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INCONTRI AL TRAMONTO   (Giugno 2017)
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ATTUALITA' DEL PENSIERO CRITICO DI ROCCO MONTANO (Dicembre 2017)
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Ma a me, lei ci pensa ancora?

 

di Luigi Rezzuti

 

Francesco aveva quindici anni. Erano gli anni dei primi innamoramenti, amori teneri di un ragazzo di quella età.

Lei viveva in un paese in provincia di Avellino e trascorreva le festività natalizie presso i nonni, che abitavano nello stesso palazzo di Francesco, sullo stesso pianerottolo.

I due ragazzi avevano fatto subito amicizia: lei era una ragazzina molto carina, Francesco un ragazzo interessante. Fu il loro primo colpo di fulmine.

All’insaputa dei nonni di lei e dei genitori di lui, i due ragazzi si incontravano sul terrazzo del fabbricato, trascorrevano qualche ora insieme a parlare, facendo progetti più grandi di loro. Pensavano, in futuro, di sposarsi e avere tanti figli.

Le festività natalizie, purtroppo, volarono in fretta e lei dovette ritornare al suo paese.

Si lasciarono con l’augurio di rivedersi presto, almeno per le feste di Pasqua.

E a Pasqua, infatti, lei ritornò ospite dei nonni. Furono giorni meravigliosi, nessuno dei due si era dimenticato dell’altro.

Il loro luogo di incontri era sempre il terrazzo, dove si scambiavano teneri baci e dolci carezze.

Ancora una volta, però, il tempo trascorse veloce e dovettero, tra qualche lacrimuccia, lasciarsi di nuovo.

Purtroppo, da allora, i due ragazzi non si videro più. Trascorsero circa dieci anni ma non si erano dimenticati l’uno dell’altra, nè tanto meno di quei teneri baci e delle dolci carezze.

Un giorno, era di domenica, Francesco aprì la porta e, all’improvviso, vide aprirsi anche la porta dei nonni di quella ragazzina.

Era lei che stava uscendo per andare a Messa, Francesco quasi non la riconobbe. Non era più una ragazzina, era diventata una donna.

Fu un momento emozionante, di gioia immensa e, invece di andare a Messa, salirono sul terrazzo, si abbracciarono e si baciarono intensamente quando una doccia fredda, all’improvviso, investì in pieno Francesco: quella ragazza, ormai donna, con gli occhi pieni di lacrime, gli disse che nel frattempo si era sposata.

Spesso prima di addormentarsi a Francesco capita di rivolgere a se stesso questa domanda: “Ma a me, lei ci pensa ancora?”.

La risposta Francesco non la conosce e, tuttavia, gli piace pensare che un oggetto, una frase, un odore possa farle ricordare di lui.

Distoglie il pensiero e ripensa a quel che ha fatto durante la giornata e a cosa dovrà fare il giorno successivo, poi lentamente si addormenta e in sogno si chiede: “Ma a me, lei ci pensa ancora?”.

(Giugno 2018)

NON E’ MAI TROPPO TARDI IN AMORE

 

di Luigi Rezzuti

 

In primavera si organizzano sempre delle feste scolastiche, dove mi piace andare.

Siamo tutti in un locale. Alessio e Nicola stanno parlando di calcio, come al solito.

Non che non mi piaccia, ma sono veramente stufo di parlare sempre di uno stesso argomento.

Questo locale mi ricorda una storia passata, che credevo di aver dimenticato.

Vedo Clara ogni giorno a scuola, sono stato io a lasciarla, ora non ci salutiamo nemmeno più.

Come dicevo, la vedo tutti i giorni e non desta in me nessuna nostalgia o malinconia. Poi ieri ho saputo che si è fidanzata. Probabilmente è una bugia, so perfettamente che non ha ancora superato ciò che prova per me.

Lo so perché l’ho sentito dire dalla sua amica, quella che non l’ha mai lasciata un attimo da sola e che mi fulmina con lo sguardo, ogni volta che mi incrocia.

Probabilmente ha solo sparso la voce perché voleva che arrivasse a me.

“Roby, tu cosa ordini?”,  chiede Alessio interrompendo il filo dei miei pensieri.

“Una bionda alla spina”, rispondo senza esitare.

“Clara si è fidanzata?”, mi chiede Alessio con tono di scherno.

“Così pare”, rispondo svogliatamente.

Non ho mai capito perché, ma quasi tutti i miei amici non l’hanno mai sopportata.

Ho sempre pensato che fosse dovuto al fatto che, prima, lei stesse con un altro dei miei amici e, dopo che lei lo aveva lasciato, aveva messo in giro delle brutte voci su di lui. Ma loro non avevano mai ammesso che fosse per questo.

“Si consola in fretta”, commenta Nicola ridacchiando.

Probabilmente non è nemmeno vero, sarà un’altra delle sue bugie”, rincaro con un moto di stizza.

“Ma come facevi a stare con lei?”.

“Non lo so”.

In realtà lo so benissimo, ma non mi va di spiegarlo ai miei amici, non capirebbero. E poi è acqua passata.

“Ehi, ragazzi”, dice Luca arrivando all’improvviso.

“Guarda chi si è degnato di raggiungerci”, esclama Alessio, dandogli un’amichevole pacca sulla spalla.

“Sono appena arrivato in treno. Un po’ di pietà”, si scusa ridendo.

“Di cosa parlavate?”, chiede poi, sedendosi con noi.

“Nulla di nuovo, si parlava di Clara”

“Come mai si parlava di lei? Ormai non è acqua passata?” dice ammiccando verso di me.

“Infatti, abbiamo saputo che si è fidanzata”, rispondo

Parlare di lei mi sta creando disagio.

“Bene, sono contento per lei”, dice Luca

Lui è sempre stato l’unico che l’adorava, la adorava letteralmente, ogni volta che ci si incontrava tutti insieme, passavamo ore a parlare di lei.

“Secondo Roberto se l’è inventato”, risponde Alessio.

“Perché avrebbe dovuto? Secondo me Roberto è un egocentrico”, dice per punzecchiarmi un po’.

Ragazzi, zitti un attimo. Sta arrivando la prima bellezza della serata”, ci zittisce Alessio.

Ci voltiamo tutti nella direzione indicata e vedo in lontananza una ragazza con un vestito rosso fuoco, che si dirige verso di noi.

