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Dario Rezzuti, un pittore schivo e solitario   Dario Rezzuti è naro a Napoli nel 1957. Vive e lavora a Tito (PZ). Discende da una famiglia di artisti....
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Alighiero Noschese. Un artista dimenticato

 

di Luigi Rezzuti

 


Alighiero Noschese è nato a Napoli, in via Palizzi, al Vomero, il 25 novembre del 1932 ed è morto il 3 dicembre del 1979, all’età di 47 anni.

Riposa, per sua volontà, nel cimitero di San Giorgio a Cremano.

La città di Roma gli ha dedicato una strada, come ha fatto il Comune di San Giorgio a Cremano, sia a lui che a Troisi.

La proposta di intitolargli una strada a Napoli fu indirizzata a Palazzo San Giacomo, in occasione dell’anniversario della morte dell’artista.

Dopo questa richiesta la commissione toponomastica, nel corso di una riunione, approvò la proposta di intitolare una strada ad Alighiero Noschese, da individuare preferibilmente nella zona collinare della città.

Da allora, sono trascorsi molti anni e, nonostante l’individuazione della strada, cui  era connessa  l’installazione della lapide con l’intitolazione, non si è saputo più nulla.

Noschese ha frequentato il liceo Pontano e, dopo essersi diplomato, si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza, ove fu allievo, tra gli altri, di  Giovanni Leone, il quale, venuto a conoscenza del fatto che quel giovane studente eseguiva magistralmente la sua imitazione, gli chiese di ascoltarla.

Si narra che Noschese avesse sostenuto due esami orali, filosofia del diritto e diritto ecclesiastico, parlando con la voce di Amedeo Nazzari, al primo esame, e con quella di Totò, al secondo.

Dopo aver tentato, senza fortuna, la carriera di giornalista, fu assunto nel giornale radio della Rai.

Negli anni Cinquanta entrò a far parte della Compagnia di Prosa della Rai, alternando l’attività di attore a quella di imitatore.

Garinei e Giovannini gli affidarono alcuni spettacoli come “Caccia al tesoro”, “Scanzonatissima”.

In questi due spettacoli Noschese sperimentò, per la prima volta, l’imitazione di personaggi politici e, paradossalmente, parve non destare irritazione tra i politici imitati, quali Ugo la Malfa, Giovanni Leone e Giulio Andreotti, anzi essi sembravano rallegrarsi per l’effetto di maggior visibilità che si andava creando intorno a loro, grazie a Noschese.

Le cronache raccontano che la madre di Giulio Andreotti avesse visto alla televisione un’imitazione del figlio da parte di Alighiero Noschese così ben riuscita da non accorgersi della finzione, tanto da telefonare al figlio per rimproverarlo: “Ma come ti è venuto in mente di andare a cantare in televisione?”.

La consacrazione avvenne nel 1969 con la partecipazione al varietà televisivo del sabato sera “Doppia Coppia”.

Da quel momento, a detta dello stesso Noschese, pare che molti personaggi della TV, come Mario Pastore, Ruggiero Orlando, Tito Stagno, Ugo Zatterin e della politica gli abbiano espressamente chiesto di essere imitati, sia per acquistare maggior visibilità sia per non essere considerati come personaggi di secondo piano.

L’ultimo programma televisivo cui partecipò “Ma che sera”, condotto da Raffaella Carrà nel 1978, avrebbe dovuto segnare il suo rientro dopo quattro anni di silenzio.

La mattina del 3 dicembre 1979, a 47 anni, Noschese si tolse la vita sparandosi un colpo di pistola alla tempia, nella cappella del giardino della clinica romana Villa Stuart, dove era ricoverato.

Secondo una versione, Noschese, per scherzo, avrebbe simulato al telefono la voce del neurologo che lo aveva in cura, chiamando l’internista, per chiedergli i risultati degli esami clinici e così avrebbe appreso dal sanitario di essere affetto da un cancro inguaribile, che lo destinava a morte imminente.

Alighiero Noschese riposa nel cimitero di San Giorgio a Cremano, in una cappella  polverosa,  transennata, con l’intonaco pericolante ed invasa da calcinacci.

Lo’hanno dimenticato. Che peccato! - si rammarica il fioraio di fronte al cimitero – La gente viene a visitarlo, ci chiede dove è la tomba. Eccola: c’è una lucina accesa e un geranio appassito”.

(Gennaio 2021)

EDUARDO DOPO EDUARDO

 

di Sergio Zazzera

 


Durante la sua vita, Eduardo de Filippo concesse i diritti di rappresentazione dei suoi testi teatrali soltanto a compagnie amatoriali e questa sua politica fu fatta proseguire dal figlio Luca: evidentemente, in questo modo si intendeva evitare diversi rischi, da quello di una modalità di recitazione che potesse competere, in qualche modo, con quella del Maestro, fino a quella di forme prevaricatorie di regìa.

Poco per volta, i cordoni di questa politica si allargarono e i risultati furono, per lo più, positivi: Questi fantasmi, Non ti pago e Sabato, domenica e lunedì, messi in scena, rispettivamente, da Carlo Giuffrè, Tullio del Matto e Toni Servillo, furono rappresentati con un rispetto del testo pari a quello che Eduardo imponeva a sé stesso e pretendeva dai suoi attori.

