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Normalità……. È Sognare                                                      di  Mariacarla Rubinacci   La sera era ormai inoltrata, l’aria fresca...
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SEGNALIBRO a cura di Marisa Pumpo Pica   Storie che si biforcano – Wojtek Edizioni di Dario De Marco   Siamo ben lieti di occuparci, dopo molti...
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Miti napoletani di oggi.90 IL “RAGU’”   di Sergio Zazzera   Quello che piaceva a Eduardo «’o ffaceva sulo mammà»; a casa mia, una vecchia zia di...
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Guglielmo Chianese, in arte Sergio Bruni   di Luigi Rezzuti   Sergio Bruni nasce a Villaricca il 15 settembre del 1921 e muore il 22 giugno del 2003,...
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LUISA RANIERI ATTRICE

 

A cura di Luigi Rezzuti

 

Luisa Ranieri la conosciamo per essere una famosa attrice italiana.

Si è fatta le ossa da solo con molti anni di sacrificio ed è stata la protagonista di numerosi film e serie Tv.

Era il dicembre del 1973 quando Luisa Ranieri nasce a Napoli.

In molte occasioni l’attrice ha raccontato di avere avuto un’infanzia e un’adolescenza molto difficile. I suoi genitori si sono separati quando aveva solo otto anni, era un’adolescente e ha dovuto affrontare un percorso da uno psicologo. A solo otto anni ha dovuto affrontare la triste realtà della separazione dei genitori. Un evento che l’ha segnata nel profondo e che ha vissuto come unn abbandono da parte del padre.

Luisa Ranieri non ha alcun legame di parentela con il   cantante Massimo Ranieri che, tra le altre cose, usa uno pseudonimo, infatti il suo vero nome è Giovanni Calone.

Il suo papà biologico è morto quando aveva solo 24 anni e non lo aveva nemmeno conosciuto bene.

La carriera di Luisa Ranieri inizia intorno agli anni Duemila e nel corso di tutti questi anni non ha fatto altro che incassare un successo dietro l’altro.

La sua primissima apparizione ce l’ha al cinema nel 2001 in un filma di Pieraccioni intitolato “Il principe e il pirata”, in cui avrà un ruolo da protagonista. Subito dopo viene scelta da Antonioni per il film Eros nel capitolo intitolato “Il filo pericoloso delle cose” e nel 2007 la troviamo nella pellicola “SMS Sotto Smentite Spoglie” diretto da Vincenzo Salemme. Nel 2009, invece, sarà una delle protagoniste di “Gli amici del bar Margherita” di Pupi Avati.

Ma Luisa Ranieri non si accontenterà del grande schermo e lavora molto anche in televisione. Qui, avrà dei ruoli molto importanti soprattutto nelle fiction e serie Tv. Tra quelle più importanti troviamo “Cefalonia” del 2005, “Callas e Onassis” sempre nel 2005, “ O’ Professore” del 2008 e nello stesso anno compare in “Amiche Mie”.

Nel 2009 e 2010 tenta anche la strada del teatro e sarà la protagonista dello spettacolo “L’oro di Napoli”. Infine, nel 2021 la vediamo come figura principale della  miniserie  ”Le indagini di Lolita Lo Bosco”.

Luisa Ranieri è sposata con l’attore Luca Zingaretti, storico volto del Commissario Montalbano, con il quale è legata dal 2005- la coppia ha fatto il suo primo incontro sul set del film Cefalonia, quando l’attore stava uscendo dal suo divorzio con la prima moglie, Margherita D’Amico. I due attori si sono sposati in Sicilia, con rito civile, nel 2012 e hanno avuto due figlie.

(Marzo 2023 - Gli articoli vengono riprodotti quali ci sono pervenuti)

E' IL TEATRO, BELLEZZA!
 
 
 

(Maggio 2022)

LUCIA CASSINI

 

di Luigi Rezzuti

 


Lucia Cassini è nata il 4 maggio del 1951. Ha avuto un grande successo negli anni ’70. Molte le sue popolari collaborazioni, fra le altre ricordiamo quelle con Carlo Dapporto, Walter Chiari, Leo Gullotta.

Guidata da Angelo Fusco, Dino Verde, Castellacci e Pigngitore, ha girato più di 30 film, varie serie TV e Fction.

Lucia è detta anche la Totò in gonnella, ha ricevuto premi e riconoscimenti fino al “tormentone” degli anni ’80 “Balla Concetta”.

