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L’avvocato della camorra   di Luigi Rezzuti   Non era stato facile per Alberto frequentare l’università e laurearsi in legge. I suoi ce l’avevano...
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UNA STORIA COMMOVENTE

 

di Luigi Rezzuti

 

Miguel e Maria Garcia si sono conosciuti per le strade colombiane quando, entrambi senzatetto, erano tossicodipendenti.

Col tempo, a fatica, sono riusciti ad uscire dal tunnel della droga, cercando con tutte le forze di regalarsi, insieme, mano nella mano, una vita migliore.

Ma l’unica dimora che sono riusciti a permettersi è stata una fogna, sottoterra, proprio come si sono sentiti per anni a causa della triste dipendenza.

Questo però non ha arrestato la loro voglia di ricominciare e di farcela, contro tutto e tutti.

Una vicenda di sopravvivenza che racconta, non solo il disagio di una vita di stenti, ma anche la forza di resistere alle avversità e di vivere, sempre e comunque.

Oggi Miguel e Maria sono ancora lì, in quello scarico abbandonato, sotto la zona industriale della città. Anche se hanno ricevuto diverse proposte di ospitalità, hanno preferito restare lì, in quel “nido”, emblema della loro rinascita.

L’improbabile abitazione è talmente piccola da non consentire di camminare in piedi; eppure quella fogna è pregna d’amore, di tenerezza, di speranza.

I due sono riusciti ad usare al meglio tutti gli spazi disponibili: all’interno hanno un armadio, un letto ed un cucinotto; ci sono anche un piccolo ventilatore, una TV ed una radio; unico limite, l’assenza della doccia che li costringe ad usare dei secchi per far fronte alla cura della propria igiene personale.

Miguel e Maria non sono soli; con loro c’è il cane Blackie, che spesso viene visto dai vicini scorrazzare all’esterno del tombino, nel piccolo giardino attiguo, allietato da fiori, che, a Natale, vanta perfino un albero decorato a festa.

Una storia tenera ed incredibile, piena di dignità e di coraggio.

Miguel e Maria, nonostante tutto, sono riusciti a sopravvivere: portano addosso i segni della sofferenza, ma sanno di poter contare l’uno sull’altra e sulla compagnia, unica e fedele, del loro amatissimo amico a quattro zampe.

(Luglio 2020)

L’ufficiale tedesco

Anche loro, a volte, hanno avuto un cuore

 

di Luigi Rezzuti

 


Eravamo ancora in piena guerra e in pieno inverno. Era il dicembre del 1943.

Una rigida mattinata d’inverno. Due donne e una bambina di tre anni camminano alla volta di Caivano, periferia di Napoli.

La giovane ha in testa una cesta e in braccio la sua piccola di tre anni, che piange.

La nonna le segue, a breve distanza, anch’ella con una cesta sul capo, dove hanno sistemato alcuni indumenti e una copertina di lana per la piccola.

La bambina è molto magra come tutti i bambini in tempo di guerra. Indossa un giacchino, regalo di un soldato americano, che le sta come un cappotto e le arriva fino ai piedi.

Comincia a nevicare. Fa molto freddo, ma le due donne continuano a camminare, cercando di raggiungere Caivano, un paesino meno esposto ai bombardamenti.

Fortunatamente passa di lì un contadino su un carretto trainato da un asino e, vedendo le due donne e la bimba si ferma e chiede:  “Dove siete dirette”.

La nonna subito risponde: “A Caivano”. Il contadino, diretto anch’egli nello stesso luogo, impietositosi, le invita a salire sul suo carro.

La nonna, in silenzio, osserva le campagne intorno, abbandonate, con qualche albero da frutta privo di foglie.

Anna,  fatti  forza, arriveremo a Caivano”.

La strada, ormai, è completamente innevata. Avanzano lentamente tra i rimbombi delle cannonate che si abbattono sulla città.

La bimba, in braccio alla giovane mamma, ha smesso di piangere, ha il visino paonazzo dal freddo.

Dalle un pezzo di pane prima che cominci a piangere”, suggerisce la nonna alla ragazza,  senza smettere di guardare i campi.

Anna scuote il capo: “Non ce n’è più, mamma”.

La bimba con la giacca dell’americano infila la manina gelata nella tasca, tira fuori un pezzetto di pane, lasciato dal soldato e lo mangia con avidità.

La giovane guarda la figlia che ha smesso di mangiare e ora dorme.

Proprio in quel momento sopraggiunge una camionetta e un camion di soldati tedeschi. Nel superarle, uno di loro spara in aria una  scarica di mitra per spaventarle.

Le risate sguaiate dei soldati rompono il silenzio.

La ragazza scoppia a piangere per lo spavento e maledice la guerra e i tedeschi.

Piange e bagna di lacrime il viso della bambina che né le bombe né le raffiche di mitra né ii sibili delle cannonate hanno svegliato.

La camionetta si ferma. Ne scende un ufficiale. Il contadino ferma anch’egli il suo carretto. L’ufficiale gli chiede: “Queste donne e la bimba sono la tua famiglia?” Il contadino, tremante dalla paura, risponde: “No, ho solo dato loro un passaggio per Caivano, dove sono diretto anch’io”

La giovane mamma, anch’ella impaurita, cerca di commuovere l’ufficiale tedesco dicendo: “Ho vent’anni, una figlia e un marito che non vedo da tre anni e da allora non ricevo sue notizie”.

Il marito, infatti, l’ultima lettera gliel’aveva scritta prima di partire per la Russia. In essa parlava di una licenza per venire a vedere la bimba che sarebbe nata, ma non era mai più tornato.

Subito dopo Anna, rivolta alla mamma, dice “Mamma, hai visto? La bimba ha perso una scarpina”

La bimba, intanto, era scesa dal carretto e camminava sulla neve, in silenzio, con il piedino scalzo.

A tre anni, quasi congelata dalla neve, aveva già scelto la strada del sacrificio e del dolore. 

Una nuova scarica di mitra fa balzare il cuore in petto alla ragazza che perde la calma e grida: “Sparate, sì, sparate, però questa volta fate per davvero, prendete la mira e sparate”.

Anna, calmati, supplica la nonna, non fare scenate, magari anche loro hanno un cuore”.

L’ufficiale le chiede: “ Da dove venite? “, “Andiamo a Caivano”, risponde la nonna, guardandolo diritto negli occhi.

Dobbiamo ritrovare il resto della famiglia. Siamo rimaste sole. Mio figlio è partito per la Russia e non abbiamo sue notizie da anni”.

Capisco”, dice l’ufficiale e si avvicina alla bimba senza la scarpetta.

La dia a me, signora

La ragazza gli si scaglia contro, gridando: “Prendi me, lasciala stare, mia figlia”

No, signora, non prendo lei, prendo la bimba. Ne ho anch’io una, appena nata, che non conosco ancora e ho deciso di scortarvi fino a Caivano”.

(Maggio 2020)

L’avvocato della camorra

 

di Luigi Rezzuti

 

Non era stato facile per Alberto frequentare l’università e laurearsi in legge. I suoi ce l’avevano messa tutta, spendendo fino all’ultimo centesimo per consentirgli di raggiungere quel traguardo. Dal canto suo, si era impegnato all’estremo delle forze per vedere i sacrifici ripagati, almeno in parte, da quel primo successo.

Subito dopo cominciò l’altro calvario, quello della ricerca di uno studio legale che gli consentisse di superare l’esame di Stato, per l’iscrizione all’albo e l’esercizio della libera professione.

Per fortuna un affermato studio legale si era dichiarato disponibile ad accogliere il giovane praticante.

Poi ci fu il colpo di fortuna quando si presentò il caso della difesa di un gruppo di giovinastri, sorpresi in una rissa, senza, però, grosse conseguenze.

L’incarico fu affidato a lui ed egli riuscì ad escogitare una serie di cavilli, che gli consentirono la rapidissima assoluzione dei ragazzi.

Quello che nessuno avrebbe mai potuto prevedere fu che uno dei sei giovani era il figlio di un elemento di spicco di una famiglia malavitosa del territorio.

L’abilità di Alberto fece presto il giro di quegli ambienti e, in poco tempo, si trovò a realizzare tutti i suoi sogni, dallo studio tutto suo ad una serie di incarichi che, in breve, gli procurarono fama, successo e danaro.