Con l’avvento della terza generazione (o quarta, se consideriamo anche Eduardo Scarpetta), poi, le commedie di Eduardo sono approdate anche alla cinematografia (ma c’era già stato Matrimonio all’italiana – da Filumena Marturano – di Vittorio de Sica, nel 1964). Negli ultimi tempi, in particolare, sono state trasposte in linguaggio cinematografico Il sindaco del rione Sanità e Natale in casa Cupiello, per la regìa, rispettivamente, di Mario Martone e di Edoardo de Angelis; ed è proprio su queste due realizzazioni che vorrei intrattenermi brevemente.

Ho letto, infatti, critiche esaltanti, rivolte al primo di tali lavori, e, viceversa, svilenti, relativamente al secondo; critiche che (da spettatore, beninteso, non da critico) non condivido.

Martone, infatti, ha trasposto il testo eduardiano dall’originaria Napoli dei guappi – quella della prima metà del secolo scorso: la commedia è del 1960 – a quella odierna della criminalità organizzata di tipo camorristico. È vero, si tratta di due modalità diverse di configurazione del medesimo fenomeno-camorra, ma il loro rispettivo modo di esprimersi è differente: la violenza costituiva per il primo una manifestazione soltanto episodicamente estrema e limitata per lo più al proprio interno, mentre per il secondo essa è divenuta la regola e si esprime con pari frequenza e intensità anche all’esterno. Dunque, stridono le battute dell’Antonio Barracano-prima maniera, dure ma, tutto sommato, bonarie, sulla bocca di un vero e proprio capo di criminalità organizzata, qual è l’Antonio Barracano-seconda maniera.

Del lavoro di de Angelis, poi, è stata criticata la scelta per la parte di Luca di Sergio Castellitto, non napoletano; una scelta, tuttavia, che credo possa essere perdonata (pronuncia del napoletano a parte), a fronte del rispetto del testo, che ha fatto aleggiare anche qui l’aura eduardiana.

In definitiva e sempre dall’ottica dello spettatore: credo che, nella messa in scena di lavori teatrali, cinematografici, lirici e quant’altro, il regista debba essere consapevole che il suo ruolo dev’essere quello di coordinare l’impegno delle varie componenti in scena, nei loro rispettivi ruoli, verso la rappresentazione di ciò che l’autore ha inteso offrire al pubblico. Altrimenti, ci toccherà continuare ad assistere a spettacoli sancarliani, come la Cavalleria rusticana, funestata dalla presenza costante sulla scena del regista, impegnato ad andare avanti e indietro o, addirittura, a gettare manciate di petali agli spettatori, o come la Luisa Miller in forma di sceneggiata, alla maniera di Isso, essa e ‘o malamente, con tanto di protagonista pistolero. E che il cielo ce la mandi buona.

(Dicembre 2020)

Antonella Morea

La mamma di Casa Surace, diventa un fumetto e una supereroina

 


L’attrice e cantante Antonella Morea diventa un fumetto, grazie alle illustrazioni di Carlo Cid Lauro e Giulia Zucca, all’interno de Il Manuale del Fuorisede di Casa Surace, edito da Panini Comics.

«Un onore per me essere il soggetto dei disegni dei due illustratori di Panini, Carlo Lauro e Giulia Zucca, dichiara Antonella Morea. Diventare un fumetto significa essere maggiormente conosciuti. Ad esempio, quando vedo I Simpson e mi soffermo sui  diversi personaggi famosi, pur non volendo,  di certo, paragonarmi a loro, mi rendo conto che è importante essere menzionati. Mi è piaciuto molto anche come mi hanno disegnata, in modo sicuramente veritiero e rispondente alla mia immagine».

Sebbene sia più nota per la sua carriera di attrice teatrale e di cinema, Antonella Morea collabora con la factory Casa Surace già da diversi anni. Lei è la vivace Mamma Antonella, la mamma supereroina, che redarguisce i suoi figli anche semplicemente svegliandoli di buon mattino, aprendo tutte le finestre e gridando “’A casa adda piglià aria!”.Al riguardo c’è una splendida illustrazione di Carlo Lauro.

Ecco quanto egli ci dice di sé: «Oltre ad essere disegnatore per la Panini, collaboro anche con altre realtà dell’editoria italiana, Tatai Lab, Magic Press, Feltrinelli comics e diverse altre. Sono comunque grato alla Panini e a Casa Surace per avermi dato l’opportunità di collaborare a questo splendido volume e ringrazio il mio editor, Davide Morando».

Il libro “Il Manuale del Fuorisede” (Panini Comics, pp. 200, euro 12), già disponibile in edicole, fumetterie, librerie  e on-line, è la prima guida illustrata rivolta a tutti gli impavidi “studenti da giù” che hanno deciso di abbandonare mamma. Ecco un esilarante manuale che permetterà di sopravvivere anche senza le melanzane di nonna! Il manuale, corredato dalle illustrazioni dei già citati talentuosi Carlo Cid Lauro e Giulia Zucca, accompagnerà il fuorisede nella sua formazione, che sarà compiuta quando saranno superati tre livelli, dall’annuncio alla famiglia alla prima lavatrice!