Cammina a passi lenti, seducenti, come se il mondo fosse ai suoi piedi, ed effettivamente in quel momento lo era.

Appena si avvicina, abbastanza da poterla scorgere, rimango impietrito. E’ Clara.

Non l’ho mai vista così: indossa un vestitino corto e aderente, che mette in risalto le curve, due tacchi a spillo e ha i capelli rossi, sciolti, che ormai arrivano poco oltre il seno.

Noto all’improvviso che è anche terribilmente dimagrita, sta benissimo.

Tutti la stanno guardando, ha catalizzato il locale interamente su di sé.

All’improvviso se ne accorge anche lei, abbassa lo sguardo, si avvicina al gruppo e subito l’abbracciamo tutti.

Ancora imbambolato, mi alzo dal tavolino, e così fanno gli altri.

Alessandro, un nostro collega, che spesso ci prova e ci riprova con Clara, le dice: “Dove l’hai lasciato il tuo ragazzo, Clara?”

“Sta parcheggiando , ora arriva”, risponde lei con un sorriso smagliante.

“Io non ti avrei mai lasciatoa tutta sola, così vestita”, dice Alessandro, sorridendo malizioso.

Clara arrossisce ma ride alla battuta e le fa la linguaccia. Poi si volge all’improvviso verso di me ed incrocia il mio sguardo. Non capisco più nulla, nei suoi occhi leggo un leggero panico e si gira subito cercando qualcuno.

“Amore, sei arrivato?” dice dolcemente ad un ragazzo poco più alto di lei.

Lui la prende per i fianchi e le dà un bacio “a stampo”.

Mi scuoto come se mi avessero dato uno schiaffo.

“Piccioncini, fatele in camera certe cose”, li rimprovera bonariamente Alessandro.

Clara e il ragazzo si staccano e lei arrossisce di nuovo.

 “Beh, non ce lo presenti?”

“Sono Francesco, piacere”, dice lui, stringendo la mano a tutti.

Questo ragazzo è carino, e l’unico motivo per il quale lo sto ammettendo è che mi assomiglia davvero tanto, ha gli occhi azzurri, ma di un azzurro elettrico, quasi ipnotizzante, ha i capelli neri e la carnagione chiara.

“Come vi siete conosciuti? Clara non ci ha detto nulla”, dice maliziosamente Erica.

Clara e Francesco si scambiano un’occhiata complice, poi iniziano a raccontare: “Abbiamo ballato insieme per ben tre volte in tre giorni diversi e in locali diversi, senza nessuna intesa precedente, poi abbiamo iniziato a parlare e, in pratica, abbiamo limonato tutte e tre le volte”.

Clara si gira verso di noi e finalmente vede anche Luca.

“Luca ci sei anche tu”, esclama abbracciandolo.

Sento un nodo di gelosia stringermi lo stomaco, li vedo parlare e mi allontano in un angolo, un po’ in disparte. Eppure non riesco a distogliere lo sguardo da lei, non so cosa sia cambiato, l’ho vista anche stamattina, penso solo che vorrei prenderla per mano e scappare via per strapparla a tutti quelli che le stanno intorno.

“Davide non viene oggi?”, chiede Alessandro.

“In realtà dovrebbe essere qui a momenti”, risponde Clara guardando l’orologio che ha al polso.

“Devi scusarmi, devo andare un attimo in bagno, tu resta pure con loro” dice Clara al fidanzato.

La vedo allontanarsi e andare verso il bagno e, quasi istintivamente, la seguo.

La perdo di vista tra tutta quella gente e attendo svariati minuti prima che un gruppo di ragazze mi faccia passare.

Quando arrivo alla fila per i bagni, la vedo aspettare con impazienza.

“Siamo nevosi oggi?, le chiedo sorridendo e mettendomi accanto a lei.

“Sono stanca”, risponde

“E così ti sei fidanzata, ora?”

“Già”

“Ti sei consolata in fretta”, borbotto senza riuscire  a fermarmi.

“Non ci provare neanche, non hai il diritto di dirmi una cosa del genere”, risponde stizzita.

I suoi occhi verdi sembrano esplodere d’ indignazione.

“Il fatto è – dico bloccandola con le braccia contro il muro – che mi manchi tanto”

“Roberto, è troppo tardi”, sussurra. E le sfugge una lacrima.

Sento il cuore battermi velocissimo, ho bisogno di lei, non posso crederci, mi sento come Romeo, prima convinto d’amare una donna, poi vede Giulietta e capisce che cosa davvero sia l’amore.

Raccolgo con un dito la sua lacrima e la porto alle labbra.

“Ho bisogno di un’altra occasione”, le dico

“Ormai è tardi, dovevi pensarci prima”

“In amore non è mai troppo tardi”, rispondo “Sei sempre presente nei miei sogni. Non posso dimenticarti e non lo voglio”

“Mi dispiace, sono fidanzata”

“Sì, capisco che sei fidanzata, ma solo da qualche giorno, non dirmi che mi hai dimenticato e sei veramente innamorata di questo ragazzo”

“Purtroppo è tardi”, insiste Clara.

Intanto il tempo passava e gli amici ci attendevano al bar, quando all’improvviso arriva il fidanzato di Clara che, vedendoci quasi abbracciati l’uno all’altra, interviene, schiaffeggiando Clara.

Fu quella scena che mi fece diventare un bruto ed iniziai a prendere quel ragazzo a pugni e a schiaffi e, tra un pugno e uno schiaffo, lo minacciai con sguardo torvo di sparire e di non farsi più vedere se non voleva essere riempito di nuovo di botte.

Il ragazzo scomparve per sempre ed io e Clara riprendemmo ad amarci.

NON E’ MAI TROPPO TARDI IN AMORE!.

(Maggio 2018)

IL CALL CENTER

 

di Luigi Rezzuti

 


Domenica pomeriggio sono a casa, mia moglie riposa ed io sono davanti alla televisione: una tazza di caffè, qualche biscottino, pigiama “Navigare”. Tifo indiavolato, si gioca Napoli – Roma. Non ci sono per nessuno.

Ad un certo punto la situazione cambia, il cordless suona, sbuffo perché so già che a cercarmi non è nessuno dei miei familiari o amici.

“Pronto! Chi parla?”

