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Europa League 2019   di Luigi Rezzuti   Ogni speranza di vincere lo scudetto, stagione 2018 – 2019, è ormai perduta e questo non perché la vittoria...
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Pazze strisce pedonali   di Annamaria Riccio   Nella logica delle cose c’è un prodotto che scaturisce da una motivazione, che ne ha indotto...
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Per la dipartita di Marta Rezzuti   di Marisa Pumpo Pica   È venuta a mancare all'affetto dei suoi cari Marta Rezzuti, sorella di Luigi, direttore...
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BUON COMPLEANNO, TOTO’   di  Luigi Rezzuti   Antonio De Curtis, per tutti  Totò, il “principe della risata”, destinato a riempire i teatri e le sale...
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Parlanno ’e poesia   di Romano Rizzo   Ernesto Ascione. Ernesto Ascione, apprezzato ed affermato nell’arte della fotografia, solo in tarda età si...
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La vendetta   di Alfredo Imperatore   Il marchese Antonio De Franciscis aveva un grande negozio per la rivendita di tappeti, a Palermo. e un...
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Il Vomero greco-romano   di Antonio La Gala   Un luogo comune che riguarda il Vomero è che la collina vomerese sia un luogo “senza storia” e che,...
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TANGO DOWN di Gianluca Durante Caccia all’assassino   di Marisa Pumpo Pica     Presso l'Oratorio dell'Arciconfraternita, a Vietri sul Mare, si è...
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La vendetta

 

di Alfredo Imperatore

 

Il marchese Antonio De Franciscis aveva un grande negozio per la rivendita di tappeti, a Palermo. e un magazzino, a Casablanca, per la loro raccolta da vari paesi dell’Africa settentrionale.

I tappeti sono prodotti in diverse zone della Terra e i più pregiati sono quelli persiani, famosi per i loro disegni, i tessuti (seta, lana e a volte anche con fili d’oro), i colori e il numero di nodi; i più pregiati ne possono avere anche più di ventimila per decimetro quadrato.

Dietro la produzione dei tappeti, però, vi è un ampio sfruttamento di mano d’opera delle ragazzine dai 7-8 fino ai 13-14 anni. Questo è il lasso di tempo in cui le bimbe, con le loro piccole mani, riescono ad annodare il più velocemente possibile, perché, poi, man mano che crescono, si ingrandiscono, conseguentemente, anche le dita, per cui la velocità dell’annodamento dei fili di trama dell’ordito, lentamente diminuisce ed esse vengono subito licenziate per essere sostituite da altre adolescenti più piccole. Tale forma di sfruttamento infantile è presente ovunque questi manufatti sono prodotti.

Ritorniamo al marchese De Franciscis: egli aveva tra i suoi piazzisti, un collaboratore di nome Alberto, che conduceva sempre con sé, nei frequenti viaggi, in aereo o con traghetto, tra Palermo e il magazzino di Casablanca.

Qui aveva una dipendente marocchina, di nome Atina, musulmana come quasi tutti i suoi conterranei, ma un po’ più evoluta rispetto alle sue connazionali, perché non portava quel foulard che copre la testa e le spalle, lasciando scoperto solo il viso o addirittura solo gli occhi, e che, a seconda della forma che assume tra le varie popolazioni, è chiamato hijab, al amira, shayla, khimar, chador, niqab, burqa, e chi più ne ha più ne metta.

Il compito di Amina era di accogliere e contrattare, con i diversi fornitori, il prezzo dei vari tappeti, da quelli più economici, con nodi più grossi, a quelli più pregiati, manufatti con moltissimi piccoli nodi.

Ad ogni persona capitano dei giorni favorevoli (molto rari), e altri sfortunati: i cosiddetti giorni “no”. Infatti, quando giunse il momento in cui il marchese, insieme ad Alberto, doveva andare in Marocco, pareva che tutti i numi si fossero messi contro; era incappato proprio in un giorno “no”.

Sciopero degli aerei, fermi tutti i traghetti, per cui, dopo aver girovagato in lungo e in largo, dové ricorrere a un privato, pagando un caro prezzo per imbarcarsi insieme ad Alberto.

Non poteva rimandare il viaggio, pena la perdita di un’importante commessa che Amina gli aveva assicurato, in quanto era venuto un facoltoso commerciante, che aveva promesso una grande quantità di tappeti ad un prezzo molto concorrenziale. Ma, una volta giunto al negozio, ebbe l’amara sorpresa: il venditore non si era presentato.

La sua rabbia fu fortissima e, poiché era un accanito fumatore, incominciò ad accendere una sigaretta dopo l’altra. Poi disse ad Alberto che poteva andare a spasso per la città, mentre lui si sarebbe intrattenuto ancora un po’ nel negozio.

Rimasto solo con Amina, pensò bene di recuperare il tempo perduto, iniziando a fare le “coccole”, che solitamente si scambiavano. Vi era, infatti, tra i due, “una tenerezza reciproca” e, dopo le prime effusioni, si passava, solitamente, a rapporti più avvincenti.

Il giorno “no” continuò a farsi sentire, giacché la sua impiegata ritenne che fosse giunta l’occasione propizia per chiarire ciò che, da diverso tempo, aveva in animo di dirgli. Lo pose, infatti, dinanzi ad un aut aut: o la sposava o cercava altrove il suo divertimento.

La giornata era iniziata male e stava per finire peggio. Il marchese non volle sottostare a questa imposizione e, con grande meraviglia di se stesso, solitamente calmo e riflessivo, rispose molto bruscamente e sgarbatamente, per cui, obtorto collo, dové rinunziare ai suoi propositi e la lasciò

sbrigativamente, per ritornare nell’albergo che era il suo punto di appoggio nei viaggi a Casablanca. Giunse tanto stanco da buttarsi, vestito com’era, sul letto.

La stanchezza era prevalentemente spirituale, dinanzi alla contrarietà di quella brutta giornata che non gli aveva permesso di raggiungere nessuno dei suoi obiettivi. Era anche prostrato fisicamente, e quasi intossicato dalla nicotina, per essere andato ben oltre i quattro pacchetti di sigarette che normalmente fumava ogni giorno.

Il sonno lentamente lo stava prendendo, dovuto anche alla brezza del vicino mediterraneo, quando entrò nella stanza Alberto. <Come mai hai impiegato tanto tempo per venire?> gli chiese distrattamente il marchese. <Ho girovagato un po’ per la città e poi sono passato per il negozio e, poiché non ti ho trovato, sono ritornato qui>. Questa fu la risposta del collaboratore, ma la realtà era ben diversa.

Giunto al negozio del marchese, aveva trovato Amina in lacrime, sola ed avvilita. Le si era avvicinato per confortarla e, man mano che la ragazza spiegava il motivo della sua tristezza, egli aveva incominciato a consolarla sempre più teneramente, tenendola stretta a sé, finché l’abbraccio non divenne ancora più forte e, con esso, maggiore il sollievo della ragazza.

Amina, tra l’altro pensò, che, tutto sommato, Alberto era da preferirsi ad Antonio, per cui volle essere rincuorata più di una volta. Alla fine, mentre Alberto si era ricomposto e stava per uscire, lo tirò per un braccio, lo guardò fissamente negli occhi e gli disse: <Ué, statti zitto!>. Antonio, sornione, le rispose: <Hai dimenticato che sono di Palermo?>. La donna, dubbiosa, replicò: <E questo cosa significa?>. E lui: <Significa che i siciliani non vedono, non sentono e non parlano!>.

(Febbraio 2021) 

PAURA DEL DENTISTA

 

di Luigi Rezzuti

 


E’ una paura comune, immotivata, profonda e, per certi versi, freudiana. Vincerla si può, se è successo a me, potete farcela tutti. Non mi sono mai piaciute le persone “senza paura”. So bene che non esistono, lo dico con la presunzione di chi ha percorso un pezzo di strada sufficiente per poterlo affermare. Non condivido frasi come queste: “Io non mi spavento di nulla, tanto la vita, gira gira, ha un destino segnato”.

Da piccolo, per esempio, avevo paura dei cani o che mia zia partisse e non tornasse più. Per me era una tragedia, lei era la mia baby sitter a tempo pieno. Poi sono cresciuto e le mie paure si sono adeguate a tante cose e agli anni che passavano.

Una paura cardine della mia vita, resta il dentista. Ammettetelo, state pensando che siamo in tanti. Chi non teme questa persona infagottato di verde, con la mascherina perennemente in faccia al punto da non decifrare mai i reali lineamenti (di che colore sono gli occhi del vostro dentista?), per non parlare della  suo personale eau de toilette che sa di colluttorio, ammonio e anestetco. Bene, io sono certo che la mia paura del dentista sia la più grande paura che esiste. Sono fuggito a gambe levate, ho disertato non so quanti appuntamenti. Mi sono sottoposto a una serie di panoramiche, pensando: “Intanto inizio così, poi passeremo ai fatti concreti”. Mi sono fatto venire febbri, sincopi, bronchiti, virus intestinali e ogni foggia di “sticchi e stacchi” pur di non accomodarmi sulla fantomatica poltrona. Poi, però, la vecchiaia ha lasciato sulla mia bocca un marchio di fabbrica. Vi risparmio i dettagli. Occorreva intervenire perché, scherzi a parte, i denti non sono un complemento da arredo, non sono un segno estetico e uno scontato strumento di masticazione. Sono molto di più. Vi dico che, tra i tanti problemi odontoiatrici, vi era anche un’infezione cronica a una gengiva. Un dentino era risalito fin sulla gengiva, aveva fatto lì la sua casetta e vi lascio immaginare i dolori: mascella gonfia, infezioni frequenti e molto altro.