«Pur essendo un’attrice che lavora da tanti anni in teatro, racconta Antonella Morea, Casa Surace è una boccata d’aria di gioventù e di popolarità che, purtroppo, il teatro mi ha dato solo a basse percentuali. Il teatro è una questione elitaria, invece, loro sono popolari e, grazie a loro, sono in tv a fare degli spot come quello di una famosa candeggina, che non è uno dei  soliti spot canonici,  ma si  tratta di stories molto divertenti e ciò conferisce a questa mia attività anche un'altra veste. Casa Surace, infatti, mi ha dato una possibilità in più, differente rispetto a quello che facevo, anche se poi si tratta ugualmente di recitare, che è sempre il mio mestiere».

(Ottobre 2020)

IL TEATRO A NAPOLI

 

a cura di Luigi Rezzuti

 

Napoli è una città che trova svariati modi di esprimersi, dalla poesia alla musica, dal teatro al cinema.

Fin dall’antichità, l’arte ha rivelato al mondo il cuore di Napoli, partendo proprio dalle sue strade.

Le prime tracce del teatro napoletano risalgono a Jacopo Sannazaro e a Pier Antonio Caracciolo. Jacopo Sannazaro, con l’opera dal titolo “Arcadia” e qualche anno dopo, il Caracciolo con due opere, dal titolo “La farsa de lo cito” e “Magico”.

Entrambi ebbero il merito di diffondere la cultura teatrale tra i ceti minori della popolazione.

Il teatro napoletano è stato sostanzialmente legato alla maschera di Pulcinella.

Pulcinella è un personaggio che rappresenta da sempre il modo tutto napoletano di vedere il mondo, grazie alla sua furbizia e alla sua arte di destreggiarsi in qualsiasi situazione

Altri autori di teatro, molto più vicini a noi, sono stati Raffaele Viviani ed Eduardo De Filippo. L’opera di  Viviani si differenzia notevolmente da quella di Eduardo De Filippo. Mentre Eduardo ci presenta la borghesia napoletana, con i suoi problemi e la sua crisi di valori, Viviani mette in scena la plebe, i mendicanti, i venditori ambulanti.

Il suo fu un teatro diverso, anomalo, sconvolgente,  con l’uso del dialetto, caratterizzato anche dall’ostilità e dal silenzio della critica e della stampa.


I fratelli De Filippo, Eduardo, Peppino e Titina, i tre più celebri fratelli del teatro italiano, figli illegittimi di Scarpetta (per essere nati da una relazione di Scarpetta con Luisa De Filippo, nipote della moglie di Scarpetta, Rosa De Filippo) iniziarono giovanissimi a calcare le scene, dopo aver formato una loro autonoma compagnia teatrale ed esordirono insieme con l’atto unico “Natale in casa Cupiello”.


L’ultimo e forse il più grande interprete di Pulcinella, fu Antonio Petito che lo trasformò da servo furbo e burlesco, in maschera napoletana, modernizzandolo e permettendone così la trasformazione ad opera di Eduardo Scarpetta.

Scritturato da Petito, all’età di quindici anni, Eduardo Scarpetta ebbe il compito di impersonare nella compagnia di Petito il personaggio di Felice Sciosciammocca, sostenitore comico e “spalla” di Pulcinella.

Alla morte di Petito, e alla scomparsa del personaggio di Pulcinella, Scarpetta si fece interprete del cambiamento di gusti nel pubblico napoletano.

Eliminò, quindi, definitivamente quella maschera, ormai obsoleta, introducendo personaggi della borghesia cittadina, che mantenessero, però, immutati i caratteri farseschi della tradizione.

Le sue commedie su Felice Sciosciammocca, come “Il medico dei pazzi” o  “Miseria e nobiltà” ottennero un enorme successo a Napoli e aprirono la strada del successo ai fratelli De Filippo.

Sarà solo nel dopoguerra che il successo di De Filippo giungerà agli storici livelli di commedie quali “Napoli Milionaria” e “Filumena Marturano” ambientate in una Napoli disillusa, in pieno dopoguerra.

I De Filippo s’imposero per la loro verve interpretativa, le intense espressioni, la spontaneità e la vitalità dei personaggi, rappresentati sempre a metà tra la commedia e il dramma.

Peppino, abbandonando, per vari screzi, il fratello Eduardo, si lanciò nel cinema, spesso in compagnia di Totò, in memorabili commedie, giungendo persino sul punto di fondare una propria compagnia di prosa “La compagnia teatrale italiana”.

Negli anni Sessanta, poi, nella trasmissione televisiva “Scala reale”, interpretò il personaggio “Pappagone”, che divenne quasi una maschera del teatro napoletano.

Titina, invece, rimasta col fratello Eduardo, si affermò nel ruolo di Filumena Marturano nell’, opera omonima, di  Eduardo, rimasta ormai nella storia del teatro.


La personalità di Antonio de Curtis, in arte Totò, s’impose, invece, nel cinema ma egli raccolse i suoi primi successi sulle scene dei teatri periferici e dei quartieri più poveri.

Quella di Totò era anch’essa una maschera buffa, un’autentica  maschera, che apparve sempre più malinconicamente grottesca.

Era la maschera di un piccolo “gigante”: il più comico e il più napoletano.

Per suscitare le risate, non aveva bisogno di ricorrere alle battute scherzose: in teatro ad esempio, bastava che apparisse in scena, senza pronunciare ancora nessuna frase,  e giù gli spettatori a ridere.

