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DELITTO A NEW YORK

 

di Luigi Rezzuti

 

Dopo aver letto qualche libro poliziesco, alcuni libri gialli di vari autori e dopo aver visto in TV qualche fiction e aver riflettuto su che cosa serve per scrivere un racconto giallo, mi sono messo alla prova.

Sono partito utilizzando, in ordine sparso, ispettori, investigatori, indizi, colpi di scena, per concludere con la soluzione finale del giallo.

Non è facile costruire la scena del delitto e nemmeno architettare il movente del crimine, però non mi sono perso d’animo ed ho iniziato a scrivere il mio primo  racconto giallo che ho intitolato “Delitto a New York”, perché ho pensato che un racconto poliziesco, un giallo, fa più effetto se ambientato in Inghilterra o in America.

Il racconto poliziesco in Italia si chiama “giallo” perché ci fu la prima collana pubblicata da Mondadori nel 1929.

Il termine “giallo” derivò dal colore della copertina di questa prima collana di libri di genere “poliziesco”.

In realtà il genere poliziesco risale alla seconda metà dell’Ottocento, quando negli Stati Uniti, Edgar Allan Poe diede vita alla figura dell’investigatore e in Inghilterra Arthur Conan Doyle tratteggiò il profilo del celebre detective Sherlock Holmes.

E qui inizia il mio racconto…

Era una afosa giornata di giugno, a New York.

Un gruppo di ginnaste si stava allenando nella palestra della città, poiché di li a pochi giorni avrebbero dovuto disputare una gara.

Erano presenti tutte, tranne la famosa Lorajanne, una grande campionessa di quello sport ed era una cosa strana ed insolita non vederla presente agli allenamenti più importanti.

All’improvviso si udì un grido proveniente dal bagno della palestra.

Lì sul pavimento in legno, era disteso il corpo della ragazza e, accanto, c’era la sua amica, Betty.

Lorayanne sembrava esser pronta per allenarsi, poiché indossava la divisa a strisce rosse e bianche con una leggera giacca blu, al di sopra.

 

“Presto! Chiamate un’autoambulanza” ordinò, preoccupata, l’allenatrice, ma non era la sola ad essere andata nel panico. Accsnto a lei c’erano ragazze che piangevano, altre che sembrava sapessero, altre ancora, in piedi a fissare, sgomente, il cadavere.

Betty e Lorayanne erano inseparabili. Amiche dall’asilo, tali erano rimaste, fino a poco tempo prima della morte della ragazza.

“Ho avvertito anche l’investigatrice – disse l’allenatrice – ci aiuterà sul caso, nell’eventualità di un omicidio”.

Dopo qualche minuto, infatti, arrivò la dottoressa: “Buongiorno, voglio esaminare lo stato dei luoghi, uscite fuori e siete invitate a non allontanarvi”.

Tutti uscirono nel cortile della palestra tremando ancora per lo spavento.

L’investigatrice esaminò il corpo, l’unico segno di aggressione era una spessa linea sul collo, provocata sicuramente da una corda.

Da ciò si potevano dedurre due cose: suicidio o omicidio.

Bastava solo trovare quella grossa corda e l’investigatrice cominciò a cercare a destra e a sinistra, nella mensa, e nuovamente nel bagno.

Poi le venne in mente di perquisire la vittima e fu proprio nel taschino della giacca che trovò l’arma del delitto.

Si trattava di una corda di uno strano materiale, che fu subito consegnata ai poliziotti, giunti sul posto qualche minuto dopo ed essi, poi,  la consegnarono, a loro volta, alla scientifica.

Restava solo una cosa da fare: ascoltare le testimonianze.

L’investigatrice uscì dalla palestra e chiese all’allenatrice, a Betty e ad un’altra ragazza, molto legata a Lorayanne di seguirle

Prima di tutto, interrogò l’allenatrice “C’era qualcuno che odiava Lorayanne?” chiese.

L’allenatrice rispose: “Beh, lei e Betty erano molto amiche, ma ultimamente erano entrambe strane”.

L’investigatrice fece la stessa domanda a Betty, che rispose con un semplice: “Andava tutto bene”.

Per finire, volle sentire la ragazza che aveva trovato il cadavere e si fece spiegare ogni particolare, poi chiese se poteva chiamare Betty e pronunciò queste testuali parole dinanzi ad entrambe: “Betty, poco prima degli allenamenti tu non eri ancora arrivata. Perché? Di solito, mi dicono,  siete le prime ad arrivare, e sempre insieme.” A quelle parole Betty sembrò essere turbata, ma riuscì a rispondere che le era semplicemente venuto un po’ di sonno.

“Ma tu e Lorayanne non siete arrivate insieme?” incalzò la dottoressa.

“Credete davvero che possa essere stata io?” rispose Betty.

L’investigatrice perse la pazienza e gridò: “Sei stata tu o no? Tanto i risultati dell’autopsia ci diranno la verità”.

A quel punto, Betty confessò: era stata lei.

Anche i risultati approfonditi degli esami confermarono che era stata Betty.

L’investigatrice concluse, dicendo: “Ciò dimostra che quelle che si dichiarano vere amiche, possono rivelarsi esattamente l’opposto.”

A volte si fanno queste cose per gelosia, invidia, e Betty era proprio invidiosa delle grandi capacità di Lorayanne.

(Ottobre 2019) 

APPUNTI DI GUERRA

 

di Luigi Rezzuti

 

Una domenica pomeriggio, dopo pranzo, non avendo nulla da fare, mi soffermai a guardare le foto di mio fratello in abito militare.

Con grande commozione ricordai che mio fratello era riuscito ad evadere da un campo di  prigionia tedesco.

Egli aveva raccontato poco dell’avventura, relativa alla sua fuga, insieme ad altri commilitoni, per far ritorno a casa. Quindi iniziai a cercare di ricostruirne i particolari.

Oltre alle fotografie, trovai anche un piccolo quadernetto di appunti, con annotazioni scritte a matita, che riguardavano proprio la vita nel campo tedesco e la sua fuga.

Riuscii, con enorme difficoltà, a  decifrare la sua pessima grafia e ricomporre la sua storia: la coraggiosa fuga da un campo di concentramento nazista in Germania.

La maggior parte dei prigionieri erano stati catturati mentre erano ignari dell’armistizio e della deposizione di Mussolini da parte del Re.

Gli altri, dopo la repubblica di Salò, furono deportati al campo come unica alternativa al combattere a fianco dei tedeschi.

I soldati italiani che rifiutavano di combattere furono rinchiusi nei campi, obbligati a compiere diversi lavori per i tedeschi, come quello di riparare le linee elettriche e telefoniche che i bombardamenti alleati mettevano a rischio.

Intanto gli alleati stavano liberando l’Italia e avanzavano verso le Alpi, i russi sfondavano ad est e gli americani ad ovest.