Mi decido: devo andare! Faccio un’indagine on line, leggo una serie di curricula, sguinzaglio i miei migliori informatori ed eccolo, lo scelgo. Ha pure lo stesso mio nome, non può essere un caso. Primo appuntamento: visita generale, esami diagnostici. La mia bocca è un mezzo disastro. Il dottore mi spiega subito che l’odontoiatria non esegue chirurgie facili sol perché pratica piccoli tagli. Mi parla in maniera molto franca, mi spiega l’iintervento, gli arnesi.

Mi illustra tutto e mi rassicura come se fossi un bambino. Fatto sta che, passo dopo passo, percorro un cammino lungo quasi un anno (e ancora non del tutto concluso). L’altro giorno il momento clou, il grande giorno, quello che :“dottore la prego, questo intervento la prossima volta e poi la prossima volta ancora”. Si deve scollare la gengiva e cacciare via sia il dentino innestato in profondità, sia quella diavoleria dal nome strano, che mi provoca un’infezione cronica alla radice del dente. Farmi aprire una gengiva alla ricerca di un maledetto dente e dell’infezione che ci sta dietro mi terrorizza. Poi, dulcis in fundo, un paio di punti di sutura, Noooo”. Mi dicevo questo ed altro a poche ore dall’appuntamento.

Il grande momento è arrivato: “Luigi, chiudi gli occhi, collabora e pensa ad altro” Già. Ad altro. Ho pensato e ho compreso che alcune paure vanno arginate. Ho riflettuto su timori superati col tempo, anche solo osservando i miei genitori. Dei cani aveva paura mia madre.

Mentre riflettevo il dentista aveva finito ed aveva fatto tutto in un tempo che non ho calcolato. Non ho provato dolore, panico, fastidio. Il dottore mi ha detto che quella piccola azione di coraggio mi arrecherà tanti e più benefici. Alla fine della seduta io e il dottore ci siamo stretti la mano e ci siamo fatti i complimenti a vicenda. Nella vita le grandi vittorie si celebrano anche se so bene che dal dentista non ho compiuto alcun gesto eroico, ma ho sicuramente superato un grande e non plausibile blocco, costruito dalla mia mente.

(Gennaio 2021)

UNA NOTTE AL CASINO’

 

di Luigi Rezzuti

 


Ettore era un vecchio pensionato che percepiva una pensione di 620 euro al mese.

Nel tempo, con grossi sacrifici, era riuscito a risparmiare qualche soldino accumulando, così, un tesoretto di 500 euro.

Un giorno Ettore venne a conoscenza che ogni mese un’agenzia di viaggi, organizzava un pullman per pensionati in cerca di fortuna al casinò in Slovenia.

Prenotò anche lui il viaggio. Prima sosta del pullman dei nonni che vanno a giocarsi la pensione nell’area di servizio sulla Venezia-Trieste.

Per scaldarsi le mani … tutti acquistano il “gratin” ma l’avventura deve ancora cominciare e sul pullman extralusso c’è allegria.

Davanti c’è una notte al casinò sognando che la pallina della roulette si fermi sul numero scelto, che la slot machine si metta a suonare e annunci ai giocatori vicini, pieni di invidia, che hai vinto centomila euro, che il banco del poker ti regali una scala reale.

“Bisogna usare la testa- ammonisce uno di loro – altrimenti ti puoi fare del male, ma se non superi il budget che ti puoi permettere, se quando perdi non ti metti a raddoppiare la posta fino a quando non sei rovinato, allora ti puoi anche divertire”.

“Io sono qui – racconta un altro – per la prima volta. Con soli 200 euro ti offrono la cena, ti fanno entrare al casinò e in fin dei conti, sarà un sabato sera diverso”.

L’organizzatore del pullman racconta: “Dall’Italia arrivano tantissimi pullman all’anno, siamo arrivati, a tutti buona fortuna, no, non si dice così, al massimo in bocca al lupo”.

Un vecchietto dice: “Quando giochi, ti offrono anche da bere gratis”.

A un tavolo ci sono due coppie che per la prima volta sono venuti a vedere cosa succede qui.

In un altro tavolo, gli habitué. Non hanno molta voglia di parlare, sono molto concentrati, in fondo, si tratta di soldi e ognuno si deve fare gli interessi suoi.

Qualcuno afferma: “Guardi, qui si gioca e si perde quasi sempre. Se qualcuno vince, lo dice a tutti. Se perde, dice che ha pareggiato. Ma poi, in confidenza, sai che qualcuno si è rovinato davvero. Se perdi 500 euro in una sera è un bel dramma e poi sappiamo che queste cose sono successe e succedono. Ma noi veniamo qui con tot soldi e cerchiamo di non perderli tutti”.

Il casinò è un labirinto di slot machine, sembra davvero il paese dei balocchi.

Su ogni macchinetta la cifra promessa al momento: 9,038 euro, 16,372 euro …

Ogni clic costa da 1 euro a 2 euro, ma per perdere un euro ti bastano pochi minuti.

Mai credere a un giocatore, sia pure dilettante, che dice di avere perso 100 euro, adesso mi faccio una giocata al Bingo e poi basta.

Ma lo vedi un’ora più tardi alla roulette dove la giocata e di 2 euro e la massima di 200.

Quasi tutti italiani, le migliaia di giocatori nei saloni del casinò, a loro non si fa mancare nulla.

La partite Roma – Napoli sugli schermi, e poi l’invito all’arena per la sfilata di moda.

Appuntamento alle 2 nella grande hall e qui nessuno parla.

Dialoghi sottovoce: “Come ti è andata?”, “Parliamo di altro”, “Andiamo via proprio adesso che la macchinetta buttava bene?”

E’ nottefonda, quasi l’alba, tutti sul pullman, mentre continuano ad arrivare le auto di lusso dall’Italia, con i boys che aprono la portiera e vanno a portare l’auto nel parcheggio.

Non c’è nebbia, solo una leggera pioggerellina.

All’arrivo dei pensionati in cerca di fortuna un uomo cattivo, vedendo arrivare il pullman davanti al casinò dice: “Ecco la corriera dei polli”.

(Novembre 2020)

Sulla battigia

 

di Alfredo Imperatore

 

Luciana dell’Angelica, a più di un lustro dalla menopausa, conservava, nella perfezione delle sue forme snelle e armonicamente modellate, nell’epidermide bruna, soffice e vellutata, nel volto senza rughe e negli occhi neri, tutta la freschezza della ormai lontana pubertà.

Quando la sua piccola mano nervosa fendeva, con moti brevi e incisivi, l’aria davanti a sé, nel fervore della sua oratoria calda e stringata, non si sapeva se ammirare di più la dialettica martellante o la musicalità tonale della voce appassionata.

Si era soggiogati, avvinti e costretti senz’altro ad assentire alle conclusioni delle sue tesi, che, con novità di perfette sillogistiche argomentazioni, sviluppava sull’orditura robusta della sua chiara intelligenza e della sua enciclopedica cultura.

Le sue liriche, nate dall’animo sereno, nella sua norma di concezione, materiatesi poi in una regola di vita, unitesi inconsapevolmente così da formare un’entità sola: l’essenza, la sostanza e le sensazioni della sua individualità psico-fisica; insieme cantavano non sui metri fissi della prosodia, ma sulla libera e immensa orchestra delle infinite vibrazioni del suo animo musicale.

Tutta la gioia di vivere la sua vita, microcosmo inconfondibile nel cosmo universale: gli astrali misteri, i palpiti di ogni creatura, l’acqua e la terra stessa, in un susseguirsi di rivelazioni e d’interpretazioni, proiettavano nel suo pensiero verità nuove che, nelle sue parole e nei suoi scritti, si offrivano all’attonita ammirazione degli uomini, con una chiarità solare.

In Luciana dell’Angelica, donna vera nella materialità corporea, si erano spenti, se pure erano mai vissuti, gli impulsi del sesso. Era sempre stata pura, ma senza fatica, senza travaglio di rinunzia, quasi fosse stata la sua entità naturale, differenziata nella specie umana, come attratta nei vortici di una forza ignota e riplasmata, con un processo di formazione nuovo, in un tipo ideale di donna.

L’amore, come affezione o come appetito, non l’aveva mai conquistata, nonché sfiorata.