Gli era sufficiente una smorfia, un gesto, un semplice ammiccamento e poteva fare a meno del copione. Bastava un canovaccio di poche parole. Al resto  pensava lui, improvvisando mimica e dialogo, prolungando un breve sketch anche di quindici o venti minuti, specie se avvertiva, immediato, il calore del pubblico.

Memorabile fu il suo ritorno sulla scena, quasi sessantenne e quasi cieco, quando apparve in una rivista “A prescindere”, l’ultima sua passerella da gran finale Elettrizzò gli spettatori in un’esplosione pirotecnica. Sembrava che davvero i fuochi d’artificio, che riproduceva, attraverso una mimica inimitabile, si moltiplicassero attorno a lui.

Il varietà, poi, così come l’avanspettacolo, nasce a Napoli verso fine Ottocento, più semplicemente chiamato Cafè – chantant. Era il periodo della “Belle Epoque”,  in cui Napoli e Parigi erano le capitali culturali d’Europa.

Lo spettacolo era suddiviso in due tempi e vari quadri, a seconda delle esibizioni. Nel primo si esibivano ballerine e cantanti, nel secondo le vedette più attese le sciantose e soprattutto “le macchiette”, ovvero attori che cantavano in modo caricaturale.


L’epoca d’oro del Cafè Chantant a Napoli coincise con i grandi successi delle più spigliate canzonettiste, tra cui Elvira Donnarumma e Gilda  Mignonette.

Nello stesso periodo, nella compagnia dei de Filippo, venne alla ribalta un’attrice, Tina Pica, figlia d’arte, suo padre Giuseppe fu interprete del personaggio di “Don Anselmo Tartaglia”.

La naturalezza interpretativa della Pica non la costringeva a recitare un copione, in quanto lei stessa si considerava ed era semplicemente “Il personaggio”.

A cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta, iniziò a diffondersi l’usanza, per intere famiglie, di dedicarsi al teatro di avanspettacolo, con il ruolo, per ciascuno dei componenti, di capo-comico, di soubrette, di macchiettista e così via.

Spesso erano costretti tutti, loro malgrado, ad accettare miserevoli scritture, dallo scarso compenso economico.

Tra queste vi era la famiglia Maggio: Enzo, Beniamino, Dante, Icadio, Pupella, Rosalia e Margherita.

Beniamino era il più popolare dei fratelli Maggio, tanto che la critica lo considerò una delle più grandi macchiette del teatro napoletano.

Però la stessa critica considerava Dante il più bravo dei fratelli. Egli possedeva le doti del ritmo, delle pause, dei tempi giusti, della mimica e di una voce ben modulata.


Tra le sorelle la più zelante fu certamente Pupella, che si affermò soprattutto come attrice di prosa, Rosalia, invece, era la più attraente.


Successivamente giunsero alla ribalta caratteristi come: Pietro De Vico, Ugo D’Alessio, Carlo e Aldo Giuffrè, ma su tutti questi spicca il nome del più grande in questo genere: Nino Taranto, interprete di macchiette, con la tipica paglietta a tre punte.

Taranto, nel , divenne capo-comico dedicandosi soprattutto alla rivista per quasi vent’anni, prima di passare al teatro di prosa.

Il suo cavallo di battaglia fu la celebre canzone “Ciccio formaggio”.

Al suo fianco vi era sempre l’inseparabile fratello minore Carlo, entrambi spesso affiancati da grandi caratteriste, quali Tecla Scarano e Dolores Palumbo.

La sua ultima compagna di “lavoro” fu Luisa Conte, nelle sue celebri interpretazioni al teatro Sannazaro, negli anni Ottanta.

A cavallo delle due guerre nacque, poi,  nel 1919, e si concluse nel 1940, salvo un ritorno negli anni Settanta, la sceneggiata. tratta da una canzone e, talvolta, anche da una poesia.

Vi si cimentarono artisti, quali Pasquariello, Gill. la Mignonette ed altri .

In un primo periodo la sceneggiata, come si è appena detto, era tratta da una canzone e, talvolta, anche da una poesia, molte volte caratterizzata da risvolti drammatici, ambientata nei bassi, nei vicoli, nei quartieri più poveri e malfamati.

In un secondo momento, invece, negli anni Settanta-e Ottanta è stata anch’essa improntata a versi e canzoni, ma, mentre nell’antica sceneggiata si raccontavano le miserie della povera gente, con toni sia drammatici che comici, in questa, più moderna, si ritrovava spesso la figura del “mammasantissima”, il cosiddetto “guappo buono”come Mario Merola interprete della canzone “Zappatore”, in “Lacreme napulitane.”

Con la riapertura del Teatro Trianon, Nino D’Angelo ha riproposto nuove edizioni dell’antica sceneggiata, rivalutando gli aspetti artistici ed anche culturali di questo genere, attraverso una nuova cultura della strada, intesa non come malavita, quanto piuttosto come binomio, ovvero, contrasto tra due realtà, irriducibili l’una all’altra: miseria e sopraffazione.

Un posto a parte occupa l’autore e regista Roberto De Simone, grande innovatore e ricercatore del patrimonio culturale, teatrale e musicale, della tradizione popolare partenopea, andando alla scoperta di tracce di “Villanelle, laudi e strambotti” laddove la tradizione sarebbe andata, malauguratamente, perduta.