Il lavoro era massacrante, ogni giorno si usciva dal campo, sotto il controllo delle guardie, per procedere alla riparazione delle linee interrotte.

In questi campi di prigionia si mangiavamo lumache crude e pomodori,  fatti crescere nello sterco umano.

Ma nella tragedia, alle volte, c’è anche posto per situazioni comiche: i prigionieri facevano i loro bisogni dietro un muretto, circondato da qualche albererello. Mio fratello gettò volontariamente il sacchetto col contenuto al di là del muro, dove stava passando un soldato tedesco, il quale, colpito in pieno, scaricò il suo mitra in direzione di mio fratello, che riuscì a filar via da una vendetta sicura, strisciando carponi e protetto dagli alberelli.

Fu allora che decise di darsi alla fuga dal campo, parlò con tre compagni e disse : “Noi prigionieri  siamo in tanti, i tedeschi, che ci controllano, sono pochi. Qui è giunta la notizia da parte degli ultimi arrivati che la situazione per i nazisti è ormai tragica, gli americani sono già a ridosso delle Alpi e quindi i tedeschi dovranno lasciare il campo, retrocedere ed organizzarsi su altre linee difensive. A questo punto, secondo me, ci faranno fuori tutti, sarebbe troppo rischioso per loro lasciarci in vita ed in libertà, fosse solo per paura di ritorsioni da parte nostra. Vada come vada, ci conviene tentare la fuga”.

La notte successiva si mise in atto il piano di fuga: si sarebbero ritrovati dietro il muretto dei bisogni, protetti anche dagli alberelli.

In fondo si intravedeva il bosco, una volta raggiunto, si sarebbe aperta qualche consistente speranza.

E fu così che il gruppetto scivolò furtivamente dal campo, eludendo  la sorveglianza delle sentinelle. Raggiunsero il bosco e poi via, in una corsa a perdifiato tra cespugli, rami, sterpaglie, tronchi sempre più fitti, fino a cadere, stremati, al suolo.

Troppo stanchi per decidere i turni di guardia, caddero in un sonno profondo.

Forse qualcuno sognò il latrare dei cani, sempre più vicini, oppure, qualche altro,  di essere già sulla soglia di casa per abbracciare le persone care.

All’alba, il primo che si svegliò si mise a gridare: “Siamo salvi- Ce l’abbiamo fatta”.

Gli altri sollevarono il naso fuori da una coltre neve farinosa.

Era la prima neve dell’autunno, che aveva coperto le loro tracce e neutralizzato i cani.

Proseguendo il cammino, trovarono anche uno zaino con dentro un binocolo, una bussola ed una mappa della zona.

Così riuscirono a dirigersi, con sicurezza, verso il confine italiano.

Passarono per vie solitarie ed impervie, tra le creste dei monti, trovando perfino aiuto da parte di una famiglia contadina, che diede loro cibo e fiducia.

Il confine era ormai vicinissimo e passava da un bivio che si rivelò miracoloso.

C’erano quattro biciclette appoggiate al muretto di un cascinale. Era proprio quello che ci voleva.

Senza farsene accorgere, le rubarono e giù, a tutta velocità, lungo i tornanti di una ripida discesa.

Mio fratello andava decisamente più forte, da spericolato e gli altri lo ritrovarono in un cespuglio. La sua bici aveva i freni rotti.

Ormai erano in Italia. La guerra era finalmente finita e si trovarono in un paese liberato dagli alleati. Dovettero, però,  continuare ad attraversare l’Italia per arrivare al fronte degli alleati, ad Anzio.

Erano trepidanti ed ansiosi di completare l’ultima parte del viaggio, ma erano in dubbio su quale strada prendere e su come aggirare le pattuglie tedesche e i campi  minati.

Lungo la strada del rientro, infatti, sotto una pioggia torrenziale, dovettero attraversare carponi un campo minato.

Una volta superatolo, furono attaccati da una pattuglia tedesca, che sparò alcuni colpi di mitra senza colpire nessuno dei fuggitivi.

Sessantacinque anni dopo, quella domenica pomeriggio, ero seduto alla mia scrivania a  ricomporre  gli appunti di guerra di mio fratello e la storia della sua fuga.

Credo che del gruppo si salvarono tutti, ma mettere insieme i pezzi di quello che accadeva durante e dopo quella fuga da un campo di concentramento tedesco, non fu una cosa semplice.

Mio fratello, comunque, si era salvato e la gioia di tutti noi fu grande, insieme ad una forte commozione.

Ricordo che arrivò a casa magrissimo, ancora con gli abiti da militare, tutti a brandelli.

(Giugno 2019)

LO SCIROPPO DEL MONACO

 

di Luigi Rezzuti

 

Era una fresca e limpida giornata di aprile e gli orologi segnavano le 13.    

Un monaco, dinanzi alla chiesa, vendeva uno sciroppo per la tosse, tale “Respiro”, che, a suo dire, avrebbe rigenerato, grazie a strabilianti e poderose magie, il sistema respiratorio di ogni essere umano che l’avesse provato.

O, almeno, questo  era ciò che voleva far credere a chi si  avvicinava al suo banchetto, fuori la chiesa.

Purtroppo, il monaco, che di ecclesiastico, in realtà, aveva solo l’abito, oltretutto di terza mano, sponsorizzava il prodotto insieme a suor Francesca, sua collega di vecchia data in truffe e affini.

I due nascondevano abilmente al pubblico che il loro sciroppo aveva meno effetto di un balsamo per capelli.

Quella mattina, davanti alla chiesa, seduto sulla sua sèggiola di legno, il monaco stava proponendo l’acquisto ad ogni persona che gli passava davanti, ma non era riuscito a venderne nemmeno un esemplare.

Forse si era diffusa la voce che gli effetti del suo sciroppo non erano quelli sponsorizzati, ma che, anzi, avevano solo peggiorato le condizioni di quanti lo avevano provato.

Finalmente giunse una vecchietta, che avrebbe salvato la giornata del monaco …

Mentre la vecchietta avanzava, avanzava con lei anche una forte e stizzosa tosse.

Buongiorno, bella signora, dove si sta recando?” chiese il monaco.

La donna, spiazzata, si guardò intorno: “Ma chi, io?” chiese a sua volta, dubbiosa.

Il monaco fece lo sguardo da marpione, alzò le sopraciglia e rispose: “Ma si, lei, bella signora”.

La vecchietta rise lusingata, mostrando i pochi denti che le erano rimasti, di uno strano colore marrone scuro.

Sto andando in chiesa, per pregare il Divino, e lei signor monaco, cosa sta facendo?”.

Beh, signora bella, sto vendendo il migliore sciroppo per la tosse che troverà mai sulla piazza”.

La vecchietta lo guardò stupita. Quel monaco capitava al momento giusto.