Eppure, quante volte, le brame mascoline l’avevano avvolta in vampe di lussuria, che il suo corpo flessuoso e vibrante disvelava alle concupiscenze di ardori inesausti!

Quanto spesso alte menti e nobili cuori, avevano vagheggiato rispondenza e accoglienza! Ella passava indifferente, come la salamandra tra le fiamme, nei vulcani dei desideri, che il mondo le accendeva intorno.

La sua carne, nella purità incontaminata, non soffrendo e non gioiendo, si saturava di perfezione e gli anni la rendevano più desiderata.

Nella sua arte e nella sua bellezza quasi si trasumanava.

“Luciana - le aveva detto, sul finire dell’inverno, la sua amica signora D’Arsi - spero che nell’estate verrai a farmi visita a Capri.”

L’isola è unica nel grigio-perla dell’aria, nell’ultima ora di sole ferragostano, sui declivi della collina che si rispecchiano nelle chiare acque al verderame di Marina Piccola; gli alberi e i fiori quietano l’affanno della calura, sofferta nell’attesa della propiziatrice ombra serale.

Giunta l’estate, Luciana dell’Angelica, mantenne la promessa fatta all’amica D’Arsi, e si recò nell’Isola Azzurra.

Quivi, un pomeriggio, Luciana, stando supina sull’arenile di Villa D’Arsi, col capo appoggiato al tronco di un’acacia odorosa, rileggeva l’ultimo volume delle sue liriche, ancora fresco di tipografia, sentendosi parte del tutto, parte della natura stessa.

Silenzio di membra e cose stanche tutt’intorno. Lontano, sul mare, qualche barca abbandonata all’accidia delle onde.        

Un lieve accappatoio copriva appena le sue nudità audaci.

L’acre profumo delle alghe e la salsedine dell’aria a poco a poco la narcotizzavano.

Ella si assopì.

                                                  ***

Il sole naufragava lontano nel suo epilogo diurno e la sera stendeva lentamente il morbido, mesto velo.

Un’ondata di calore si spandeva alla radice dei capelli e le scorreva dal collo al seno, sgusciato dall’accappatoio nell’abbandono del sonno.

Appena svegliata, non osava voltarsi, non sapeva e non voleva sottrarsi a quella morsa impalpabile, che pure l’irretiva in maglie tenacissime.

Tra panico e delizia, la sensazione di stordimento che la rendeva immobile.

Poi, come piegata da una potenza misteriosa, volse la testauava a  di lato a guardare: inginocchiato nella sabbia, a due passi da lei, le mani a terra e il dorso inarcato e fermo sulle braccia, il collo teso, due occhi bramosi, quasi di rapina, un giovane la osservava attentamente. Un volto giovanissimo, diabolicamente bello e pauroso, quasi un fanciullo, continuava a guardarla con insistenza.

Affascinato e fascinoso, squassato dalla violenza dell’istinto, acceso dalla visione improvvisa di una polpa mai addentata, fremeva accanto a lei, nelle implacabili volute di una formidabile forza, inconscia e predace.

Luciana allungò la mano tremula sul capo del maschio, come se volesse carezzarlo o respingerlo.

Si rotolarono nella sabbia ancora tiepida, sul filo d’acqua della battigia.

                                                     ***

Rimasta sola, Luciana raccattò il suo volume di liriche, ancora odorante di tipografia: lo guardò, rigirandolo fra le mani. Poi, con un gesto semplice e quasi solenne, lo lanciò fra le onde.

(Novembre 2020) 

Una giornata d’autunno

 

di Luigi Rezzuti

 


Stamane mi alzo più tardi del solito. Dai vetri della finestra guardo il cielo: non è più azzurro e non promette nulla di buono. Il caldo dell’estate è finito.

Soffia forte il vento, grossi  nuvoloni  neri si addensano in cielo e minacciano un temporale.

E cadono, infatti, i primi goccioloni. È l’estate che va via, piangendo. All’improvviso grandina, sono grossi chicchi di ghiaccio che si infrangono sui vetri delle auto, in sosta sulla strada.

Faccio colazione e guardo di nuovo il cielo: è sempre più scuro, mentre  un forte acquazzone allaga le strade.

Piccoli torrenti d’acqua scorrono, veloci, lungo i marciapiedi e, purtroppo, devo uscire.

Mi vesto, indosso un impermeabile, prendo l’ombrello ed esco di casa.

Pozzanghere d’acqua sono dappertutto, cerco di evitarle ma non è facile e mi ritrovo con le scarpe inzuppate.

Continua a piovere. Attraverso la strada, mi riparo, insieme ad altre persone, sotto un portone.

Sembra che voglia spiovere, accelero il passo, raggiungo il garage, prendo l’auto e vado in ufficio.

C’è un traffico intenso e si procede lentamente a causa della pioggia, del vento e degli allagamenti sotto i cavalcavia.

Il tempo passa, inesorabilmente veloce, mentre resto fermo nel traffico. insieme ad altri automobilisti.

Inizio ad innervosirmi. Ho un appuntamento di lavoro molto importante e temo di far tardi.

Non so cosa fare, nel frattempo gocciola acqua dalla guarnizione dello sportello, lato guida, accendo la radio e le previsioni meteo avvertono che questo tempo non cambierà per tutta l’intera giornata.

Infastidito ed annoiato, mi connetto su una stazione che trasmette canzoni anni ’60.

Finalmente il traffico diminuisce per incanto, si circola, pur se continua la tormenta di vento e pioggia.

Non è una semplice pioggia, ma secchi d’acqua che cadono dal cielo.

Transito davanti ad una fermata dell’autobus, sotto la pensilina c’è molta gente in attesa, qualcuno è anche senza ombrello.

Due ragazze fanno autostop e mi chiedono un passaggio. Le guardo: sono inzuppate d’acqua, mi fanno tenerezza, mi fermo e le faccio salire in macchina.

“Dove dovete andare?”

“Dobbiamo raggiungere l’Università, abbiamo un esame e non vorremmo arrivare in ritardo”

“A quale facoltà siete iscritte?”

“Lettere e filosofia”

“L’esame è difficile?”

“Non tanto. Speriamo di poterlo fare e, magari,  con un buon voto, che ci serve per migliorare la media”.

Prendo qualche fazzolettino di carta per farle asciugare, alla meglio. Almeno i capelli.

Mi ringraziano, poi una di loro apre la borsa e mi offre un cioccolatino al liquore.

Ci voleva proprio in questo momento! Il liquore mi riscalda subito dal freddo della giornata.

Stiamo quasi per raggiungere l’Università, chiedo alle due ragazze di scambiarci il numero di cellulare.

Mi fermo, scendono dall’auto, mi ringraziano del passaggio, felici di essere arrivate giusto in tempo per l’esame e mi dicono che, in giornata mi chiameranno.

Arrivo al parcheggio, sistemo l’auto e salgo in ufficio. L’appuntamento di lavoro è saltato, ma mi comunicano che è stato soltanto rinviato a domani.

Inizia la mia giornata di lavoro. Il pensiero va a quelle due ragazze che forse, a quest’ora, stanno sostenendo l’esame e spero che lo superino a pieni voti.

Pausa pranzo, scendo in strada e raggiungo un bar-ristorante. Dopo un  fugale pasto, ritorno in ufficio a lavorare.

Sono le 17,30, il mio cellulare squilla: è una delle ragazze dell’autostop che, felice, mi comunica di aver superato brillantemente l’esame.

Chiedo dell’amica, mi dice che è andato bene anche per lei l’esame, ma purtroppo è dovuta partire per raggiungere la nonna, che non si sentiva molto bene.

Le propongo di incontrarci questa sera per festeggiare il bel voto.

Un attimo di silenzio, poi accetta e ci diamo appuntamento per le 20,30 sul lungomare di Mergellina, all’ingresso della Villa Comunale.

Finalmente la pioggia è finita ed anche il vento è calato. Torno a casa, faccio una doccia e mi preparo per andare all’appuntamento.

Arrivo qualche minuto prima delle 20,30 e trovo la ragazza, che mi sta aspettando.

Parcheggio l’auto e ci incamminiamo per i viali della Villa Comunale. Ci presentiamo. Avevamo scambiato quattro chiacchiere la mattina ma non conoscevamo nemmeno i nostri nomi.

“Mi chiamo Eduardo, sono titolare di un’ agenzia di assicurazioni”

“Mi chiamo Luisa e, come già ti ho detto stamattina, sono un’universitaria, iscritta alla facoltà di lettere e filosofia”

Luisa è una bella ragazza: occhi azzurri, capelli castani, alta circa 1.70, ben curata, e vestita in modo semplice ma elegante.

“Come vanno gli esami, ti manca molto alla laurea?”

“Nel mese di marzo dovrei laurearmi”

Intanto l’orologio segna le 21, le propongo di andare a cena in un localino a Marechiaro.

Penso che al chiar di luna e in un localino a Marechiaro si possa creare l’atmosfera giusta.

Tutta la serata, mentre ceniamo a lume di candela, non facciamo altro che chiacchierare di noi.