L’unica nota stonata era la fama di difensore della malavita, che presto gli fu affibbiata e che sostanzialmente corrispondeva alla  verità, ma ci mise poco ad abituarsi e quasi a godere nel sentirsi definire, nella migliore delle ipotesi, “consigliere di Satana”, per l’abilità con cui riusciva a scovare i cavilli più assurdi per scagionare da ogni accusa persone colpevoli di reati, anche gravissimi.

La frequentazione di certi ambienti lo portò a guardare le ragazze di quelle famiglie ed in breve, anche su quel fronte, si trovò ad essere l’oggetto misterioso di desideri inconfessabili, finche gli occhi di Concetta lo inchiodarono e si fidanzarono, ma fu necessario adeguarsi ai dettami della famiglia, legata a norme e limiti arcaici. Fra questi il più importante era che Concetta doveva arrivare al matrimonio come la mamma l’aveva concepita.

Infatti, ogni sabato e domenica era ospite della famiglia di Concetta ma non dovevano uscire di casa e l’unica cosa che rimaneva era quella di guardare la TV.

Il padre di lei era uno degli uomini più potenti della “Sacra famiglia”, il capo riconosciuto dalla malavita, che torturava e ammazzava le sue vittime quasi col sorriso sulle labbra.

Alberto, cosciente di questa realtà, non si azzardava neanche per un attimo a pensare di rompere il fidanzamento, ma nemmeno rinunciava a dare la caccia a ragazze, fossse anche per una serata.

Il tempo libero da impegni di lavoro lo trascorreva volentieri in locali “allegri”, dove la sua fama di “consigliere di Satana” assumeva il fascino del vietato, dell’avventura, del proibito e molto spesso era un elemento favorevole per le sue conquiste.

Una sera, in uno di questi locali, conobbe Floriana, la classica ragazza di famiglia piccolo - borghese.

Floriana, dopo gli esami di maturità si era iscritta all’università ma, avendo trovato difficoltà, era arrivata all’età di trent’anni senza laurearsi.

A seguito dei problemi economici, che avevano messo in ginocchio la famiglia, era andata alla ricerca di un lavoretto, possibilmente part-time, col  quale mantenersi all’Università e far fronte alle necessità quotidiane.

Dal punto di vista sentimentale, non sapeva scegliere se considerarsi una stupida, che aveva fatto molti errori, per scarse capacità di riflessione, o una sfortunata, che non ne aveva imbroccata una buona. Si sentiva, soprattutto, assai incapace di far fronte alle disavventure della vita. Inoltre, non sembrava essere consapevole della sua bellezza, mentre  dagli altri era considerata indiscutibilmente bella.

Senza un valido curriculum e senza grandi prospettive, alla fine aveva accettato un lavoro come assistente barman in un pub.

Fu qui che incontrò Alberto e, dopo averlo preso un po’ in giro per la definizione di “consigliere di Satana”, aveva intrecciato con lui un rapporto che la rendeva felice di comunicare con una persona di una cultura certamente superiore alla sua.

Floriana, però, si sentiva ancora innamorata di un uomo, col quale aveva rotto solo da pochi mesi e che, comunque, non riusciva a dimenticare perchè sapeva di averlo amato, pur se non ricambiata.

Intanto Alberto era condizionato dalla fidanzata, che non poteva lasciare, altrimenti sarebbe successo il finimondo con la sua famiglia di camorristi.

Floriana era molto attratta da Alberto e lui da lei, al punto da sentirsi spinto sempre più decisamente verso il “colpo di testa”, dietro il quale, però, egli sapeva bene che non c’era solo la gelosia di Concetta ma tutto quel mondo perverso che egli stesso rappresentava, sia nella vita privata che in quella professionale.

Anche Floriana era combattuta tra la volontà di portare avanti, ad ogni costo, quel sentimento e il rischio di scontrarsi con qualcosa di indeterminato e di difficile, dai contorni sfocati. Le ragioni della prudenza le suggerivano di rinunciare, a meno di non diventare la sua amante segreta, nella vana speranza che la fidanzata, poi,  lo lasciasse libero.

Intanto Alberto aveva finito con l’essere quasi parte dell’arredamento del locale, per la sua presenza costante in esso. Voleva incontrarla, vederla, regalarle fiori, dedicarle attenzioni.

Una sera Floriana cedette all’assiduo corteggiamento e accettò di andare nello studio di Alberto, dove egli, nei locali retrostanti l’ufficio, aveva predisposto un piccolo salottino.

Senza dubbio, non era una sprovveduta, sapeva perfettamente a cosa preludeva quell’invito.

Alberto, infatti, dopo aver chiuso la porta dell’ufficio, l’avvinse a sè in un appassionato bacio, degno della migliore letteratura cinematografica.

Floriana sentì immediatamente salire alla testa fiamme più vive di quelle dell’inferno. Non è difficile immaginare il resto…

Quasi all’alba Floriana sentì un’auto fermarsi sotto le finestre dell’ufficio di Alberto. Certamente erano gli addetti alle pulizie e si rese conto di dover andare via,prima che l’ufficio fosse aperto, mentre per Alberto farsi trovare addormentato nell’ufficio poteva essere giustificato da un eccesso di lavoro.

La ragazza si rivestì in fretta e scappò a casa. Qui nessuno le chiese dove aveva trascorso la notte e, solo quando ebbe dormito qualche ora, svegliatasi per il pranzo, si rese conto pienamente di quello che era successo, ma ormai era accaduto e non le restava che accettare di aver commesso, forse, un altro errore.

Alberto, intanto, accentuò la sua corte pressante diventando ancora più assiduo nel pub e al suo bancone di lavoro, ma soprattutto aspettandola ogni volta all’uscita ed insistendo per passare dall’ufficio prima che tornasse a casa per poi sgattaiolare via all’arrivo degli addetti alle pulizie.

Floriana si rese conto che la giornata non  bastava più per tutto quanto doveva fare: studio, lavoro, famiglia, mentre il rapporto con  Alberto le creava molta ansia nella difficoltà di gestire questo stato d’animo e tutto il resto.

I problemi arrivarono presto perché la presenza di Concetta incombeva minacciosa, non solo per lui, che comunque se ne fregava, ma soprattutto per Floriana, che intravvedeva quasi l’ombra di un fantasma.

Alberto aveva pensato di farle cambiare lavoro per poterla vedere più spesso perché ormai gli era entrata nel sangue e non solo perché decisamente più bella di Concetta ma anche perché più intelligente, aperta e capace di passare ore a dialogare, spesso anche contrastandolo con garbo ed acume. Insomma con lei stava benissimo, anzi avrebbe voluto metterla in condizioni di poterle dedicare più tempo possibile.

Pensò, infatti,  di assumerla nel suo ufficio. Sarebbe stata la cosa ideale, ma la sua presenza avrebbe potuto insospettire ancora di più Concetta, con tutte le conseguenze prevedibili ed ipotizzabili.

Risolse, invece, il problema chiedendo ad un collega di assumerla come segretaria per poterle assicurare un reddito adeguato, certamente superiore a quello garantito dal lavoro al pub, ma soprattutto con orari decenti e la possibilità di dedicarsi alla sua vita e agli studi universitari.

Cominciò così per Floriana una stagione di grande entusiasmo con lo stipendio più alto, che le permise anche di cambiare finalmente l’auto.

Ogni tanto Alberto le faceva importanti regali, che Floriana accettava sempre con qualche difficoltà perché, in questo modo, si sentiva una “mantenuta”.

Egli le comprò, poi,  un piccolo appartamento, dove potersi incontrare in piena libertà.

Tanta felicità, tanta gioia di vivere non potevano passare inosservate. Le malelingue non mancarono di riferire tutto a chi di dovere, in primis a Concetta, che cominciò a vivere con profondo dolore il ruolo della donna tradita, nonché quello della eterna  promessa sposa, affibbiatole dalla famiglia, a cui non poteva sottrarsi. Ormai per tutti era chiaro che doveva diventare la moglie del pupillo del “Boss” mentre la notizia dell’ “altra”era di dominio pubblico.

Per Alberto poche cose erano cambiate, ma si sentiva a disagio sul piano della professione, dovendo cercare tutte le scappatoie più indegne per ribaltare situazioni evidenti e rendere  i camorristi innocenti e “rispettabili”

Egli teneva in gran conto gli umori della famiglia di Concetta, anche se il rapporto di fiducia, che aveva col grande capo, gli dava la quasi certezza di essere un “intoccabile”.

Lo stesso “Boss”, in un colloquio privato, tenuto in carcere per un processo in cui era  imputato, gli aveva assicurato che era al riparo da qualunque iniziativa del “clan” e che il discorso valeva anche per i suoi familiari.

