’intorno. Lontano, sul mare, qualche barca abbandonata all’accidia delle onde.        

Un lieve accappatoio copriva appena le sue nudità audaci.

L’acre profumo delle alghe e la salsedine dell’aria a poco a poco la narcotizzavano.

Ella si assopì.

                                                  ***

Il sole naufragava lontano nel suo epilogo diurno e la sera stendeva lentamente il morbido, mesto velo.

Un’ondata di calore si spandeva alla radice dei capelli e le scorreva dal collo al seno, sgusciato dall’accappatoio nell’abbandono del sonno.

Appena svegliata, non osava voltarsi, non sapeva e non voleva sottrarsi a quella morsa impalpabile, che pure l’irretiva in maglie tenacissime.

Tra panico e delizia, la sensazione di stordimento che la rendeva immobile.

Poi, come piegata da una potenza misteriosa, volse la testauava a  di lato a guardare: inginocchiato nella sabbia, a due passi da lei, le mani a terra e il dorso inarcato e fermo sulle braccia, il collo teso, due occhi bramosi, quasi di rapina, un giovane la osservava attentamente. Un volto giovanissimo, diabolicamente bello e pauroso, quasi un fanciullo, continuava a guardarla con insistenza.

Affascinato e fascinoso, squassato dalla violenza dell’istinto, acceso dalla visione improvvisa di una polpa mai addentata, fremeva accanto a lei, nelle implacabili volute di una formidabile forza, inconscia e predace.

Luciana allungò la mano tremula sul capo del maschio, come se volesse carezzarlo o respingerlo.

Si rotolarono nella sabbia ancora tiepida, sul filo d’acqua della battigia.

                                                     ***

Rimasta sola, Luciana raccattò il suo volume di liriche, ancora odorante di tipografia: lo guardò, rigirandolo fra le mani. Poi, con un gesto semplice e quasi solenne, lo lanciò fra le onde.

(Novembre 2020) 

Una giornata d’autunno

 

di Luigi Rezzuti

 


Stamane mi alzo più tardi del solito. Dai vetri della finestra guardo il cielo: non è più azzurro e non promette nulla di buono. Il caldo dell’estate è finito.

Soffia forte il vento, grossi  nuvoloni  neri si addensano in cielo e minacciano un temporale.

E cadono, infatti, i primi goccioloni. È l’estate che va via, piangendo. All’improvviso grandina, sono grossi chicchi di ghiaccio che si infrangono sui vetri delle auto, in sosta sulla strada.

Faccio colazione e guardo di nuovo il cielo: è sempre più scuro, mentre  un forte acquazzone allaga le strade.

Piccoli torrenti d’acqua scorrono, veloci, lungo i marciapiedi e, purtroppo, devo uscire.

Mi vesto, indosso un impermeabile, prendo l’ombrello ed esco di casa.

Pozzanghere d’acqua sono dappertutto, cerco di evitarle ma non è facile e mi ritrovo con le scarpe inzuppate.

Continua a piovere. Attraverso la strada, mi riparo, insieme ad altre persone, sotto un portone.

Sembra che voglia spiovere, accelero il passo, raggiungo il garage, prendo l’auto e vado in ufficio.

C’è un traffico intenso e si procede lentamente a causa della pioggia, del vento e degli allagamenti sotto i cavalcavia.

Il tempo passa, inesorabilmente veloce, mentre resto fermo nel traffico. insieme ad altri automobilisti.

Inizio ad innervosirmi. Ho un appuntamento di lavoro molto importante e temo di far tardi.

Non so cosa fare, nel frattempo gocciola acqua dalla guarnizione dello sportello, lato guida, accendo la radio e le previsioni meteo avvertono che questo tempo non cambierà per tutta l’intera giornata.

Infastidito ed annoiato, mi connetto su una stazione che trasmette canzoni anni ’60.

Finalmente il traffico diminuisce per incanto, si circola, pur se continua la tormenta di vento e pioggia.

Non è una semplice pioggia, ma secchi d’acqua che cadono dal cielo.

Transito davanti ad una fermata dell’autobus, sotto la pensilina c’è molta gente in attesa, qualcuno è anche senza ombrello.

Due ragazze fanno autostop e mi chiedono un passaggio. Le guardo: sono inzuppate d’acqua, mi fanno tenerezza, mi fermo e le faccio salire in macchina.