Ah si? Ma lo sa che ero proprio in cerca di un nuovo sciroppo? Vede, utilizzo il “Tossimeglio” da anni, ma la mia tosse non è mai andata via, non si è mai calmata.”

Ma, signora bella, il “Tossimeglio” è prodotto da Satana in persona!

La vecchietta fece il segno della croce, mostrando stupore per una tale rivelazione.

Oh non sapevo, ma allora, signor monaco, cosa mi consiglia? Non voglio continuare a vivere nel peccato in questo mondo.”

Il monaco sorrise, ormai certo di aver preso all’amo il suo pesce.

“Deve comprare il mio sciroppo “Respiro”, vedrà che non se ne pentirà”.

Così in quel giorno di aprile, prima della Domenica delle Palme, il monaco vendette due litri di sciroppo “Respiro” per la vecchietta e per tutta la sua famiglia, che, a quanto pareva, soffriva di mal di gola cronico.

Nel giro di due mesi la vecchietta e la sua famiglia tornarono di nuovo in quella stessa chiesa, ma questa volta, purtroppo, dentro una bara.

Infatti, dopo alcuni studi su questo sciroppo, si era scoperto che il “Respiro” conteneva una dose mortale di mercurio.

A questo punto, il monaco e la sua complice in truffe e affini, suor Francesca, scapparono a Cuba e, grazie alla vendita di questo sciroppo nocivo, vissero di rendita per tutti i successivi anni della loro vita, trascorrendoli tra lusso e divertimenti, su una spiaggia di Cuba, bevendo latte di cocco e fumando sigari avana…

(Giugno 2019)

UN GIORNO AL MARE

 

di Luigi Rezzuti

 

L’intenzione era di trascorrere una giornata al mare, ma dopo tre ore,  bloccati in mezzo al traffico e tamponati da un grosso camion pieno di cipolle, per la fretta di arrivare a Roma, inizia la giornata.

Quel fine settimana era stato organizzato con cura certosina, atteso con desiderio dall’intera famiglia: mamma Viola, impiegata in un laboratorio di analisi cliniche, papà Peppino, operatore professionale in una casa di cura per anziani, due figli e la nonnina.

Il giorno prima, i componenti della famiglia erano andati a dormire a notte fonda, per preparare tutto quanto occorreva portare al mare il mattino seguente: panini con mortadella e formaggio, petti di pollo dorati, bibite frizzanti, dolci e frutta a volontà.

Doveva essere una giornata spensierata: un giorno di riposo in riva al mare, allietato dal  sole e da magnifiche nuotate. Un rilassante lasciarsi andare alla bellezza dell’estate.

Ma quelle tre ore, passate in macchina, solo per arrivare a metà percorso, verso una località balneare, li avevano demoralizzati.

A loro, per giunta, si era unita anche la vecchia nonnina di ottant’anni che non andava al mare da più di tre anni, cioè da quando gli era morto il marito, di professione imbianchino.

“Siamo enormemente in ritardo” disse Peppino alla moglie.

“Non innervosirti, caro. Vedrai, tra poco il traffico incomincerà a scemare. Siamo in un punto nevralgico su questa statale, dove confluisce ogni strada provinciale, diretta al mare. Un po’ di pazienza e ce la faremo.

“Si, cara, ma sono tre ore che siamo bloccati, inchiodati sotto questo sole, afflitti dal caldo e dai venditori ambulanti, che ci tormentano con fazzolettini e accendini. Hanno pulito venti volte i vetri della macchina ed ho dovuto, sborsare ben dieci euro di mancia per non passare per un razzista. Credimi,  non ce la faccio più. Vorrei  tanto tornare indietro. Mi sento distrutto”.

A quelle lamentele, la nonnina, seduta in un angolo della macchina, interviene dicendo: “Ragazzi, non mollate. Ce la dobbiamo fare. Ricordati  le parole di tuo padre: “Peppino, non arrenderti, non indietreggiare.” Lo faresti rivoltare nella  tomba. Abbi pazienza, ascolta le parole di tua moglie. Se torni indietro, ti arrendi. Cedere al primo tentativo non devi, non puoi. Tuo padre ti ha insegnato che non bisogna mai arrendersi, bisogna andare sempre avanti”.

I due figli replicarono “Forza, papà, noi siamo con te, non ci arrendiamo. Il mare può attendere. Prima o poi, arriveremo”.

“Ragazzi sono orgoglioso di voi. Se fosse vivo mio padre vi mangerebbe di baci. Solo una cosa non riesco a digerire: questo cafone di camionista, col suo camion pieno di cipolle, che mi tormenta col clacson da due ore. Vorrei farlo passare avanti, lui e il suo dannato camion puzzolente, ma mi è impossibile. Non riesco ad andare nè avanti nè indietro”.

Il blocco delle auto, infatti, formava quasi un corpo solo, un ammasso di ferro incandescente sotto il sole cocente.

Un po’ più avanti, infatti, vari tamponamenti a catena avevano fatto scoppiare delle furibonde liti, a suon di sonori ceffoni, calci e quant’altro.

Una famiglia, proveniente da Caserta, all’altezza di un incrocio, s’era presa a pistolettate con un’altra, proveniente da Casagiove.

La sparatoria era andata a finire proprio male, causando tre feriti e un moribondo.

Il traffico, con l’arrivo dell’autoambulanza della croce rossa, era diventato ancora più caotico.

A bordo del 118 c’era un pediatra al suo primo incarico e un infermiere ad un passo dalla pensione.

Ulteriori problemi ne derivarono. Una catastrofe resa ancor più difficile da gestire con l’arrivo della polizia.

Intanto il mare, con le sue spiagge dorate, lunghe ed infinite, baciate dalla dolce brezza, era ancora così lontano!

In tutto questo caos l’auto di Peppino veniva tamponata dal guidatore del camion pieno di cipolle, che pretendeva di aver anche ragione del danno causato, avendo “ammaccato” l’auto, posteriormente.

Comunque, dopo mezza giornata passata all’inferno, con l’auto ammaccata ed un occhio di Peppino, divenuto nero, dopo una scazzottata con il camionista, che voleva avere per forza ragione, la famiglia finalmente giunse al mare quasi al tramonto.

Fermarono l’auto in doppia fila e tutti scesero di corsa a vedere quel sospirato mare. Si spogliarono in fretta, dimenticando la nonnina in cabina, attorcigliata alle sue brache.

Peppino, che indossava un vecchio costume, i due figli, tutti sudati, la moglie Viola, nera di rabbia, ebbero il tempo di fare un breve bagno in un rosso tramonto.

Il mare era una tavola e brillava sotto i raggi del sole. Nuotarono felici come mai nella loro vita.

Peppino fece il morto, galleggiando a pelo d’acqua, la moglie Viola si lanciò, con quattro bracciate, così al largo che per vederla ci voleva un cannocchiale, i figli si sbizzarrirono con capriole e tuffi acrobatici e, quando ebbero finito di fare il bagno, risaòirono in spiaggia.