Nel 1967 Roberto De Simone fondò la Nuova Compagnia di Canto Popolare, di cui fu animatore, ricercatore e rielaboratore.

Dopo l’attività musicale accentuò progressivamente la ricerca teatrale e, grazie a lui, si possono ammirare opere come “La cantata dei pastori”.

Nel 1976 arrivò un altro grande successo, la favola in musica, “La gatta cenerentola”.

Purtroppo questi “grandi” del teatro napoletano ci hanno lasciato e oggi ci dobbiamo accontentare di rivivere quelle emozioni solo attraverso il piccolo schermo quando la TV, di tanto in tanto, ci delizia con opere indimenticabili del passato.

(Gennaio 2020)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

COMUNICATO STAMPA

 

Presentata al Foyer del Teatro comunale Diana di Nocera Inferiore la VI edizione di L’ESSERE & L’UMANO - rassegna teatrale a cura di Artenauta Teatro, con la direzione artistica di Simona Tortora, in collaborazione con il Teatro Pubblico Campano, e organizzata a cura di Giuseppe Citarella, con il patrocinio del Comune di Nocera Inferiore. Sette gli spettacoli in cartellone, che avranno tutti luogo il venerdì alle ore 21,00, tra cui uno omaggio per ringraziare proprio l'Amministrazione comunale, nella persona del Sindaco Manlio Torquato, che ha creduto nel progetto della rassegna sostenendola ogni anno.  Si inizia il 31 gennaio con “Ad esempio questo Cielo”, spettacolo costruito dalla Compagnia Dimitri/Canessa sulle parole poetiche di Raymond Carver; il 21 febbraio andrà in scena “Settanta Volte Sette” della Compagnia Controcanto Collettivo, spettacolo vincitore del festival biennale "I Teatri del Sacro" edizione 2019, che affronta il tema del perdono e della sua possibilità nelle relazioni umane e narra la vita di due famiglie i cui destini s’incrociano in una sera; il 13 marzo è la volta di “Dedalo e Icaro”, Compagnia Eco di Fondo: un figlio rinchiuso in un labirinto fatto di troppo amore; il 3 aprile si passa dal teatro alla musica con l'effervescente concerto “SerenVivity” delle Ebbanesis, regine del web grazie al quale sono state lanciate a livello internazionale; il 17 aprile lo spettacolo “Tre cumpari musicanti. Storie minime nella grande storia: briganti, borbonici, francesi”, una mirabile performance di e con l’antropologo narratore Paolo Apolito, accompagnato dal musicista Antonio Giordano (voce, zampogne e chitarra battente), che Artenauta Teatro offre in omaggio alla cittadinanza per i dieci anni dalla nascita dell'associazione teatrale; partner dell’importante evento è la casa editrice Oèdipus di Francesco G. Forte. L'8 maggio salirà sul palco del Diana la Compagnia Artenauta Teatro con “VincitorieVinti” da Euripide, per la regia di Antonello Ronga; il 29 maggio la rassegna chiude con lo spettacolo della Compagnia Artenauta Teatro, “TU 2.0”, uno spettacolo sul ‘naturale’ specchio dell’IO; regia di Simona Tortora.

Info e prenotazioni: Teatro Comunale Diana, piazza Guerritore 1, Nocera Inferiore. Orario botteghino lun/sab ore 18,00/21,00. Info: 320 5591797.

Claudia Bonasi

(Dicembre 2019)

Stabia Teatro Festival 2019 - Premio "Annibale Ruccello”

 

È Peppe Barra l’artista insignito del Premio Annibale Ruccello” 2019.

Una serata all’insegna del teatro e della poesia per celebrare, anche quest’anno, il ricordo del drammaturgo stabiese nella sua Castellammare. La consegna dei Premi, intitolati al giovane drammaturgo di Castellammare, si è svolta nella Sala Conferenze della Banca Stabiese, nell’ambito dello Stabia Teatro Festival 2019, la kermesse teatrale e letteraria, ideata da Luca Nasuto.

Nomi prestigiosi, anche quest’anno, arricchiscono il parterre dei vincitori del Premio «Annibale Ruccello», coordinato da Monica Citarella, per la sezione Teatro, e da Maria Carmen Matarazzo, per la sezione Poesia.

Vincitore del Premio alla Drammaturgia, come si è detto in apertura, è Peppe Barra, artista poliedrico e protagonista indiscusso della cultura del Novecento, artefice di un imprescindibile lavoro di recupero della tradizione orale e musicale partenopea e in particolare della fiaba, confluito nei testi di spettacoli indimenticabili, dalla Gatta Cenerentola al celebre Lengua Serpentina.

Il riconoscimento è stato assegnato da una giuria dell’Università Federico II, presieduta dall’italianista ed esperto del teatro ruccelliano, Matteo Palumbo. Ad affiancarlo il Presidente Onorario Carlo de Nonno, stretto collaboratore di Ruccello, nonché custode del suo patrimonio artistico; Giuseppina Scognamiglio, docente di Letteratura Teatrale Italiana; Francesco de Cristofaro, studioso di Letteratura comparata; Pasquale Sabbatino, direttore del Master in Drammaturgia e Cinematografia e coordinatore, insieme a Palumbo, del progetto dell’ Università Federico II, che ha come finalità la raccolta, lo studio e la pubblicazione dei testi ruccelliani.