È una napoletana doc, una napoletana verace, nata a piazza del Gesù.

Si racconta così: Ero una bambina molto curiosa e dal balconcino di casa osservavo il passeggio e imitavo le persone, da quella esperienza è nata la mia passione per il    teatro.

Mio nonno, che era la prima tromba del San Carlo e anche procuratore generale del Banco di,Roma, mi portava  a via Toledo a comprare i giocattoli però io volevo gli strumenti musicali. A otto anni cantavo al Bar “Caprice” (caffetteria storica di Napoli) e come ricompensa avevo un babà. Cantavo le canzoni di Nino Taranto e facevo indigestione del mio amato dolce. A 9 anni divenni “Enfant Prodige” in Rai, dove fui scelta per esibirmi nella trasmissione “Piccolo Mondo” condotta da Silvio Noto. Al pianoforte c’era il grande Roberto De Simone, che ci ha cresciuti un po' tutti. A 12 anni incominciai a fare i Concerti dal vivo, le famose “piazze”, cantavo in napoletano, in francese, in spagnolo, in inglese. Ho fatto l’avanspettacolo e a 14 anni sono stata a Castrocaro con Ravera, ho inciso molti dischi, insomma ho fatto tanta gavetta prima di diventare “Lucia Cassini”. Ho nostalgia di Fellini, con il quale ho lavorato, mi mancano Oreste Lionello e Gianfranco D’Angelo, con i quali ho fatto “Il Bagaglino”, poi Pingitore, che mi ha diretto, Nino Taranto e Totò, Vittorio De Sica, col quale ho girato uno dei miei primi film, Massimo Troisi, Riccardo Pazzaglia e, Marcello Mastroianni con cui ho fatto un film. Ho nostalgia anche degli attori di oggi con i quali, a causa della pandemia, ho momentaneamente interrotto le collaborazioni, come Enzo De Caro, Tullio De Piscopo, Giacomo Rizzo, Gino Rivieccio. Qualche anno fa (nel 2018) ho subito un’operazione e nel percorso ospedaliero ho ideato un romanzo che ho chiamato “Ischia forever” da cui è nata una Fiction che ho momentaneamente interrotta per il covid. Intanto ne ho tratto un libro che ho dedicato a Carlo Croccolo che nella fiction faceva mio padre. Appena possibile riprendo le presentazioni a cui ho legato uno spettacolo che porterò nei teatri italiani, finirò la fiction e mi dedicherò ad un altro spettacolo dal titolo “Da Sanremo canta Napoli”, dove lancerò tanti giovani. In questi giorni sto ricevendo tanti premi alla Carriera e sto scrivendo anche un nuovo libro in preparazione alla grande festa per i miei 50 anni di carriera dove ricorderò Enzo Cannavale, Mario Merola, Pietro De Vico e tanti altri che voglio far conoscere soprattutto ai giovani per promuovere la nostra Arte napoletana”.ualche anno fa 8Nel       

Tanti auguri, cara amica, ancora oggi nel mio cuore.

(Ottobre 2021)

Alighiero Noschese. Un artista dimenticato

 

di Luigi Rezzuti

 


Alighiero Noschese è nato a Napoli, in via Palizzi, al Vomero, il 25 novembre del 1932 ed è morto il 3 dicembre del 1979, all’età di 47 anni.

Riposa, per sua volontà, nel cimitero di San Giorgio a Cremano.

La città di Roma gli ha dedicato una strada, come ha fatto il Comune di San Giorgio a Cremano, sia a lui che a Troisi.

La proposta di intitolargli una strada a Napoli fu indirizzata a Palazzo San Giacomo, in occasione dell’anniversario della morte dell’artista.

Dopo questa richiesta la commissione toponomastica, nel corso di una riunione, approvò la proposta di intitolare una strada ad Alighiero Noschese, da individuare preferibilmente nella zona collinare della città.

Da allora, sono trascorsi molti anni e, nonostante l’individuazione della strada, cui  era connessa  l’installazione della lapide con l’intitolazione, non si è saputo più nulla.

Noschese ha frequentato il liceo Pontano e, dopo essersi diplomato, si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza, ove fu allievo, tra gli altri, di  Giovanni Leone, il quale, venuto a conoscenza del fatto che quel giovane studente eseguiva magistralmente la sua imitazione, gli chiese di ascoltarla.

