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IL PALLINO DELLA GUERRA   di Luigi Rezzuti   Durante la permanenza militare all’ospedale militare, una mattina, arrivò l’ordine di una esercitazione...
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MARISA  PAPA  RUGGIERO, JOCHANAAN   Martedì, 11 aprile, alle ore 17, presentazione del poemetto "Jochanaan",  di Marisa  Papa  Ruggiero, edito da...
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Tanto per sdrammatizzare   Si De Luca fa 'a chiusura   di Irene Pumpo   Chistu guappo Presidente ha deciso, dint’ a niente, mo n’atu...
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IL TEATRO A NAPOLI   a cura di Luigi Rezzuti   Napoli è una città che trova svariati modi di esprimersi, dalla poesia alla musica, dal teatro al...
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IL PASSAGGIO SEGRETO   di Luigi Rezzuti   E se dietro la libreria di casa dei nonni si nascondesse un passaggio segreto? Non è l’incipit di una...
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LA  FIGLIA  FEMMINA, di Anna Giurickovic Dato   di Luigi Alviggi   Il libro si apre nella città di Rabat ove il padre Giorgio, diplomatico italiano,...
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Miti napoletani di oggi.72 L’INDUSTRIALIZZAZIONE   di Sergio Zazzera   Fin dal XVI secolo, una vasta area a sud di Napoli – da Torre Annunziata a...
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Ferdinando aveva due Sicilie   di Antonio La Gala   Perché i Borbone erano re di Due Sicilie, visto che esiste una sola Sicilia? Per capirlo...
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Parlanno ’e Poesia 9 Ferdinando Russo   di Romano Rizzo   Conoscere alcuni aneddoti sulla vita di un grande della poesia napoletana può...
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È tempo di vendemmia   di Luigi Rezzuti   Abbiamo conosciuto un viticoltore e gli abbiamo chiesto come si ottengono i vini bianchi, rossi e...
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Ti tendo una mano

 

di Mariacarla Rubinacci

 

In piedi guardi. Sull’orlo della fossa i sacchi neri nascondono l’orrore, una scarpa è attorcigliata dal fango, l’aria è pregna dell’odore della fine, la mente è ferma nel silenzio dei pensieri.

Hai lo sguardo perso lontano, gli occhi cercano l’orizzonte, ma il fumo acre e nero che sale dalla tua casa appena colpita da una luce accecante portatrice di morte, ti punge le pupille asciutte. Non piangi, sei arida dentro. Le lacrime non ti bagnano più le guance arrossate del freddo. Intorno la terra è grigia, ammassi di oggetti strappati alle mansioni di ogni giorno rotolano come foglie morte, stanze annerite dal fuoco si mostrano come scenari lugubri della tragedia che incombe, il puzzo di ha urinato sulla tua vita attanaglia il respiro.

Un richiamo di scuote dal torpore, dall’assenza di essere viva in un mondo che parla di odio. “Mama…”

Un trillo, un corpicino smunto ti sta correndo incontro, in cerca del tuo abbraccio, nelle sue piccole mani stringe un cagnolino di peluche e un pacco di biscotti che mani grandi le hanno dato per fare riaffiorare il sorriso che da troppi giorni era spento.

Ecco. E’ il futuro che sta sgomitando per farsi strada, che saltella, ha la voce della gioia propria dei suoi pochi anni che anelano a diventare tanti, tanti e ancora tanti. E’ lì davanti a te, ti grida di resistere per ricominciare, che ti obbliga a sperare, perché non sei sola con la tua carne straziata, con la tua mente avvolta in un sacco nero, con i tuoi occhi asciutti.

Non sei sola.

Intorno ci siamo noi. Siamo pronti ad alleviare l’orrore che ti ha spinta sull’orlo di quella fossa, il mondo sa, vede, ascolta, si rimbocca le maniche, si mobilita. L’orizzonte è squarciato da chi ti corre incontro, cercando la tua mano.

(Maggio 2022)

VITA DA CONTADINI

 

di Luigi Rezzuti

 

All’alba, prima che sorgesse il sole, Aurelio e Assunta facevano colazione con il latte e del pane raffermo, poi si recavano in campagna a lavorare la terra per renderla fertile, ma questo richiedeva tanta fatica.

All’epoca i contadini erano costretti a seguire gli ordini del padrone della fattoria gestendo le stalle con gli animali: alcune mucche, un cavallo, un asino e per chi aveva la possibilità economica anche un maiale, che in inverno veniva ucciso.

Il cavallo e l’asino servivano per trasportare il materiale della campagna: l’erba, il fieno e la legna per il camino.

A quell’epoca non esisteva la stufa per riscaldare la casa.

Alla sera il capo famiglia e la moglie entravano ella stalla, davano da mangiare e da bere alle mucche, poi le mungevano e così ricavavano il prezioso latte che veniva usato per la colazione del mattino.

Le mucche di buona qualità rendevano molto latte, che Assunta utilizzava per fare delle caciotte fresche.