“Dove dovete andare?”

“Dobbiamo raggiungere l’Università, abbiamo un esame e non vorremmo arrivare in ritardo”

“A quale facoltà siete iscritte?”

“Lettere e filosofia”

“L’esame è difficile?”

“Non tanto. Speriamo di poterlo fare e, magari,  con un buon voto, che ci serve per migliorare la media”.

Prendo qualche fazzolettino di carta per farle asciugare, alla meglio. Almeno i capelli.

Mi ringraziano, poi una di loro apre la borsa e mi offre un cioccolatino al liquore.

Ci voleva proprio in questo momento! Il liquore mi riscalda subito dal freddo della giornata.

Stiamo quasi per raggiungere l’Università, chiedo alle due ragazze di scambiarci il numero di cellulare.

Mi fermo, scendono dall’auto, mi ringraziano del passaggio, felici di essere arrivate giusto in tempo per l’esame e mi dicono che, in giornata mi chiameranno.

Arrivo al parcheggio, sistemo l’auto e salgo in ufficio. L’appuntamento di lavoro è saltato, ma mi comunicano che è stato soltanto rinviato a domani.

Inizia la mia giornata di lavoro. Il pensiero va a quelle due ragazze che forse, a quest’ora, stanno sostenendo l’esame e spero che lo superino a pieni voti.

Pausa pranzo, scendo in strada e raggiungo un bar-ristorante. Dopo un  fugale pasto, ritorno in ufficio a lavorare.

Sono le 17,30, il mio cellulare squilla: è una delle ragazze dell’autostop che, felice, mi comunica di aver superato brillantemente l’esame.

Chiedo dell’amica, mi dice che è andato bene anche per lei l’esame, ma purtroppo è dovuta partire per raggiungere la nonna, che non si sentiva molto bene.

Le propongo di incontrarci questa sera per festeggiare il bel voto.

Un attimo di silenzio, poi accetta e ci diamo appuntamento per le 20,30 sul lungomare di Mergellina, all’ingresso della Villa Comunale.

Finalmente la pioggia è finita ed anche il vento è calato. Torno a casa, faccio una doccia e mi preparo per andare all’appuntamento.

Arrivo qualche minuto prima delle 20,30 e trovo la ragazza, che mi sta aspettando.

Parcheggio l’auto e ci incamminiamo per i viali della Villa Comunale. Ci presentiamo. Avevamo scambiato quattro chiacchiere la mattina ma non conoscevamo nemmeno i nostri nomi.

“Mi chiamo Eduardo, sono titolare di un’ agenzia di assicurazioni”

“Mi chiamo Luisa e, come già ti ho detto stamattina, sono un’universitaria, iscritta alla facoltà di lettere e filosofia”

Luisa è una bella ragazza: occhi azzurri, capelli castani, alta circa 1.70, ben curata, e vestita in modo semplice ma elegante.

“Come vanno gli esami, ti manca molto alla laurea?”

“Nel mese di marzo dovrei laurearmi”

Intanto l’orologio segna le 21, le propongo di andare a cena in un localino a Marechiaro.

Penso che al chiar di luna e in un localino a Marechiaro si possa creare l’atmosfera giusta.

Tutta la serata, mentre ceniamo a lume di candela, non facciamo altro che chiacchierare di noi.

Luisa guarda l’orologio e mi chiede di essere accompagnata a casa perchè si è fatto molto tardi.

Le chiedo dove abita e, con somma meraviglia, scopro che abita nel mio quartiere e a poca distanza dal mio palazzo.

“Come mai  non ci siamo mai incontrati”, mi chiede.

“Forse perché io sono impegnato tutta la giornata, esco alle 7,30 e faccio rientro a casa verso le 20. Il sabato e la domenica, poiché amo il mare, me ne  vado verso Procida o Ischia a pescare, con il mio gommone”.

“Hai un gommone? Qualche volta mi devi portare in giro per il golfo”.

“Senz’altro. La prossima domenica potrebbe essere la giornata perfetta, mare permettendo”

Durante l’intera settimana, quasi tutte le sere, ci siamo sentiti al cellulare, restando a chiacchierare fino a tarda sera.

Il Sabato le telefono per fissare un appuntamento per la domenica mattina, destinazione: giro del golfo, puntatina a Capri e ad Ischia e pranzo in una taverna, al porto di Procida.