Non prima di essere ritornati indietro, per ben due volte, prima al bar  del lido, dove avevano lasciato la nonnina, e poi nella cabina che avevano fittato, in cui la nonnina aveva dimenticato la dentiera.

Quasi  a notte inoltrata fecero ritorno a casa.

Quel giorno, trascorso, si fa per dire, al mare, servì da vera lezione di vita: il mare può anche aspettare, prima o poi erano arrivati a bagnarsi nelle fresche acque.

Non bisogna arrendersi mai, proprio come diceva la nonnina…   

(Maggio 2019)

IO E LA VALIGIA

 

di Luigi Rezzuti

 


Ero seduto davanti a quella valigia rigonfia, nella quale gli indumenti avanzavano tanto da “obbligarla” a non chiudersi.

Non  ricordavo di essere stato tanto imbranato come in quel momento.

Dalle nove del mattino non avevo fatto altro che provare e riprovare tutti i sistemi possibili, impossibili ed inimmaginabili, per sistemare in quella valigia i miei vestiti.

Ero soltanto riuscito a farne entrare una piccola parte… In pigiama e in vestaglia, così come appena alzato, non ero ancora rasato né vestito,

E sudavo, come se avessi addosso un cappotto.

Verso mezzogiorno ero talmente angosciato da sragionare e trattare quella valigia come una persona.

Dapprima mi rivolsi a “lei” teneramente “So bene che è  sgradevole tenere tutte queste cose dentro di te, soprattutto le scarpe… Allora toglierò le scarpe e tu ti comporterai bene e accetterai tutto il resto!... D’accordo?”.

Ma la valigia continuava a comportarsi male :”Su, sii buona! Oggi dobbiamo prendere il treno, le vacanze sono finite, ho già comprato il biglietto e devo ancora fare mille cose. Non sei contenta di ritornare a casa?”

Ma “lei”, niente, cocciuta e ostinata. Allora presi ad insultarla “Stupida! A che diavolo servi? Vuoi prendermi in giro? Ti faro vedere io chi è il più forte”.

Le appioppai una terribile pedata, una sola, perché calzavo pantofole leggere e il male che mi procurai non fu da poco.

Trascorsero altri terribili minuti. Non potevo rimanere lì come un imbecille, con la roba sparsa per la camera e la valigia che non si chiudeva.

Fu allora che bussarono alla porta. Andai ad aprire. Era il mio vicino di camera che, richiamato dalla mia voce alterata, era venuto a chiedermi che cosa mi stesse capitando.

Prego, si accomodi. Lei è il benvenuto!” e gli spiegai in breve l’emergenza mentre gli chiedevo: “Vuole essere così gentile da aiutarmi a chiudere la valigia?”Ma lei ha tanta roba!” Lievemente infastidito, replicaiche era la stessa roba di quando ero partito e la valigia allora si era chiusa “Anzi ce n’era di più perché ho perduto due camicie e una giacca”.

L’uomo della camera accanto scosse la testa dicendo: “Eh, le valigie sono fatte così. Dovrebbe fare come me: io porto poche cose, così viaggio leggero.… Comunque, diamoci da fare”.

Sistemammo alla meglio le camicie e gli abiti nella valigia ma l’uomo mi chiese un momento di pausa perché, essendo rimasto a lungo chinato, gli era sopraggiunto un terribile mal di schiena.

Provammo molte “combinazioni” pur di chiudere la valigia e tuttavia, ancora una volta, non ci fu nulla da fare.

Alla fine collaudammo una tecnica nuova: cominciammo a pigiare la roba con pugni energici e poi, con tutto il peso, non indifferente, dei nostri corpi ci buttammo seduti sulla valigia.

Quindi feci scivolare, cautamente, la mano lungo la cerniera, chiudendo finalmente quella dannata valigia.

“È fatta” esclamai, con un sorriso radioso. “È fatta…” “È fatta…” sussurrò, sfinito, ma con un ghigno di vittoria sul volto pallido, il signore che aveva guerreggiato insieme a me con la valigia.

Naturalmente, scarpe e altre sciocchezze simili erano rimaste fuori, ma decidemmo di metterle in sacchetti di plastica, facilmente trasportabili.

Abbracciai di cuore il mio buon vicino, esternandogli la mia gratitudine.

L’uomo si avviò alla porta ma, prima che la sua mano si posasse sulla maniglia,  lo raggiunse una mia angosciata esclamazione, che lo costrinse ad una veloce giravolta, “Che c’è?”, mi chiese allarmato. Mi guardò mentre io, immobile, con le braccia penzoloni lungo i fianchi, indicavo il pigiama e la vestaglia, che ancora avevo addosso. E intanto mi  mancava il vestito per il viaggio di ritorno!…

“Capperi! Si ricomincia… Siamo di nuovo in guerra!” esclamò il simpatico vicino ed entrambi scoppiammo in una fragorosa risata...

(Aprile 2019)

IN VIAGGIO CON UN RAGAZZO NIGERIANO

 

di Luigi Rezzuti

 


Era un ragazzo di sedici anni, lo sguardo vispo, un sorriso sempre stampato sul volto.

La pelle scura, una folta capigliatura riccia spiccava sul suo capo.

Aveva un sogno, o meglio, ne aveva due: riabbracciare suo fratello più grande, che viveva ad Udine da due anni e, un giorno, fare un lungo viaggio in treno.

Il ragazzo amava i treni. Ne era affascinato e sulle locomotive sapeva tutto.

Ancora non credeva che il lungo viaggio in treno da sempre desiderato, lo stesse davvero compiendo.

Partenza da Palermo, destinazione Udine, per riabbracciare il fratello.

Da dove vieni?” chiese una signora.

Dalla Nigeria

E cosa fai tutto solo su questo treno?”

“Vado da mio fratello, lui vive ad Udine” rispose inorgoglito, consapevole dell’impresa che stava compiendo.

I tuoi genitori dove sono?”

“A casa, non avevano i soldi per pagare il viaggio”.

“Capisco, vuoi della cioccolata? – chiese la signora, mentre rovistava nella borsa.

Il ragazzo aveva provato la cioccolata una sola volta nella sua vita, ma il sapore lo rammentava bene.

La donna tirò fuori una tavoletta e, quando il ragazzo l’addentò, gli sembrò la cosa più buona che avesse mai provato in vita sua: cioccolato al latte, tempestato di nocciole.

Con la bocca piena di cioccolato, chiese alla signora: “A lei piacciono i treni?”

Certo. E a te?”