Si narra che Noschese avesse sostenuto due esami orali, filosofia del diritto e diritto ecclesiastico, parlando con la voce di Amedeo Nazzari, al primo esame, e con quella di Totò, al secondo.

Dopo aver tentato, senza fortuna, la carriera di giornalista, fu assunto nel giornale radio della Rai.

Negli anni Cinquanta entrò a far parte della Compagnia di Prosa della Rai, alternando l’attività di attore a quella di imitatore.

Garinei e Giovannini gli affidarono alcuni spettacoli come “Caccia al tesoro”, “Scanzonatissima”.

In questi due spettacoli Noschese sperimentò, per la prima volta, l’imitazione di personaggi politici e, paradossalmente, parve non destare irritazione tra i politici imitati, quali Ugo la Malfa, Giovanni Leone e Giulio Andreotti, anzi essi sembravano rallegrarsi per l’effetto di maggior visibilità che si andava creando intorno a loro, grazie a Noschese.

Le cronache raccontano che la madre di Giulio Andreotti avesse visto alla televisione un’imitazione del figlio da parte di Alighiero Noschese così ben riuscita da non accorgersi della finzione, tanto da telefonare al figlio per rimproverarlo: “Ma come ti è venuto in mente di andare a cantare in televisione?”.

La consacrazione avvenne nel 1969 con la partecipazione al varietà televisivo del sabato sera “Doppia Coppia”.

Da quel momento, a detta dello stesso Noschese, pare che molti personaggi della TV, come Mario Pastore, Ruggiero Orlando, Tito Stagno, Ugo Zatterin e della politica gli abbiano espressamente chiesto di essere imitati, sia per acquistare maggior visibilità sia per non essere considerati come personaggi di secondo piano.

L’ultimo programma televisivo cui partecipò “Ma che sera”, condotto da Raffaella Carrà nel 1978, avrebbe dovuto segnare il suo rientro dopo quattro anni di silenzio.

La mattina del 3 dicembre 1979, a 47 anni, Noschese si tolse la vita sparandosi un colpo di pistola alla tempia, nella cappella del giardino della clinica romana Villa Stuart, dove era ricoverato.

Secondo una versione, Noschese, per scherzo, avrebbe simulato al telefono la voce del neurologo che lo aveva in cura, chiamando l’internista, per chiedergli i risultati degli esami clinici e così avrebbe appreso dal sanitario di essere affetto da un cancro inguaribile, che lo destinava a morte imminente.

Alighiero Noschese riposa nel cimitero di San Giorgio a Cremano, in una cappella  polverosa,  transennata, con l’intonaco pericolante ed invasa da calcinacci.

Lo’hanno dimenticato. Che peccato! - si rammarica il fioraio di fronte al cimitero – La gente viene a visitarlo, ci chiede dove è la tomba. Eccola: c’è una lucina accesa e un geranio appassito”.

(Gennaio 2021)

EDUARDO DOPO EDUARDO

 

di Sergio Zazzera

 


Durante la sua vita, Eduardo de Filippo concesse i diritti di rappresentazione dei suoi testi teatrali soltanto a compagnie amatoriali e questa sua politica fu fatta proseguire dal figlio Luca: evidentemente, in questo modo si intendeva evitare diversi rischi, da quello di una modalità di recitazione che potesse competere, in qualche modo, con quella del Maestro, fino a quella di forme prevaricatorie di regìa.

Poco per volta, i cordoni di questa politica si allargarono e i risultati furono, per lo più, positivi: Questi fantasmi, Non ti pago e Sabato, domenica e lunedì, messi in scena, rispettivamente, da Carlo Giuffrè, Tullio del Matto e Toni Servillo, furono rappresentati con un rispetto del testo pari a quello che Eduardo imponeva a sé stesso e pretendeva dai suoi attori.

Con l’avvento della terza generazione (o quarta, se consideriamo anche Eduardo Scarpetta), poi, le commedie di Eduardo sono approdate anche alla cinematografia (ma c’era già stato Matrimonio all’italiana – da Filumena Marturano – di Vittorio de Sica, nel 1964). Negli ultimi tempi, in particolare, sono state trasposte in linguaggio cinematografico Il sindaco del rione Sanità e Natale in casa Cupiello, per la regìa, rispettivamente, di Mario Martone e di Edoardo de Angelis; ed è proprio su queste due realizzazioni che vorrei intrattenermi brevemente.