Luisa guarda l’orologio e mi chiede di essere accompagnata a casa perchè si è fatto molto tardi.

Le chiedo dove abita e, con somma meraviglia, scopro che abita nel mio quartiere e a poca distanza dal mio palazzo.

“Come mai  non ci siamo mai incontrati”, mi chiede.

“Forse perché io sono impegnato tutta la giornata, esco alle 7,30 e faccio rientro a casa verso le 20. Il sabato e la domenica, poiché amo il mare, me ne  vado verso Procida o Ischia a pescare, con il mio gommone”.

“Hai un gommone? Qualche volta mi devi portare in giro per il golfo”.

“Senz’altro. La prossima domenica potrebbe essere la giornata perfetta, mare permettendo”

Durante l’intera settimana, quasi tutte le sere, ci siamo sentiti al cellulare, restando a chiacchierare fino a tarda sera.

Il Sabato le telefono per fissare un appuntamento per la domenica mattina, destinazione: giro del golfo, puntatina a Capri e ad Ischia e pranzo in una taverna, al porto di Procida.

È stata una magnifica giornata, io e Luisa sembriamo essere fatti l’una per l’altro.

Incominciamo a frequentarci più spesso, a volte siamo andati a ballare in qualche discoteca, senza mai perderci dei film interessanti.

Passano alcuni mesi. Da cosa nasce cosa… Ci siamo fidanzati e, dopo appena due anni, ci siamo sposati.

E dire che quella giornata d’autunno non prometteva nulla di buono!…

(Ottobre 2020)

 

 

Gita sul Vesuvio

 

di Alfredo Imperatore

 

Il venir meno al vincolo matrimoniale, da parte di uno dei due coniugi, è una delle cause di addebito durante la separazione o il divorzio.

Un antico adagio, relativo alle persone “pericolose” per la fedeltà coniugale, annovera le tre c: cugino, cognato, compare. Io ne aggiungerei una quarta: la c di collega.

Alle falde del Vesuvio hanno proliferato numerose cittadine, tra cui, le più note, sono Pompei ed Ercolano, in quanto i loro scavi hanno potuto evidenziare, in modo sorprendente, gli ultimi attimi di vita di quei cittadini dell’antica Roma, rimasti sepolti sotto un’intensa coltre incandescente di lapilli e cenere, durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

Tra le più estese località vesuviane vi è Torre Annunziata, ove pullulano negozi, uffici, agenzie etc.

Come chiamare una coppia fedifraga? Ci sono molti sinonimi. In materia di amore extraconiugale. Di volta in volta, si sono sostituite le parole, spesso legate ai personaggi interessati. Amante ha un qualcosa di dispregiativo (Claretta Petacci era l’amante di Mussolini); ma quando il migliore dei comunisti, (Palmiro Togliatti, ndr) anch’egli sposato con prole, incominciò ad amoreggiare con la futura presidentessa della Camera, Nilde Iotti, si pensò bene, trattandosi appunto di comunisti, di sostituire la parola amanti con la più soft di compagni. Oggigiorno il termine amante, come il corrispondente concubino, non è quasi più usato.

Si preferisce dire, oltre che compagno, anche convivente, coppie di fatto, e, se si vuol dare un alone di romanticismo a una coppia fedifraga, si ricorre alla proposizione: “quei due hanno una storia assieme”.

 

                                                             ***

 

Lina e Nicola erano due colleghi che lavoravano nella succursale di un’importante banca nazionale e, come spesso accade, la colleganza col tempo diventa simpatia e di qui, pian piano, si va oltre.

Il marito di Lina, Luigi, un giorno decise  di partecipare a una gita sul Vesuvio, organizzata da una compagnia turistica del luogo, per trascorrere una giornata un po’ diversa. Con anticipo di qualche giorno, comprò due biglietti per un lussuoso pullman e, con la moglie, attese che giungesse la domenica  per la gita programmats.

Purtroppo, la mattina della partenza, Luigi ebbe una forte costipazione, per cui disse alla moglie che non se la sentiva di andare alla gita, ma che lei poteva ugualmente andare, magari con qualche collega, tanto per non perdere il biglietto già acquistato.

Lina, dopo una finta perplessità, acconsentì, tanto per farlo contento e, simulando un’incertezza su chi invitare, telefonò a Nicola. Questi, sebbene sorpreso, non se lo fece ripetere e, dopo essersi vestito in tutta fretta, si recò al luogo dove sostava l’autobus per il raduno.

La gita iniziò nel migliore dei modi; la bella e poliglotta speaker al microfono, con gli altoparlanti, illustrava la bellezza dei luoghi, sempre più suggestivi, man mano che ci si avvicinava al posto ove gli automezzi avrebbero sostato, per poi proseguire a piedi sino all’ultima vetta del cratere.

Giunti colà, si poteva ammirare uno spettacolo incomparabile: il bello e l’orrido erano armonicamente fusi.

Gli escursionisti ristettero a lungo nella lusinga dell’estasi, ma poi, con l’avvicinarsi del tramonto, decisero di avviarsi sulla strada del ritorno.

Il declinare del sole era stato meraviglioso: nella cornice dell’impareggiabile panorama della vecchia Partenope, con le mille luci occhieggianti attraverso il diafano velario del lento passaggio alle ultime ore del vespro.

Il grande disco d’oro del sole si vedeva scendere dietro Capo Miseno con uno sprazzo di luce sfolgorante, che lentamente era sostituito dall’implacabile imbrunire.

Lina e Nicola non si beavano di quelle splendide immagini, perché si erano allontanati dagli altri gitanti, nascosti in un anfratto ombroso.

<Dunque> dice Nicola, approfittando della gita, quasi a conclusione di un discorso altre volte cominciato <non avrò mai nessuna speranza?>. La sua voce è impetuosa, ma carezzevole; la sua anima ardente vibra in questa invocazione disperata, mentre un tremito irrefrenabile serpeggia in lui.

Lina non risponde. Gli figge in volto i suoi grand’occhi azzurri, stringendo le sottili labbra in una contrazione dolorosa, quasi a impedire la crudele parola di diniego, che le gorgoglia in gola. Gli attimi passano e l’aria che li circonda si carica di un magnetismo pauroso.

Nel fondo dell’orribile cratere, la ciclopica fucina riversa torrenti di lava incandescente,da cui emanano spesse cortine di fumo, che innalzano una greve nebbia nelle tenebre.

Nicola riprende: <Ho un dubbio lancinante che dissolve tutta la mia vitalità. E’ indispensabile un’assoluta definizione di una tua inesatta valutazione del mio sentimento per te. Lascia la tua famiglia e fuggiamo lontano da tutti, in modo da poter vivere il nostro amore senza ostacoli e reticenze>. <Perché mi tormenti cosi?>. Risponde la donna con soave accento di preghiera. <La nostra è una relazione passionale, ma il mio cuore è di un altro. Sii ragionevole, raggiungiamo gli altri compagni>.

Nicola le ghermisce il polso e l’avvinghia a sé mentre i loro corpi entrano in contatto, saturi di lussuria nel momento in cui lei gli ricorda che non ha preso la pillola….

D’altra parte, come tutti gli amanti, erano abituati ad avere rapporti molto veloci, specialmente nella “pausa pranzo”, ove le cosiddette “sveltine” si fanno dovunque si può trovare una zona nascosta o appartata.

Quindi si ricompongono e, individuato il gruppo di gitanti che sta per iniziare il ritorno, frettolosamente si accodano a loro.

Al ritorno, sul pullman, tra i viaggiatori c’era chi commentava la giornata e chi si appisolava; e quel sonno, breve e leggero, era comunque rigeneratore dopo la bella e lunga gita. Anche Nicola e Lina, sistematisi l’uno lontano dall’altra, si assopirono, dopo quel turbinoso momento che li aveva prima contrapposti e poi affiatati…

 

                                                                ***

 

Giunta a casa, Lina aprì la porta e vide la tavola apparecchiata, mentre il marito le veniva incontro: <Ti sei divertita?> <Abbastanza.> Replica lei. <E tu come ti sei sentito?> <Discretamente. Meglio.  Ho mangiato della pastasciutta, del formaggio e della frutta che era in casa. Ho telefonato anche al  salumiere e gli ho fatto portare del pane, della mozzarella e del prosciutto cotto per la cena di stasera con nostro figlio Giacomo. Stamane è andato dai nostri dirimpettai e si è trattenuto finora; tornerà tra poco>.

Infatti, subito dopo, bussano  alla porta ed entra il figlio. Poi, Lina e Giacomo, una dopo l’altro, vanno nel bagno per rinfrescarsi. Si siedono a tavola e cenano, mentre Lina racconta entusiasta della gita al Vesuvio.

Quindi dice: <Luigi, appena sarà possibile dobbiamo ripetere l’escursione assieme.> <Certamente, con vero piacere.> replica il marito. Poi, Giacomo si alza, saluta e va in camera sua a giocare con lo smartphon, come solitamente fanno tutti i ragazzi prima di addormentarsi.