C’erano anche le galline che si nutrivano con il granoturco e che si lasciavano libere nella campagna a beccare nel terreno.

Quando le galline facevano tante uova, Assunta le vendeva al commerciante di pollame che girava nei cortili del paese.

Nei mesi di luglio e agosto poneva al centro del cortile un mastello pieno d’acqua per essere scaldata al sole, alla sera dopo una giornata di lavoro il marito tornava dalla campagna e con quell’acqua, scaldata al sole, si lavava.

La moglie del contadino non era in possesso di soldi, quando doveva fare la spesa nei negozi alimentari non pagava, il negoziante apriva un libretto e scriveva la spesa che aveva acquistato e l’importo dovuto, poi il sabato pomeriggio passava il marito a saldare il conto.

All’epoca i contadini tracciavano il solco con la vanga e spesso dopo un duro lavoro così faticosa si sentivano così stanche che cercavano di riposare sotto un albero di gelso e si addormentavano.

Quando si svegliavano avevano il rimorso di aver perso tempo prezioso.

A San Martino (11 novembre) si doveva pagare l’affitto al padrone della casa e della campagna.

Era un giorno difficile perché non sempre Aurelio era riuscito a racimolare l’intera somma.

Il rpimo giorno della settimana c’era sempre trambusto perché Assunta faceva il bucato ponendo òa biancheria sporca in un mastello e la copriva con un panno bianco su cui versava della cenere e un po' di lisciva, poi rovesciava sopra l’acqua calda e la lasciava tutto a bagno per parecchio tempo.

Al tramontar del sole Aurelio ed Assunta tornavano dalla campagna e si preparavano per la cena: carciofi e patate e un pezzo di formaggio accompagnato da un buon bicchiere di vino rosso.

Dopo aver cenato ad Assunta le spettava il meritato riposo, ma prima di dormire recitava il rosario come voleva la tradizione familiare; solo al termine del rosario ci si faceva il saluto della buona notte.

Nella camera da letto c’era un portacatino e una brocca con l’acqua che si usava alla mattina per lavarsi.

All’epoca Aurelio e Assunta vivevano nella cascina privi di elettricità, si illuminavano con una lampada a petrolio, e per l’acqua potabile avevano a disposizione un pozzo nei pressi della cascina.

Invece, per abbeverare le bestie, nella campagna c’erano gli stagni alimentati da acqua piovana, che servivano Anche per innaffiare l’orto.

Col passare degli anni arrivò l’elettricità, era nata la vita moderna e poco alla volta Aurelio e Assunta dovettero   aggiornarsi allo sviluppo tecnologico.

(Maggio 2022)

Era una mattina di “primavera”

 

di Mariacarla Rubinacci

 

La Terra quando arriva la stagione del risveglio dopo il letargo invernale, mi fa toc toc sulla spalla e...”Sei pronta?”

Mi chiede se sono pronta a stiracchiarmi al tepore che già mi toglie di dosso il pullover, che mi fa guardare il cielo, dove chiazze di azzurro fanno finalmente capolino dopo tanto grigiore. E allora rispondo “Sì, eccomi”. Ti accolgo Primavera con le braccia aperte a respirare a pieni polmoni il profumo della vita.

Ma…era una di quelle mattine di primavera che la radio, la tv, i giornali diffusero le triste notizie dell’invasione dell’Ucraina.

Allora il cielo è tornato ad oscurarsi in un lacrimoso ossequio, l’animo umano sgomento si è accartocciato incredulo, gli occhi si sono inumiditi di sconforto mentre scorrono immagini di devastazione. L’orrore della mente si concretizza, si solidifica e come una frana, scivola lungo i pendii coprendo con il suo mantello di morte tutto ciò che incontra lungo il suo dilagare. Torna la nebbia.

Oh, Primavera, tu non sai, tu segui il tuo percorso dettato dalla Natura, malgrado. Le gemme bucano la corteccia sui rami degli alberi che si risvegliano, i nidi tornano a risuonare di nuovi cinguettii, la terra brama la tua pioggia per i semi che stanno per frantumare le zolle. Tu non sai. Invece i tuoi figli si dilettano di Orrore, indifferenti al meraviglioso spettacolo che sei pronta ad offrire mentre altri piangono nel subire infamie. Le tele del tuo palcoscenico colorato si stanno sciogliendo sotto il sale delle lacrime, lo sgomento e la paura sono la sola luce lungo il faticoso cammino dove passi malfermi inciampano. Una sola domanda muove le labbra come fosse una preghiera ripetuta, una litania monotona: “Perché”.

Era una di quelle mattine di primavera con il cielo così limpido d’aver voglia di camminare a testa in su.

(Aprile 2022)

Era una mattina di “primavera”

 

di Mariacarla Rubinacci

 

 La Terra quando arriva la stagione del risveglio dopo il letargo invernale, mi fa toc toc sulla spalla e...“Sei pronta?”