Alberto non aveva fatto caso, però, alla puntualizzazione e non si era reso conto che, dalla garanzia, restava esclusa Floriana che, per la famiglia di Concetta e agli occhi di tutti, era una estranea e, dunque, “sacrificabile”.

Alberto quella mattina era uscito alla solita ora  per andare in Tribunale a seguire il processo importante di cui si occupava.

Passò per l’edicola dove comprava i giornali ma non fece caso all’aria sfuggente con cui l’edicolante lo guardò e notò a malapena, in un riquadro in prima pagina, la notizia di una macchina incendiata in una strada vicina.

Cominciò a riflettere sugli sguardi della gente e gli apparvero chiaramente come sguardi, quasi di compassione. Li riscontrava in tutti gli ambienti da lui frequentati, a cominciare dal bar, dove si fermò, come sempre, per fare colazione.

Aprì il giornale e, in cronaca, gli balzò dinanzi agli occhi la foto dei resti bruciati di una macchina. La targa la conosceva molto bene...

Il titolo parlava dell’incendio doloso di un’auto con dentro una ragazza, che ben conosceva per averla amata e per amarla ancora con tutto se stesso.

Sentì il cuore battere forte e venirgli meno il respiro.

Floriana era morta, bruciata nella sua auto, per mano di qualcuno che aveva voluto realizzare una vendetta.

Un velo si calò sugli occhi e, per un attimo, si sentì di morire. Poi l’abitudine ad affrontare situazioni di emergenza, difficili e spesso pericolose, ebbe la meglio, mandò giù quel caffè che gli sembrò più amaro che mai, si stampò in faccia un sorriso e decise di chiedere conto di quel gesto alla famiglia di Concetta e di rompere il fidanzamento, che ormai gli pesava più di una catena al cuore.

Poi pensò di non fare più l’avvocato difensore ma di diventare collaboratore di giustizia e, con i dati e i documenti a sua disposizione, creare, nell’organizzazione della “sacra famiglia” una tempesta tale da mandare in galera una grossa fetta del clan, a cominciare da Concetta e dai suoi familiari, senz’altro mandanti dell’uccisione di Floriana.

Per puro scrupolo professionale si fece fissare un colloquio col giudice che conduceva il processo alla “sacra famiglia” e indagava sugli affari della camorra, ma si rese conto che valeva poco la sua deposizione perchè, col tempo, la famiglia avrebbe trovato il modo di fargli pagare la sua dichiarazione. Infine il ricordo, ancora così vivo e penoso, della tragica fine di Floriana lo spinse a sentirsi più sicuro col ricorso ad un gesto clamoroso.

Entrò nell’aula del tribunale, dedicata al processo alla “sacra famiglia” e ai suoi accoliti, prese posto al tavolo della difesa, ma non indossò la toga e, sotto lo sguardo meravigliato di tutti, chiese ed ottennee dal giudice il permesso di avvicinarsi per conferire.

Depose la toga sul tavolo della presidenza e dichiarò che, per sopraggiunte divergenze con i camorristi, rinunciava a rappresentarli e rimetteva agli imputati la facoltà di procurarsi un nuovo avvocato difensore.

Dalla zona, dove gli imputati erano raccolti, si levarono le peggiori ingiurie possibili e il giudice fu costretto a far intervenire la polizia per placare gli animi.

Uno dei componenti della “sacra famiglia” chiese di  conferire con Alberto e gli disse che il “boss”non avrebbe  accettato la sua rinunzia e che  doveva stare attento a non farlo.

Alberto, a quest’ultima minaccia, confermò la sua decisione al giudice e al componente della “sacra famiglia” rispose: “Avverti il tuo padrone che la mia difesa è totale solo con i veri amici ma, quando mi deludono, li affido agli altri. Buona permanenza in carcere al tuo padrone e a te”.

Uscì, quindi,  dall’aula finalmente sereno e gli sembrò che intorno a lui volasse un angelo con le sembianze di Floriana.

(Aprile 2020)

Genny Esposito l’americano

 

di Alfredo Imperatore

 

Nel 1920, Genny Esposito, era venuto dall’America in Italia con un grosso conto in banca, portava a un dito un vistoso anello con diamante e al gilè era legata una massiccia catenina d’oro, alla quale era assicurato un grosso orologio da tasca, come si usava tanti anni fa.

La nostalgia della terra dei suoi avi, l’aveva riportato in Patria, a godersi in pace e tranquillità, i frutti della sua lunga vita di lavoro e di tanti sacrifici. Aveva deciso di acquistare un vasto fondo dal marchese Trappia per due milioni e seicentomila lire, per assicurarsi una rendita durevole.

Genny Esposito posò sul tavolo del notaio, un voluminoso pacco di banconote; questi lesse l’istrumento e fece firmare l’atto al marchese. Poi disse: <Ora a voi signor Esposito, firmate qui>.

L’italoamericano prese la penna e lentamente segnò sulla carta bollata, un robusto segno di croce.

Al buon notaio scappò detto: <Così, e avete guadagnato tanti milioni? Chissà quanto sareste più ricco se aveste saputo scrivere>. Farei il sagrestano, rispose un po’ beffardo Genny e, mentre il marchese contava lentamente i soldi, incominciò a raccontare in uno stentato italiano, che certamente aveva appreso insieme ad altre lingue, durante il suo girovagare per il mondo, sinteticamente la sua vita.

Sua madre era morta donandogli la vita. Suo padre, poco dopo. era finito col male dei poveri, la tubercolosi; erano entrambi di origine italiana. Perlomeno così gli avevano detto nell’ospizio, prima di affidarlo, a meno di sei anni, a una coppia in cerca di un bambino, senza troppi preliminari, com’era consuetudine dell’epoca.

Fu subito messo in strada dai suoi affidatari a chiedere l’elemosina, poi, appena grandicello, incominciò a fare i lavori più umili, portando sempre a “casa” i miseri guadagni.

Appena poté, abbandonò quelli che erano stati i suoi sfruttatori, di nascosto prese i documenti e fuggì lontano, girovagando in lungo e in largo, facendo qualunque lavoro gli veniva proposto.

A diciotto anni ebbe anche un amore, che fu di breve durata, perché capirono entrambi che il loro futuro sarebbe stato a dir poco misero.

In un Natale rigido e piovoso, essendo stato sfrattato dalla casupola dove soggiornava, perché era rimasto senza soldi, si fermò a riposare sulla soglia di una chiesa, triste, affranto e con i morsi della fame nello stomaco.

Disperato e in lacrime entrò poi in chiesa e si avviò alla sacrestia. Così lo vide un vecchio curato e ne ebbe pietà. <Buon giovane che fai qui e perché piangi?>.

<Sono senza letto, senza lavoro e ho fame>. Il pastore replicò: <Vuoi rimanere con me?>. Il ramingo gli baciò una mano in una manifestazione di calda riconoscenza.

Il sacerdote, dopo averlo rifocillato con un bicchiere di latte e del pane raffermo, gli porse il libriccino per imparare a servire la messa. Vedendo la sua perplessità gli disse: <Giovanotto, non sei forse contento?>. Genny obiettò: <Io purtroppo non so leggere>.

Il prete, sorpreso e imbarazzato, rispose: <Povero figlio, avrei voluto aiutarti, ma così, proprio non posso far niente>. Gli mise in mano degli spiccioli e lo accomiatò.

Genny si allontanò dalla casa di Dio, senza voltarsi, senza neanche ringraziare e s’immerse nel buio della strada. Era quasi spiovuto e girovagò nel freddo come un incosciente, finché si trovò improvvisamente al porto; l’acqua era torbida dai riflessi verdastri.

Farla finita con la vita! Questo il pensiero che gli martellava nel capo, quando un improvviso e assordante fischio di sirena lo scosse; fu questo richiamo alle cose vive la sua salvezza.

Non molto distante un grosso “tre alberi” toglieva le ancore, mentre sulla tolda i marinai addetti alla manovra parevano fantasmi agitati. Improvvisamente, uno sprazzo di luce violenta, illuminò il suo cervello. Vivere lontano, lottare e vincere: queste parole splendettero in lui, più chiare della luce solare.

Corse lungo la banchina, si accostò alla murata della nave, lungo la quale pendeva una gòmena, stesa come un lungo braccio di salvezza e vi si afferrò. Lottò contro lo sballottamento e i sobbalzi del naviglio, contro la paura e la stanchezza dei muscoli; s’inerpicò finalmente a bordo.