Dopo aver visto un po’ di televisione, anche i coniugi vanno a letto.

 

                                                           ***

 

Sotto le lenzuola, Lina si avvicina al marito e lo stringe a sé. Luigi le dice: <Ma non sei stanca?> E lei: <Mi spiace che sei stato tutta la giornata solo…> e si stringe a lui ancora di più. Luigi, tanto per farla finita: <Hai preso la pillola?> E lei: <Ma non ti sembra che sia giunto il momento di dare una sorellina a Giacomo?>.

Forse pensa: “è meglio confondere un po’ le cose… Non si può mai sapere…!”.

(Ottobre 2020)

UNA STORIA COMMOVENTE

 

di Luigi Rezzuti

 

Miguel e Maria Garcia si sono conosciuti per le strade colombiane quando, entrambi senzatetto, erano tossicodipendenti.

Col tempo, a fatica, sono riusciti ad uscire dal tunnel della droga, cercando con tutte le forze di regalarsi, insieme, mano nella mano, una vita migliore.

Ma l’unica dimora che sono riusciti a permettersi è stata una fogna, sottoterra, proprio come si sono sentiti per anni a causa della triste dipendenza.

Questo però non ha arrestato la loro voglia di ricominciare e di farcela, contro tutto e tutti.

Una vicenda di sopravvivenza che racconta, non solo il disagio di una vita di stenti, ma anche la forza di resistere alle avversità e di vivere, sempre e comunque.

Oggi Miguel e Maria sono ancora lì, in quello scarico abbandonato, sotto la zona industriale della città. Anche se hanno ricevuto diverse proposte di ospitalità, hanno preferito restare lì, in quel “nido”, emblema della loro rinascita.

L’improbabile abitazione è talmente piccola da non consentire di camminare in piedi; eppure quella fogna è pregna d’amore, di tenerezza, di speranza.

I due sono riusciti ad usare al meglio tutti gli spazi disponibili: all’interno hanno un armadio, un letto ed un cucinotto; ci sono anche un piccolo ventilatore, una TV ed una radio; unico limite, l’assenza della doccia che li costringe ad usare dei secchi per far fronte alla cura della propria igiene personale.

Miguel e Maria non sono soli; con loro c’è il cane Blackie, che spesso viene visto dai vicini scorrazzare all’esterno del tombino, nel piccolo giardino attiguo, allietato da fiori, che, a Natale, vanta perfino un albero decorato a festa.

Una storia tenera ed incredibile, piena di dignità e di coraggio.

Miguel e Maria, nonostante tutto, sono riusciti a sopravvivere: portano addosso i segni della sofferenza, ma sanno di poter contare l’uno sull’altra e sulla compagnia, unica e fedele, del loro amatissimo amico a quattro zampe.

(Luglio 2020)

L’ufficiale tedesco

Anche loro, a volte, hanno avuto un cuore

 

di Luigi Rezzuti

 


Eravamo ancora in piena guerra e in pieno inverno. Era il dicembre del 1943.

Una rigida mattinata d’inverno. Due donne e una bambina di tre anni camminano alla volta di Caivano, periferia di Napoli.

La giovane ha in testa una cesta e in braccio la sua piccola di tre anni, che piange.

La nonna le segue, a breve distanza, anch’ella con una cesta sul capo, dove hanno sistemato alcuni indumenti e una copertina di lana per la piccola.

La bambina è molto magra come tutti i bambini in tempo di guerra. Indossa un giacchino, regalo di un soldato americano, che le sta come un cappotto e le arriva fino ai piedi.

Comincia a nevicare. Fa molto freddo, ma le due donne continuano a camminare, cercando di raggiungere Caivano, un paesino meno esposto ai bombardamenti.

Fortunatamente passa di lì un contadino su un carretto trainato da un asino e, vedendo le due donne e la bimba si ferma e chiede:  “Dove siete dirette”.

La nonna subito risponde: “A Caivano”. Il contadino, diretto anch’egli nello stesso luogo, impietositosi, le invita a salire sul suo carro.

La nonna, in silenzio, osserva le campagne intorno, abbandonate, con qualche albero da frutta privo di foglie.

Anna,  fatti  forza, arriveremo a Caivano”.

La strada, ormai, è completamente innevata. Avanzano lentamente tra i rimbombi delle cannonate che si abbattono sulla città.

La bimba, in braccio alla giovane mamma, ha smesso di piangere, ha il visino paonazzo dal freddo.

Dalle un pezzo di pane prima che cominci a piangere”, suggerisce la nonna alla ragazza,  senza smettere di guardare i campi.

Anna scuote il capo: “Non ce n’è più, mamma”.

La bimba con la giacca dell’americano infila la manina gelata nella tasca, tira fuori un pezzetto di pane, lasciato dal soldato e lo mangia con avidità.

La giovane guarda la figlia che ha smesso di mangiare e ora dorme.

Proprio in quel momento sopraggiunge una camionetta e un camion di soldati tedeschi. Nel superarle, uno di loro spara in aria una  scarica di mitra per spaventarle.

Le risate sguaiate dei soldati rompono il silenzio.

La ragazza scoppia a piangere per lo spavento e maledice la guerra e i tedeschi.

Piange e bagna di lacrime il viso della bambina che né le bombe né le raffiche di mitra né ii sibili delle cannonate hanno svegliato.

La camionetta si ferma. Ne scende un ufficiale. Il contadino ferma anch’egli il suo carretto. L’ufficiale gli chiede: “Queste donne e la bimba sono la tua famiglia?” Il contadino, tremante dalla paura, risponde: “No, ho solo dato loro un passaggio per Caivano, dove sono diretto anch’io”

La giovane mamma, anch’ella impaurita, cerca di commuovere l’ufficiale tedesco dicendo: “Ho vent’anni, una figlia e un marito che non vedo da tre anni e da allora non ricevo sue notizie”.

Il marito, infatti, l’ultima lettera gliel’aveva scritta prima di partire per la Russia. In essa parlava di una licenza per venire a vedere la bimba che sarebbe nata, ma non era mai più tornato.

Subito dopo Anna, rivolta alla mamma, dice “Mamma, hai visto? La bimba ha perso una scarpina”

La bimba, intanto, era scesa dal carretto e camminava sulla neve, in silenzio, con il piedino scalzo.

A tre anni, quasi congelata dalla neve, aveva già scelto la strada del sacrificio e del dolore. 

Una nuova scarica di mitra fa balzare il cuore in petto alla ragazza che perde la calma e grida: “Sparate, sì, sparate, però questa volta fate per davvero, prendete la mira e sparate”.

Anna, calmati, supplica la nonna, non fare scenate, magari anche loro hanno un cuore”.

L’ufficiale le chiede: “ Da dove venite? “, “Andiamo a Caivano”, risponde la nonna, guardandolo diritto negli occhi.

Dobbiamo ritrovare il resto della famiglia. Siamo rimaste sole. Mio figlio è partito per la Russia e non abbiamo sue notizie da anni”.

Capisco”, dice l’ufficiale e si avvicina alla bimba senza la scarpetta.

La dia a me, signora

La ragazza gli si scaglia contro, gridando: “Prendi me, lasciala stare, mia figlia”

No, signora, non prendo lei, prendo la bimba. Ne ho anch’io una, appena nata, che non conosco ancora e ho deciso di scortarvi fino a Caivano”.

(Maggio 2020)

L’avvocato della camorra

 

di Luigi Rezzuti

 

Non era stato facile per Alberto frequentare l’università e laurearsi in legge. I suoi ce l’avevano messa tutta, spendendo fino all’ultimo centesimo per consentirgli di raggiungere quel traguardo. Dal canto suo, si era impegnato all’estremo delle forze per vedere i sacrifici ripagati, almeno in parte, da quel primo successo.

Subito dopo cominciò l’altro calvario, quello della ricerca di uno studio legale che gli consentisse di superare l’esame di Stato, per l’iscrizione all’albo e l’esercizio della libera professione.

Per fortuna un affermato studio legale si era dichiarato disponibile ad accogliere il giovane praticante.

Poi ci fu il colpo di fortuna quando si presentò il caso della difesa di un gruppo di giovinastri, sorpresi in una rissa, senza, però, grosse conseguenze.

L’incarico fu affidato a lui ed egli riuscì ad escogitare una serie di cavilli, che gli consentirono la rapidissima assoluzione dei ragazzi.

Quello che nessuno avrebbe mai potuto prevedere fu che uno dei sei giovani era il figlio di un elemento di spicco di una famiglia malavitosa del territorio.

L’abilità di Alberto fece presto il giro di quegli ambienti e, in poco tempo, si trovò a realizzare tutti i suoi sogni, dallo studio tutto suo ad una serie di incarichi che, in breve, gli procurarono fama, successo e danaro.