È stata una magnifica giornata, io e Luisa sembriamo essere fatti l’una per l’altro.

Incominciamo a frequentarci più spesso, a volte siamo andati a ballare in qualche discoteca, senza mai perderci dei film interessanti.

Passano alcuni mesi. Da cosa nasce cosa… Ci siamo fidanzati e, dopo appena due anni, ci siamo sposati.

E dire che quella giornata d’autunno non prometteva nulla di buono!…

(Ottobre 2020)

 

 

Gita sul Vesuvio

 

di Alfredo Imperatore

 

Il venir meno al vincolo matrimoniale, da parte di uno dei due coniugi, è una delle cause di addebito durante la separazione o il divorzio.

Un antico adagio, relativo alle persone “pericolose” per la fedeltà coniugale, annovera le tre c: cugino, cognato, compare. Io ne aggiungerei una quarta: la c di collega.

Alle falde del Vesuvio hanno proliferato numerose cittadine, tra cui, le più note, sono Pompei ed Ercolano, in quanto i loro scavi hanno potuto evidenziare, in modo sorprendente, gli ultimi attimi di vita di quei cittadini dell’antica Roma, rimasti sepolti sotto un’intensa coltre incandescente di lapilli e cenere, durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

Tra le più estese località vesuviane vi è Torre Annunziata, ove pullulano negozi, uffici, agenzie etc.

Come chiamare una coppia fedifraga? Ci sono molti sinonimi. In materia di amore extraconiugale. Di volta in volta, si sono sostituite le parole, spesso legate ai personaggi interessati. Amante ha un qualcosa di dispregiativo (Claretta Petacci era l’amante di Mussolini); ma quando il migliore dei comunisti, (Palmiro Togliatti, ndr) anch’egli sposato con prole, incominciò ad amoreggiare con la futura presidentessa della Camera, Nilde Iotti, si pensò bene, trattandosi appunto di comunisti, di sostituire la parola amanti con la più soft di compagni. Oggigiorno il termine amante, come il corrispondente concubino, non è quasi più usato.

Si preferisce dire, oltre che compagno, anche convivente, coppie di fatto, e, se si vuol dare un alone di romanticismo a una coppia fedifraga, si ricorre alla proposizione: “quei due hanno una storia assieme”.

 

                                                             ***

 

Lina e Nicola erano due colleghi che lavoravano nella succursale di un’importante banca nazionale e, come spesso accade, la colleganza col tempo diventa simpatia e di qui, pian piano, si va oltre.

Il marito di Lina, Luigi, un giorno decise  di partecipare a una gita sul Vesuvio, organizzata da una compagnia turistica del luogo, per trascorrere una giornata un po’ diversa. Con anticipo di qualche giorno, comprò due biglietti per un lussuoso pullman e, con la moglie, attese che giungesse la domenica  per la gita programmats.

Purtroppo, la mattina della partenza, Luigi ebbe una forte costipazione, per cui disse alla moglie che non se la sentiva di andare alla gita, ma che lei poteva ugualmente andare, magari con qualche collega, tanto per non perdere il biglietto già acquistato.

Lina, dopo una finta perplessità, acconsentì, tanto per farlo contento e, simulando un’incertezza su chi invitare, telefonò a Nicola. Questi, sebbene sorpreso, non se lo fece ripetere e, dopo essersi vestito in tutta fretta, si recò al luogo dove sostava l’autobus per il raduno.

La gita iniziò nel migliore dei modi; la bella e poliglotta speaker al microfono, con gli altoparlanti, illustrava la bellezza dei luoghi, sempre più suggestivi, man mano che ci si avvicinava al posto ove gli automezzi avrebbero sostato, per poi proseguire a piedi sino all’ultima vetta del cratere.

Giunti colà, si poteva ammirare uno spettacolo incomparabile: il bello e l’orrido erano armonicamente fusi.

Gli escursionisti ristettero a lungo nella lusinga dell’estasi, ma poi, con l’avvicinarsi del tramonto, decisero di avviarsi sulla strada del ritorno.

Il declinare del sole era stato meraviglioso: nella cornice dell’impareggiabile panorama della vecchia Partenope, con le mille luci occhieggianti attraverso il diafano velario del lento passaggio alle ultime ore del vespro.

Il grande disco d’oro del sole si vedeva scendere dietro Capo Miseno con uno sprazzo di luce sfolgorante, che lentamente era sostituito dall’implacabile imbrunire.