Strisciando carponi, lentamente e silenziosamente, riuscì a guadagnare la stiva. Il più era fatto, certamente non l’avrebbero buttato ai pesci.

Il resto lo fece il destino!

(Aprile 2020)

L'AMMORE A 'O TIEMPO D’’O CURONAVIRUSS

 

di Sergio Zazzera

 Quanno Berta filava e l’auciello arava, a ‘nu paese luntano ‘nce stevano ‘nu rré e ‘na riggina, duje piezz’’e giùvene, belle sulamente lloro, una cchiù dell’ato: parevano ‘o sole e ‘a luna.

‘Nu brutto juorno, ‘o rré cadette malato: accumminciaje a scatarrà’, cu ‘nu tremmuliccio e ‘nu friddo ca lle pirciava ll’ossa, comme si lle passava ‘a morte pe’ ccopp’â noce d’’o cuollo – ma ‘na morte ca jéva e veneva, e ca nun puteva truvà’ arricietto –, anfin’ a qquanno se sentette d’astregnere ‘ncanna, senza puté’ cchiù risciatà’.

‘A riggina subbeto mannaje a chiammà’ ‘nu miédeco, ca ‘o guardaje, ‘o sentette cu ‘a recchia adderet’ê rine, ‘o tuccaje ‘o puzo, ‘o facette caccià’ ‘a lengua ‘a fora; ‘nzomma, ‘o smerzaje ‘e dinto fòre, e po’, scutulianno ‘a capa, cacciaje ‘a settenzia: «Chist’è ‘o curonavirùss».

«E che sarrìa mo’ chistu curonavirùss? – spiaje ‘a riggina – e comme se cura?».

«E che v’aggi’’a dicere, riggina mia – lle rispunnette scunzulato ‘o miédeco –: chesta è ‘na malatia nova, ca è arrivata ‘a luntano assaje».

«Ah – rispunnette ‘a femmena –, e chi l’ha purtata?»

«’A globalizzazione», dicette ‘o duttore.

‘A riggina nun se puteva fa’ capace e cuntinuaje: «E chi sarrìa chesta grobbalizzazzione?»

«Uh, Maronna mia – rispunnette ‘o miédeco –, riggì’, ma vuje addó’ campate: comme, vuje cummannate a ‘nu paese sano sano e nun sapite ched’è ‘a globalizzazione?»

«Duttó’, vuje che vulite ‘a me? vuje me vulìsseve fa’ venì’ ‘nu sintòmo? lloco chi cummanna ô paese è marìtemo; i’ songo femmena e penzo sulamente â casa: che s’hadda cucenà’, quanno s’hadda lavà’ ‘nterra, quanno s’hadda fà’ ‘a culata…»

Allora ‘o duttore lle spiecaje ca chella malatìa l’aveva purtata d’’a Cina ‘n’ommo ca s’era magnato ‘e spurtigliune ca tenevano chillu virùss ‘ncuorpo, e ca ‘e meglie scenziate s’’a stevano sturianno, ma ancora nun sapevano dicere comme s’avev’’a curà’.

‘A povera riggina, cchiù scunzulata d’’o miédeco, se turceva ‘e mmane, se sceppava ‘e capille, se lazzariava ‘a faccia. Po’, quanno chillo se ne jètte, ‘o primmo penziero ca facette fuje chillo ‘e mannà’ a chiammà’ a ‘na vecchia janara – ‘na vicchiazzola ‘e dint’ô Bùvero, secca secca e corta corta, ca puteva scupà’ allerta pe’ ssott’ô lietto, cu tre diente ‘mmocca, cu quatto capille ‘ncapa, cu ‘e ccosce a tarallo e cu ll’uocchie scazzate –: pe’ ve fa’ capì’, a ppiétt’a essa, ‘a Si’ Secca sarrìa stata Miss Italia. ‘Nzomma, era cchiù brutta d’’a morte, ma era cos’’e niente, pecché sapeva fà’ tutte specie ‘e ‘nciarme.

‘A crestiana venette sùbbeto, cu ‘o sciallo arravugliato attuorn’â faccia pe’ se pruteggere, ca ‘nce parevano sulamente ll’uocchie; sentette chello ca aveva ditto ‘o miédeco, dette ‘na guardata ô rré e dicette: «Si ‘sta malatia ll’hanno purtata ‘e spurtigliune, lloro se l’hann’’a piglià’. Riggì’, facit’acchiappà’ cinche o seje spurtigliune, facitel’accidere, facit’ê lluvà’ ‘o féteco, ‘o facite tirà’ a rraù e nc’’o date a magnà’ ô marito vuosto».

‘A riggina ringraziaje â vecchia, ‘a facette cunzignà’ ‘nu sacchetiello ‘e munete d’oro e cummannaje ê serviture ‘ca facevano tutto chello ca chella scangianesa ‘e vecchia aveva ditto. Erano ‘e ddiece â matina, e a miezjuórno ‘o rraù ‘e féteco ‘e spurtiglione era bell’e cucenato. Anze, sulamente cucenato, pecché bello – s’hadda dìcere ‘a verità – pròpeto nun era.

‘O rré, ca teneva ll’uocchie ‘nzerrate p’’a freva e justo justo risciatava, fuje fatto assettà’ ‘mmiez’ô lietto e ‘na serva ll’ammuccava chella bobba, a ‘nu cucchiariello â vota, mantenènnol’’o naso appilato, pe’ nun ‘o fa’ avutà’ ‘o stommaco. Ma tu che ne vuó’: ‘mmece ‘e stà’ meglio, ‘o povero Maronna faceva sempe cchiù fatica a risciatà’ e nun arrevava manc’âglióttere.

‘A riggina se vedette perza: se facette unu pass’’e chianto, comm’a ‘nu trìvulo vattuto; po’mannaje a chiammà’ a quatto cumpagne soje e, tutte ‘nzieme, jètteno scàveze a cercà’ ‘a grazia â Maronna. Arrivate dint’â chiesia, se vuttajeno tutt’e cinche cu ‘a faccia ‘nterra, e chiagnenno pregavano â Maronna ca faceva stà’ buono ô rré.

A ‘nu cierto mumento, ‘a riggina – ticche-tacche – sentette ‘nu rummore ‘e zuóccole: aizaje appen’appena ll’uocchie ‘a terra e vedette ‘na vesta longa, janca e nera. Aizaje ‘n’atu ppoco ancora ll’uocchie e se truvaje annante ‘nu piezz’’e munacone, àveto e gruosso quant’a ‘nu stipo, cu ‘a chiéreca ‘ncapa e cu ‘na bella varva janca longa anfin’a ‘mpietto, ca, apprimma ca essa puteva parlà’, aveva capito sùbbeto tutte cose e lle dicette: «Riggina mia, figlia mia, ‘a Maronna t’’a faciarrà, ‘a grazia. Però ‘a curona d’’o curonavirùss sta facenno rammaggio a marìteto e ‘n’ata curona ll’hadda libberà’ ‘a chistu castigo. Pirciò tu torna mo’ mo’ a Palazzo, piglia ‘a curona toja e chella ‘e marìteto, fa’ ‘e vénnere e chello ca ne piglie dallo ê povere. A lloro, però, ll’hê ‘a dicere ca pigliasseno ‘nu mantece, ‘o cchiù gruosso ca pònno truvà’, e curresseno sùbbeto a Palazzo. A chillu mantece, po’, attaccàtence ‘nu tubbo, ca ‘nc’’o ‘mpezzate ‘mmocc’ô rré, e lloro hann’’a pumpà’ forte, anfin’a quanno isso nun repiglia sciato».

‘A povera riggina nun sapeva cchiù comm’aveva ringrazià’ a chillu sant’ommo: facette dà’ pur’a isso ‘na sacchetta ‘e munete d’oro da una d’’e ccumpagne soje e, tutt’’e ccinche ‘nzieme, se ne turnajeno ‘nu poco cchiù sullevate.

Cunfromme fujeno arrevate a Palazzo, facetteno tutto chello ca ‘o moneco aveva ditto: ‘e ccurone fujeno vennute; ‘e pezziente arrivajeno, cu cierti mmaschere ‘nfaccia, ca pareva Carnuvale, e cu ‘nu mantece, ca cchiù gruosse ‘e chillo nu’ ‘nce ne putevano stà’; ‘o tubbo fuje puosto ‘mmocc’ô rré e tutte quante accummenzajeno a pumpà’. ‘A riggina vulette dà’ ‘na mana pur’essa e accussì pure ‘e ccumpagne soje.