Ho letto, infatti, critiche esaltanti, rivolte al primo di tali lavori, e, viceversa, svilenti, relativamente al secondo; critiche che (da spettatore, beninteso, non da critico) non condivido.

Martone, infatti, ha trasposto il testo eduardiano dall’originaria Napoli dei guappi – quella della prima metà del secolo scorso: la commedia è del 1960 – a quella odierna della criminalità organizzata di tipo camorristico. È vero, si tratta di due modalità diverse di configurazione del medesimo fenomeno-camorra, ma il loro rispettivo modo di esprimersi è differente: la violenza costituiva per il primo una manifestazione soltanto episodicamente estrema e limitata per lo più al proprio interno, mentre per il secondo essa è divenuta la regola e si esprime con pari frequenza e intensità anche all’esterno. Dunque, stridono le battute dell’Antonio Barracano-prima maniera, dure ma, tutto sommato, bonarie, sulla bocca di un vero e proprio capo di criminalità organizzata, qual è l’Antonio Barracano-seconda maniera.

Del lavoro di de Angelis, poi, è stata criticata la scelta per la parte di Luca di Sergio Castellitto, non napoletano; una scelta, tuttavia, che credo possa essere perdonata (pronuncia del napoletano a parte), a fronte del rispetto del testo, che ha fatto aleggiare anche qui l’aura eduardiana.

In definitiva e sempre dall’ottica dello spettatore: credo che, nella messa in scena di lavori teatrali, cinematografici, lirici e quant’altro, il regista debba essere consapevole che il suo ruolo dev’essere quello di coordinare l’impegno delle varie componenti in scena, nei loro rispettivi ruoli, verso la rappresentazione di ciò che l’autore ha inteso offrire al pubblico. Altrimenti, ci toccherà continuare ad assistere a spettacoli sancarliani, come la Cavalleria rusticana, funestata dalla presenza costante sulla scena del regista, impegnato ad andare avanti e indietro o, addirittura, a gettare manciate di petali agli spettatori, o come la Luisa Miller in forma di sceneggiata, alla maniera di Isso, essa e ‘o malamente, con tanto di protagonista pistolero. E che il cielo ce la mandi buona.

(Dicembre 2020)

IL TEATRO A NAPOLI

 

a cura di Luigi Rezzuti

 

Napoli è una città che trova svariati modi di esprimersi, dalla poesia alla musica, dal teatro al cinema.

Fin dall’antichità, l’arte ha rivelato al mondo il cuore di Napoli, partendo proprio dalle sue strade.

Le prime tracce del teatro napoletano risalgono a Jacopo Sannazaro e a Pier Antonio Caracciolo. Jacopo Sannazaro, con l’opera dal titolo “Arcadia” e qualche anno dopo, il Caracciolo con due opere, dal titolo “La farsa de lo cito” e “Magico”.

Entrambi ebbero il merito di diffondere la cultura teatrale tra i ceti minori della popolazione.

Il teatro napoletano è stato sostanzialmente legato alla maschera di Pulcinella.

Pulcinella è un personaggio che rappresenta da sempre il modo tutto napoletano di vedere il mondo, grazie alla sua furbizia e alla sua arte di destreggiarsi in qualsiasi situazione

Altri autori di teatro, molto più vicini a noi, sono stati Raffaele Viviani ed Eduardo De Filippo. L’opera di  Viviani si differenzia notevolmente da quella di Eduardo De Filippo. Mentre Eduardo ci presenta la borghesia napoletana, con i suoi problemi e la sua crisi di valori, Viviani mette in scena la plebe, i mendicanti, i venditori ambulanti.

Il suo fu un teatro diverso, anomalo, sconvolgente,  con l’uso del dialetto, caratterizzato anche dall’ostilità e dal silenzio della critica e della stampa.


I fratelli De Filippo, Eduardo, Peppino e Titina, i tre più celebri fratelli del teatro italiano, figli illegittimi di Scarpetta (per essere nati da una relazione di Scarpetta con Luisa De Filippo, nipote della moglie di Scarpetta, Rosa De Filippo) iniziarono giovanissimi a calcare le scene, dopo aver formato una loro autonoma compagnia teatrale ed esordirono insieme con l’atto unico “Natale in casa Cupiello”.