L’unica nota stonata era la fama di difensore della malavita, che presto gli fu affibbiata e che sostanzialmente corrispondeva alla  verità, ma ci mise poco ad abituarsi e quasi a godere nel sentirsi definire, nella migliore delle ipotesi, “consigliere di Satana”, per l’abilità con cui riusciva a scovare i cavilli più assurdi per scagionare da ogni accusa persone colpevoli di reati, anche gravissimi.

La frequentazione di certi ambienti lo portò a guardare le ragazze di quelle famiglie ed in breve, anche su quel fronte, si trovò ad essere l’oggetto misterioso di desideri inconfessabili, finche gli occhi di Concetta lo inchiodarono e si fidanzarono, ma fu necessario adeguarsi ai dettami della famiglia, legata a norme e limiti arcaici. Fra questi il più importante era che Concetta doveva arrivare al matrimonio come la mamma l’aveva concepita.

Infatti, ogni sabato e domenica era ospite della famiglia di Concetta ma non dovevano uscire di casa e l’unica cosa che rimaneva era quella di guardare la TV.

Il padre di lei era uno degli uomini più potenti della “Sacra famiglia”, il capo riconosciuto dalla malavita, che torturava e ammazzava le sue vittime quasi col sorriso sulle labbra.

Alberto, cosciente di questa realtà, non si azzardava neanche per un attimo a pensare di rompere il fidanzamento, ma nemmeno rinunciava a dare la caccia a ragazze, fossse anche per una serata.

Il tempo libero da impegni di lavoro lo trascorreva volentieri in locali “allegri”, dove la sua fama di “consigliere di Satana” assumeva il fascino del vietato, dell’avventura, del proibito e molto spesso era un elemento favorevole per le sue conquiste.

Una sera, in uno di questi locali, conobbe Floriana, la classica ragazza di famiglia piccolo - borghese.

Floriana, dopo gli esami di maturità si era iscritta all’università ma, avendo trovato difficoltà, era arrivata all’età di trent’anni senza laurearsi.

A seguito dei problemi economici, che avevano messo in ginocchio la famiglia, era andata alla ricerca di un lavoretto, possibilmente part-time, col  quale mantenersi all’Università e far fronte alle necessità quotidiane.

Dal punto di vista sentimentale, non sapeva scegliere se considerarsi una stupida, che aveva fatto molti errori, per scarse capacità di riflessione, o una sfortunata, che non ne aveva imbroccata una buona. Si sentiva, soprattutto, assai incapace di far fronte alle disavventure della vita. Inoltre, non sembrava essere consapevole della sua bellezza, mentre  dagli altri era considerata indiscutibilmente bella.

Senza un valido curriculum e senza grandi prospettive, alla fine aveva accettato un lavoro come assistente barman in un pub.

Fu qui che incontrò Alberto e, dopo averlo preso un po’ in giro per la definizione di “consigliere di Satana”, aveva intrecciato con lui un rapporto che la rendeva felice di comunicare con una persona di una cultura certamente superiore alla sua.

Floriana, però, si sentiva ancora innamorata di un uomo, col quale aveva rotto solo da pochi mesi e che, comunque, non riusciva a dimenticare perchè sapeva di averlo amato, pur se non ricambiata.

Intanto Alberto era condizionato dalla fidanzata, che non poteva lasciare, altrimenti sarebbe successo il finimondo con la sua famiglia di camorristi.

Floriana era molto attratta da Alberto e lui da lei, al punto da sentirsi spinto sempre più decisamente verso il “colpo di testa”, dietro il quale, però, egli sapeva bene che non c’era solo la gelosia di Concetta ma tutto quel mondo perverso che egli stesso rappresentava, sia nella vita privata che in quella professionale.

Anche Floriana era combattuta tra la volontà di portare avanti, ad ogni costo, quel sentimento e il rischio di scontrarsi con qualcosa di indeterminato e di difficile, dai contorni sfocati. Le ragioni della prudenza le suggerivano di rinunciare, a meno di non diventare la sua amante segreta, nella vana speranza che la fidanzata, poi,  lo lasciasse libero.

Intanto Alberto aveva finito con l’essere quasi parte dell’arredamento del locale, per la sua presenza costante in esso. Voleva incontrarla, vederla, regalarle fiori, dedicarle attenzioni.

Una sera Floriana cedette all’assiduo corteggiamento e accettò di andare nello studio di Alberto, dove egli, nei locali retrostanti l’ufficio, aveva predisposto un piccolo salottino.

Senza dubbio, non era una sprovveduta, sapeva perfettamente a cosa preludeva quell’invito.

Alberto, infatti, dopo aver chiuso la porta dell’ufficio, l’avvinse a sè in un appassionato bacio, degno della migliore letteratura cinematografica.

Floriana sentì immediatamente salire alla testa fiamme più vive di quelle dell’inferno. Non è difficile immaginare il resto…

Quasi all’alba Floriana sentì un’auto fermarsi sotto le finestre dell’ufficio di Alberto. Certamente erano gli addetti alle pulizie e si rese conto di dover andare via,prima che l’ufficio fosse aperto, mentre per Alberto farsi trovare addormentato nell’ufficio poteva essere giustificato da un eccesso di lavoro.

La ragazza si rivestì in fretta e scappò a casa. Qui nessuno le chiese dove aveva trascorso la notte e, solo quando ebbe dormito qualche ora, svegliatasi per il pranzo, si rese conto pienamente di quello che era successo, ma ormai era accaduto e non le restava che accettare di aver commesso, forse, un altro errore.

Alberto, intanto, accentuò la sua corte pressante diventando ancora più assiduo nel pub e al suo bancone di lavoro, ma soprattutto aspettandola ogni volta all’uscita ed insistendo per passare dall’ufficio prima che tornasse a casa per poi sgattaiolare via all’arrivo degli addetti alle pulizie.

Floriana si rese conto che la giornata non  bastava più per tutto quanto doveva fare: studio, lavoro, famiglia, mentre il rapporto con  Alberto le creava molta ansia nella difficoltà di gestire questo stato d’animo e tutto il resto.

I problemi arrivarono presto perché la presenza di Concetta incombeva minacciosa, non solo per lui, che comunque se ne fregava, ma soprattutto per Floriana, che intravvedeva quasi l’ombra di un fantasma.

Alberto aveva pensato di farle cambiare lavoro per poterla vedere più spesso perché ormai gli era entrata nel sangue e non solo perché decisamente più bella di Concetta ma anche perché più intelligente, aperta e capace di passare ore a dialogare, spesso anche contrastandolo con garbo ed acume. Insomma con lei stava benissimo, anzi avrebbe voluto metterla in condizioni di poterle dedicare più tempo possibile.

Pensò, infatti,  di assumerla nel suo ufficio. Sarebbe stata la cosa ideale, ma la sua presenza avrebbe potuto insospettire ancora di più Concetta, con tutte le conseguenze prevedibili ed ipotizzabili.

Risolse, invece, il problema chiedendo ad un collega di assumerla come segretaria per poterle assicurare un reddito adeguato, certamente superiore a quello garantito dal lavoro al pub, ma soprattutto con orari decenti e la possibilità di dedicarsi alla sua vita e agli studi universitari.

Cominciò così per Floriana una stagione di grande entusiasmo con lo stipendio più alto, che le permise anche di cambiare finalmente l’auto.

Ogni tanto Alberto le faceva importanti regali, che Floriana accettava sempre con qualche difficoltà perché, in questo modo, si sentiva una “mantenuta”.

Egli le comprò, poi,  un piccolo appartamento, dove potersi incontrare in piena libertà.

Tanta felicità, tanta gioia di vivere non potevano passare inosservate. Le malelingue non mancarono di riferire tutto a chi di dovere, in primis a Concetta, che cominciò a vivere con profondo dolore il ruolo della donna tradita, nonché quello della eterna  promessa sposa, affibbiatole dalla famiglia, a cui non poteva sottrarsi. Ormai per tutti era chiaro che doveva diventare la moglie del pupillo del “Boss” mentre la notizia dell’ “altra”era di dominio pubblico.

Per Alberto poche cose erano cambiate, ma si sentiva a disagio sul piano della professione, dovendo cercare tutte le scappatoie più indegne per ribaltare situazioni evidenti e rendere  i camorristi innocenti e “rispettabili”

Egli teneva in gran conto gli umori della famiglia di Concetta, anche se il rapporto di fiducia, che aveva col grande capo, gli dava la quasi certezza di essere un “intoccabile”.

Lo stesso “Boss”, in un colloquio privato, tenuto in carcere per un processo in cui era  imputato, gli aveva assicurato che era al riparo da qualunque iniziativa del “clan” e che il discorso valeva anche per i suoi familiari.

Alberto non aveva fatto caso, però, alla puntualizzazione e non si era reso conto che, dalla garanzia, restava esclusa Floriana che, per la famiglia di Concetta e agli occhi di tutti, era una estranea e, dunque, “sacrificabile”.

Alberto quella mattina era uscito alla solita ora  per andare in Tribunale a seguire il processo importante di cui si occupava.