Già doppo ‘e pprimme quatto o cinche botte, ‘o rré accumminciaje a se repiglià’: arapette ‘na senga ‘e ll’uocchie e guardaje stranizzato tutto chello ca lle steva succedenno attuorno; po’ cu ‘nu segno d’’a mana cercaje ‘nu surzo d’acqua. ‘Nu servitore ‘nc’’o purtaje e isso s’’o vevette. Mo’ pe’ bévere, ll’avètten’’a luvà’ ‘o tubbo d’’a vocca e accussì s’addunajeno ca puteva risciatà’ cu ‘e purmune suoje. E tanno fuje ‘na festa: ‘a riggina, abballanno pe’ tutt’’a stanza, lle jètte vicino, se l’astrignette ‘mpietto e lle facette cientumilia squase; pe’ ttramente, ‘e ccumpagne soje e tutt’’a servitù cantavano a coro, alleramente. Po’ ‘e serviture fujeno mannate a chiammà’ ô moneco, ca oramaje pe’ tutte quante era comme si fosse stato ‘nu santo, e ‘o rré ‘o vulette comme cappellano ‘e Palazzo e, pe’ primma cosa, ‘o facette cantà’ ‘nu bellu puntefecale.

E – comme fuje e comme nun fuje –, pure chistu sarmo ccà, comm’a tutte ll’ati sarme, fernette a Groliapàto. E accussì, lloro stanno llà, e nuje stammo ccà.

(Marzo 2020)

WEEKEND SULLA NEVE

 

di Luigi Rezzuti

 

Tutto ebbe inizio con il weekend che Franco e Vanessa avevano deciso di fare in montagna.

Partirono nel primo pomeriggio ed arrivarono prima di cena in albergo.

Dopo essersi sistemati in camera ed aver fatto una doccia per riprendersi un po’, si apprestarono a scendere nella sala ristorante per la cena.

Mentre Vanessa si preparava, Franco la guardò attentamente: era davvero bella.

Arrivati giù, si accomodarono al tavolo ed iniziarono a cenare quando da un altro tavolo si sentirono chiamare. “Vanè … Vanessa!” era Enza, la madre della sua amica del cuore, Marianna, che era lì con il marito Sandro.

Dpo i classici convenevoli “Anche voi qui?”, “Fino a quando vi fermate?”, decisero di sedere tutti allo stesso tavolo.

Durante la cena Franco notò come Enza e Sandro erano una coppia davvero in forma, nonostante non fossero più giovani.

Lui, 55 anni, con un po’ di pancetta, molto elegante, battuta sempre pronta.

Lei, qualche anno in meno e fisico ben curato.

Intorno alla mezzanotte si salutarono e si diedero appuntamento per il giorno seguente, con l’intesa di trascorrerlo insieme.

E infatti la trascorsero sulle piste, fra discese, foto, qualche caduta e molte risate.

Per la sera, in albergo, era stata organizzata una festa dopo cena.

Vanessa per l’occasione si presentò con un vestitino nero, molto elegante, con una scollatura non troppo evidente, tacchi normali e, sulle labbra, un tocco di rossetto color carne.

Arrivati nel salone, Franco notò che anche Enza non ci scherzava: aveva un vestito blu con le bretelline, un po’ più lungo di quello di Vanessa, tacchi normali e anche lei sfoggiava una scollatura, ma non eccessiva.

La cena era appena iniziata e, dopo qualche brindisi di troppo, Sandro li spiazzò tutti dicendo: “Vanè … ti ricordi quando da piccola ti eri innamorata di me?”.

Vanessa arrossì ma non tardò a rispondere “Certo che mi ricordo, mi piaceva il modo come ti vestivi e come parlavi ...”

“Vabbè, eri una bambina” rispose Sandro ed aggiunse, con uno stupido risolino, “Anche se adesso un pensierino lo farei …” mentre in cuor suo Franco pensava “Vedi che bel cretino, questo qui!”

“Sandro”, intervenne allora Enza, fingendo di picchiarlo “Finiscila dai … La metti in imbarazzo!”, aggiunse sorridendo.

La serata continuò sempre con molte battute e tanto vino.

Dopo cena, cominciò la musica e iniziarono a ballare.

Vanessa era abbastanza brilla. Anche i nostri amici non erano da meno ma riuscirono a tenersi in piedi per ballare.

Ad un certo punto, durante un ballo, ci fu uno scambio di dame e Franco si ritrovò Enza fra le braccia

Tra un giro e l’altro notarono che Vanessa e Sandro, oltre che ballare, si scambiavano paroline all’orecchio e dopo poco ridevano.

“Chissà cosa avranno da ridere quei due?” disse Enza … sorridendo.

Franco strinse le spalle come per far capire che non poteva saperlo e sorrise anche lui di un sorriso stentato.

Verso le due di notte la sala era quasi vuota e decisero di ritornare ognuno nella propria camera.

La camera di Sandro ed Enza, all’ultimo piano, era davvero una suite quasi reale, bellissima, grande e sfarzosa.

Il giorno dopo, di buon mattino, i quattro presero la seggiovia che portava su alle piste, per poi ridiscendere sciando.

Ad un certo punto la seggiovia si bloccò a metà percorso. Vanessa iniziò ad avere paura, ma Franco la rassicurava dicendo: “Non aver paura si tratterà di una breve interruzione.” Infatti, non aveva nemmeno finita la frase che la seggiovia riprese il percorso.

Alle 13,30 ritornarono abbastanza stanchi in albergo, raggiunsero le loro camere e, dopo essersi cambiati, scesero nel salone ristorante.

Nel pomeriggio decisero, poi, di andare a fare shopping per le strade del paesino e, verso sera, dopo aver cenato in una taverna tipica, nei dintorni, ritornarono in paese.

La mattina seguente Franco e Vanessa salutarono Enza e Sandro, ringraziandoli per aver trascorso, in loro compagnia, un weekend indimenticabile.

Era stata un’esperienza bellissima. Peccato, però, mai più ripetuta.

(Gennaio 2020) 

BABBO NATALE

 

di Luigi Rezzuti

 


Era una notte fredda, una notte fredda e buia.

Gigetto era accoccolato sul davanzale della finestra ad osservare le strade vuote, colme di neve.

Era una notte, ma non una qualunque, era la notte della vigilia di  Natale.

I fiocchi di neve morbidi danzavano nell’aria e le luci delle vetrine dei negozi erano ormai spente.

La mamma, il papà e le sorelle più grandi si trattenevano in salotto a chiacchierare.

Gigetto era stato mandato a letto: “Vai a dormire, i regali di Babbo Natale li troverai domattina, sotto l’albero” aveva detto la mamma.

Gigetto, però, non aveva nessuna intenzione di dormire.

Amava questo giorno in modo particolare e rimase dinanzi al davanzale della finestra, per più di due ore, nonostante il freddo, a godere dell’atmosfera natalizia e a guardare le strade illuminate a festa.

Il cielo era scuro, punteggiato di stelline, che a Gigetto ricordavano le decorazioni luminose che  quell’anno aveva appeso all’albero.

Quando vide la sua famiglia andare a letto, si rese conto dell’ora tarda e si infilò sotto le coperte.

Non fece nulla per contrastare il sonno e si addormentò subito.

Erano le quattro e mezza della notte quando udì un rumore provenire dal salotto. “E se fosse un ladro?” Pensò, quindi, di correre dai suoi genitori e rannicchiarsi tra di loro.

A quel tiepido e piacevole calore si addormentò e sognò di essersi alzato piano, piano, di aver attraversato il corridoio ed essere entrato nel salotto decorato a festa.

Ciò che vide lo lasciò stupito, felice, sorpreso ed eccitato.

Un omone dai capelli e barba bianchi, con un vestito rosso, stava addobbando l’albero con tanti pacchi regali.

“Babbo Natale” esclamò Gigetto con un filo di voce. L’uomo rise, una risata profonda e  pastosa, e disse: “Gigetto, bambino mio, ti aspettavo.” Poi lo prese sulle ginocchia e continuò: “Devi sapere che ogni bambino incontra per davvero me, solo per una volta nella vita. E da quel giorno ha qualcosa in più: felicità, gioia, saggezza e tante altre belle cose, e quest’anno, Gigetto mio, tocca a te”.