Massimo Andrei, attore, autore, regista teatrale e cinematografico è, invece, il vincitore del Premio alla Carriera, conferito dal Coordinamento dello Stabia Teatro Festival, quale riconoscimento di una personalità artistica che si esprime in una pluralità di percorsi creativi, di linguaggi e mezzi espressivi, ispirati anche all’impegno etico-culturale.

Il premio della Critica, istituito quest’anno, è stato assegnato allo spettacolo Il Servo, tratto dal romanzo di Robin Maugham, nella traduzione di Lorenzo Pavolini, e diretto da Pierpaolo Sepe e Andrea Renzi. Pièce avvincente, prodotta da Casa del Contemporaneo, Teatri Uniti, Napoli Teatro Festival e Teatro Stabile di Napoli, e interpretata dallo stesso Renzi con Tony Laudadio, Lino Musella, Federica Sandrini e Maria Laila Fernandez, Il Servo è una lucida ricostruzione di un rapporto di dominio di un uomo su un altro uomo, tessuto nello spazio chiuso di una casa borghese nella Londra degli anni ’50, con un progressivo ribaltamento di ruoli, che adombra una «storia tetra di lotta sociale feroce». 

Lo spettacolo è stato selezionato da una giuria presieduta da Armida Parisi, caporedattrice culturale del Roma e composta da Stefano de Stefano, critico teatrale del Corriere del Mezzogiorno; Bianca de Fazio, redattrice di Repubblica e Fabrizio Coscia, critico teatrale de Il Mattino.

La poetessa Maram Al Masri è, invece, la vincitrice del Premio «Annibale Ruccello» per la Poesia, assegnato dalla giuria presieduta da Sergio Iagulli, responsabile della Casa Internazionale della Poesia di Baronissi, e composta da Raffaella Marzano, Giancarlo Cavallo, Maria Carmen Matarazzo e Luca Nasuto.

Maram al-Masri, nativa di Lattakia in Siria, ma trapiantata a Parigi dal 1982, è autrice di fama internazionale, che spazia da temi squisitamente lirici e intrisi di raffinato erotismo a temi di carattere sociale, riguardanti la condizione delle donne e dei bambini e la difesa della libertà e dei diritti civili. Dopo un primo libro, pubblicato nel 1984, a Damasco, dal titolo Ti minaccio con una colomba bianca, è ritornata alla poesia nel 1997 con Ciliegia rossa su piastrelle bianche, insignito nel 1998 del Premio del Forum culturale libanese in Francia e tradotto in spagnolo, francese, corso e inglese. Ad esso si aggiungono Ti guardo, Anime scalze, Arriva nuda la libertà” e, nel 2018, con la traduzione di Raffaella Marzano, La donna con la valigia rossa, racconto illustrato dall'artista salernitana Ida Mainenti (Multimedia Edizioni).

(La foto di Peppe Barra è di Fiorella Passante) 

(Dicembre 2019)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Quando a Napoli cadevano le bombe

 

Lo spettacolo “Quando a Napoli cadevano le bombe”, ideato, scritto e diretto dal Maestro Aldo De Gioia, è andato in scena martedì 11 giugno 2019 nella prestigiosa Aula Magna dell’Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi di Guerra, in collaborazione con la Fondazione, Sezione Provinciale di Napoli, in via Armando Diaz 58 – Napoli.


Uno spettacolo forte, segnato da un notevole successo di critica e di pubblico, fa rivivere le tragiche ore vissute dai napoletani durante l’ultima guerra. L’opera, evento culturale di rilievo, porta in scena la realtà di un triste periodo, che vide la meravigliosa Città di Napoli martoriata dagli eventi bellici. Non mancarono, in quegli anni dolorosi, sofferenze, privazioni, paure, sacrifici, morti innocenti e distruzioni, anche di patrimoni d’arte. Il lavoro, che riporta i più anziani a tristi ricordi, è utile testimonianza per i più giovani, che hanno avuto la fortuna di non vivere quel periodo, e ricorda a tuttti noi che le guerre sono sempre una rovina, sia per i vincitori che per i vinti.

Direzione e supporto di scena: Enzo Aita, Ciro Ammendola, Davide Guida.

(Giugno 2019)

Andiamo a Teatro

a cura di Marisa Pumpo Pica

 

Cantare alle ossa” è l’ultimo appuntamento che, venerdì 24 maggio, alle ore 21, al Teatro Diana di Nocera Inferiore, chiude la rassegna di Artenauta Teatro “L’Essere & l’Umano”, giunta alla V Edizione.

 

La rappresentazione, ideata da Simona Tortora, che ne cura la direzione artistica, firmandone sia la regia che la drammaturgia, viene messa in scena in collaborazione con il Teatro Pubblico Campano. Organizzazione a cura di Giuseppe Citarella. Disegno e luci di Giuseppe Petti.

Colpisce sicuramente il titolo della piece per l’audace accostamento di due termini, molto diversi fra loro, “Cantare alle ossa”, dove il verbo cantare evoca musica, suono, poesia, dunque sogno. La parola ossa, invece, conferisce al contesto un tono lugubre, di inesorabile realtà, in netta opposizione con il sogno. Sta a ricordarci la fragilità della vita e l’irrevocabile  destino dell’uomo, la sua parabola finale, che si conclude con la morte e, di qui, con essa, la distruzione del corpo e il suo inevitabile ridursi in un mucchio di ossa.