“Buongiorno, sono Francesca, la chiamo per conto di Vodafone, lei ha un contratto con noi e vorremmo farle un’offerta per poterle dare 2 GB di internet al mese, chiamate e sms illimitati. Se ha qualche minuto le spiego come funziona!”

“Guardi, non potrebbe richiamare più tardi, dopo la partita?”

“Ci mettiamo pochissimo, signor Luigi, prenda carta e penna e scriva quello che sto per dirle, altrimenti poi non se lo ricorda!”

“Non si preoccupi, ho una buona memoria!”

“Bene, ascolti: l’offerta che le vogliamo proporre consiste nell’avere 2 GB di internet e chiamate e sms illimitati, in pratica spende 13 euro al mese per avere tutto questo, è un’offerta molto conveniente e 2 GB di internet sul cellulare potrebbero farle molto comodo!”

“ Ma i GB cosa sono? Una medicina senza la quale non riesco a vivere?”, sbuffo.  E intanto la partita Napoli – Roma è già iniziata. Imponendomi molta calma, rispondo: “Francesca, lei è molto gentile, ma davvero non mi interessa, mi chiamate ogni giorno per cercare di farmi cambiare offerta ma il mio contratto è più che sufficiente, ho 1 GB di internet sul telefono e ho già sms illimitati, quindi non so quanto sia vantaggiosa questa sua proposta, la ringrazio tantissimo. Se cambierò idea sarò io a venire in un centro Vodafone, non si preoccupi!”

“Guardi che è un’offerta molto vantaggiosa. Non vorrà mica lasciarsela sfuggire? Sono comunque 2 GB di internet al mese e poi pagherebbe solo 13 euro al mese, è un’ offerta eccezionale!”

Sono abbastanza confuso, visto che io ho già la stessa promozione attiva sul telefonino e rispondo all’operatrice di Vodafone : “Guardi che io ho già attivato la promozione delle chiamate illimitate!”

“Lo so ma con questa avrebbe chiamate illimitate verso qualunque tipo di gestore, lei spende tanti soldi perché probabilmente chiama numeri che non sono Vodafone, ha capito signor Luigi? Questa offerta sicuramente le potrà essere utile!”

Non ci capisco nulla con queste promozioni. Non sarebbe più facile per tutti se quando hai finito il credito fai una ricarica e poi sei già a posto: chiamate illimitate, sms illimitati, minuti illimitati e giga illimitati? La mia pazienza ha un limite.

Intanto la Roma segna il primo gol, mi stò incazzando seriamente e Francesca aggiunge il carico, dicendomi: “Ma il suo amico è Vodafone? No perché lei chiama un numero che non è Vodafone, lei paga di più ovviamente! Sa com’è c’è lo scatto alla risposta”

“Si ho capito che c’è lo scatto alla risposta, non voglio essere scortese in alcun modo, ma per ora davvero va benissimo così”.

Intanto la Roma segna il gol del 2 - 0 e Francesca non fa nulla per fare sbollire la mia incazzatura, dovuta alla sconfitta della mia squadra e mi dice: “Ma lei è proprio sicuro che non vuole cambiare promozione?”.

Cerco di essere ancora gentile e rispondo: “Signorina Francesca, lei è molto gentile ma davvero sto già bene così, non voglio cambiare nessuna offerta telefonica per il momento!”

“Guardi che con la nuova offerta può avere anche Netflix sul cellulare, può guardare film e serie TV dove vuole lei!”

“Ho già Netflix, visto che uso quello di mia moglie, non si preoccupi, la ringrazio per essere stata così gentile, buona domenica e buon lavoro!”

“Non le interessa nemmeno sapere i risultati che raggiunge la sua squadra del cuore? Abbiamo la promozione del calcio e può vedere tutte le partite che vuole!”

Stò per trascendere, sospiro, respiro con calma… Ricordati cosa ti insegna lo yoga: butta fuori tutto lo stress, pensa bene prima di rispondere… Ma quel che è troppo è troppo e dico a Francesca “Signorina non la sento bene … sto perdendo il segnale … non la sento più … e butto giù il telefono.

Sette minuti di telefonata, sette minuti e la mia squadra sta ancora perdendo 2 – 0 e per giunta in casa … ma almeno non ho attivato nessuna offerta telefonica.

La partita finisce 0 – 3 per la Roma. Le sconfitte le rimuovo facilmente dalla mia mente, adesso passo su Rai 2 dove fanno vedere tutti i gol di questa giornata di Serie A, l’immancabile appuntamento con “90° minuto” ma, proprio mentre parte la sigla della trasmissione, il telefono torna a squillare. Sbuffo e vedo il prefisso di Milano, la paura mi paralizza e mi sento catapultare in un film dell’horror. Penso: “Basta … basta chiamate …  basta!”

Non oso prendere quel cordless e rispondere, lo lascio squillare. Tanto, prima o poi la smetteranno di chiamarmi o forse no?

Il telefono continua a suonare con una frequenza ed un volume via via più alto che avrebbe potuto disturbare anche la quiete del mio vicino di casa.

Rispondo o non rispondo? Essere masochisti oppure non essere masochisti? Meglio il thè al limone oppure il thè alla pesca? Non rispondo … dai forse è meglio rispondere … prendo il telefono e dall’altra parte le mie peggiori paure prendono di nuovo forma.

“Buonasera, sono Erica. La contatto per conto di Enel Energia. Le volevo parlare della sua bolletta della luce!”.

AIUTATEMI …

(Aprile 2018)

Medicina ieri e oggi

 

di Luigi Rezzuti

 


Ogni volta che per televisione passava la pubblicità del “Già fatta? Pic indolor, l’ago niente male”, che in parole povere altro non era che un’iniezione, volgarmente detta “puntura”, che non aveva niente a che vedere con quella da insetti (zanzare, vespe e calabroni), si affollavano dinanzi ai miei occhi ricordi di anni lontani.

Veniva praticata per lo più sulle natiche da qualche parente o da personale esperto e mi ritorna alla  mente il periodo della mia infanzia quando le malattie si curavano con una serie di iniezioni ma anche con cure come un lassativo che altro non era che un cucchiaio di olio di ricino, sostituito nel tempo dalla Magnesia Misurata e dalle compresse sciolte in acqua calda di Limonata Rogè, per finire alle zollette di Rim, che assomigliavano a gelatine di frutta e non erano niente male, quanto a gusto.