Mi chiede se sono pronta a stiracchiarmi al tepore che già mi toglie di dosso il pullover, che mi fa guardare il cielo, dove chiazze di azzurro fanno finalmente capolino dopo tanto grigiore. E allora rispondo “Sì, eccomi”. Ti accolgo Primavera con le braccia aperte a respirare a pieni polmoni il profumo della vita.

Ma…era una di quelle mattine di primavera che la radio, la tv, i giornali diffusero le triste notizie dell’invasione dell’Ucraina.

Allora il cielo è tornato ad oscurarsi in un lacrimoso ossequio, l’animo umano sgomento si è accartocciato incredulo, gli occhi si sono inumiditi di sconforto mentre scorrono immagini di devastazione. L’orrore della mente si concretizza, si solidifica e come una frana, scivola lungo i pendii coprendo con il suo mantello di morte tutto ciò che incontra lungo il suo dilagare. Torna la nebbia.

Oh, Primavera, tu non sai, tu segui il tuo percorso dettato dalla Natura, malgrado. Le gemme bucano la corteccia sui rami degli alberi che si risvegliano, i nidi tornano a risuonare di nuovi cinguettii, la terra brama la tua pioggia per i semi che stanno per frantumare le zolle. Tu non sai. Invece i tuoi figli si dilettano di Orrore, indifferenti al meraviglioso spettacolo che sei pronta ad offrire mentre altri piangono nel subire infamie. Le tele del tuo palcoscenico colorato si stanno sciogliendo sotto il sale delle lacrime, lo sgomento e la paura sono la sola luce lungo il faticoso cammino dove passi malfermi inciampano. Una sola domanda muove le labbra come fosse una preghiera ripetuta, una litania monotona: “Perché”.

Era una di quelle mattine di primavera con il cielo così limpido d’aver voglia di camminare a testa in su.

(Aprile 2022)

Un agosto di tanti anni fa

 

di Luigi Rezzuti

 

Era l’agosto del 1960, in discoteca si ballava e ovunque imperversavan Peppino di Capri e Fred Bongusto.

Con un gruppetto di amici eravamo in vacanza ad Ischia che, per noi, a quei tempi, era il “divertimentificio”.

In un lido balneare vicino al nostro c’era un altro gruppo di ragazze, che conoscevamo.

Una sera decidemmo di andare tutti insieme a ballare al Castello Aragonese.

Gli amici invitarono due ragazze che stavano nella loro pensione e frequentavano lo stesso lido balneare.

Tra balli, barzellette e bevute, tracorremmo una bellissima serata, con ragazze, mai viste prima, con le quali, però, sembrava ci conoscessimo da una vita.

Rientrammo che era quasi mattina, due chiacchiere per salutarci e poi, senza accorgermene, alla fine, io e una delle due ragazze, Paola, restammo davanti all’auto parcheggiata.

Fino a quel momento avevo ballato con lei, ma non l’avevo osservata a fondo: era decisamente una bella ragazza: abbastanza alta, non magra, molto allegra e socievole e con quell’accento emiliano che mi faceva impazzire.

Aveva un paio di anni più di me, ma questo non era un problema, dimostravo più della mia età.

Tra le tante chiacchiere venne fuori che stavo aspettando di partire per militare: ero stato accettato come ausiliario di polizia.

“Ma dai, sai che io sto per diventare una poliziotta?” disse Paola.

In effetti era una notizia dei mesi precedenti che in polizia erano state ammesse, per la prima volta, le donne come agenti.

Lei aveva vinto il concorso e aspettava la chiamata in servizio.

“Non ci credo – rispose – ci chiamiamo allo stesso modo, Paolo e Paola e siamo entrambi praticamente poliziotti. Il destino voleva che ci incontrassimo”

Iniziammo a passeggiare senza far caso dove andare, discorrendo ininterrottamente di tutto e di più, ormai fuori dalla cognizione del tempo, finché ci fermammo a sedere su di una panchina, nella veranda semibuia di un bar, ormai chiuso, data l’ora.

Si era instaurata una certa complicità e ci “confessammo”… Io le raccontai di non aver mai avuto un vero amore, mentre lei disse che aveva avuto un ragazzo per diverso tempo, ma poi si erano lasciati.

Nel silenzio della notte i nostri sguardi si incrociarono con una luce diversa, intima.

“Ho bisogno di darti un bacio” le dissi.

“Accomodati” rispose lei, con un sorriso.

Le bocche si unirono, le sue labbra erano calde e morbide.

Poi ci guardammo negli occhi, ma gli sguardi erano annebbiati.

In un attimo fummo di nuovo avvinghiati “Certo qui non è molto romantico”, osservò lei.

“Andiamo in spiaggia – dissi io – ci sono lettini e ombrelloni per non essere visti”.

Attraversammo la strada con passo spedito, tenendoci per mano, come due fidanzatini.

La prima sdraio, fuori dai fasci di luce dei lampioni, fu nostra.

Seduti, stretti stretti, riprendemmo da dove avevamo lasciato poco prima, avvinghiati, l’uno nelle braccia dell’altra.

Ormai eravamo completamente in trance. Adesso lo spettacolo era completo. La luna  e i riverberi dei lampioni ci illuminavano quanto bastava per vederci meglio.