Babbo Natale rise allo spalancarsi degli occhi azzurri di Gigetto.

“Purtroppo mi dimenticherai” aggiunse.

“Ma io non voglio dimenticarti” protestò Gigetto, guardando affascinato l’aria intorno a se, che si era intanto riempita di pagliuzze dorate.

“Lo farai, lo fanno tutti prima o poi” e gli accarezzò dolcemente i capelli morbidi e biondi.

Gigetto sorrise e disse: “Deve essere faticoso portare i doni a tutti i bambini del mondo!”.

“Questo è vero – rispose Babbo Natale – ma con un poco di buona volontà ce la posso fare e poi vedere un bambino sorridere, giocare, divertirsi felice è il più grande piacere che io possa ricevere. E adesso cosa dici? Vogliamo mangiare qualcosa? Mi è venuta una gran fame”.

“Gigetto sorrise: “Certo! Ho dei biscotti e del latte”.

E i due trascorsero la notte di Natale, il primo a raccontare storielle divertenti e il secondo ad ascoltare con curiosità.

L’alba aveva colorato il cielo di rosa “E’ ora di partire” disse Babbo Natale.

“Capisco - annuì tristemente Gigetto - non senza una lacrima.

Babbo Natale lo salutò, si sedette sulla sua slitta, dette un colpetto alla renna e partì, diventando un punto piccolo piccolo nel cielo.

Quella mattina il sole spuntò di dietro ad una nuvola, riscaldando dolcemente il viso di Gigetto, che si svegliò.

Una mano gli accarezzava i capelli. Era sua madre.

“E’ un bel giorno” esordì Gigetto, osservando il cielo.

La mamma e il papà se lo accoccolarono vicino riscaldandolo con il loro calore.

Davanti a loro, il cielo rosa si apriva immenso e Gigetto avrebbe giurato di aver visto qualcosa tra le nuvole.

Le nuvole si erano poste in modo da formare un viso barbuto e una testa con un cappuccio rosso.

(Dicembre 2019)

BABBO NATALE

 

di Luigi Rezzuti

 


Era una notte fredda, una notte fredda e buia.

Gigetto era accoccolato sul davanzale della finestra ad osservare le strade vuote, colme di neve.

Era una notte, ma non una qualunque, era la notte della vigilia di  Natale.

I fiocchi di neve morbidi danzavano nell’aria e le luci delle vetrine dei negozi erano ormai spente.

La mamma, il papà e le sorelle più grandi si trattenevano in salotto a chiacchierare.

Gigetto era stato mandato a letto: “Vai a dormire, i regali di Babbo Natale li troverai domattina, sotto l’albero” aveva detto la mamma.

Gigetto, però, non aveva nessuna intenzione di dormire.

Amava questo giorno in modo particolare e rimase dinanzi al davanzale della finestra, per più di due ore, nonostante il freddo, a godere dell’atmosfera natalizia e a guardare le strade illuminate a festa.

Il cielo era scuro, punteggiato di stelline, che a Gigetto ricordavano le decorazioni luminose che  quell’anno aveva appeso all’albero.

Quando vide la sua famiglia andare a letto, si rese conto dell’ora tarda e si infilò sotto le coperte.

Non fece nulla per contrastare il sonno e si addormentò subito.

Erano le quattro e mezza della notte quando udì un rumore provenire dal salotto. “E se fosse un ladro?” Pensò, quindi, di correre dai suoi genitori e rannicchiarsi tra di loro.

A quel tiepido e piacevole calore si addormentò e sognò di essersi alzato piano, piano, di aver attraversato il corridoio ed essere entrato nel salotto decorato a festa.

Ciò che vide lo lasciò stupito, felice, sorpreso ed eccitato.

Un omone dai capelli e barba bianchi, con un vestito rosso, stava addobbando l’albero con tanti pacchi regali.

“Babbo Natale” esclamò Gigetto con un filo di voce. L’uomo rise, una risata profonda e  pastosa, e disse: “Gigetto, bambino mio, ti aspettavo.” Poi lo prese sulle ginocchia e continuò: “Devi sapere che ogni bambino incontra per davvero me, solo per una volta nella vita. E da quel giorno ha qualcosa in più: felicità, gioia, saggezza e tante altre belle cose, e quest’anno, Gigetto mio, tocca a te”.

Babbo Natale rise allo spalancarsi degli occhi azzurri di Gigetto.

“Purtroppo mi dimenticherai” aggiunse.

“Ma io non voglio dimenticarti” protestò Gigetto, guardando affascinato l’aria intorno a se, che si era intanto riempita di pagliuzze dorate.

“Lo farai, lo fanno tutti prima o poi” e gli accarezzò dolcemente i capelli morbidi e biondi.

Gigetto sorrise e disse: “Deve essere faticoso portare i doni a tutti i bambini del mondo!”.

“Questo è vero – rispose Babbo Natale – ma con un poco di buona volontà ce la posso fare e poi vedere un bambino sorridere, giocare, divertirsi felice è il più grande piacere che io possa ricevere. E adesso cosa dici? Vogliamo mangiare qualcosa? Mi è venuta una gran fame”.

“Gigetto sorrise: “Certo! Ho dei biscotti e del latte”.

E i due trascorsero la notte di Natale, il primo a raccontare storielle divertenti e il secondo ad ascoltare con curiosità.

L’alba aveva colorato il cielo di rosa “E’ ora di partire” disse Babbo Natale.

“Capisco - annuì tristemente Gigetto - non senza una lacrima.

Babbo Natale lo salutò, si sedette sulla sua slitta, dette un colpetto alla renna e partì, diventando un punto piccolo piccolo nel cielo.

Quella mattina il sole spuntò di dietro ad una nuvola, riscaldando dolcemente il viso di Gigetto, che si svegliò.

Una mano gli accarezzava i capelli. Era sua madre.

“E’ un bel giorno” esordì Gigetto, osservando il cielo.

La mamma e il papà se lo accoccolarono vicino riscaldandolo con il loro calore.

Davanti a loro, il cielo rosa si apriva immenso e Gigetto avrebbe giurato di aver visto qualcosa tra le nuvole.

Le nuvole si erano poste in modo da formare un viso barbuto e una testa con un cappuccio rosso.

(Dicembre 2019)

Uno scugnizzo napoletano trasferito a Milano

 

di  Luigi Rezzuti

 


Mai nessuno mi chiamava Antonio. Sono nato a Napoli in un quartiere popolare e tutti mi chiamavano “Guagliò”.

Sono dovuto andare al nord per sentire il mio nome.

All’inizio non mi giravo nemmeno perché me lo avevano fatto “scurdà”.

Non ero mai andato a scuola e non sapevo nè scrivere né leggere.

A Milano mio padre ha trovato subito lavoro e anche mia madre: mio padre facendo il facchino ai mercati generali, mia madre le pulizie nelle case dei signori.

Quando ho compiuto nove anni, mio padre mi ha fatto capire che bisognava andare a scuola perché di ignoranti in casa ce ne erano già due e il terzo componente della famiglia doveva almeno saper leggere e scrivere.

Non avevo mai sentito parlare così seriamente mio padree e mia madre gli dava ragione.

Un giorno, a sorpresa, senza dirmi niente, mio padre disse a mia madre: “Lavalo e vestilo, che sai dove andiamo”.

Io rimasi muto, non sapevo cosa loro avessero deciso per me. Ero ncuriosito, ma anche un poco spaventato.

Non mi manderanno in collegio, pensai. Se mi avessero mandato in collegio, addio Antonio… Meglio sarebbe stato “Guagliò”.

Mio padre, vedendomi pensieroso, mi disse: “Dove pensi che andiamo io e te?”.

E intanto ci incamminavamo a passo lento. Risposi: “Eh dove andiamo?”.

Pensai: “Il gelato è buono, non può essere che mi porti in collegio, no, no, il collegio lo escludo”.

Arrivati davanti ad una porta, ucida e bella, sicuramente verniciata di fresco, mio padre suonò ad un campanello e subito una voce rispose: “Chi è?”

M girai, pensando a qualcuno che chiamasse dall’interno.

Mio padre rispose: “Sono il padre di Antonio”. La risposta fu pronta “Attenda, prego”.

“Attenda, prego” non lo avevo mai sentito …

“Salga, prego, terzo piano con ascensore, dopo l’entrata a destra”.

Entrammo in questa bella casa, ai pavimenti profumati, dove una signora, molto giovane, anche lei profumata, ci accolse.