Lina e Nicola non si beavano di quelle splendide immagini, perché si erano allontanati dagli altri gitanti, nascosti in un anfratto ombroso.

<Dunque> dice Nicola, approfittando della gita, quasi a conclusione di un discorso altre volte cominciato <non avrò mai nessuna speranza?>. La sua voce è impetuosa, ma carezzevole; la sua anima ardente vibra in questa invocazione disperata, mentre un tremito irrefrenabile serpeggia in lui.

Lina non risponde. Gli figge in volto i suoi grand’occhi azzurri, stringendo le sottili labbra in una contrazione dolorosa, quasi a impedire la crudele parola di diniego, che le gorgoglia in gola. Gli attimi passano e l’aria che li circonda si carica di un magnetismo pauroso.

Nel fondo dell’orribile cratere, la ciclopica fucina riversa torrenti di lava incandescente,da cui emanano spesse cortine di fumo, che innalzano una greve nebbia nelle tenebre.

Nicola riprende: <Ho un dubbio lancinante che dissolve tutta la mia vitalità. E’ indispensabile un’assoluta definizione di una tua inesatta valutazione del mio sentimento per te. Lascia la tua famiglia e fuggiamo lontano da tutti, in modo da poter vivere il nostro amore senza ostacoli e reticenze>. <Perché mi tormenti cosi?>. Risponde la donna con soave accento di preghiera. <La nostra è una relazione passionale, ma il mio cuore è di un altro. Sii ragionevole, raggiungiamo gli altri compagni>.

Nicola le ghermisce il polso e l’avvinghia a sé mentre i loro corpi entrano in contatto, saturi di lussuria nel momento in cui lei gli ricorda che non ha preso la pillola….

D’altra parte, come tutti gli amanti, erano abituati ad avere rapporti molto veloci, specialmente nella “pausa pranzo”, ove le cosiddette “sveltine” si fanno dovunque si può trovare una zona nascosta o appartata.

Quindi si ricompongono e, individuato il gruppo di gitanti che sta per iniziare il ritorno, frettolosamente si accodano a loro.

Al ritorno, sul pullman, tra i viaggiatori c’era chi commentava la giornata e chi si appisolava; e quel sonno, breve e leggero, era comunque rigeneratore dopo la bella e lunga gita. Anche Nicola e Lina, sistematisi l’uno lontano dall’altra, si assopirono, dopo quel turbinoso momento che li aveva prima contrapposti e poi affiatati…

 

                                                                ***

 

Giunta a casa, Lina aprì la porta e vide la tavola apparecchiata, mentre il marito le veniva incontro: <Ti sei divertita?> <Abbastanza.> Replica lei. <E tu come ti sei sentito?> <Discretamente. Meglio.  Ho mangiato della pastasciutta, del formaggio e della frutta che era in casa. Ho telefonato anche al  salumiere e gli ho fatto portare del pane, della mozzarella e del prosciutto cotto per la cena di stasera con nostro figlio Giacomo. Stamane è andato dai nostri dirimpettai e si è trattenuto finora; tornerà tra poco>.

Infatti, subito dopo, bussano  alla porta ed entra il figlio. Poi, Lina e Giacomo, una dopo l’altro, vanno nel bagno per rinfrescarsi. Si siedono a tavola e cenano, mentre Lina racconta entusiasta della gita al Vesuvio.

Quindi dice: <Luigi, appena sarà possibile dobbiamo ripetere l’escursione assieme.> <Certamente, con vero piacere.> replica il marito. Poi, Giacomo si alza, saluta e va in camera sua a giocare con lo smartphon, come solitamente fanno tutti i ragazzi prima di addormentarsi.

Dopo aver visto un po’ di televisione, anche i coniugi vanno a letto.

 

                                                           ***

 

Sotto le lenzuola, Lina si avvicina al marito e lo stringe a sé. Luigi le dice: <Ma non sei stanca?> E lei: <Mi spiace che sei stato tutta la giornata solo…> e si stringe a lui ancora di più. Luigi, tanto per farla finita: <Hai preso la pillola?> E lei: <Ma non ti sembra che sia giunto il momento di dare una sorellina a Giacomo?>.

Forse pensa: “è meglio confondere un po’ le cose… Non si può mai sapere…!”.

(Ottobre 2020)

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