Era sdraiata sul lettino ed io inginocchiato da un lato, accanto a lei.

Non so quanto siamo stati in quella posizione a baciarci.

Ogni tanto mi fermavo per prendere fiato e ammirarla, incrociando il suo sguardo.

Credo proprio che sia trascorso un bel po' di tempo. Infatti albeggiava. Ci alzammo e andammo a cercare un bar per fare colazione.

Inutile dire quale fu il resto della vacanza.

(Febbraio 2022)

MI SENTO OSSERVATO

 

di Luigi Rezzuti

 

E’ sabato pomeriggio, la prossima settimana è l’Epifania, devo comprare ancora tanti regali: per mia moglie, i figli, i parenti, gli amici.

Sono in giro da questa mattina, adesso sono venuto in un grande Centro Commerciale, sperando di poter trovare qualche spunto, delle idee.

Ma cosa c’è ancora di originale oggi? Di fantasioso, di gradito?

Io ne ho già le scatole piene di questa Epifania, se non fosse per i figli.

Ovunque, ancora, le solite luci natalizie, i soliti addobbi, le canzoncine a tema, quel clima di falsa pace ed amicizia. Il solito rito che si ripete ogni anno, sempre uguale e sempre più noioso.

Ho già fatto due volte il giro di tutto il Centro commerciale, ho già visto le vetrine, adesso devo concentrarmi, devo darmi una mossa.

A Matteo comprerò un trenino della Lego, a Giorgia una trousse con i primi trucchi da bambina e a mia moglie una collanina e un braccialetto Pandora.

Entro ed esco dai negozi e mi sento osservato, sarà per il mio modo di fare, non certo in sintonia col clima di festa.

C’è una donna che mi guarda e mi segue a distanza, o forse mi sbaglio.

Provo a fermarmi davanti a una vetrina per vedere cosa succede, si è fermata anche lei, dall’altra parte del corridoio.

Non può essere un caso, vado avanti ancora un po' e poi entro in un negozio di scarpe, non devo comprare nulla, ma sono curioso di capire cosa farà.

E’ entrata anche lei, faccio finta di niente e mi aggiro tra gli scaffali, senza guardarla.

In realtà fisso lo specchio sulla parete che riflette l’intera immagine del negozio per spiare lei cosa fa e come è.

E’ una bella donna, alta, mora, elegante, finge di osservare un paio di scarpe, ma poi alza gli occhi verso lo specchio.

I nostri sguardi s’incrociano per un attimo, lei sorride, mi domando: perché mi sta seguendo? Chi è? Cosa vuole?

Esco dal negozio di scarpe e, pochi metri più avanti, entro in un altro, specializzato in lingerie da donna.

Mi metto a cercare un completino carino, oppure un body, per mia moglie.

Ne scelgo uno, mi volto e lei è lì, sta parlando con una commessa.

Non sento cosa sta dicendo ma è sorridente, gioviale, seducente nel modo di parlare, di gesticolare.

Forse è una mia suggestione, magari non è vero che sta seguendo me, la cerco distrattamente con gli occhi, non la vedo.

Se ne sarà andata, penso, era tutta una mia fantasia.

Consegno il completino alla commessa, che lo mette in una busta e mi accompagna alla cassa.

La donna è ancora in giro nel negozio, vado alla cassa per pagare, tiro fuori la carta di credito e sento che lei è dietro di me, anche lei in coda per pagare.

Non mi giro ma sento il suo profumo, un profumo francese, ne sono sicuro, mi piace molto.

Ritiro lo scontrino e, allontanandomi, sono costretto a passare al suo fianco.

Questa volta i nostri sguardi si incrociano più a lungo, mi sento fulminato dai suoi occhi, ma non abbasso i miei.

E’ stato uno sguardo penetrante, non mi sono mai sentito guardato in questo modo, mi volto per vedere se mi segue ancora. Sta uscendo adesso dal negozio, con un pacchetto tra le mani, magari è il regalo per suo marito o per l’amante, immagino.

Figurarsi se una bella donna non ha un uomo a cui fare un regalo!

Intanto, però, mi vede e si dirige lentamente verso di me. E adesso che faccio? - mi chiedo - sono con i regali per la mia famiglia, in un centro commerciale, tra un po' devo tornare a casa. Cosa mi invento?

Entro nella toilette, c’è un vecchio che si sta asciugando le mani.

Esco dal bagno, è fuori ad aspettarmi, mi guarda e non dice niente, neanche una parola.

La guardo e le chiedo: “Per caso ci conosciamo? Siamo stati fidanzati, da ragazzi? Siamo lontani parenti?”

Mi guarda, non parla e, sorridendo, mi dice: “Buon Anno.” E se ne va…

(Gennaio 2022)

I cannibali del sentimento

 

di Alfredo Imperatore

 

Antonio Pietraverde adorava l’onestà al di sopra d’ogni cosa. Riteneva la sua vita una missione e la compiva con apostolico fervore.