Mio padre disse alla signora: “Questo è il mio unico figlio, che non ho mai potuto mandare a scuola. È bravo, è buono, vorrei lo preparasse per sostenere un esame. Così, se è promosso, può cominciare a frequentare la scuola”.

Capii subito le perplessità della signora, pur se ancora non aveva parlato.

Lei capiva meglio mio padre… che è più timido e parla poco…

La signora, con le sue prime parole, mi fu subito simpatica. Lei disse a mio padre: “Le faccio una proposta, che non sarà impegnativa né per me né per lei. Mi lasci Antonio per due ore, ripassi a prenderlo, poi le dirò… In quel momento prenderemo gli accordi necessari, qualora Antonio avrà risposto ad alcune domande, riguardanti la sua predisposizione allo studio”.

“Ma guardi sign…” La giovane signora non gli consentì la minima obiezione. 

Mio padre se ne andò ed io rimasi con la signora che mi condusse nello studio, bello, pulito, profumato. Mi sembrava un altro mondo.

Mi fece accomodare su una comoda sedia, chiese alla donna, che ci aveva aperto la porta, di portare una cioccolata tiepida.

Mi sentii talmente bene che mi dissi: Antò anche tu devi avere una casa profumata e in ordine, come questa della signora.

La signora mi chiese: Antonio, raccontami tutto di te e nulla della tua famiglia. Vorrei capire quale programma svolgere per te affinchè il tuo papà possa vedere suo figlio tra i banchi di scuola”.

Cominciai da quando, bambino, ero stato capace di avere amicizie buone, mentre mio padre, mattina e sera, si informava dove e con chi ero stato e io puntualmente gli davo le risposte, lui era contento e mi faceva una carezza sul viso.

Andammo  avanti e ci fermammo solo il tempo di finire la cioccolata, poi  continuammo fino all’arrivo di mio padre.

La signora ricevette mio padre nello studio ed io fui affidato alla signora che ci aveva aperto la porta, di nome Maria, che,veniva da Napoli ed era con la signora da molti anni. Mi tenne compagnia fino all’uscita di mio padre dallo studio della signora, non so se per gentilezza o per timore che rubassi qualcosa da casa.

All’apparire di mio padre con la signora, capii che stavo per

iniziare una nuova vita.

 

Lei mi disse semplicemente: “Ciao, Antonio, ti aspetto. Sii puntuale”.

Mi resi conto  che dovevo cominciare a studiare e mi dissi: “Caro Antonio, cominciamo bene…”

Il giorno dopo partimmo per Napoli: mio padre, dopo alcuni mesi, ritornava a trovare la mamma.

Passammo prima a salutare una conoscente dei miei genitori.

“E’ permesso, donna Annunziata? Sono Gennaro, il padre di Antonio, è permesso?”

“Non conosco nessun padre di Antonio”.

“Ma come? ’o guaglione…”

“E ditelo subito, ’o guaglione, come state Gennaro?”.

“Sono venuto a trovare mammà cu ’o guaglione e mia moglie. Ora abitiamo a Milano”.

“A Milano? Mamma mia, così lontano! Come fate a stare così lontano da Napoli?”.

“Eh, donna Annunziata, a Napoli non si trova lavoro. Bisogna andare al nord, che devo fa’?”.

“Fortunatamente a me non manca il lavoro,-disse la donna, - solo che questo cane che tengo dà molto fastidio, sia a me che alle mie clienti, perché si infila sotto i vestiti”.

Gennaro rispose: “Antonio tra qualche giorno inizia ad andare a scuola, vuol diventare maestro”.

“Che bravo figlio che tenete”.

“E’ bravo, è bravo” poi si rivolse inaspettatamente a me: “Antonio, cosa ne diresti di aiutare donna Annunziata occupandoti del cane mentre lei riceve le clienti, per poi riportarglielo a casa, la sera?”.

“La sera? chiese Antonio.

“Lo puoi portare  quando vuoi” rispose donna Annunziata.

Gennaro disse: “Antò, rispondi a donna Annunziata per il cane”.

“Va bene”

“Oh,  grazie Gennaro, che bravo che è stù guaglione, mi porta via il cane, mentre lavoro.”

“Porto via il cane?” rispose Antonio – “Ma me lo date come abbiamo parlato, lo riporto la sera”.

“Si, si” rispose la donna.

Si congedarono e andarono a casa della mamma di Gennaro.

La ripartenza per Milano era questione di un paio di giorni e la nonna, in agitazione, disse: “Quando sarete a casa, a Milano, fatemi sapere del viaggio”.

Antonio, che si era accorto che la nonna aveva il telefono, le disse: “Nonna, quando siamo a Milano ti chiamo, sarà pensiero mio”.

La nonna si commosse, si asciugò le lacrime e abbracciò Antonio, poi la nuora e infine Gennaro, il suo unico figlio.

Arrivati a Milano, puntuali, come previsto, il treno fece gli ultimi metri nel silenzio generale, poi si fermò in stazione. Era il momento di scendere.

Gennaro aiutò la moglie a scendere, poi fu la volta di Antonio.

Intanto l’inverno passò e, con esso, la primavera. Sopraggiunse l’estate. La scuola chiuse i battenti. Era tempo di vacanze.

Milano d’estate è deserta, Antonio telefonò alla nonna comunicandole che era stato promosso.

“Bravo, ragazzo mio, sono fiera di te e sono convinta che da grande diventerai qualcuno. Appena vieni a Napoli c’è ad attenderti un bel regalo per la promozione”:

“Nonna, appena possibile ti veniamo a trovare. Ci manchi!”.

(Novembre 2019)

DELITTO A NEW YORK

 

di Luigi Rezzuti

 

Dopo aver letto qualche libro poliziesco, alcuni libri gialli di vari autori e dopo aver visto in TV qualche fiction e aver riflettuto su che cosa serve per scrivere un racconto giallo, mi sono messo alla prova.

Sono partito utilizzando, in ordine sparso, ispettori, investigatori, indizi, colpi di scena, per concludere con la soluzione finale del giallo.

Non è facile costruire la scena del delitto e nemmeno architettare il movente del crimine, però non mi sono perso d’animo ed ho iniziato a scrivere il mio primo  racconto giallo che ho intitolato “Delitto a New York”, perché ho pensato che un racconto poliziesco, un giallo, fa più effetto se ambientato in Inghilterra o in America.

Il racconto poliziesco in Italia si chiama “giallo” perché ci fu la prima collana pubblicata da Mondadori nel 1929.

Il termine “giallo” derivò dal colore della copertina di questa prima collana di libri di genere “poliziesco”.

In realtà il genere poliziesco risale alla seconda metà dell’Ottocento, quando negli Stati Uniti, Edgar Allan Poe diede vita alla figura dell’investigatore e in Inghilterra Arthur Conan Doyle tratteggiò il profilo del celebre detective Sherlock Holmes.

E qui inizia il mio racconto…

Era una afosa giornata di giugno, a New York.

Un gruppo di ginnaste si stava allenando nella palestra della città, poiché di li a pochi giorni avrebbero dovuto disputare una gara.

Erano presenti tutte, tranne la famosa Lorajanne, una grande campionessa di quello sport ed era una cosa strana ed insolita non vederla presente agli allenamenti più importanti.

All’improvviso si udì un grido proveniente dal bagno della palestra.

Lì sul pavimento in legno, era disteso il corpo della ragazza e, accanto, c’era la sua amica, Betty.

Lorayanne sembrava esser pronta per allenarsi, poiché indossava la divisa a strisce rosse e bianche con una leggera giacca blu, al di sopra.

 

“Presto! Chiamate un’autoambulanza” ordinò, preoccupata, l’allenatrice, ma non era la sola ad essere andata nel panico. Accsnto a lei c’erano ragazze che piangevano, altre che sembrava sapessero, altre ancora, in piedi a fissare, sgomente, il cadavere.

Betty e Lorayanne erano inseparabili. Amiche dall’asilo, tali erano rimaste, fino a poco tempo prima della morte della ragazza.

“Ho avvertito anche l’investigatrice – disse l’allenatrice – ci aiuterà sul caso, nell’eventualità di un omicidio”.

Dopo qualche minuto, infatti, arrivò la dottoressa: “Buongiorno, voglio esaminare lo stato dei luoghi, uscite fuori e siete invitate a non allontanarvi”.

Tutti uscirono nel cortile della palestra tremando ancora per lo spavento.