Un invito a riflettere sull’umanità perduta dei tempi attuali, certamente, ma anche il prospettarsi di una possibilità, quella di individuare una via di uscita per non perdere la speranza. E in tale ottica, la parola “ossa” perde ogni tonalità lugubre e cruda per diventare metafora della speranza e della salvezza, ai fini della realizzazione di una palingenesi umana, saremmo tentati di dire, sempre che il termine non appaia troppo audace.

Così Simona Tortora nelle note di regia:

“Sono tempi in cui, come persone, stiamo dando il peggio di noi stessi: nei confronti dei nostri simili, degli animali e della natura. Seminiamo odio, arroganza, ignoranza, violenza, razzismo. Giorno per giorno vediamo sbiadire la poesia, l’amore, la speranza; l’umanità stessa sta spegnendosi a vantaggio di un surrogato incurante dei disastri che va combinando, con un’opera di inquinamento del nostro presente che oramai ha rinunciato a costruirsi il futuro. Abbiamo bisogno di ritrovare l’antica forza luminosa che è dentro di noi. Quello che di noi resisterà, oltre la vita, sono le ossa. Allora è da quella forza indistruttibile che bisogna partire. In un racconto della Pinkola Estés, la Loba, che si occupa di chi si è perduto, vive in un luogo nascosto dell’anima. Tutti la conoscono ma pochi l’hanno vista. Suo compito è raccogliere le ossa. La sua specialità sono i lupi. Quando ne ha riunito lo scheletro si leva sulla creatura e inizia a cantare. Allora le ossa si ricoprono di carne e di peli. La Loba canta ed il lupo torna in vita. Dunque, sta ad ognuno di noi ritrovare il proprio mucchietto di ossa abbandonate, per rinnovare la loro forza, vitale e indistruttibile. Cantare alle ossa è un lavoro sul corpo e sulla voce, è tornare alla memoria antica, ritrovare poeti e sognatori, uomini simili a santi e santi, folli e artisti. Un canto poetico, un amore più ampio, non solo verso noi stessi, ma che si proietta sull’altro, sulla natura, sulla necessità di salvarsi dalle parole inutili”.

 

Biglietto intero 10 euro – ridotto 8 euro.

Riduzioni rivolte a under 18 e over 65

Orario botteghino: Lun / Sab dalle 18 alle 21

(Maggio 2019)

Andiamo a Teatro

 

a cura di Marisa Pumpo Pica

 

Antonio Poli debutta nel ruolo de Il Duca di Mantova nella nuova produzione di “Rigoletto”, in scena al Teatro Municipale “Giuseppe Verdi” di Salerno dal 28 al 30 dicembre.

Antonio Poli, il giovane tenore lirico di Viterbo, acclamato a livello internazionale soprattutto nei ruoli verdiani, torna al Teatro Verdi di Salerno (nella passata stagione aveva impersonato il ruolo di Alfredo ne “La Traviata”, uno dei suoi personaggi più apprezzati) e debutta in un ruolo che ha molto desiderato, un altro punto di arrivo nella sua ricca galleria verdiana: il Duca di Mantova in Rigoletto.

"Sono felice di tornare in questo Teatro e in questa città che amo molto. Essere diretto per la prima volta nella mia carriera dal Maestro Daniel Oren è un privilegio, ma l’intero cast di questo Rigoletto è straordinario" ha dichiarato il giovane tenore. "Sto apprezzando la regia di Riccardo Canessa e ho ritrovato un’orchestra e un coro di primissimo livello. Per il mio debutto in questo ruolo non potevo chiedere di meglio".

Antonio Poli si esibirà in due dei tre eventi previsti, il 28 dicembre per la Prima e il 30 dicembre.

 

Antonio Poli è tra i giovani tenori più apprezzati e richiesti della sua generazione. Nato a Viterbo, si perfeziona a Roma con Paola Leolini.

Nel 2010, a soli 24 anni, ha vinto il primo premio e il premio del pubblico al prestigioso Concorso Internazionale Hans Gabor Belvedere di Vienna e, nello stesso anno, ha preso parte al Progetto Giovani Cantanti del Festival di Salisburgo. Da quel momento  la sua carriera si eleva a livelli internazionali, cantando,  tra l’altro,  nel ruolo de il Conte di Almaviva nell’opera “I due Figaro” di Mercadante, diretto da Riccardo Muti al Festival di Pentecoste a Salisburgo, al Ravenna Festival e al Teatro Real di Madrid.

In seguito è stato Alfredo al New National Theatre di Tokyo, diretto da Yves Abel, al Filarmonico di Verona e alla Fenice di Venezia; Nemorino all’Opera di Roma e al Comunale di Bologna, al Teatro Real di Madrid, alla Staatsoper di Berlino e a Graz; Fenton alla Bayerische Staatsoper di Monaco sotto la direzione di Daniel Harding, ma anche alla Scala di Milano, a Tokyo, e al San Carlo di Napoli, diretto da Pinchas Steinberg; al Festival di Glyndebourne, diretto da Mark Elder; Tamino a Bari e Venezia; Don Ottavio alla Chicago Lyric Opera, diretto da Sir Andrew Davis, alla Royal Opera House di Londra, diretto da Nicola Luisotti, alla Fenice di Venezia, Staatsoper di Amburgo e a Graz; Cassio diretto da Bertrand de Billy alla Chicago Lyric Opera e con Sir Antonio Pappano alla Royal Opera House di Londra; Ismaele diretto da Riccardo Muti a Roma e a Tokyo, Macduff, ancora sotto la direzione del M° Muti, all’Opera di Roma e al Festival di Salisburgo.