Conosceva la cattiveria, ma non l’ammetteva, sapeva del tradimento, ma lo detestava; il denaro lo considerava nei limiti delle necessità della vita, per cui aborriva gli avari.

La sua psicologia strana, tipica e fortunata, lo induceva a gioire dei successi altrui e a soffrire per i bisogni degli uomini. Non concepiva l’invidia; l’umanità la racchiudeva nella seguente proposizione: far bene a tutti.

Del resto, egli affermava, “a che vale avere dei nemici, quando la preoccupazione costante del giorno è quella di fare del bene?” Inoltre sentenziava: “Se uno non desse retta ai propri nemici, questi cesserebbero di essere tali.”

La neve lo inebriava per il suo candore, ma, nello stesso tempo, si rattristava al cospetto dei ragazzi infreddoliti e, a volte, senza scarpe.

Tra i fiori adorava soprattutto le mammole, perché piccole e fragili come i bimbi poveri.

                                                       ***

Antonio Pietraverde, alto e robusto, a cinquant’anni aveva ancora un viso fresco e roseo, con due occhi neri, dai quali s’irradiavano vivacità ed esuberanza. Nessuno, neanche il peggiore dei perfidi, gli avrebbe attribuito della malvagità.

Inoltre era solito dire che Dio, volendo punire l’uomo per il Peccato originale in modo implacabile, avesse creato la gelosia, dalla quale, nessun essere vivente, in misura più o meno grave, era scevro. Nemmeno le bestie, sentenziava.

Aveva sempre detto che non poteva considerarsi direttamente responsabile della colpa di Adamo, tuttavia voleva evitare il matrimonio per scansare se stesso ed evitare di incappare nell’implacabile punizione.

Per tale ragione a cinquant’anni era ancora scapolo.

Finché, un giorno, una bella, giovane fanciulla, di nome Carolina, ricca, sprezzante e meticolosa nella scelta del suo uomo, fu affascinata da quella mistica, raffinata bellezza, e s’innamorò di lui, divenendo docile e affidabile.

Anche lui non poté sottrarsi alle branche di quella tenaglia infuocata che è la passione amorosa, improvvisa e violenta, comunemente chiamata “cotta”, per cui decisero di convolare a nozze.

Vivevano felici ed ebbero quattro figli.

                                                        ***

Antonio, anche perché indotto dalla giovane e ambiziosa moglie, senza che ne avesse avuto la pretesa, si presentò alle elezioni, e fu eletto Sindaco al primo scrutinio.

Man mano, entrò sempre più nel personaggio di Capo del Paese, si convinse che questo era il mezzo migliore per fare del bene e operò sempre in tal senso. Talché, al tramonto, il pastore in coda al suo gregge, ritornando dal pascolo, si scopriva il capo nel passare dinanzi a lui, così come facevano anche gli uomini più importanti del luogo, salutandolo per primi.

                                                      ***

Un brutto giorno, in quel piccolo paese, giunse un giovane maestro, di nome Armando, di aspetto sgradevole, tarchiato e con il naso schiacciato come quello di un pugile. Era, però, molto colto e, oltre a conoscere bene la sua materia, s’intendeva di arte, di letteratura e di politica.

Aveva sperato di ottenere la nomina a Presidente della Congregazione di Carità, ma, non essendo riuscito nell’intento, perdette la misura nel disseminare discordie.

La cattiveria del suo carattere, tenuta fino ad allora in sordina, incominciò a dar luogo ad eventi perversi. Appena se ne presentava l’occasione, sparlava di ogni persona e finanche della grazia e delle movenze della signora Pietraverde, insinuando una certa incompatibilità tra lei, giovanissima, e suo marito, piuttosto anziano.

A volte, Armando, approfittando delle assenze del marito, perché trattenuto in Municipio, si recava dalla signora Carolina, con la scusa di parlare di politica, o di illustrarle qualcosa sulla storia dell’arte e si tratteneva per qualche ora.

In seguito le visite divennero sempre più abituali e gradite, per cui fu quasi inevitabile che tra loro nascesse una simpatia che, man mano, sfociò in un sentimento più forte.

Incominciarono a frequentarsi a orari fissi, proprio quando erano sicuri di non poter essere visti da nessuno; e così, la tresca divenne consuetudine.

Un giorno, il signor Sindaco, ebbe un invito a conferire col Prefetto con una certa urgenza, su questioni annonarie, per cui lasciò l’ufficio prima del solito, per recarsi a casa. Appena giunto, impallidì quando vide la giovane moglie che, cercando di nascondere un biglietto, sbiancò anche lei.

Colto da improvviso sospetto, per una misteriosa previsione di un atto immorale, egli, che non aveva avuto mai uno scatto, con un tono che non ammetteva repliche, impose alla moglie di consegnargli subito il foglietto e, alla sua indecisione, glielo strappò da mano: lo lesse.

A cinquant’anni, Antonio Pietraverde, morì di crepacuore; di sincope, fu scritto sul certificato d’inumazione del medico.