Passò per l’edicola dove comprava i giornali ma non fece caso all’aria sfuggente con cui l’edicolante lo guardò e notò a malapena, in un riquadro in prima pagina, la notizia di una macchina incendiata in una strada vicina.

Cominciò a riflettere sugli sguardi della gente e gli apparvero chiaramente come sguardi, quasi di compassione. Li riscontrava in tutti gli ambienti da lui frequentati, a cominciare dal bar, dove si fermò, come sempre, per fare colazione.

Aprì il giornale e, in cronaca, gli balzò dinanzi agli occhi la foto dei resti bruciati di una macchina. La targa la conosceva molto bene...

Il titolo parlava dell’incendio doloso di un’auto con dentro una ragazza, che ben conosceva per averla amata e per amarla ancora con tutto se stesso.

Sentì il cuore battere forte e venirgli meno il respiro.

Floriana era morta, bruciata nella sua auto, per mano di qualcuno che aveva voluto realizzare una vendetta.

Un velo si calò sugli occhi e, per un attimo, si sentì di morire. Poi l’abitudine ad affrontare situazioni di emergenza, difficili e spesso pericolose, ebbe la meglio, mandò giù quel caffè che gli sembrò più amaro che mai, si stampò in faccia un sorriso e decise di chiedere conto di quel gesto alla famiglia di Concetta e di rompere il fidanzamento, che ormai gli pesava più di una catena al cuore.

Poi pensò di non fare più l’avvocato difensore ma di diventare collaboratore di giustizia e, con i dati e i documenti a sua disposizione, creare, nell’organizzazione della “sacra famiglia” una tempesta tale da mandare in galera una grossa fetta del clan, a cominciare da Concetta e dai suoi familiari, senz’altro mandanti dell’uccisione di Floriana.

Per puro scrupolo professionale si fece fissare un colloquio col giudice che conduceva il processo alla “sacra famiglia” e indagava sugli affari della camorra, ma si rese conto che valeva poco la sua deposizione perchè, col tempo, la famiglia avrebbe trovato il modo di fargli pagare la sua dichiarazione. Infine il ricordo, ancora così vivo e penoso, della tragica fine di Floriana lo spinse a sentirsi più sicuro col ricorso ad un gesto clamoroso.

Entrò nell’aula del tribunale, dedicata al processo alla “sacra famiglia” e ai suoi accoliti, prese posto al tavolo della difesa, ma non indossò la toga e, sotto lo sguardo meravigliato di tutti, chiese ed ottennee dal giudice il permesso di avvicinarsi per conferire.

Depose la toga sul tavolo della presidenza e dichiarò che, per sopraggiunte divergenze con i camorristi, rinunciava a rappresentarli e rimetteva agli imputati la facoltà di procurarsi un nuovo avvocato difensore.

Dalla zona, dove gli imputati erano raccolti, si levarono le peggiori ingiurie possibili e il giudice fu costretto a far intervenire la polizia per placare gli animi.

Uno dei componenti della “sacra famiglia” chiese di  conferire con Alberto e gli disse che il “boss”non avrebbe  accettato la sua rinunzia e che  doveva stare attento a non farlo.

Alberto, a quest’ultima minaccia, confermò la sua decisione al giudice e al componente della “sacra famiglia” rispose: “Avverti il tuo padrone che la mia difesa è totale solo con i veri amici ma, quando mi deludono, li affido agli altri. Buona permanenza in carcere al tuo padrone e a te”.

Uscì, quindi,  dall’aula finalmente sereno e gli sembrò che intorno a lui volasse un angelo con le sembianze di Floriana.

(Aprile 2020)

Genny Esposito l’americano

 

di Alfredo Imperatore

 

Nel 1920, Genny Esposito, era venuto dall’America in Italia con un grosso conto in banca, portava a un dito un vistoso anello con diamante e al gilè era legata una massiccia catenina d’oro, alla quale era assicurato un grosso orologio da tasca, come si usava tanti anni fa.

La nostalgia della terra dei suoi avi, l’aveva riportato in Patria, a godersi in pace e tranquillità, i frutti della sua lunga vita di lavoro e di tanti sacrifici. Aveva deciso di acquistare un vasto fondo dal marchese Trappia per due milioni e seicentomila lire, per assicurarsi una rendita durevole.

Genny Esposito posò sul tavolo del notaio, un voluminoso pacco di banconote; questi lesse l’istrumento e fece firmare l’atto al marchese. Poi disse: <Ora a voi signor Esposito, firmate qui>.

L’italoamericano prese la penna e lentamente segnò sulla carta bollata, un robusto segno di croce.

Al buon notaio scappò detto: <Così, e avete guadagnato tanti milioni? Chissà quanto sareste più ricco se aveste saputo scrivere>. Farei il sagrestano, rispose un po’ beffardo Genny e, mentre il marchese contava lentamente i soldi, incominciò a raccontare in uno stentato italiano, che certamente aveva appreso insieme ad altre lingue, durante il suo girovagare per il mondo, sinteticamente la sua vita.

Sua madre era morta donandogli la vita. Suo padre, poco dopo. era finito col male dei poveri, la tubercolosi; erano entrambi di origine italiana. Perlomeno così gli avevano detto nell’ospizio, prima di affidarlo, a meno di sei anni, a una coppia in cerca di un bambino, senza troppi preliminari, com’era consuetudine dell’epoca.

Fu subito messo in strada dai suoi affidatari a chiedere l’elemosina, poi, appena grandicello, incominciò a fare i lavori più umili, portando sempre a “casa” i miseri guadagni.

Appena poté, abbandonò quelli che erano stati i suoi sfruttatori, di nascosto prese i documenti e fuggì lontano, girovagando in lungo e in largo, facendo qualunque lavoro gli veniva proposto.

A diciotto anni ebbe anche un amore, che fu di breve durata, perché capirono entrambi che il loro futuro sarebbe stato a dir poco misero.

In un Natale rigido e piovoso, essendo stato sfrattato dalla casupola dove soggiornava, perché era rimasto senza soldi, si fermò a riposare sulla soglia di una chiesa, triste, affranto e con i morsi della fame nello stomaco.

Disperato e in lacrime entrò poi in chiesa e si avviò alla sacrestia. Così lo vide un vecchio curato e ne ebbe pietà. <Buon giovane che fai qui e perché piangi?>.

<Sono senza letto, senza lavoro e ho fame>. Il pastore replicò: <Vuoi rimanere con me?>. Il ramingo gli baciò una mano in una manifestazione di calda riconoscenza.

Il sacerdote, dopo averlo rifocillato con un bicchiere di latte e del pane raffermo, gli porse il libriccino per imparare a servire la messa. Vedendo la sua perplessità gli disse: <Giovanotto, non sei forse contento?>. Genny obiettò: <Io purtroppo non so leggere>.

Il prete, sorpreso e imbarazzato, rispose: <Povero figlio, avrei voluto aiutarti, ma così, proprio non posso far niente>. Gli mise in mano degli spiccioli e lo accomiatò.

Genny si allontanò dalla casa di Dio, senza voltarsi, senza neanche ringraziare e s’immerse nel buio della strada. Era quasi spiovuto e girovagò nel freddo come un incosciente, finché si trovò improvvisamente al porto; l’acqua era torbida dai riflessi verdastri.

Farla finita con la vita! Questo il pensiero che gli martellava nel capo, quando un improvviso e assordante fischio di sirena lo scosse; fu questo richiamo alle cose vive la sua salvezza.

Non molto distante un grosso “tre alberi” toglieva le ancore, mentre sulla tolda i marinai addetti alla manovra parevano fantasmi agitati. Improvvisamente, uno sprazzo di luce violenta, illuminò il suo cervello. Vivere lontano, lottare e vincere: queste parole splendettero in lui, più chiare della luce solare.

Corse lungo la banchina, si accostò alla murata della nave, lungo la quale pendeva una gòmena, stesa come un lungo braccio di salvezza e vi si afferrò. Lottò contro lo sballottamento e i sobbalzi del naviglio, contro la paura e la stanchezza dei muscoli; s’inerpicò finalmente a bordo.

Strisciando carponi, lentamente e silenziosamente, riuscì a guadagnare la stiva. Il più era fatto, certamente non l’avrebbero buttato ai pesci.

Il resto lo fece il destino!

(Aprile 2020)

L'AMMORE A 'O TIEMPO D’’O CURONAVIRUSS

 

di Sergio Zazzera

 Quanno Berta filava e l’auciello arava, a ‘nu paese luntano ‘nce stevano ‘nu rré e ‘na riggina, duje piezz’’e giùvene, belle sulamente lloro, una cchiù dell’ato: parevano ‘o sole e ‘a luna.

‘Nu brutto juorno, ‘o rré cadette malato: accumminciaje a scatarrà’, cu ‘nu tremmuliccio e ‘nu friddo ca lle pirciava ll’ossa, comme si lle passava ‘a morte pe’ ccopp’â noce d’’o cuollo – ma ‘na morte ca jéva e veneva, e ca nun puteva truvà’ arricietto –, anfin’ a qquanno se sentette d’astregnere ‘ncanna, senza puté’ cchiù risciatà’.