Tantissimo, so tutto sui treni e un giorno mi piacerebbe guidarne uno

La donna, sorridendo, ascoltava con attenzione e interesse le parole del giovane ragazzo nigeriano, che proseguì “Questa è la prima volta che salgo su un  treno in vita mia, è tutto così incredibile, sto realizzando due sogni in un colpo solo, non vedo l’ora di riabbracciare mio fratello, lui sì che ne ha visti di treni. Viaggia molto, si sposta in tutta Italia per lavorare. Fa poca differenza se sia nei campi o come muratore o per qualsiasi altra cosa. A lui importa solo che sia un lavoro onesto. Ha messo da parte i soldi per pagarmi il viaggio”.

Una voce annunciò l’arrivo alla stazione di Reggio Calabria.

La signora raccolse le sue cose e, guardando amorevolmente il ragazzo, disse: “Tuo fratello deve essere davvero un bravo ragazzo, io scendo qui. Ciao e… buon viaggio”.

Buona giornata”:

il treno fece una sosta di alcuni minuti, il ragazzo guardava incuriosito fuori dal finestrino, osservava la gente passare, qualcuno correre e affannare per salire sul treno, che stava per partire.

Vide un uomo in difficoltà, con una grossa valigia. A aveva la pelle scottata dal sole, i capelli grigi e sul volto rughe che sembravano solchi, mani tipiche di chi le ha usate tutta la vita per lavori pesanti e, probabilmente, mostrava più della sua reale età.

Aspetti che l’aiuti” disse il ragazzo.

Grazie, sei molto gentile” rispose l’uomo.

Si figuri. Mio fratello dice che bisogna sempre aiutare chi ha bisogno”.

L’uomo ebbe una smorfia di dolore “Ah. La mia povera schiena!

“Cosa c’è? Sta male?”

“Nulla di grave, sono gli acciacchi che, con l’età, si fanno sentire”

“Lei dove va di  bello?”

A Roma, mi hanno chiamato per qualche giorno di lavoro

Che genere di lavoro?” chiese il ragazzo con la sua sincera ingenuità.

“Faccio il muratore e, quando serve personale extra, mi chiamano. È una vita dura. I soldi non bastano mai: guadagno poco, ma onestamente, con dignità”

Sì, mio fratello è come lei, fa qualsiasi lavoro purchè onesto. Egli  ora è ad Udine ed io sto andando da lui”.

Si ricordò di avere ancora della cioccolata e ne offrì all’uomo.

 “Prenda, è davvero molto buona, me l’ha regalata una signora gentilissima. Era seduta proprio li’, dove adesso c’è lei”.

L’uomo staccò un pezzo dalla tavoletta e lo mangiò con gusto.

Era tanto tempo che non ne mangiavo e questa è la migliore che abbia mai assaggiato”.

“Sono contento che le piaccia, anch’io non ne mangiavo da molto tempo”.

“Biglietti, prego.” Il controllore si affacciò nello scompartimento, dove erano seduti il ragazzo e l’uomo.

Tenga – disse il ragazzo – vuole anche un po’ di cioccolata? È buonissima, sa?”

Il controllore sorrise sotto i lunghi baffi e accettò di buon grado l’offerta del ragazzo.

Grazie, e buon viaggio”.

Dall’altoparlante una voce annunciò: “Stazione di Roma Termini”.

“Il mio viaggio finisce qui – disse l’uomo – ma tu hai ancora una lunga strada da fare fino ad Udine. Ti vedo stanco, perché non provi a dormire un po’?”

Posò la mano tra i folti capelli del ragazzo, con una carezza.

Sì, sono stanco, sento le palpebre pesanti … è così faticoso restare svegli”.

“Allora dormi, ti sveglierai quando sarai ad Udine da tuo fratello”.

Il ragazzo si lasciò andare e gli occhi si chiusero: il suo lungo viaggio proseguiva e la gente continuava a salire sul treno.

Erano in tanti, sempre di più su quel treno, affollato all’inverosimile.

Sembrava non esserci più spazio, come se quel treno stesse per esplodere, tanto era pieno.

Il ragazzo nigeriano aprì gli occhi e vide la mano di un uomo protesa verso di lui.

Indossava una pettorina con su scritto: “Guardia Costiera” e lo stava portando via in salvo dal barcone, su cui era salito, insieme ad un centinaio di migranti, per raggiungere l’Italia.

(Marzo 2019)

IL MUGNAIO

 

di Luigi Rezzuti

 

Due fratelli, due scugnizzi napoletani, di quelli D.O.C., si erano trasferiti, insieme alle loro famiglie, in un piccolo paesino in provincia di Benevento.

Un giorno, i due, si recarono al mulino del paese e chiesero al mugnaio se potevano imparare come si macinava il grano e come si faceva il pane.

Il mugnaio aveva quasi sessant’anni, lavorava da solo e, pensando di ricevere un valido aiuto, accettò la proposta.

Mentre i due ragazzi lavoravano nel mulino, il mugnaio pensò di fare uno scherzo ai due fratelli, che tutte le mattine andavano al mulino con il loro asino.

Sciolse le redini all’asino e lo fece scappare, poi gridò: “E’ scappato l’asino”.

I due fratelli si misero subito alla ricerca dell’asino, mentre il mugnaio se la rideva di gusto.

Arrivò la sera. La famigliola del mugnaio era riunita a cena- I due ragazzi bussarono  alla porta del mugnaio chiedendo ospitalità.

Erano ancora stanchi e  sudati per la ricerca dell’asino, che il mugnaio aveva fatto scappare.

Il padrone del mulino li invitò a mangiare e a dormire, insieme alla sua famiglia, nell’unica stanza che avevano.

I due ragazzi avevano però organizzato uno scherzo per vendicarsi del mugnaio e, a notte fonda, nell’oscurità, uno di loro si infilò nel letto della figlia del mugnaio che, forse, non si aspettava una sorpresa così piacevole …

L’altro scugnizzo, dopo aver visto la moglie del mugnaio andare in bagno, decise di separare, velocemente, e senza far rumore, il letto matrimoniale, mettendolo vicino al suo e facendo credere alla donna, al ritorno dal bagno, di essere ritornata nel letto nuziale.

Così la moglie si trovò nel letto dell’altro scugnizzo e le due coppie, tra un russare e l’altro del mugnaio, passarono una notte che non avrebbero mai sognato di trascorrere …

Al mattino seguente, all’alba, lo scugnizzo che aveva, si fa per dire, dormito con la figlia del mugnaio si svegliò e si recò vicino al letto del mugnaio, credendo fosse quello del fratello, e gli rivelò tutto quello cha aveva fatto durante la notte con la figlia del mugnaio.

Questi, nell’udire il racconto dello scugnizzo nei minimi particolari, andò su tutte le furie, si alzò dal letto e, mentre cercava di picchiare il ragazzo, scoprì anche la moglie nel letto dell’ altro.

Ne seguì una baraonda infernale- Il mugnaio rovesciò il tavolo, i letti e quant’altro ancora, per cercare di bloccare i due ragazzi e riempirli di botte, ma i due riuscirono a raccogliere i propri vestiti e a scappare, tra l’ilarità della figlia e della moglie del mugnaio, che apparivano molto contente della notte trascorsa.