L’investigatrice esaminò il corpo, l’unico segno di aggressione era una spessa linea sul collo, provocata sicuramente da una corda.

Da ciò si potevano dedurre due cose: suicidio o omicidio.

Bastava solo trovare quella grossa corda e l’investigatrice cominciò a cercare a destra e a sinistra, nella mensa, e nuovamente nel bagno.

Poi le venne in mente di perquisire la vittima e fu proprio nel taschino della giacca che trovò l’arma del delitto.

Si trattava di una corda di uno strano materiale, che fu subito consegnata ai poliziotti, giunti sul posto qualche minuto dopo ed essi, poi,  la consegnarono, a loro volta, alla scientifica.

Restava solo una cosa da fare: ascoltare le testimonianze.

L’investigatrice uscì dalla palestra e chiese all’allenatrice, a Betty e ad un’altra ragazza, molto legata a Lorayanne di seguirle

Prima di tutto, interrogò l’allenatrice “C’era qualcuno che odiava Lorayanne?” chiese.

L’allenatrice rispose: “Beh, lei e Betty erano molto amiche, ma ultimamente erano entrambe strane”.

L’investigatrice fece la stessa domanda a Betty, che rispose con un semplice: “Andava tutto bene”.

Per finire, volle sentire la ragazza che aveva trovato il cadavere e si fece spiegare ogni particolare, poi chiese se poteva chiamare Betty e pronunciò queste testuali parole dinanzi ad entrambe: “Betty, poco prima degli allenamenti tu non eri ancora arrivata. Perché? Di solito, mi dicono,  siete le prime ad arrivare, e sempre insieme.” A quelle parole Betty sembrò essere turbata, ma riuscì a rispondere che le era semplicemente venuto un po’ di sonno.

“Ma tu e Lorayanne non siete arrivate insieme?” incalzò la dottoressa.

“Credete davvero che possa essere stata io?” rispose Betty.

L’investigatrice perse la pazienza e gridò: “Sei stata tu o no? Tanto i risultati dell’autopsia ci diranno la verità”.

A quel punto, Betty confessò: era stata lei.

Anche i risultati approfonditi degli esami confermarono che era stata Betty.

L’investigatrice concluse, dicendo: “Ciò dimostra che quelle che si dichiarano vere amiche, possono rivelarsi esattamente l’opposto.”

A volte si fanno queste cose per gelosia, invidia, e Betty era proprio invidiosa delle grandi capacità di Lorayanne.

(Ottobre 2019) 

APPUNTI DI GUERRA

 

di Luigi Rezzuti

 

Una domenica pomeriggio, dopo pranzo, non avendo nulla da fare, mi soffermai a guardare le foto di mio fratello in abito militare.

Con grande commozione ricordai che mio fratello era riuscito ad evadere da un campo di  prigionia tedesco.

Egli aveva raccontato poco dell’avventura, relativa alla sua fuga, insieme ad altri commilitoni, per far ritorno a casa. Quindi iniziai a cercare di ricostruirne i particolari.

Oltre alle fotografie, trovai anche un piccolo quadernetto di appunti, con annotazioni scritte a matita, che riguardavano proprio la vita nel campo tedesco e la sua fuga.

Riuscii, con enorme difficoltà, a  decifrare la sua pessima grafia e ricomporre la sua storia: la coraggiosa fuga da un campo di concentramento nazista in Germania.

La maggior parte dei prigionieri erano stati catturati mentre erano ignari dell’armistizio e della deposizione di Mussolini da parte del Re.

Gli altri, dopo la repubblica di Salò, furono deportati al campo come unica alternativa al combattere a fianco dei tedeschi.

I soldati italiani che rifiutavano di combattere furono rinchiusi nei campi, obbligati a compiere diversi lavori per i tedeschi, come quello di riparare le linee elettriche e telefoniche che i bombardamenti alleati mettevano a rischio.

Intanto gli alleati stavano liberando l’Italia e avanzavano verso le Alpi, i russi sfondavano ad est e gli americani ad ovest.

Il lavoro era massacrante, ogni giorno si usciva dal campo, sotto il controllo delle guardie, per procedere alla riparazione delle linee interrotte.

In questi campi di prigionia si mangiavamo lumache crude e pomodori,  fatti crescere nello sterco umano.

Ma nella tragedia, alle volte, c’è anche posto per situazioni comiche: i prigionieri facevano i loro bisogni dietro un muretto, circondato da qualche albererello. Mio fratello gettò volontariamente il sacchetto col contenuto al di là del muro, dove stava passando un soldato tedesco, il quale, colpito in pieno, scaricò il suo mitra in direzione di mio fratello, che riuscì a filar via da una vendetta sicura, strisciando carponi e protetto dagli alberelli.

Fu allora che decise di darsi alla fuga dal campo, parlò con tre compagni e disse : “Noi prigionieri  siamo in tanti, i tedeschi, che ci controllano, sono pochi. Qui è giunta la notizia da parte degli ultimi arrivati che la situazione per i nazisti è ormai tragica, gli americani sono già a ridosso delle Alpi e quindi i tedeschi dovranno lasciare il campo, retrocedere ed organizzarsi su altre linee difensive. A questo punto, secondo me, ci faranno fuori tutti, sarebbe troppo rischioso per loro lasciarci in vita ed in libertà, fosse solo per paura di ritorsioni da parte nostra. Vada come vada, ci conviene tentare la fuga”.

La notte successiva si mise in atto il piano di fuga: si sarebbero ritrovati dietro il muretto dei bisogni, protetti anche dagli alberelli.

In fondo si intravedeva il bosco, una volta raggiunto, si sarebbe aperta qualche consistente speranza.

E fu così che il gruppetto scivolò furtivamente dal campo, eludendo  la sorveglianza delle sentinelle. Raggiunsero il bosco e poi via, in una corsa a perdifiato tra cespugli, rami, sterpaglie, tronchi sempre più fitti, fino a cadere, stremati, al suolo.

Troppo stanchi per decidere i turni di guardia, caddero in un sonno profondo.

Forse qualcuno sognò il latrare dei cani, sempre più vicini, oppure, qualche altro,  di essere già sulla soglia di casa per abbracciare le persone care.

All’alba, il primo che si svegliò si mise a gridare: “Siamo salvi- Ce l’abbiamo fatta”.

Gli altri sollevarono il naso fuori da una coltre neve farinosa.

Era la prima neve dell’autunno, che aveva coperto le loro tracce e neutralizzato i cani.

Proseguendo il cammino, trovarono anche uno zaino con dentro un binocolo, una bussola ed una mappa della zona.

Così riuscirono a dirigersi, con sicurezza, verso il confine italiano.

Passarono per vie solitarie ed impervie, tra le creste dei monti, trovando perfino aiuto da parte di una famiglia contadina, che diede loro cibo e fiducia.

Il confine era ormai vicinissimo e passava da un bivio che si rivelò miracoloso.

C’erano quattro biciclette appoggiate al muretto di un cascinale. Era proprio quello che ci voleva.

Senza farsene accorgere, le rubarono e giù, a tutta velocità, lungo i tornanti di una ripida discesa.

Mio fratello andava decisamente più forte, da spericolato e gli altri lo ritrovarono in un cespuglio. La sua bici aveva i freni rotti.

Ormai erano in Italia. La guerra era finalmente finita e si trovarono in un paese liberato dagli alleati. Dovettero, però,  continuare ad attraversare l’Italia per arrivare al fronte degli alleati, ad Anzio.

Erano trepidanti ed ansiosi di completare l’ultima parte del viaggio, ma erano in dubbio su quale strada prendere e su come aggirare le pattuglie tedesche e i campi  minati.

Lungo la strada del rientro, infatti, sotto una pioggia torrenziale, dovettero attraversare carponi un campo minato.

Una volta superatolo, furono attaccati da una pattuglia tedesca, che sparò alcuni colpi di mitra senza colpire nessuno dei fuggitivi.

Sessantacinque anni dopo, quella domenica pomeriggio, ero seduto alla mia scrivania a  ricomporre  gli appunti di guerra di mio fratello e la storia della sua fuga.

Credo che del gruppo si salvarono tutti, ma mettere insieme i pezzi di quello che accadeva durante e dopo quella fuga da un campo di concentramento tedesco, non fu una cosa semplice.

Mio fratello, comunque, si era salvato e la gioia di tutti noi fu grande, insieme ad una forte commozione.

Ricordo che arrivò a casa magrissimo, ancora con gli abiti da militare, tutti a brandelli.

(Giugno 2019)

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