Di gelosia, avrebbe detto lui, dal catafalco, se avesse potuto…

(Dicembre 2021)

IL PASSAGGIO SEGRETO

 

di Luigi Rezzuti

 

E se dietro la libreria di casa dei nonni si nascondesse un passaggio segreto?

Non è l’incipit di una storia di fantasia, ma l’incredibile avventura, vissuta da un giovane. Ed era stato proprio lui a porsi la domanda.

Il giovane studiò, visitò e consultò con attenzione la planimetria della casa dei nonni, risalente al 1800.

Notò la presenza di una porta che, in realtà, corrispondeva alla posizione della biblioteca. Infatti, guardando bene nella libreria, dietro uno dei libri, trovò un pulsante e, premendolo, scoprì l’accesso ad una stanza nascosta.

Tutto era cominciato in quel momento, quando il giovane aveva iniziato a rimuovere i libri dagli scaffali, quindi aveva proceduto svitando con cura le viti sul pannello frontale, di legno.

Dopo aver sollevato il pannello della libreria, rimase letteralmente scioccato nel trovare una stanza buia e vuota, proprio dietro il mobile.

Ma la sorpresa non finì lì, perché il giovane notò sul pavimento un altro pannello e, sollevando anche questo, si aprì un altro passaggio segreto, che conduceva ad alcune stanze sotterranee, con una scala che portava in un’altra stanza superiore, più grande e piena di ragnatele, polvere e persino nidi di vespe.

Le stanze erano piene di passaggi, tunnel, che, uno dietro l’altro, si diramavano tutto intorno alla casa dei nonni.

L’ipotesi del giovane fu che quei passaggi fossero usati dai domestici per muoversi indisturbati, senza che i padroni di casa se ne accorgessero.

Tra tunnel, cunicoli, muri di mattoni e incisioni misteriose, il giovane scovò anche una vecchia cassaforte: una volta aperta, vi trovò un tesoro prezioso.

Oltre ad alcuni libri, risalenti al 1848, e lettere scritte a mano, c’erano anche anelli, collane e bracciali d’oro.

Il giovane non credeva ai propri occhi. Tutti quei gioielli valevano un’enorme fortuna.

Li raccolse e li consegnò ai suoi genitori, ma volle lasciare, per sempre, le stanze così come erano. Gli piaceva l’idea che rimanessero le stesse di centinaia di anni prima perché, giustamente, c’era tanta storia in ogni stanza.

(Dicembre 2021)

DONNA LUCIA

 

di Luigi Rezzuti

 

La vita scorreva lenta nel piccolo borgo di Casalvelino, in provincia di Salerno.

Era appena l’alba e un pallido sole accompagnava donna Lucia dalla sua casetta, ubicata nell’altra parte del paese, al vicino cimitero.

Erano le cinque del mattino, una fresca brezza di mare le accarezzava i capelli.

Sentiva il corpo affaticato, le gambe pesanti, il cuore stanco. Una vita sofferta alle spalle.

Ancora, come chiodo nella testa, le urla del marito e nel corpo le botte subite, le violenze carnali, protrattesi fino alla separazione, avvenuta due anni prima.

Le figlie l’avevano trascinata dal giudice contro la sua volontà, l’avevano spinta a sporgere denuncia contro quell’ubriacone del padre, che si era allontanato dal paese.

E quando stava tirando un sospiro di sollievo, un male incurabile le aveva portato via la più giovane delle figlie, dopo un anno di cure e dolori strazianti.

Donna Lucia ricorda il tormento: la diagnosi, la prognosi infausta, l’assenza di speranza di vita, il cuore in frantumi, il senso di impotenza di fronte al male che faceva scempio del giovane corpo.

Le era stara vicina, nemmeno un attimo si era allontanata da quel maledetto ospedale, nel reparto di ematologia.

Aveva visto tanti giovani e bambini morire in quell’anno e il suo cuore non reggeva davanti alla virulenza del male.

Un anno di buio totale, nemmeno confortato dalla fede: Dio non era stato clemente con lei, fin dall’infanzia.

Figlia di una famiglia di pescatori, aveva perso i genitori in mare in tenera età ed era stata adottata dalla famiglia degli zii paterni.

Ora, tutte le mattine si alzava alle prime luci dell’alba, per recarsi al cimitero, a salutare la sua “bimba”, come lei la chiamava.

Camminava a passi lenti e non faceva nemmeno più caso alla bellezza del suo paesino e non avvertiva il sole che si levava all’orizzonte.

Dopo la visita al cimitero, tornava a casa per le faccende domestiche.

Quella mattina sentì uno strano richiamo. In lontananza il profumo del mare: lo seguì ad occhi chiusi, sentì il cuore sobbalzare d’un tratto, accelerò il passo, la stanchezza si sciolse, camminò sempre più svelta, superò il porticciolo, alzò gli occhi a guardare il paese in festa per il patrono.

Si ricordò dei sapori antichi, dei piatti tipici del paese, sentì venirle alla gola qualche frammento dei pochi piaceri vissuti da piccola, prima della morte dei genitori.