C’è stato un tempo in cui il ricostituente infallibile per ogni età era un bel cucchiaio di olio di fegato di merluzzo (ricordo abominevole suscitato dal sapore rivoltante!),  che tanto bene ha fatto, ma  tanto ha tormentato anche l’infanzia di molti di noi.

Oggi la pratica medica si è modernizzata. Basti pensare che uno spray sostituisce uno sciroppo, un  cerotto vale quanto una pillola antidolorifica o una iniezione di Voltaren, una pasticca di tachipirina è il più diffuso antinfiammatorio, mentre tanti anni fa ogni difficoltà di salute si risolveva con iniezioni, con una grossa  siringa, fatta sterilizzare nel bollitore apposito, con il suo ago, che non era affatto indolore, col batuffolo di cotone imbevuto di alcol denaturato, pronto per disinfettare la natica.


In ogni famiglia c’era sempre qualcuno che sapeva farle col minimo dolore per il paziente, con  la mano più leggera possibile per “culetti” di ogni età.

Per fortuna non sono mai stato un tipo deboluccio e non ho quasi mai  subito punture per cui ho sempre rinunciato alla voglia d’imparare come si fa.

Avevo forse una decina di anni e ricordo che mio padre si ammalò con una forte influenza e  con febbre molto alta tra i 39 e i 40°.

Mia madre chiamò il medico di famiglia il quale prescrisse una serie di iniezioni che, salvo mia nonna, nessuno sapeva fare.

Mia nonna aveva ottant’anni e per giunta non vedeva molto bene a causa di una cataratta, ma non dovevano esserci problemi in quanto le natiche di mio padre erano belle grosse.

Mia madre eseguì il rito di preparazione alla puntura, mise la siringa e l’ago a sterilizzare nel bollitore, preparò l’ovatta e l’alcol per disinfettare la parte, poi venne mia nonna che inforcò gli occhiali, aspirò con la  siringa il medicinale, fece uscire l’aria e, dopo un bel massaggio alla natica di mio padre, era pronta per la puntura quando, all’improvviso, mia madre lanciò un urlo esagerato.

Mio padre che era di spalle a porgere la natica alla nonna, spaventato si girò e chiese perche mia madre avesse lanciato quel  grido.

Soltanto allora capimmo che la nonna, invece di fare la puntura sulla natica di mio padre, aveva punto la mano di mia madre che voleva indicarle il punto giusto.

(Marzo 2018)

Il peschereccio

 

di Luigi Rezzuti

 


Marco correva veloce con la sua bicicletta. La strada, nel suo ultimo tratto, era in leggera discesa e per questo motivo arrivò all’ingresso della pineta senza quasi mai pedalare.

Si fermò e lo stridore dei freni infranse la calma che regnava in  quel verde angolo di costa.

Scese dalla bicicletta, appoggiandola alla recinzione che delineava il cortile di una vecchia casa abbandonata,  probabilmente una di quelle case che i pescatori usavano nel periodo invernale, quando non dimoravano nelle baracche del porticciolo, perché le uscite in mare si facevano più rade, a causa del maltempo.

L’aria era calda e soffocante, piena dell’odore acre della resina dei pini marittimi, che affollavano la pineta, e quell’odore acre si confondeva con il profumo di piccoli fiorellini di un colore giallo intenso.

In lontananza, intanto, arrivava il rumore dei tuoni e l’orizzonte si era fatto di un nero intenso. Con tutta probabilità quel temporale avrebbe portato molta pioggia, ma a Marco importava poco bagnarsi, la sua pineta, grazie ai pini, uno a ridosso dell’altro, lo avrebbe certamente riparato dall’acqua.

Imboccò il sentiero tra i tronchi dei pini, un viottolo di terra battuta, che percorreva ogni giorno da quasi due anni.

Camminava veloce e ad ogni passo, sotto i suoi piedi, gli aghi dei pini, caduti da mesi, formavano come  un pavimento, quasi una moquette.

Una folata di vento ogni tanto scuoteva i pini e lasciava cadere sulla sua testa  una pioggerellina di aghi e di insetti.

Giunse quindi al termine della pineta, dove si apriva una piccola spiaggia sabbiosa, chiusa all’interno di una insenatura, due costoni rocciosi a picco sul mare, divisi da una striscia di sabbia, in parte umida di risacca.

Il vento intanto si alzava più forte sulla superficie sabbiosa, sollevando a tratti un leggero strato di sabbia, che costringeva Marco a socchiudere gli occhi per poter vedere distintamente ciò che avrebbe trovato dinanzi a sé, lungo il suo cammino.

L’intensità dei tuoni si faceva ad ogni passo più consistente e già erano ben distinguibili dei grossi nuvoloni molto bassi.

Uscì dalla pineta e giunse alla piccola baia. Il mare, di un colore blu intenso, era in piena tempesta. Marco camminò per alcuni metri e poi si fermò per togliersi le scarpe e riprendere più libero il suo cammino.

La sabbia a quel punto era granulosa, camminarci sopra a piedi nudi era come  attraversare uno strato di argilla, con la differenza che la sensazione, che nasceva dal contatto della pianta dei piedi con i granuli sabbiosi, non era per niente fastidiosa.

Iniziò a piovere e le gocce di pioggia cadevano in mare creando dei piccoli cerchi. All’improvviso apparve un peschereccio che, dal largo, si avvicinava alla riva: era un piccolo peschereccio colorato di azzurro e bianco.

Lo governava un uomo sulla cinquantina, abbastanza robusto, dal viso bonario, all’apparenza tranquillo, con due baffi neri.

Quel peschereccio era apparso dal nulla, forse dalle acque del mare o forse dal vento. Proseguiva la sua corsa in direzione della riva e, d’un tratto, virò a sinistra e si diresse verso la roccia.

Marco si avvicinò quanto più possibile al mare per vedere  meglio il peschereccio, arrivando fino al bagnasciuga, dove le onde lambivano le sue caviglie nude.

Alzò il braccio destro e lo sventolò a destra e a sinistra in segno di saluto verso il pescatore, che ricambiò anch’egli alla stessa maniera, accennando anche un sorriso.

Il peschereccio completò in poco tempo la manovra e giunse al promontorio della spiaggia, dietro al quale scomparve definitivamente, dopo qualche  minuto.