L’ultimo e forse il più grande interprete di Pulcinella, fu Antonio Petito che lo trasformò da servo furbo e burlesco, in maschera napoletana, modernizzandolo e permettendone così la trasformazione ad opera di Eduardo Scarpetta.

Scritturato da Petito, all’età di quindici anni, Eduardo Scarpetta ebbe il compito di impersonare nella compagnia di Petito il personaggio di Felice Sciosciammocca, sostenitore comico e “spalla” di Pulcinella.

Alla morte di Petito, e alla scomparsa del personaggio di Pulcinella, Scarpetta si fece interprete del cambiamento di gusti nel pubblico napoletano.

Eliminò, quindi, definitivamente quella maschera, ormai obsoleta, introducendo personaggi della borghesia cittadina, che mantenessero, però, immutati i caratteri farseschi della tradizione.

Le sue commedie su Felice Sciosciammocca, come “Il medico dei pazzi” o  “Miseria e nobiltà” ottennero un enorme successo a Napoli e aprirono la strada del successo ai fratelli De Filippo.

Sarà solo nel dopoguerra che il successo di De Filippo giungerà agli storici livelli di commedie quali “Napoli Milionaria” e “Filumena Marturano” ambientate in una Napoli disillusa, in pieno dopoguerra.

I De Filippo s’imposero per la loro verve interpretativa, le intense espressioni, la spontaneità e la vitalità dei personaggi, rappresentati sempre a metà tra la commedia e il dramma.

Peppino, abbandonando, per vari screzi, il fratello Eduardo, si lanciò nel cinema, spesso in compagnia di Totò, in memorabili commedie, giungendo persino sul punto di fondare una propria compagnia di prosa “La compagnia teatrale italiana”.

Negli anni Sessanta, poi, nella trasmissione televisiva “Scala reale”, interpretò il personaggio “Pappagone”, che divenne quasi una maschera del teatro napoletano.

Titina, invece, rimasta col fratello Eduardo, si affermò nel ruolo di Filumena Marturano nell’, opera omonima, di  Eduardo, rimasta ormai nella storia del teatro.


La personalità di Antonio de Curtis, in arte Totò, s’impose, invece, nel cinema ma egli raccolse i suoi primi successi sulle scene dei teatri periferici e dei quartieri più poveri.

Quella di Totò era anch’essa una maschera buffa, un’autentica  maschera, che apparve sempre più malinconicamente grottesca.

Era la maschera di un piccolo “gigante”: il più comico e il più napoletano.

Per suscitare le risate, non aveva bisogno di ricorrere alle battute scherzose: in teatro ad esempio, bastava che apparisse in scena, senza pronunciare ancora nessuna frase,  e giù gli spettatori a ridere.

Gli era sufficiente una smorfia, un gesto, un semplice ammiccamento e poteva fare a meno del copione. Bastava un canovaccio di poche parole. Al resto  pensava lui, improvvisando mimica e dialogo, prolungando un breve sketch anche di quindici o venti minuti, specie se avvertiva, immediato, il calore del pubblico.

Memorabile fu il suo ritorno sulla scena, quasi sessantenne e quasi cieco, quando apparve in una rivista “A prescindere”, l’ultima sua passerella da gran finale Elettrizzò gli spettatori in un’esplosione pirotecnica. Sembrava che davvero i fuochi d’artificio, che riproduceva, attraverso una mimica inimitabile, si moltiplicassero attorno a lui.

Il varietà, poi, così come l’avanspettacolo, nasce a Napoli verso fine Ottocento, più semplicemente chiamato Cafè – chantant. Era il periodo della “Belle Epoque”,  in cui Napoli e Parigi erano le capitali culturali d’Europa.

Lo spettacolo era suddiviso in due tempi e vari quadri, a seconda delle esibizioni. Nel primo si esibivano ballerine e cantanti, nel secondo le vedette più attese le sciantose e soprattutto “le macchiette”, ovvero attori che cantavano in modo caricaturale.


L’epoca d’oro del Cafè Chantant a Napoli coincise con i grandi successi delle più spigliate canzonettiste, tra cui Elvira Donnarumma e Gilda  Mignonette.

Nello stesso periodo, nella compagnia dei de Filippo, venne alla ribalta un’attrice, Tina Pica, figlia d’arte, suo padre Giuseppe fu interprete del personaggio di “Don Anselmo Tartaglia”.