Ha cantato Le Rossignol di Stravinsky e Iolanta di Tchaikovsky in forma di concerto, diretto da Ivor Bolton al Festival di Salisburgo; la Messe solennelle di Santa Cecilia di Gounod , diretto da Bertrand de Billy al Musikverein di Vienna;  la Messa in Fa Maggiore di Schubert, diretto da Riccardo Muti a Chicago; lo Stabat Mater di Rossini, diretto da Rolf Beck al Festival Schleswig-Holstein e al Rheingau Festival e diretto da Jesus Lopez Cobos in Vaticano e al Duomo di Orvieto; il Requiem di Mozart , diretto da Sir Antony Pappano all’Accademia di Santa Cecilia di Roma; il Requiem Polacco di Penderecki ad Amburgo, diretto dallo stesso compositore; il Magnificat di Bach, che ha rappresento il suo debutto con la Chicago Symphony Orchestra. Infine, con programmi liederistici, ha già debuttato sia al Festival di Lucerna che alla Wigmore Hall di Londra.

Ha iniziato la stagione 2018/2019 cantando per la prima volta nel Requiem di Verdi, prima alla Konzerthaus Berlin e in seguito al San Carlo di Napoli, sempre sotto la direzione di Juraj  Valcuha. È reduce dalla trionfale tournée dell’Opera di Roma al Bunka Kaikan di Tokyo (Alfredo ne La Traviata con regia di Sofia Coppola e costumi di Valentino). Ha partecipato all’inaugurazione della stagione sinfonica della Fenice di Venezia cantando nel Requiem di Verdi sotto la direzione di Myung-whun Chung. Canta per la prima volta al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino ne La Traviata, firmata dal regista Francesco Micheli e, infine, ora, sul finire del 2018, debutta come Duca di Mantova al Teatro Giuseppe Verdi di Salerno con la direzione di Daniel Oren. Tra gli impegni del 2019 spicca il debutto, nel ruolo del titolo, ne La clemenza di Tito al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino.

Antonio Poli ha inciso I due Figaro di Mercadante e Macbeth, sempre sotto la direzione di Riccardo Muti.

(Dicembre 2018)

“I De Filippo, il mestiere in scena”. Anteprima mondiale a Napoli.

 

di Luciana Alboreto

 

Le storiche sale di Castel dell’Ovo, accolgono dal 28 ottobre 2018 al 24 marzo 2019, la sontuosa mostra “I De Filippo, il mestiere in scena”, in anteprima mondiale. L’evento, sollecitato dalla stessa famiglia De Filippo, è stato favorevolmente promosso dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, con la collaborazione organizzativa del Presidente di C.O.R. (Creare, Organizzare, Realizzare). La storia del Teatro Napoletano e Nazionale non può prescindere dalla generosa eredità dei Maestri De Filippo, capaci di ritrarre e proporre, in modo sottile, erudito, ironico, ilare ed anche drammatico, le più svariate realtà della vita. Chi non si è immedesimato nelle storie di umanità, vive e veritiere, rappresentate nelle commedie dei De Filippo, rivivendo emozioni personali ed affettive? A chi non capita di sorridere al riecheggiare di battute, mai sopite, sulle solennità festive e sulla quotidianità più varia? E per questi meriti ed abilità inestimabili, l’evento vuole suggellare un filo di continuità tra il pubblico e gli eccellenti interpreti del Teatro della vita. L’itinerario di visita permette di visionare tutto il materiale, sia noto, che inedito, riguardante le scene sui palchi, attraverso un viaggio straordinario in tale mondo. Nella sala centrale, presso il Salone Italia, si rivive l’emozione di scene tratte da “Gli esami non finiscono mai”, “Natale in casa Cupiello”, “Filomena Marturano”, “Questi Fantasmi!”, “Non ti pago!”. Nelle sale superiori si possono apprezzare materiali che delineano i profili professionali e umani dei De Filippo. Altre sezioni commemorano le amicizie e gli impegni civili della famiglia. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha voluto una medaglia per il riconoscimento della levatura culturale, storica e sociale dell’evento. Per la sua pregnanza, se Eduardo potesse commentare questo omaggio della sua città, lo farebbe di certo con le sue note parole: “Lo sforzo disperato che compie l’uomo nel tentativo di dare alla vita un qualsiasi significato è teatro”.

(Dicembre 2018)

MUTAVERSO TEATRO

 

Lunedì 26 novembre 2018, alle ore 11,00, nella Sala del Gonfalone del Comune di Salerno, si terrà la conferenza stampa di presentazione della IV Stagione Mutaverso Teatro, ideata e diretta da Vincenzo Albano di Erre Teatro. Alla conferenza stampa prenderanno parte il sindaco di Salerno Vincenzo Napoli, il presidente della Commissione Cultura del Comune di Salerno, Ermanno Guerra e il consigliere Rocco Galdi, vicepresidente della Commissione Cultura.

(Novembre 2018)

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