Prima che l’imbarcazione venisse sottratta alla vista di Marco, questi alzò un’ultima volta il braccio per salutare quell’uomo, che,  anch’egli per una seconda volta, ricambiò il saluto.

Il peschereccio oltrepassò lo scoglio e scomparve nel nulla, Marco tornò verso la pineta, indossò le scarpe e, bagnato fradicio di pioggia, s’incamminò lungo lo stesso sentiero che aveva fatto solo pochi minuti prima in senso inverso.

Uscì in strada, inforcò la bicicletta avviandosi verso casa, mentre il temporale stava scaricando l’ultima pioggia, meno intensa ma più fastidiosa.

Marco pedalava felice, con un sorriso sul viso e, soprattutto stampato nel proprio cuore, perché anche quel giorno era riuscito a salutare il pescatore.

Quel pescatore era suo padre, morto in mare poco più di due anni prima, quando un temporale violentissimo lo aveva colto, mentre era fuori a pesca, proprio nel punto in cui Marco lo aveva visto scomparire pochi minuti prima.

(Febbraio 2018)

BABBO NATALE

 

di Luigi Rezzuti

 


Era una notte fredda, una notte fredda e buia. Gigetto era accoccolato sul davanzale della finestra ad osservare le strade vuote, colme di neve.

Era una notte, ma non una qualunque. Era la notte della vigilia di Natale. I fiocchi di neve morbidi danzavano nell’aria e le luci delle vetrine dei negozi erano ancora accese.

La mamma, il papà e le sorelle più grandi si trattenevano in salotto a chiacchierare.

Gigetto era stato mandato a letto: “Vai a dormire, i regali di Babbo Natale li troverai domattina, sotto l’albero”, avveva detto la mamma.

Gigetto, però, non aveva nessuna intenzione di dormire. Amava questo giorno in modo particolare e rimase seduto sul davanzale della finestra, per più di due ore, nonostante il freddo, a godere dell’atmosfera natalizia e guardare le strade illuminate a festa.

Il cielo era scuro, punteggiato di stelline, che a Gigetto ricordavano le decorazioni luminose che quell’anno aveva appeso all’albero.

Quando vide la sua famiglia andare a letto, si rese conto dell’ora  tarda e si infilò sotto le coperte.

Non fece nulla per contrastare il sonno e si addormentò subito.

Erano le quattro e mezza della notte quando ad un tratto udì un rumore provenire dal salotto.

“Non sarà niente…” disse, ma, sentendo ripetersi i rumori, cominciò ad avere paura.

“E se fosse un ladro?” Pensò, quindi,  di correre dai suoi genitori e rannicchiarsi tra di loro.

A quel tepido e piacevole calore si addormentò e sognò di essersi alzato piano,piano, di aver attraversato il corridoio ed essere entrato nel salotto decorato a festa.


Ciò che vide lo lasciò stupito, felice, sorpreso ed eccitato. Un omone dai capelli e barba bianchi, con un vestito rosso, stava addobbando l’albero con tanti pacchi regali.

“Babbo Natale” esclamò Gigetto con un filo di voce. L’uomo rise, una risata profonda e pastosa e disse . “Gigetto, bambino mio, ti aspettavo” poi lo prese  sulle ginocchia e continuò : “Devi sapere che ogni bambino incontra per davvero me, solo per una volta. nella sua vita. E da quel giorno ha qualcosa in più: felicità, gioia, saggezza e tante altre belle cose, e quest’anno, Gigetto mio, tocca a te”.

Babbo Natale rise allo strabuzzare degli occhi azzurri di Gigetto.

“Purtroppo mi dimenticherai ”, aggiunse.

“ Ma io non voglio dimenticarti”, protestò Gigetto, guardando affascinato l’aria intorno a sé, che si era intanto riempita di pagliuzze dorate.

“Lo farai. Lo fanno tutti prima o poi “ e gli accarezzò dolcemente i capelli morbidi e biondi.

Gigetto sorrise e disse: “ I doni a tutti i bambini del mondo… Deve essere faticoso portare i doni a tutti i bambini del mondo!”

“Questo è vero - rispose Babbo Natale - ma con un poco di buona volontà ce la posso fare e poi vedere un bambino sorridere, giocare, divertirsi felice  è il più grande piacere che io possa ricevere. E adesso cosa dici? Vogliamo mangiare qualcosa? Mi è venuta una gran fame”.

Gigetto sorrise : “Certo! Ho dei biscotti e del latte.”

E i due trascorsero la notte di Natale, il primo a raccontare storielle divertenti e il secondo ad  ascoltarle con curiosità.

L’alba aveva colorato il cielo di rosa “E’ ora di partire” disse Babbo Natale.

“Capisco – annuì tristemente Gigetto, non senza una lacrima.

Babbo Natale lo salutò, si sedette sulla sua slitta, dette un colpetto alla renna e partì diventando un punto piccolo, piccolo nel cielo.

Quella mattina il sole spuntò di dietro ad una nuvola, riscaldando dolcemente il viso di Gigetto, che si svegliò.

Una mano gli accarezzò i capelli. Era sua madre. “E’ un bel giorno”, esordì Gigetto, osservando il cielo.

La mamma e il papà se lo accoccolarono  vicino riscaldandolo con il loro calore.

Davanti a loro, il cielo rosa si apriva immenso e Gigetto avrebbe giurato di aver visto qualcosa tra le nuvole.

Le nuvole si erano poste in modo da formare un viso barbuto e una testa con un cappuccio rosso.

(Dicembre 2017)

UN’ESCURSIONE SUL VESUVIO

 

di Luigi Rezzuti

 


Fin da bambino mi ha intrigato questa montagna che fa da sfondo al golfo di Napoli.

Ricordo che, da piccolo, ero andato a fare una passeggiata con mia sorella e, vedendo da lontano il Vesuvio,  presi il capriccio di voler andare fin su al cratere.

Ci volle tutta la pazienza di mia sorella a convincermi che era troppo lontano e bisognava andarvi solo con l’autobus.

È trascorso più di mezzo secolo e sul Vesuvio non sono mai andato perché quella montagna mi ha fatto sempre paura, nel timore che si possa verificare, da un momento all’altro, il risveglio del vulcano  dormiente, ma  ancora attivo.