(Febbraio 2019) 

UN VIAGGIO DI ALTRI TEMPI

 

di Luigi Rezzuti

 

Un mendicante, tutte le sere se ne andava a dormire nella stazione centrale di piazza Garibaldi a Napoli, tra l’indifferenza generale dei viaggiatori del treno delle 4,10 per Roccaraso.

Non lo degnavano di un’occhiata nemmeno i facchini che, malgrado  i viaggiatori fossero carichi di valige di cartone legate con lo spago, non avevano per quel treno mai nulla da trasportare.

Una sera, mai visti prima, come sbarcati da un ignoto paese, apparvero  portandosi sulle spalle due paia di sci e un sacco alpino.

Erano tutti vestiti con pantaloni alla zuava, scarponi di montagna, occhialini scurti appesi al collo o sistemati sul cappello di lana.

Viaggiavano in terza classe e, piuttosto che mettersi a dormire, intonavano cori alpini in quelle otto ore, otto ore interminabili, ore notturne di un viaggio con quel treno che partiva silenzioso e si fermava in tutte le stazioni.

Un treno che, dopo molte piccole soste, si concedeva uno scalo  di due ore, nel pieno della notte, a Chiaianiello-Scalo, dove era possibile accomodarsi nella cucina del gestore del bar della stazione.

C’era un camino e su quel fuoco si arrostivano metri di salsiccia paesane e si svuotavano fiaschi di vino a volontà.

L’accelerato, con le vetture ormai refrigerate dalla sosta all’addiaccio, si metteva in marcia alle 6,15.

Sesto Campanò, Venafro, la vaporiera annusava la notte con boccate di fumo.

Ripartiva, per fermarsi ad ogni stazione, sempre le stesse, Nubi basse di vapore, nelle quali andava a perdersi la lanterna agitata dall’uomo nero: capotreno, capostazione, controllore, guarda freni, l’uomo tutto, l’uomo con corno di ottone che, ad ogni partenza, soffiava la carica come il trombettiere di uno squadrone di cavalleria.

Roccarainola, Isernia e così sempre avanti, nella notte sempre più fredda e più nera.

Un favoloso itinerario, una litania di stazioni: Sessano – Civitanova, Pescolanciano, Roccasicura, San Pietro Avellana.

La vaporiera, intanto, alla stazione di Castel di Sangro, si preparava all’ultimo balzo.

Prendeva fiato come un atleta ormai molto avanti negli anni, ma che sa, per esperienza, il fatto suo.

Si faceva controllare da un esperto spazzaneve, poi ripartiva: Montenero, Valcocchiara, Alfedena, Scontrone, il treno era    quasi arrivato a destinazione.

Era già l’ora nella quale il giorno ancora non è nato e la notte si attarda a morire.

Un luce irreale, un manto che tuttavia esisteva e, più che vedersi, si intuiva.

A Castel di Sangro, il miracolo del primo raggio di sole, il primo raggio di sole che, insieme al treno del mattino, saliva a dare il buongiorno alla Rocca di Rasine, un pugno di case, raggruppate come gregge freddoloso intorno al campanile della chiesa madre. La cappella di San Bernardino, a mezza strada tra la rocca e il santuario di Portella, che era chiusa dalla neve.

A Portella, in solitudine, viveva un eremita e, nella più nuda semplicità, cantava eterne lodi, ascoltate soltanto dal Signore.

Qui, alla Rocca sul Rasine, l’accelerato delle 4,10 da Napoli, depositava alle 8 del mattino gli sciatori che, quando erano numerosi, non superavano mai la ventina e che si avviavano subito al Vallone di San Rocco per poi avventurarsi alla Selletta, all’Aremogna, al rifugio sul monte Greco.

Sciavano tutto il giorno col sacco sulle spalle, contenente viveri e indumenti.

Tornavano alla base verso le cinque della sera. L’accelerato del mattino era ad attenderli per riportarli a casa.

Nel viaggio di ritorno dormivano tutti. Un sonno solo, da Roccaraso a Napoli, piazza Garibaldi, stazione centrale.

Adesso a Roccaraso si arriva in due ore circa di automobile e quel gruppo di case addossate l’una a l’altra è un’esplosione  di condomini e grattacieli.

Al calore dei grandi alberghi fa eco la luce delle insegne fluorescenti che gridano agli sciatori: boutique, night, coiffeur, bar, winter – sport.

Parole familiari al linguaggio dell’Italia del benessere in piedi su quella del malessere, l’Italia dei drinks, degli ski – lift, degli ski – pass.

All’Aremogna si arriva in automobile e la strada è sempre sgombra, il rifugio è in compagnia di alberghi, pensioni, ville, sotto le funi di tre impianti che permettono di fare in un giorno più discese di quante una volta non si potessero fare in tutta la stagione.

Al Pratello ci si dà appuntamento, come in città ad un caffè del centro.

Alla Portella, l’eremita viaggia in utilitaria, fuma Marlboro, si nutre di tivù.

Per quanti si recano in chiesa l’incenso è chimico e le campane hanno la voce dell’Enel! Suonano elettricamente come le chitarre – beat e il curato indossa jeans e pullover a giro collo.

Alle 5, 30 della sera la stazione ferroviaria di Roccaraso è deserta. Non parte e non arriva nessuno. Sui binari silenziosi scende, con la sera, un’ombra che assume le sembianze di un treno: è quello degli sciatori di un tempo e chiede di essere ricordato, ora che l’orgia del vivere si pasce di altri miti.

(Gennaio 2019)

UN NATALE DEL DOPOGUERRA

 

di Luigi Rezzuti

 

Alla fine del 1945 Napoli era ancora un cumulo di macerie. La città rinasceva lentamente dall’occupazione.

L’illuminazione stradale era insufficiente, salvo che per le strade principali.

I più prudenti andavano ancora in giro con le torce, quando si aggiravano per i vicoli, passando per i quali notavi cumuli di macerie e, se accendevi la torcia,  scoprivi migliaia di topi che, usciti dalle fogne, la facevano da padroni.

In quel periodo il popolino si era organizzato per sopravvivere con il contrabbando e con la prostituzione.

Erano giorni di fame nera. Gli stessi risparmi di una vita erano diventati carta straccia.

Sia pure nell’orrore del mondo, descritto con una cruda ferocia, c’era chi sopravviveva.

Chi non si adattava,  per educazione o stile di vita, era in gravi difficoltà.

La vita era difficilissima per i “poveri vergognosi”, cioè per coloro che non riuscivano  a calpestare la propria dignità, anche a costo della fame più nera.

Mancavano i vetri alle finestre e bisognava scegliere come tapparle, se con cartoni e restare al buio oppure prendere un po’ di luce, soffrendo per il freddo.