Due lacrime le rigarono il volto, camminò ancora più svelta e d’un tratto vide il sole, alto nel cielo, che illuminava la distesa marina.

Si tolse le scarpe e si bagnò nell’acqua fredda del mattino: erano le otto di un anno lontano…

Si rivide piccola, vide sua madre chinarsi su di lei mentre le baciava la fronte. Le sembrò un sogno, si stropicciò gli occhi, ma la percezione permaneva vivida, stampata nella memoria.

“Allora non tutto muore di noi – pensò – finché ne conserviamo il ricordo”.

Si ricordò del mare che l’aveva accolta fin dai primi anni di vita, si sentì serena e così abbandonata si spogliò e si lasciò cullare dalle acque.

Non sentiva freddo, anzi, un calore attraversò il suo corpo, avvertì un sentimento di rinascita e rimase in ascolto del rumore del mare, le cui onde lentamente si infrangevano sulla battigia.

Era sola, ma provava una strana gioia dentro, come se il mondo fosse popolato di figure amiche, pronte a farle compagnia.

Il ricordo era vago, eppure presente. Si sentì per la prima volta al centro del mondo.

Era un senso di riscatto, accompagnato dal desiderio prepotente di tornare a vivere.

Si specchiò nell’acqua illuminata dal sole e vide la sua figura, esile e ancora gradevole. Aveva appena 40 anni.

D’un tratto avvertì alle sue spalle una presenza umana, quella di un uomo che l’osservava in disparte, mentre si nascondeva dietro un giornale.

Intravide i suoi occhi neri, i capelli castani e sentì il cuore in tumulto.

Restò nell’acqua immergendo anche la testa, mentre le lacrime le bagnavano il viso, ma erano lacrime di gioia.

L’uomo continuava ad osservarla, non distoglieva lo sguardo da lei, poi mise da parte il giornale, le si avvicinò e le sorrise.

Avvertì una strana sensazione dentro, come un gusto antico di vita, che riaffiorava prepotente.

Egli la strinse a sé forte e, così abbracciati, andarono verso il piccolo bar, poco distante.

Mentre erano seduti l’uno di fronte all’altra, arrivò il profumo del mare con il rumore delle onde. In lontananza le campane suonavano a festa ed essi brindarono al loro indimenticabile, primo amore.

(Ottobre 2021)

Luigi si comprò un nemico

 

di Alfredo Imperatore

 

La storia si svolge a Giugliano, in Campania, negli anni trenta del ventesimo secolo.

Il bullismo è stato ed è tuttora sempre presente tra gli operai, in un cantiere, tra i vari impiegati di un ufficio, ma specialmente a scuola fra gli alunni.

Sono generalmente i ripetenti, perché più grandi, a fare gli spavaldi e a “sfottere” i più gracili e i più sgobboni tra i compagni di classe.

La storia che andiamo a raccontare riguarda, però, un ufficio municipale, ove Luigi era impiegato. Tra essi vi era un dipendente grande e grosso che, come tutti i bulli, aveva preso di mira un impiegato di nome Giovanni, docile e mingherlino; il suo nome era Antonio, ma tutti lo chiamavano Totonno.

Non mancava occasione per prendere in giro il gracile collega, a volte dandogli anche qualche scappellotto sulla testa.

Al mattino, nella cosiddetta pausa caffè, se Giovanni si faceva portare, dal ragazzo del bar, un cornetto e un cappuccino, Totonno si divertiva, passandogli dietro le spalle, quatto quatto, a inzuppare la sua brioche nel caffellatte della sua vittima.

Protraendosi queste burle quasi quotidianamente, un mattino Luigi vide Giovanni rosso in volto e con gli occhi lucidi, in seguito all’ennesimo sopruso subìto; gli si avvicinò e gli disse: <Se mi dai mille lire, la prossima volta che Totonno ti sfotte, lo piglio a schiaffi>.

Quasi incredulo, Giovanni gli rispose: <Stamattina non ho le mille lire ma, se sei sincero, domani ti porto i soldi e poi vediamo>.

Il giorno seguente, manco a farla apposta, non successe niente. Ma Giovanni disse a Luigi: <Io porterò sempre con me le mille lire e, appena capiterà l’occasione e tu gli darai dei “paccheri”, io ti darò i soldi>.

Avvenne che un giorno Giovanni fosse molto raffreddato ed era venuto con una sciarpa che gli girava attorno al collo e alla bocca, lasciandogli scoperte le orecchie. Totonno furtivamente gli venne alle spalle e, piegando il dito medio sotto il pollice e lasciandolo velocemente, gli colpì un orecchio, facendogli molto male (in napoletano si chiama zàcchero).

Giovanni diede un grido di dolore, Luigi si avvicinò ai due e, rivolto a Totonno, gli disse: <Ma ‘a vuò fernì o no e turmentà a Giuvanno>. La risposta fu: <Fatti e cazzi tuoie>. Fu l’occasione propizia per Luigi di dargli due paccheri (ceffoni) molto sonori. Totonno, preso alla sprovvista, tra la meraviglia degli altri impiegati, non seppe dire altro: <Po’ ciò vedimmo a bascio> (Poi ce lo vediamo giù all’uscita> e se ne andò nella sua stanza.