Da adulto ebbi modo di parlare con un mio amico geologo che mi disse che il problema non è quello di un eventuale terremoto bensì dello scoppio del Vesuvio il cui cratere è totalmente chiuso e quindi,  nel caso di un risveglio, sarebbe come aprire una bottiglia di champagne.

Il timore c’è sempre stato in me, ma la curiosità di andare fin sopra il cratere è stata forte e una domenica mattina presi l’auto e mi diressi a Portici per poi proseguire su, verso il Vesuvio.

In uno spiazzale parcheggiai l’auto e mi incamminai a piedi, insieme ad un gruppo di turisti.

Una bella scarpinata per i meno allenati, ma per tutti un incanto, un’emozione mai provata.


Raggiunsi a piedi la bocca, attraversando il Parco Nazionale del Vesuvio, che parte da quota 1000, nel comune di Ercolano.

La salita è caratterizzata da una serie di tornanti panoramici, si vede l’antico vulcano del Monte Somma e poi  l’Osservatorio Vesuviano.

Ho proseguito su un percorso immerso tra castagneti, noccioli e con un sottobosco di biancospini.

Superata una strettoia, sulle cui pareti sono evidenti le pomici, sono giunto ad uno spiazzale dove ho potuto vedere un pozzo di epoca borbonica per la raccolta dell’acqua piovana, restando incantato dai profumi e dai  colori della macchia mediterranea: il giallo delle ginestre e il rosso della valeriana.

Superata la macchia, ho visto il fiume di lava argentea, originatasi in seguito all’eruzione del 1944.

Scendere in parte nella bocca del cratere è stata un’esperienza emozionante che difficilmente dimenticherò.

È una camminata che si compie in base al proprio passo. Chi non è abituato, come me, ai percorsi in salita dovrà ogni tanto fermarsi, ma anche i sedentari  possono raggiungere la vetta.

L’escursione si è protratta quasi per un’intera giornata. Lungo il percorso ho potuto ammirare, tra l’altro, anche distese di vigneti e la coltivazione dei pomodorini del Vesuvio.

È stata un’escursione indimenticabile e consiglio a tutti di non perderla. È favolosa.

(Novembre 2017)

Caccia al tesoro

 

di Luigi Rezzuti

 


A chi non è mai capitato di non ricordare dove si è conservato un oggetto a cui si è particolarmente legati?

Sono molti gli oggetti che mi sono cari: una penna d’oro, che mi fu regalata dai miei genitori, un Rolex falso, acquistato sulla spiaggia da un “Vuò Cumprà”, un piccolo ventilatore, un ferma-cravatte d’argento, un massaggiatore a pile, una medaglia-ricordo per la partecipazione ad un torneo di bocce sulla spiaggia, in cui mi classificai all’ultimo posto e vari oggetti che mi ricordano diverse persone.

Ma in modo particolare sono legato ad una moneta antica, regalatami da mio nonno. Un giorno mi accorsi che non ricordavo più dove l’avevo conservata.

Nonostante tutti gli sforzi, non mi veniva in mente dove potesse stare.

Il che si spiega in quanto sono un tipo abbastanza distratto e disordinato. Per ritrovarla, riunii tutti i componenti della mia famiglia e organizzammo una vera caccia al tesoro.

Ognuno di noi scelse una stanza e iniziò la ricerca.

Fu una ricerca memorabile, che rimarrà impressa nella mia memoria.

Mio padre cominciò dal salotto, guardando negli scaffali della libreria e sul divano.

Evidentemente la ricerca non aveva dato i suoi frutti perché lo sentivo brontolare ad alta voce, come parlando a se stesso.

Corsi nel salotto e non vi dico come lo trovai: libri dappertutto, sparsi sul pavimento, e un pesante libro della Divina Commedia ai suoi piedi, mentre egli  si massaggiava un bernoccolo in testa.

Dante aveva fatto colpo su di lui!…

Nello stesso istante sentii un grido provenire dalla cucina. Anche mia madre era alla ricerca della moneta e, aprendo le ante dei mobili, aveva fatto cadere alcuni pacchi dalla dispensa.

Sul pavimento una polvere bianca e nera: farina e caffè erano sparsi per terra, dando l’impressione che fosse nevicato.

Volevo ridere, ma mia madre mi fulminò con uno sguardo. Aveva tutti i capelli bianchi, come la nonna…

Intanto mio fratello aveva concluso la ricerca nella nostra camera: sul letto erano sparpagliati calzini, mutandine, maglioni, pantaloni e quant’altro, come se ci fossero stati i ladri.

In casa sembrava fosse passato un tornado.

Improvvisamente, attraverso un flash della memoria, guardai sotto la fotografia del nonno, sul comodino della camera da letto dei miei genitori: la moneta era lì.

Mostrai il mio tesoro a tutti ed essi mi guardarono con facce truci. Quella fu la caccia al tesoro più strana, a cui ho partecipato, ma anche la più tragicomica.

(Novembre 2017)

GENNARINO DERUBATO DA UN BAMBINO

 

di Luigi Rezzuti

 

Gennarino sperava di godersi una stupenda mattinata sugli scogli di Mergellina, accompagnando la tintarella con qualche chiacchiera con le interessantissime zoccole del luogo (si riferisce ai roditori).

Era in attesa del bus alla fermata di piazza Carlo III, sfoggiava orgogliosamente una canottiera unta, un pantaloncino liso e una logora borsa a tracolla.

Le pie suore della vicina mensa dei poveri avevano più volte compassionevolmente provato a convincerlo a pranzare da loro.

Gli autobus che passavano erano tutti affollatissimi, così Gennarino fu costretto a rinunciare a salire su ben cinque autobus.

Vessato dal sole, si addormentò appoggiato ad un cassonetto della spazzatura.

All’improvviso fu destato dalle sguaiate grida, scaturite da un banale litigio tra due donne, mentre passava un gruppo di turisti giapponesi che, non comprendendo cosa stesse accadendo, continuavano a sorridere e a scattare foto.

In quel frastuono una signora, strattonandolo per la borsa, gli chiese “Giuvinò, ve pozzo chiedere nu piacere?” e gli indicò un bambino, abbellito amorevolmente da orecchini e tatuaggi, aggrappato alla sua gamba “ ‘O criaturo è curioso e vuole vedere un po’ nella vostra borsa cosa c’è. Ià, ce ‘o facite stu regalo a ’o criaturo?”, Gennarino balbettò una replica, ma la signora, a sostegno del valore istruttivo dell’esplorazione, gli citò Montessori, Jan Piaget, Abbott e Rosseau, insomma i mostri sacri della pedagogia a cui Gennarino non seppe dire di no.