La famiglia di Gennaro abitava in una casa di una sola stanza  e con servizi in comune.

Niente infissi, l’intimità era garantita da coperte militari, inchiodate agli stipiti.

Nella stanza della famiglia di Gennaro erano in otto: in un letto dormivano Gennaro e la moglie Assuntina, insieme al figlio più piccolo, mentre gli altri figli dormivano a coppie in brande militari, col fondo in juta.

Gennaro faceva il parrucchiere, lavorava tantissimo per garantire la sopravvivenza e, oltre all’orario di bottega, andava a casa di alcune clienti.

Accadde che gli venne una brutta influenza, con tosse e febbre, ma, nonostante ciò, andò alla Pignasecca per una acconciatura extra.

In quelle occasioni lo precedeva il figlio più grande, Vincenzino, portando i ferri e preparando la clientela, lavando e asciugando i capelli, per dar modo a Gennaro di iniziare subito.

Vincenzino aveva sempre nelle narici  l’odore dei  capelli che asciugava, un odore strano e particolare, un ricordo indimenticabile …

Quella sera finirono di lavorare verso l’una, faceva freddo e pioveva in maniera pesante.

Dalla Pignasecca a Forcella si poteva andare solo a piedi. Si avviò col padre febbricitante, avvolto in un  impermeabile militare di tre taglie più grande. Cercavano di ripararsi  ma non ci fu verso. La pioggia li colpì in pieno.

Arrivato a casa, Gennaro si mise a letto con 40° di febbre e durante la notte delirò.

All’epoca non c’era il servizio sanitario nazionale e il medico, specie se aveva a che fare con un malato povero, voleva essere pagato prima della visita.

A Gennaro, che era delicato di salute,  fu diagnosticata una polmonite molto seria.

Allora non esisteva nessuna forma di sussidi di disoccupazione nè indennità di malattia. Quindi, niente lavoro, niente soldi.

Il piccolo gruzzolo di risparmi sparì in pochi giorni e l’unica cosa era rivolgersi all’assistenza pubblica.

Vincenzino andò in Municipio: come primo figlio gli toccavano tutte le incombenze burocratiche perché la madre non poteva allontanarsi dal letto del marito per chiedere la “tessera di povertà”, un documento in cui era registrata tutta la famiglia e che ne attestava l’indigenza.                        

Con quella tessera la sorella Elena e Vincenzino andavano in una traversa dei Tribunali presso un Convento, dove c’erano delle suore, che erano incaricate dal Comune di preparare e distribuire pasti caldi ai poveri: una pagnotta di pane e una minestra a testa.

La minestra consisteva in una pasta scotta nella polvere di piselli che, nonostante la fame, era immangiabile.

A casa, intanto, la madre aveva preparato una pentola di acqua calda. Quando Elena e Vincenzino arrivavano a casa, la madre riscaldava il contenitore sull’acqua  bollente.

Per la cena Elena e Vincenzino andavano, poi, presso una caserma, che ospitava un reparto dell’esercito americano.

I cuochi, dopo il pasto, raccoglievano tutti gli avanzi di cucina e quelli della tavola in grandi pentoloni fumanti in cui, in una brodaglia rossa, galleggiava di tutto: pezzi di carne, pollo, wurstel, patate e pasta scotta.

Bisognava fare lunghe file per avere quella brodaglia. I cuochi, armati di grandi mestoli, riempivano a casaccio i contenitori, che quella povera gente affamata tendeva loro.

C’erano sempre liti e urla, mentre i soldati si divertivano da matti a quello squallido spettacolo.

Infilato il grosso contenitore in un borsone, che l’uso aveva ridotto unto e bisunto, tornavano a casa, a passo lento, per evitare che il brodo fuoriuscisse scottandosi e macchiandosi i miseri vestiti.

A casa la madre separava i pezzi di carne e le patate, salvava la parte grassa del brodo per usarla per i più piccoli.

Anche la  carne e le patate salvate venivano “aggarbate” con un po’ di cipolla.

A volte era festa perché i militari davano qualche scatola di carne o uno spezzatino di carne e verdure, abbastanza gustoso.

In quella miseria Vincenzino scoprì un tesoro, sul “soppigno” trovò una cassetta di bellissimi pastori di terracotta ed una cassa di libri.

Libri per ragazzi e un libro, una edizione tedesca illustrata, in cui si narravano le avventure di un ragazzo di strada. 

Quella cassa, Vincenzino, la scese giù e la usò come sedile.

Prendeva un libro e leggeva, vicino alla finestra, per avere più luce.

Era il 25 dicembre del 1945. Per le strade c’erano segni di festa, ma a casa di Vincenzino non c’era niente.

La stanza era semibuia, la madre sedeva al capezzale di Gennaro, che respirava pesantemente.

Con occhi di pianto senza lacrime, Vincenzino non resistette più,  prese un libro e, a passo svelto, discese le buie scale, evitò cumuli di macerie e si avviò per il Rettifilo, che era abbastanza illuminato.

Giunse all’Università e si sedette sulle scale, accanto ad una sfinge.

Cominciò a leggere alla luce dei lampioni. Non faceva troppo freddo, si poteva stare.

Si immerse nella lettura che agì come una sorta di anestetico psicologico sulla tristezza del suo animo.

Passò una pattuglia di polizia, una jeep con un graduato e due agenti. Gli diedero un’occhiata distratta e proseguirono. Dopo un po’ ripassarono e il graduato, un omone con la pancia che si protendeva sui pantaloni della divisa, si accostò a lui e gli  chiese: “Cosa fai qui?”

“Non lo vedete? Leggo”

“Dimmi la verità: hai litigato con tuo padre?”

“Ma quando mai! Mi andava di stare solo”

“Insomma basta! Vieni con noi. Dove abiti?”

Vincenzino dette loro  l’indirizzo e lo accompagnarono a casa.

I poliziotti salirono insieme a lui ed entrarono in quella casa. La stanza era buia e silenziosa, i suoi fratellini dormivano tutti, abbracciati l’un l’altro per il freddo, la madre era al capezzale del marito dal respiro pesante ed affannoso, rotto da rantoli, mentre Elena, con una corona del rosario in mano, pregava.

Il poliziotto graduato, lo guardò in silenzio, lo accarezzò lievemente sulla guancia e, con le lacrime agli occhi, andò via.

Mentre, scendeva per quelle scale buie, insieme ai suoi agenti, le campane di una chiesa vicina cominciarono a suonare per la Messa della mezzanotte santa.

(Dicembre 2018)

L’IMBUSTATO

 

di Luigi Rezzuti

 

Fin da ragazzo Ernesto aveva sempre sofferto con dolori alla schiena e tutti gli dicevano che ciò era dovuto ad un difetto di postura ovvero alla posizione sbagliata che assumeva quando sedeva nei banchi di scuola.