‘A riggina subbeto mannaje a chiammà’ ‘nu miédeco, ca ‘o guardaje, ‘o sentette cu ‘a recchia adderet’ê rine, ‘o tuccaje ‘o puzo, ‘o facette caccià’ ‘a lengua ‘a fora; ‘nzomma, ‘o smerzaje ‘e dinto fòre, e po’, scutulianno ‘a capa, cacciaje ‘a settenzia: «Chist’è ‘o curonavirùss».

«E che sarrìa mo’ chistu curonavirùss? – spiaje ‘a riggina – e comme se cura?».

«E che v’aggi’’a dicere, riggina mia – lle rispunnette scunzulato ‘o miédeco –: chesta è ‘na malatia nova, ca è arrivata ‘a luntano assaje».

«Ah – rispunnette ‘a femmena –, e chi l’ha purtata?»

«’A globalizzazione», dicette ‘o duttore.

‘A riggina nun se puteva fa’ capace e cuntinuaje: «E chi sarrìa chesta grobbalizzazzione?»

«Uh, Maronna mia – rispunnette ‘o miédeco –, riggì’, ma vuje addó’ campate: comme, vuje cummannate a ‘nu paese sano sano e nun sapite ched’è ‘a globalizzazione?»

«Duttó’, vuje che vulite ‘a me? vuje me vulìsseve fa’ venì’ ‘nu sintòmo? lloco chi cummanna ô paese è marìtemo; i’ songo femmena e penzo sulamente â casa: che s’hadda cucenà’, quanno s’hadda lavà’ ‘nterra, quanno s’hadda fà’ ‘a culata…»

Allora ‘o duttore lle spiecaje ca chella malatìa l’aveva purtata d’’a Cina ‘n’ommo ca s’era magnato ‘e spurtigliune ca tenevano chillu virùss ‘ncuorpo, e ca ‘e meglie scenziate s’’a stevano sturianno, ma ancora nun sapevano dicere comme s’avev’’a curà’.

‘A povera riggina, cchiù scunzulata d’’o miédeco, se turceva ‘e mmane, se sceppava ‘e capille, se lazzariava ‘a faccia. Po’, quanno chillo se ne jètte, ‘o primmo penziero ca facette fuje chillo ‘e mannà’ a chiammà’ a ‘na vecchia janara – ‘na vicchiazzola ‘e dint’ô Bùvero, secca secca e corta corta, ca puteva scupà’ allerta pe’ ssott’ô lietto, cu tre diente ‘mmocca, cu quatto capille ‘ncapa, cu ‘e ccosce a tarallo e cu ll’uocchie scazzate –: pe’ ve fa’ capì’, a ppiétt’a essa, ‘a Si’ Secca sarrìa stata Miss Italia. ‘Nzomma, era cchiù brutta d’’a morte, ma era cos’’e niente, pecché sapeva fà’ tutte specie ‘e ‘nciarme.

‘A crestiana venette sùbbeto, cu ‘o sciallo arravugliato attuorn’â faccia pe’ se pruteggere, ca ‘nce parevano sulamente ll’uocchie; sentette chello ca aveva ditto ‘o miédeco, dette ‘na guardata ô rré e dicette: «Si ‘sta malatia ll’hanno purtata ‘e spurtigliune, lloro se l’hann’’a piglià’. Riggì’, facit’acchiappà’ cinche o seje spurtigliune, facitel’accidere, facit’ê lluvà’ ‘o féteco, ‘o facite tirà’ a rraù e nc’’o date a magnà’ ô marito vuosto».

‘A riggina ringraziaje â vecchia, ‘a facette cunzignà’ ‘nu sacchetiello ‘e munete d’oro e cummannaje ê serviture ‘ca facevano tutto chello ca chella scangianesa ‘e vecchia aveva ditto. Erano ‘e ddiece â matina, e a miezjuórno ‘o rraù ‘e féteco ‘e spurtiglione era bell’e cucenato. Anze, sulamente cucenato, pecché bello – s’hadda dìcere ‘a verità – pròpeto nun era.

‘O rré, ca teneva ll’uocchie ‘nzerrate p’’a freva e justo justo risciatava, fuje fatto assettà’ ‘mmiez’ô lietto e ‘na serva ll’ammuccava chella bobba, a ‘nu cucchiariello â vota, mantenènnol’’o naso appilato, pe’ nun ‘o fa’ avutà’ ‘o stommaco. Ma tu che ne vuó’: ‘mmece ‘e stà’ meglio, ‘o povero Maronna faceva sempe cchiù fatica a risciatà’ e nun arrevava manc’âglióttere.

‘A riggina se vedette perza: se facette unu pass’’e chianto, comm’a ‘nu trìvulo vattuto; po’mannaje a chiammà’ a quatto cumpagne soje e, tutte ‘nzieme, jètteno scàveze a cercà’ ‘a grazia â Maronna. Arrivate dint’â chiesia, se vuttajeno tutt’e cinche cu ‘a faccia ‘nterra, e chiagnenno pregavano â Maronna ca faceva stà’ buono ô rré.

A ‘nu cierto mumento, ‘a riggina – ticche-tacche – sentette ‘nu rummore ‘e zuóccole: aizaje appen’appena ll’uocchie ‘a terra e vedette ‘na vesta longa, janca e nera. Aizaje ‘n’atu ppoco ancora ll’uocchie e se truvaje annante ‘nu piezz’’e munacone, àveto e gruosso quant’a ‘nu stipo, cu ‘a chiéreca ‘ncapa e cu ‘na bella varva janca longa anfin’a ‘mpietto, ca, apprimma ca essa puteva parlà’, aveva capito sùbbeto tutte cose e lle dicette: «Riggina mia, figlia mia, ‘a Maronna t’’a faciarrà, ‘a grazia. Però ‘a curona d’’o curonavirùss sta facenno rammaggio a marìteto e ‘n’ata curona ll’hadda libberà’ ‘a chistu castigo. Pirciò tu torna mo’ mo’ a Palazzo, piglia ‘a curona toja e chella ‘e marìteto, fa’ ‘e vénnere e chello ca ne piglie dallo ê povere. A lloro, però, ll’hê ‘a dicere ca pigliasseno ‘nu mantece, ‘o cchiù gruosso ca pònno truvà’, e curresseno sùbbeto a Palazzo. A chillu mantece, po’, attaccàtence ‘nu tubbo, ca ‘nc’’o ‘mpezzate ‘mmocc’ô rré, e lloro hann’’a pumpà’ forte, anfin’a quanno isso nun repiglia sciato».

‘A povera riggina nun sapeva cchiù comm’aveva ringrazià’ a chillu sant’ommo: facette dà’ pur’a isso ‘na sacchetta ‘e munete d’oro da una d’’e ccumpagne soje e, tutt’’e ccinche ‘nzieme, se ne turnajeno ‘nu poco cchiù sullevate.

Cunfromme fujeno arrevate a Palazzo, facetteno tutto chello ca ‘o moneco aveva ditto: ‘e ccurone fujeno vennute; ‘e pezziente arrivajeno, cu cierti mmaschere ‘nfaccia, ca pareva Carnuvale, e cu ‘nu mantece, ca cchiù gruosse ‘e chillo nu’ ‘nce ne putevano stà’; ‘o tubbo fuje puosto ‘mmocc’ô rré e tutte quante accummenzajeno a pumpà’. ‘A riggina vulette dà’ ‘na mana pur’essa e accussì pure ‘e ccumpagne soje.

Già doppo ‘e pprimme quatto o cinche botte, ‘o rré accumminciaje a se repiglià’: arapette ‘na senga ‘e ll’uocchie e guardaje stranizzato tutto chello ca lle steva succedenno attuorno; po’ cu ‘nu segno d’’a mana cercaje ‘nu surzo d’acqua. ‘Nu servitore ‘nc’’o purtaje e isso s’’o vevette. Mo’ pe’ bévere, ll’avètten’’a luvà’ ‘o tubbo d’’a vocca e accussì s’addunajeno ca puteva risciatà’ cu ‘e purmune suoje. E tanno fuje ‘na festa: ‘a riggina, abballanno pe’ tutt’’a stanza, lle jètte vicino, se l’astrignette ‘mpietto e lle facette cientumilia squase; pe’ ttramente, ‘e ccumpagne soje e tutt’’a servitù cantavano a coro, alleramente. Po’ ‘e serviture fujeno mannate a chiammà’ ô moneco, ca oramaje pe’ tutte quante era comme si fosse stato ‘nu santo, e ‘o rré ‘o vulette comme cappellano ‘e Palazzo e, pe’ primma cosa, ‘o facette cantà’ ‘nu bellu puntefecale.

E – comme fuje e comme nun fuje –, pure chistu sarmo ccà, comm’a tutte ll’ati sarme, fernette a Groliapàto. E accussì, lloro stanno llà, e nuje stammo ccà.

(Marzo 2020)

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