Appagato del bene che stava procurando alla crescita del bambino, monitorava però, l’ ispezione, ma fu severamente redarguito dalla signora : “Giuvinò, ma se voi lo guardate, chillo ’o criaturo si emoziona, si intimidisce” Gennarino tentò di replicare, ma un’anziana donna, che sedeva comodamente e occupava con le borse della spesa gli altri posti, irruppe violentemente nella discussione : “Disgraziato, v’ ’a pigliate cu chist’ angiulillo! Ma che core tenite?”

Un anziano signore scattò dalla sedia per sostenere la signora: “Ma che ommo si, a signora una cosa sola  t’ha chiesto e manco ce a fai fà a stu piccerillo?” Anche i presenti inveirono con dure offese contro Gennarino, così, convinto di essere un mostro, permise al bambino di visionare indisturbato il contenuto della borsa.

Intanto la sua attenzione fu catturata da un ingombrante bazar, allestito sul marciapiede di fronte da una comunità di Rom, in cui erano esposti oggetti sudici, ma dal marcato sapore multietnico: un manichino reperito in qualche cassonetto di spazzatura a Forcella, borse, borselli, collanine, braccialetti tutti di provenienza cinese, erano alcuni tra i tanti oggetti acquistabili.

Il mercatino pareva molto apprezzato dai cittadini che osservavano attentamente la merce e contrattavano astutamente sul prezzo.

Gennarino si distrasse e si accorse che la signora col bambino non c’era più, chiese delucidazione ai presenti con cui aveva conversato poco prima.

“Giuvinò, i’ mo so’ arrivata, rispose la signora. Ma come?, pensò Gennarino, era la signora di prima e fu aggredito dal marito che disse: “Nun sapimm niente, nuje mo simmo arrivate, hai capito?” Gennarino si era accorto che nella borsa mancava il portafoglio, rivoltò la borsa illudendosi che potesse essersi sbagliato.

Disilluso, non gli restò altro da fare che rivolgersi al più vicino commissariato di polizia per sporgere la denuncia in quanto l’omertà regnava tra la gente.

(Luglio 2017) 

Un uomo pigro

 

di Luigi Rezzuti

 

Sono stanco, tanto stanco, sono stanco di essere stanco, non amo passeggiare, non amo fare shopping, mi annoio quando mia moglie mi dice di andare a fare la spesa.

Ogni volta che sono costretto ad uscire per andare in quella specie di negozietto di alimentari, sento la voce stridula della proprietaria che mi accoglie con un fastidiosissimo “Buon giorno, signore, da quanto tempo!…” che in realtà significa: “Perché non vieni tutti i giorni a fare la spesa qui?”.

Quel tono, così forzatamente gioviale, mi infastidisce. Mi sembra di essere preso per i fondelli.

Ma saranno affari miei dove vado a fare la spesa oppure no?.

Ogni volta che sono costretto ad andare lì, non faccio in tempo ad entrare che la sua voce mi innervosisce, quella falsa cortesia mi dà fastidio.   

È un negozietto piccolo piccolo che accampa pretese da “alimentari” mentre a me piacciono i supermercati. Essendo totalmente pigro, preferisco i supermercati dove trovo tutto, faccio la spesa e vado via senza dover girare da un negozio all’altro. Inoltre non sono costretto ad attraversare la strada.

Il negozietto di cui parlo è esattamente dall’altra parte della strada, proprio di fronte al mio palazzo.

Attraversare significherebbe tener conto di un sacco di fattori: le auto che vengono da destra e quelle che vengono da sinistra, scendere dal marciapiede, fare lo slalom fra le auto parcheggiate ed evitare quelle che tentano di investirmi.

La mia buona volontà si esaurisce già con il dover uscire di casa, prendere l’ascensore, pigiare il pulsante, aspettare che arrivi giù, subire il sobbalzo finale, uscire dall’ascensore, trascinare la mia strepitosa vitalità fino al portone, uscire, lasciare il portone accostato per risparmiare la fatica di doverlo riaprire al ritorno, scendere lo scalino, camminare ….

Come si può pretendere che io affronti anche tutta la faccenda dell’attraversare e poi con quale incentivo? Con il “Buon giorno, signore, da quanto tempo!” Inoltre è anche vecchia e brutta la proprietaria. No, proprio no, sono scoraggiato in partenza.

Rimango da questo lato della strada, mi guardo un po’ intorno sperando di dover salutare il minor numero possibile di persone.

In ogni caso prendo fiato e comincio, passando davanti al bar “Buon giorno”, davanti all’edicola “Buon giorno”. Allungo il passo davanti a negozi poco simpatici e arrivo finalmente al supermercato, che ha di tutto e mi evita di andare in giro a far la spesa.

Prendo tutto quanto è scritto nella nota della spesa, preparatami da mia moglie, e affronto i cinquanta metri del ritorno.

Il ritorno è una tragedia: i negozianti mi vedono passare e i “Buon giorno”, che mi sono risparmiato all’andata, li devo intascare al ritorno.

Arrivo al portone di casa: è chiuso ... Maledetto, è chiuso, estraggo il mazzo di chiavi e, se sono  fortunato, al quarto o quinto tentativo, dovrei trovare quella giusta.

Apro, arranco verso l’ascensore. Quanto mi pesano quelle due buste colme! Prego che non ci siano incontri con i vicini con i quali sarei costretto a scambiare i soliti convenevoli.

Premo freneticamente il pulsante dell’ascensore, maledetto, è all’ottavo piano, sette, sei, cinque, quattro … tre … è una tortura aspettare che arrivi … due … uno … sono ormai allo stremo delle forze … Terra! Eccolo, apriti, apriti prima che arrivi qualcuno, apriti! Finalmente si apre e mi porta fino al quinto piano.

Un sobbalzo che mi distende la colonna vertebrale e sono davanti al mio appartamento, suono il campanello, mia moglie non lo sente suonare, chiavi nella toppa, giro, giro, si apre.