Sta di fatto che Totonno, né quel giorno né gli altri, seppe affrontare Luigi e, come se non bastasse, la smise anche di tormentare Giovanni. Da allora Luigi e Totonno divennero nemci giurati e non si parlarono più.

Giovanni diede le mille lire a Luigi e questi gli disse: <Pe’ via toia, pe’ mille lire, me so’ accattato ‘nu nemico!> (Per colpa tua, per mille lire, mi sono comprato un nemico!).

 

Codicillo. Se ci ribellassimo ai prepotenti fin dall’inizio, con urla e qualche calcio negli stinchi, si taglierebbe dal principio la testa al toro, anche a rischio di buscarle, ma qoestp accadrebbe una volta per tutte!

(Luglio 2021)

E' ARRIVATA L’ESTATE

 

di Luigi  Rezzuti

 

Finita la scuola, è arrivata l’estate ed anche il giorno in cui Elsa e Lina rivedono il mare.

Finalmente, una domenica mattina, si parte alla volta della spiaggia di un lido balneare tanto agognato.

Si preparano le borse da mare con tutto il necessario: ciabatte, cappellini, asciugamani, teli da mare e le creme solari, per non scottarsi.

Da casa portano un contenitore pieno di frutta, già tagliata, cosparsa di limone per non farla annerire e conservata con cubetti di ghiaccio.

Alle otto di domenica mattina qualsiasi lungomare è bello come una cartolina.

Indossati i costumi, le ciabatte di plastica bucherellate per far uscire la sabbia, Elsa e Lina, con la famiglia, conquistano il loro pezzo di spiaggia.

Arrivato sulla spiaggia, il padre, con un secchiello, va a prendere l’acqua di mare per bagnare la sabbia e piantare l’ombrellone.

Le due ragazze si ungono di crema dalla testa ai piedi e iniziano a giocare a racchettoni sulla battigia, ma un’onda anomala, all’improvviso, le investe in pieno. Lina cade in acqua, beve ed è in palese difficoltà, per cui si mettono più distanti dalla riva e ricominciano a giocare.

Finita la partita a racchettoni, Elsa e Lina, soddisfatte, si sdraiano sui loro teli da mare, in attesa che arrivi l’ora di fare il bagno.

Intanto da lontano si intravede un palestrato sudatissimo, che fa la sua ginnastica mattutina.

Ha deposto le scarpe da ginnastica in riva al mare ed Elsa e Lina pensano di fargli uno scherzo, nascondendogli le scarpe sotto la sabbia.

Finita la ginnastica, il palestrato si guarda intorno per scoprire dove siano finite le scarpe.

Mai potrebbe sospettare di quelle due ragazze, stese al sole ad abbronzarsi, che ridono tra loro.

Il palestrato le vede ridere ma pensa che ciò dipenda solo dal fatto che la scena può essere buffa.

La mamma delle due ragazze in un istante si rende conto di come siano andate le cose.

Visto che il palestrato non riesce a trovare le scarpe da ginnastica evita di smascherare le figlie e le sembra giusto aiutare il giovane.

Trovate le scarpe, il ragazzo ringrazia la signora, la quale lo invita a mangiare un po' di frutta fresca, ma lui promette di ritornare verso mezzogiorno, dopo aver fatto una doccia calda.

Andato via il palestrato, la mamma riprende le figlie dicendo loro che certe cose non vanno fatte.

Le ragazze ridono e poi si tuffano in un mare calmo, nuotando fino alla boa.

È dalla boa, da quella ventina di metri dalla spiaggia, che le ragazze vedono arrivare il palestrato in versione beach che saluta la mamma con una stretta di mano.

Allora Elsa e Lina ritornano a riva e propongono al ragazzo di fare una passeggiata sulla spiaggia mentre i genitori restano a controllare borse, asciugamani e teli da mare.

Ai bagnanti non sfugge il trio, formato da un bel ragazzo palestrato e da due ragazze molto carine.

Ma non sfugge nemmeno ad una robusta signora che li aggredisce violentemente.

Apprendono dal ragazzo che la signora è la zia della sua fidanzata e che chiede spiegazioni di questa passeggiata con due belle ragazze.

Il palestrato inventa, al volo, che ha incontrato un signore che frequenta la sua palestra e che le ragazze sono le sue figlie e ha chiesto di accompagnarle per una passeggiata per evitare che qualche male intenzionato le possa infastidire.

Il palestrato non sa se vergognarsi di più del fatto che ha una fidanzata o del fatto che ha una zia così…

Una volta arrivati all’ombrellone delle due ragazze, saluta i genitori e va via.

Elsa e Lina ci rimangono male e, lontano dalle orecchie dei genitori, propongomo al palestrato di incontrarsi di nuovo il giorno dopo, per fare un bagno insieme.

(Giugno 2021)

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