La naturalezza interpretativa della Pica non la costringeva a recitare un copione, in quanto lei stessa si considerava ed era semplicemente “Il personaggio”.

A cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta, iniziò a diffondersi l’usanza, per intere famiglie, di dedicarsi al teatro di avanspettacolo, con il ruolo, per ciascuno dei componenti, di capo-comico, di soubrette, di macchiettista e così via.

Spesso erano costretti tutti, loro malgrado, ad accettare miserevoli scritture, dallo scarso compenso economico.

Tra queste vi era la famiglia Maggio: Enzo, Beniamino, Dante, Icadio, Pupella, Rosalia e Margherita.

Beniamino era il più popolare dei fratelli Maggio, tanto che la critica lo considerò una delle più grandi macchiette del teatro napoletano.

Però la stessa critica considerava Dante il più bravo dei fratelli. Egli possedeva le doti del ritmo, delle pause, dei tempi giusti, della mimica e di una voce ben modulata.


Tra le sorelle la più zelante fu certamente Pupella, che si affermò soprattutto come attrice di prosa, Rosalia, invece, era la più attraente.


Successivamente giunsero alla ribalta caratteristi come: Pietro De Vico, Ugo D’Alessio, Carlo e Aldo Giuffrè, ma su tutti questi spicca il nome del più grande in questo genere: Nino Taranto, interprete di macchiette, con la tipica paglietta a tre punte.

Taranto, nel , divenne capo-comico dedicandosi soprattutto alla rivista per quasi vent’anni, prima di passare al teatro di prosa.

Il suo cavallo di battaglia fu la celebre canzone “Ciccio formaggio”.

Al suo fianco vi era sempre l’inseparabile fratello minore Carlo, entrambi spesso affiancati da grandi caratteriste, quali Tecla Scarano e Dolores Palumbo.

La sua ultima compagna di “lavoro” fu Luisa Conte, nelle sue celebri interpretazioni al teatro Sannazaro, negli anni Ottanta.

A cavallo delle due guerre nacque, poi,  nel 1919, e si concluse nel 1940, salvo un ritorno negli anni Settanta, la sceneggiata. tratta da una canzone e, talvolta, anche da una poesia.

Vi si cimentarono artisti, quali Pasquariello, Gill. la Mignonette ed altri .

In un primo periodo la sceneggiata, come si è appena detto, era tratta da una canzone e, talvolta, anche da una poesia, molte volte caratterizzata da risvolti drammatici, ambientata nei bassi, nei vicoli, nei quartieri più poveri e malfamati.

In un secondo momento, invece, negli anni Settanta-e Ottanta è stata anch’essa improntata a versi e canzoni, ma, mentre nell’antica sceneggiata si raccontavano le miserie della povera gente, con toni sia drammatici che comici, in questa, più moderna, si ritrovava spesso la figura del “mammasantissima”, il cosiddetto “guappo buono”come Mario Merola interprete della canzone “Zappatore”, in “Lacreme napulitane.”

Con la riapertura del Teatro Trianon, Nino D’Angelo ha riproposto nuove edizioni dell’antica sceneggiata, rivalutando gli aspetti artistici ed anche culturali di questo genere, attraverso una nuova cultura della strada, intesa non come malavita, quanto piuttosto come binomio, ovvero, contrasto tra due realtà, irriducibili l’una all’altra: miseria e sopraffazione.

Un posto a parte occupa l’autore e regista Roberto De Simone, grande innovatore e ricercatore del patrimonio culturale, teatrale e musicale, della tradizione popolare partenopea, andando alla scoperta di tracce di “Villanelle, laudi e strambotti” laddove la tradizione sarebbe andata, malauguratamente, perduta.

Nel 1967 Roberto De Simone fondò la Nuova Compagnia di Canto Popolare, di cui fu animatore, ricercatore e rielaboratore.

Dopo l’attività musicale accentuò progressivamente la ricerca teatrale e, grazie a lui, si possono ammirare opere come “La cantata dei pastori”.

Nel 1976 arrivò un altro grande successo, la favola in musica, “La gatta cenerentola”.

Purtroppo questi “grandi” del teatro napoletano ci hanno lasciato e oggi ci dobbiamo accontentare di rivivere quelle emozioni solo attraverso il piccolo schermo quando la TV, di tanto in tanto, ci delizia con opere indimenticabili del passato.

(Gennaio 2020)

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