Sono salvo. Entro. Pochi passi, sistemo la spesa nel frigo, mi siedo, stanco, sul divano. Completo il mio approdo togliendomi le scarpe e sto per stravaccarmi sul divano quando arriva mia moglie che, finalmente, si è accorta del mio rientro e mi grida : “Non ti sei fatto dare dal fruttivendolo gli odori?” Non rispondo, sono stanco e adesso sapete anche quanta fatica mi costerebbe attraversare la strada e sentire anche “Buon giorno, signore, da quanto tempo!”       

(Giugno 2017)   

Un  nonno con la “fissa” per la caccia

 

di Luigi Rezzuti

 


Il  nonno di Marco aveva una sola grande passione, un solo grande capriccio, andare a caccia.

A dire il vero, non aveva una grande mira, infatti quasi mai riusciva a tornare a casa con qualche preda, dopo una giornata per i campi.

L’unica volta che riuscirono a mangiare un fagiano la nonna brontolò contrariata per essersi trovata in bocca un pallino di piombo, che per poco non le faceva saltare un molare.

In effetti in famiglia nessuno prendeva sul serio questa passione del nonno.

Marco pensava che alla fine il nonno, più di qualunque altra cosa, fosse  innamorato del fucile da caccia, che teneva sopra l’armadio in camera da letto, nonché dei suoi due cani, che si ostinava a voler allevare e addestrare, con il risultato che i due setter non puntavano mai alla preda e, quella volta che ci riuscivano, avevano la brutta abitudine di mangiarsela.

In casa,  sopra un comò ottocentesco, c’era una statuina di Capodimonte, raffigurante un cacciatore, contornato da lepri e da fagiani, e un  cane da caccia con la coda tesa.

Marco provò un immenso dispiacere quando la donna della pulizie,  spolverando sul comò, fece cadere la statuina.


Il nonno ci teneva moltissimo a vestirsi da cacciatore: tirava fuori dal guardaroba la “divisa” da caccia: giacca in loden marrone, cappello con piumetta, camicia scozzese, gilet “alla cacciatora” con chissà quante tasche e taschini, pantaloni di fustagno, scarponi e calosce, cartucciera doppia, mimetica, canestro a tracolla per porvi la selvaggina e guanti in pelle. Così vestito si ammirava compiaciuto allo specchio.

Dove andasse a caccia, Marco non lo sapeva, sapeva solo che partiva prestissimo, così abbigliato,  e tornava a sera inoltrata.

In questa casa di campagna c’era un bel giardino con un vigneto e il nonno vi aveva allestito un ampio recinto, dove teneva i suoi due cani.

Qualche volta li liberava, ma poi era difficile riprenderli mentre la nonna gridava: “Antò,  chiama i cani che fanno un disastro”.

La “fissa” del nonno erano i fagiani. Altre prede non lo interessavano più di tanto.

Con i cani aveva un rapporto quasi paterno, andava a portare loro il cibo, stava con loro, li portava fuori a scatenarsi, preparava la ciotola con il cibo e quasi parlava con loro.

Già da cuccioli cominciavano a capire cosa dovessero fare e che cosa ci si aspettasse da loro, o meglio cosa il nonno sperava avrebbero fatto.

Il nonno aveva preparato una specie di palla di stracci, i due  cani dovevano imparare ad agguantarla  e riportarla a lui.

Spesso accadeva che i due cani si accanissero sulla palla di stracci e per gioco la sventravano e per quel giorno i due cani disobbedienti venivano rinchiusi nel recinto.

Alla fine, insisti, insisti, qualcosa questi cani impararono e quindi finalmente il nonno poteva portarli con sè a caccia, all’apertura della stagione venatoria.

In una di queste stagioni di caccia si aggiunse un particolare imprevisto: un terzo cane.

Un’amica della nonna, infatti,  aveva acquistato un barboncino e, recatasi a trovare i nonni nella casa di campagna con il cagnolino di nome Miki, si accorse che l’animale non voleva più fare il cane di compagnia, amava troppo la libertà.

In realtà Miki aveva scoperto la sua vera natura di cane, curioso di odori e, appena poteva, scappava per aggirarsi per la campagna.

Al momento del rientro in città, Miki non si fece trovare, venne cercato dappertutto, dalla soffitta alla cantina, nel granaio e nelle conigliere.

“Senti, Clara – disse il nonno – Miki non si trova. Lascialo qua e, se si farà vivo, te lo riporterò”. La signora accettò e ripartì per Napoli.

Miki, più arruffato che mai, si presentò a casa alle 22, con la lingua di fuori.

Iniziò così la vita di campagna di Miki, che, a differenza dei due cani del nonno, era lasciato sempre in libertà.

Ogni tanto scompariva e rincasava tardi, intanto il pelo ricciuto cresceva e non glielo tagliava nessuno.

Accadde che un pomeriggio, verso la metà di settembre, il nonno decise di fare una passeggiata per i campi insieme a Miki.

Non lo portava mai fuori assieme agli altri due cani, perché Miki era talmente vivace che i due cani da caccia cominciavano ad inseguirsi per gioco e tutti e tre andavano a sporcarsi nelle pozzanghere.

Il nonno quella volta, scoprì una cosa eccezionale, il barboncino afferrava i fagiani con le zampe anteriori e non li mollava più.

Al ritorno a casa, dalla passeggiata in campagna, egli esordì dicendo che Miki era un cane da caccia di primissimo ordine.            

Raccontò, infatti,  che, mentre trotterellava al suo fianco, il barboncino aveva visto un movimento furtivo tra le pannocchie ed era partito a razzo.

Inoltratosi nel campo, si ra buttato, poi,  femmina di fagiano e la teneva ben stretta con le zampe.

L’uccello per liberarsi lo aveva beccato tra gli occhi ma il cagnolino non aveva mollato la presa.

Un mattino, quasi all’alba, il nonno armato e vestito di tutto punto, s’incamminò verso il bosco con i due cani, ancora legati al guinzaglio.

Il nonno e i due cani non erano ancora spariti dalla vista della casa che dal cancello, a tutta velocità, Miki li raggiunse e cominciò a spiccare dei salti di gioia e a girare intorno agli altri due cani.

Il nonno, esausto, liberò i guinzagli ai tre cani che si diedero alla macchia, ma quella sera portò a casa, per la prima volta, una lepre e due fagiani, catturati da Miki con l’aiuto, successivo, in seconda battuta, dei due setter.                                         

(Maggio 2017)

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