Egli, inoltre, frequentava l’Azione Cattolica in locali molto umidi, che sicuramente avevano ulteriormente inciso, nel tempo, su questi dolori reumatici.

La prima notte di matrimonio restò completamente bloccato con la schiena e fu la moglie che dovette massaggiarlo … che figura! … Doveva capitargli proprio la prima notte di matrimonio?

Un giorno decise di fare una radiografia e gli diagnosticarono scoliosi, artrosi sacro lombare, due anelli della colonna vertebrale consumati e due ernie del disco.

Fece una cura di iniezioni, che gli alleviarono il dolore per un po’ di tempo.

Trascorsero alcuni anni ed i dolori alla schiena ritornarono, inoltre gli faceva male il polpaccio della gamba sinistra ed il dolore prendeva anche l’anca.

Fece una ecografia e gli diagnosticarono “Muscoli molli”. Un ortopedico dell’ASL gli fece una visita molto approssimativa e gli prescrisse un integratore.

Un anno, durante l’estate, la situazione peggiorò al punto tale che non riusciva a camminare se non a fatica e con grande dolore.

Amici e familiari facevano le loro diagnosi: “Devi fare una ecografia e controllare la circolazione del sangue, devi fare una TAC, devi fare una risonanza magnetica, non devi fare i bagni di mare (ad agosto!!!), sei troppo grasso, devi dimagrire almeno di 20 chili” e così via, confondendogli ancor più le idee.

Il dolore non passava ed andò presso una casa di cura per sottoporsi alla visita privata di un ortopedico il quale, dopo averlo visitato attentamente, gli disse, che non poggiava bene a terra il piede sinistro, con tutte le conseguenti e varie patologie della schiena (causa o effetto, queste ultime? Di sicuro non lo capì…)

Gli consigliò, quindi, di fare un’ecografia e una radiografia e, nel contempo, gli prescrisse un medicinale in pillole che, però, non ebbe successo.

Tornato a Napoli, andò in un  centro diagnostico convenzionato e gli dissero che bisognava attendere almeno tre mesi, mentre a pagamento era possibile fare tutto il giorno dopo.

Non potendo camminare, decise di pagare.

Dall’ecografia non risultò nessun trauma, mentre dalla radiografia si evidenziarono tutti i suoi problemi alla schiena e gli consigliarono una visita ortopedica.

Telefonò al marito della nipote, un medico-chirurgo, che lo avvilì, dicendogli che a Napoli sarebbe stato difficile trovare un buon ortopedico.

Ancora una volta, tutti gli amici gli consigliarono, ognuno, il nome di un ortopedico, chi di un centro privato, chi di una clinica, chi di un ospedale, procurandogli solo una gran  confusione nella testa.

A questo punto pensò di fare una ricerca su internet e trovò un elenco di ortopedici di cui uno proprio vicino casa, ma, cercando scrupolosamente informazioni in giro,  scoprì che era indagato perché, invece di operare un menisco alla gamba sinistra aveva operato alla gamba destra (cosa di normale amministrazione! …)

Stava per orientarsi per l’Ordine di Malta ma anche qui i pareri erano discordi: alcuni  ne parlavano bene, altri male.

Decise, allora, di farsi visitare a pagamento per non attendere a lungo, per settimane o mesi.

L’ortopedico gli sembrò molto bravo, gli fece una visita accurata e gli consigliò, innanzitutto, un busto ortopedico con stecche (costò 150 euro), poi gli prescrisse un integratore e infine 10 masso-tecar della muscolatura paravertebrale lombare e una riabilitazione posturale che prevedeva ginnastica respiratoria diaframmatica, mobilità della scatola toracica, stretching dello psoas iliaco per la “bonificazione della muscolatura addominale e paravertebrale”.

Il costo della masso-tecar era di 300 euro, perché non convenzionata. Sommando tale costo a quello delle varie visite, delle ecografie e delle radiografie, alla fine il tutto si aggirava intorno alle 900 euro circa,  ma, nonostante la spesa considerevole, alla fine prevalse la speranza di sconfiggere il dolore,.

Oggi ha iniziato la masso-tecar.

Nel frattempo, tutti i giorni è “imbustato …”

(Novembre 2018)

Ma a me, lei ci pensa ancora?

 

di Luigi Rezzuti

 

Francesco aveva quindici anni. Erano gli anni dei primi innamoramenti, amori teneri di un ragazzo di quella età.

Lei viveva in un paese in provincia di Avellino e trascorreva le festività natalizie presso i nonni, che abitavano nello stesso palazzo di Francesco, sullo stesso pianerottolo.

I due ragazzi avevano fatto subito amicizia: lei era una ragazzina molto carina, Francesco un ragazzo interessante. Fu il loro primo colpo di fulmine.

All’insaputa dei nonni di lei e dei genitori di lui, i due ragazzi si incontravano sul terrazzo del fabbricato, trascorrevano qualche ora insieme a parlare, facendo progetti più grandi di loro. Pensavano, in futuro, di sposarsi e avere tanti figli.

Le festività natalizie, purtroppo, volarono in fretta e lei dovette ritornare al suo paese.

Si lasciarono con l’augurio di rivedersi presto, almeno per le feste di Pasqua.

E a Pasqua, infatti, lei ritornò ospite dei nonni. Furono giorni meravigliosi, nessuno dei due si era dimenticato dell’altro.

Il loro luogo di incontri era sempre il terrazzo, dove si scambiavano teneri baci e dolci carezze.

Ancora una volta, però, il tempo trascorse veloce e dovettero, tra qualche lacrimuccia, lasciarsi di nuovo.

Purtroppo, da allora, i due ragazzi non si videro più. Trascorsero circa dieci anni ma non si erano dimenticati l’uno dell’altra, nè tanto meno di quei teneri baci e delle dolci carezze.

Un giorno, era di domenica, Francesco aprì la porta e, all’improvviso, vide aprirsi anche la porta dei nonni di quella ragazzina.

Era lei che stava uscendo per andare a Messa, Francesco quasi non la riconobbe. Non era più una ragazzina, era diventata una donna.

Fu un momento emozionante, di gioia immensa e, invece di andare a Messa, salirono sul terrazzo, si abbracciarono e si baciarono intensamente quando una doccia fredda, all’improvviso, investì in pieno Francesco: quella ragazza, ormai donna, con gli occhi pieni di lacrime, gli disse che nel frattempo si era sposata.

Spesso prima di addormentarsi a Francesco capita di rivolgere a se stesso questa domanda: “Ma a me, lei ci pensa ancora?”.

La risposta Francesco non la conosce e, tuttavia, gli piace pensare che un oggetto, una frase, un odore possa farle ricordare di lui.

Distoglie il pensiero e ripensa a quel che ha fatto durante la giornata e a cosa dovrà fare il giorno successivo, poi lentamente si addormenta e in sogno si chiede: “Ma a me, lei ci pensa ancora?”.

(Giugno 2018)

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